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	<title>Elezioni Usa 2020 Archives - InsideOver</title>
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	<title>Elezioni Usa 2020 Archives - InsideOver</title>
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		<title>Cosa resta del fenomeno Trump a un anno dalla sconfitta</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosa-resta-del-fenomeno-trump-a-un-anno-dalla-sconfitta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Nov 2021 05:43:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni negli Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Democratico americano]]></category>
		<category><![CDATA[Partito Repubblicano]]></category>
		<category><![CDATA[QAnon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 3 novembre 2020 gli Stati Uniti si recavano alle urne per le elezioni presidenziali, conclusesi con la vittoria di Joe Biden contro il capo di Stato in carica, Donald Trump. The Donald è stato estromesso dalla Casa Bianca sulla scia della riconquista democratica delle roccaforti della Rust Belt e di Stati del Sud come Arizona e Georgia a &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-resta-del-fenomeno-trump-a-un-anno-dalla-sconfitta.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-resta-del-fenomeno-trump-a-un-anno-dalla-sconfitta.html">Cosa resta del fenomeno Trump a un anno dalla sconfitta</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/11/donald-TrumpAgenzia_Fotogramma_IPA27018370-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 3 novembre 2020 gli <strong>Stati Uniti </strong>si recavano alle urne per le elezioni presidenziali, conclusesi <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener">con la vittoria di <strong>Joe Biden </strong>contro il capo</a> di Stato in carica, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-donald-trump.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Donald Trump</strong></a>. The Donald è stato estromesso dalla Casa Bianca sulla scia della riconquista democratica delle roccaforti della Rust Belt e di Stati del Sud come Arizona e Georgia a cui ha contribuito, in particolar modo, l&#8217;ampia campagna di mobilitazione del voto per posta di matrice soprattutto urbana che ha svolto un ruolo decisivo nella vittoria di Biden. Cosa resta del &#8220;fenomeno Trump&#8221; ora che il magnate repubblicano è costretto a svolgere il ruolo di <strong>leader dell&#8217;opposizione?</strong></p>
<h2>Le ore fatali di Capitol Hill</h2>
<p>L&#8217;obiettivo di Trump in questo 2021 è stato sostanzialmente uno: ribaltare le conseguenze dello smacco di Capitol Hill. La più grande ferita contemporanea della democrazia a stelle e strisce, le cui responsabilità sono cadute direttamente su The Donald.</p>
<p>I due mesi tra la metà di novembre e il 20 gennaio scorso, data dell&#8217;inaugurazione della nuova amministrazione, sono stati un climax ascendente di tensioni e scontri politici legati alla volontà di Trump di ribaltare l&#8217;esito di un voto ritenuto in larga parte illegittimo o falsato: un processo che indirettamente ha condotto all&#8217;assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 da parte dei più esagitati sostenitori del presidente uscente. L’assalto al Campidoglio ha coronato una tragicomica guerra di logoramento che i più oltranzisti sostenitori di Trump hanno condotto non riconoscendo l’esito sfavorevole delle urne, <a href="https://it.insideover.com/politica/il-crepuscolo-del-trumpismo-linizio-della-fine-del-sovranismo.html" target="_blank" rel="noopener">e che il Presidente ha fatto il grave errore di incentivare fino all’ora fatale.</a></p>
<p>Mentre diversi deputati e senatori repubblicani e vari governatori seguivano la sgangherata campagna di Trump e l&#8217;avvocato <strong>Rudy Giuliani </strong>intentava improbabili azioni legali che a seconda degli scenari in cui si stava palesando la <a href="https://www.news18.com/news/buzz/stop-the-count-or-count-all-votes-why-confused-trump-supporters-are-chanting-contradicting-slogans-3049880.html" target="_blank" rel="noopener">sconfitta chiedevano alle autorità di &#8220;contare ogni voto&#8221;</a> (come nella contea di Maricopa in Arizona) o di fermare lo scrutinio dei voti postali (come in Pennsylvania, Winsconsin, Michigan) sul web e nel mondo della controinformazione prendeva corpo la coalizione più problematica favorevole all&#8217;invalidamento dell&#8217;esito elettorale.</p>
<p>Dai sostenitori del complotto di<a href="https://it.insideover.com/societa/q-anon-i-mille-volti-di-un-complotto.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> QAnon</a> ai<a href="https://www.startinsight.eu/cospirazionismo-qanon-minaccia-globale/" target="_blank" rel="noopener"> frammenti residui dell’Alt Right</a>, dai millenaristi legati alle chiese evangeliche-pentecostali più radicali fino ai movimenti no-mask e <a href="https://www.ilgiornale.it/news/politica/i-cospirazionisti-sono-minaccia-e-frange-eversive-vanno-1981132.html" target="_blank" rel="noopener">anti-Covid</a> nel quadro della delegittimazione della democrazia statunitense si è arruolato di tutto e di più. <a href="https://it.insideover.com/economia/verso-la-grande-tempesta-per-leconomia-globale.html" target="_blank" rel="noopener">Come ha ricordato Adam Tooze parlando con <em>Inside Over</em>,</a> in coerenza con la manichea visione politica e propagandista di Trump tutti gli eventi del 2020, &#8220;dal dibattito sulle mascherine all’analisi delle conseguenze del movimento <a href="https://it.insideover.com/societa/tutte-le-faglie-sociali-degli-stati-uniti-floyd-incubo.html">Black Lives Matter,</a> nelle menti dei più radicali sostenitori di Trump e di membri del Partito Repubblicano come Ted Cruz&#8221;, tra i massimi sostenitori della posizione trumpiana &#8220;erano visti come parti di un’unica crisi, di una manovra attraverso cui il tradizionale stile di vita americano avrebbe potuto essere sovvertito&#8221; e che avrebbe avuto nel broglio elettorale il suo naturale compimento.</p>
<h2>Trump sempre più divisivo</h2>
<p>Questa tesi è stata cavalcata con forza da Trump, messo sotto assedio per i problemi legati alla gestione pandemica, per gli scontri etnici, per le tensioni interne agliI Stati Uniti. E seguirla fino in fondo ha portato Trump a dilapidare il patrimonio politico legato all’aumento dei consensi di decine di milioni di unità nel quadro della sfida con Joe Biden, che ha visto Trump ottenere comunque <strong>74 milioni di voti</strong>. Danneggiando anche un <a href="https://it.insideover.com/politica/la-florida-laboratorio-del-partito-repubblicano-del-futuro.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Partito Repubblicano </strong>che dal round elettorale era uscito sconfitto ma non con le ossa rotte</a>, rafforzato nei consensi e nell’eterogeneità etnica e sociale.</p>
<p>Trump da espressione della divisione interna agli Usa è diventato egli stesso fattore di polarizzazione. Il nemico comune che ha riunito i democratici in vista delle elezioni. Il responsabile di una fragilità già manifesta da tempo, espostasi sul fronte politico dapprima nella sfida del 2016 tra Trump e Hillary Clinton, col voto polarizzato tra gli Stati rivieraschi e l’America profonda trumpiana, ma che anno dopo anno è andata acuendosi, fino a produrre un clima di guerra civile strisciante nel Paese. Fino al disastro di fine 2020, che ha mostrato un Paese <strong>tribalizzato, </strong>una democrazia insicura. Un Paese in cui milioni di persone si sentono esclusi o non rappresentati dal modello sociale degli States, cui è servito l’arrivo del coronavirus per sottrarre terreno al dominio della <strong>legge di mercato </strong>sulle questioni sanitarie, in cui può succedere che <a href="https://www.ft.com/content/db574838-0f40-41ce-9bcd-75039f8cb288">Disney, una società in cui il rapporto tra salario del Ceo e stipendio medio è di 900 a 1,</a> lasci a casa senza colpo ferire 100mila dipendenti con un semplice tratto di penna.</p>
<p>Ebbene, di questa divisione Trump è stato prima acuto lettore, poi ulteriore artefice. Con una <strong>riforma fiscale </strong>che ha prodotto il più grande trasferimento di ricchezza dal 99% all&#8217;1% più ricco della popolazione americana che la storia ricordi, con una retorica sempre più belluina rivolta contro presunti <strong>nemici dell&#8217;America</strong>. Il Trump uscito dalla Casa Bianca era un Trump con l&#8217;elmetto, troppo assorto nella guerra mediatica ai democratici, nella gestione delle conseguenze del caso Floyd, nell&#8217;indicare come <em>Chinese virus </em>il Covid-19 per poter usare strategicamente alcuni risultati che l&#8217;amministrazione aveva, nel corso del 2020 che ne ha ribaltato le prospettive politiche, conseguito: l&#8217;amministrazione Trump aveva risposto al Covid attivando leggi speciali come <a href="https://it.insideover.com/politica/gli-stati-uniti-si-preparano-per-il-coronavirus-appello-al-defense-production-act.html" target="_blank" rel="noopener">il <strong>Defense Production Act </strong>e lo <strong>Stratford Act </strong>per imporre</a> la produzione di dispositivi medici, aveva innestato con l&#8217;Operazione Warp Speed il più ambizioso programma di produzione vaccinale al mondo e con gli <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-prevedono-gli-accordi-di-abramo-firmati-alla-casa-bianca.html">Accordi di Abramo</a> aveva segnato un risultato storico nel processo di distensione mediorientale. Inoltre, era di fatto riuscita a rendere consenso generalizzato il tema del contenimento anti-cinese, come del resto le mosse di Biden hanno confermato.</p>
<p>Tutto ciò è stato sotterrato dal radicalismo della comunicazione e dalla debolezza di Trump nel tenere le redini della sua amministrazione nei suoi ultimi mesi. Come un Faust incapace di richiamare i diavoli da lui evocati con mesi di campagna sulle “elezioni rubate” di<a href="https://it.insideover.com/politica/come-biden-e-diventato-presidente.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> </a><strong>Joe Biden</strong>, ha alimentato a furore di dichiarazioni incendiarie una polarizzazione tossica nella già frammentata America dell’era pandemica. E nel quadro di una riflessione sul futuro del trumpismo ciò incide sul giudizio attuale di un fenomeno che non è ancora affatto scomparso dalla scena pubblica.</p>
<h2>Il trumpismo oggi</h2>
<p>Trump è come al solito dinamico, divisivo, graffiante: non ha fatto mancare la sua presenza in un 2021 in cui la sua presa su un Partito Repubblicano ormai divenuto &#8220;Trump Old Party&#8221; si è rafforzata, è sceso più volte in campo contro Biden, i suoi piani economici, la minaccia di un presunto e strisciante <em>socialism </em>pronto a avvicinare gli Usa a Paesi come Cuba e Venezuela, contro le <strong><em>rigged elections, </em></strong>le elezioni rubate.</p>
<p>Ma c&#8217;è una differenza rispetto al passato: Trump è ora costretto a rincorrere. In primo luogo perché il suo fenomeno non è più una novità e, soprattutto, non è riuscito a radicarsi a livello istituzionale se non per mezzo di una svolta conservatrice della <strong>Corte Suprema</strong>. In secondo luogo, perché il mondo è cambiato: molte delle tesi di critica alla globalizzazione e inviti al rimpatrio industriale e produttivo dei settori strategici sostenute da Trump sono diventate senso comune, ma al contempo la pandemia ha cancellato ogni velleità di aprire una battaglia internazionale tra un establishment liberal-progressista ritenuto frenante per le nazioni e nuovi leader identitari ora che il sovranismo ha lasciato spazio alla libera necessità di <strong>esercizio della sovranità</strong>. In terzo luogo perché fenomeni come quello trumpiano non hanno saputo gestire la sconfitta, essendo giocoforza condannati a vincere politicamente per esistere. Questo si nota dal rapido regresso dell&#8217;intricato ginepraio di movimenti politici, culturali e ideologici che da una prospettiva eterogenea (chi liberale, chi conservatore, chi sovranista) hanno abbracciato tra il 2016 e il 2020 la contestazione trumpiana. Talvolta elevandola a stella polare politica, come in una rilettura di Trotskij in chiave di &#8220;esportazione mondiale&#8221; del sovranismo. Dimenticando, spesso, di fare in questo modo gli interessi della Casa Bianca prima di quelli del proprio Paese, ma traendone facili consensi e vicinanza retorica.</p>
<p>Ciononostante, Trump non è crollato definitivamente. E gli va dato atto di saper essere un ottimo incassatore. Oltre che una figura incapace di stare fuori dal raggio d&#8217;attenzione mediatica anche in una fase che lo vede bandito dai massimi social media. Del resto, i grandi sconfitti della fine del trumpismo sono stati paradossalmente proprio i media corporate tanto avversati da Trump. Infatti secondo un report di <strong>Neilsen Media Research </strong>da gennaio a maggio la Cnn, rete anti-trumpiana per eccellenza, ha visto picchi di -70% nel declino dei suoi spettatori mentre, <a href="https://www.theitaliantribune.it/da-quando-trump-non-e-piu-presidente-la-cnn-ha-perso-il-70-degli-spettatori/" target="_blank" rel="noopener">nota <em>The Italian Tribune</em>,</a> &#8220;la <strong>MSNBC</strong> ha perso il 49% del suo pubblico totale. La MSNBC perde il 63% di pubblico tra i 25 ed i 54 anni. Mentre per quanto riguarda la prima serata, hanno lasciato quest’altra rete statunitense il 42% degli spettatori totali ed il 58% degli spettatori, sempre di età compresa tra 25 e 54 anni&#8221;. La rete più conservatrice, <strong>Fox News,</strong> &#8220;é quella che ha avuto un calo minore rispetto alle altre, ma ha comunque perso, tra gennaio e maggio, il 12% dei suoi spettatori totali e il 15% degli spettatori di età compresa tra i 25 ei 54 anni&#8221;.</p>
<p>Questo a testimonianza del fatto che un ritorno di Trump difficilmente sarebbe accolto con freddezza e distacco, ma sicuramente susciterebbe animosità e discussioni. Tanto che <em>The Atlantic </em>si guarda bene dal ritenere chiusa la partita circa l&#8217;incandidabilità di Trump per le elezioni presidenziali del 2024.</p>
<p>Se la ripresa economica non dovesse consolidarsi, la retorica politica dell&#8217;elezione &#8220;rubata&#8221; potrebbe trovare una saldatura con la protesta per le debolezze strutturali del sistema Usa in un contesto caratterizzato da una &#8220;trumpizzazione&#8221; del sistema politico americano. E del Partito Repubblicano in particolare: non a caso <strong>Ron DeSantis, </strong>il governatore della Florida ritenuto possibile delfino dell&#8217;ex presidente, sta facendo di tutto per apparire &#8220;più trumpiano di Trump&#8221; puntando sull&#8217;agenda law and order e sulla libertà di scelta su vaccini, quarantene anti-Covid, misure anti-pandemiche. E alla vigilia dell&#8217;anniversario della sconfitta del 2020 in Virginia, dove alle presidenziali Biden nel 2020 ha vinto di dieci punti, il candidato repubblicano a governatore, il trumpiano di ferro <a href="https://www.washingtonpost.com/local/virginia-politics/youngkin-republican-virginia-guns-abortion/2021/05/25/88239168-bd64-11eb-b26e-53663e6be6ff_story.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>Glenn Youngkin</strong></a> si è <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2021/11/02/us/elections/results-virginia.html" target="_blank" rel="noopener">imposto di stretta misura sul democratico Terry McAuliffe</a>, per il quale Biden e la vicepresidente <a href="https://it.insideover.com/politica/kamala-harris-in-caduta-libera-la-vice-di-biden-e-un-flop.html" target="_blank" rel="noopener">Kamala Harris</a> erano scesi in campo. Segno che il trumpismo continua a giocare un ruolo politico come forza di opposizione al governo dem. Ma, <a href="https://www.theatlantic.com/ideas/archive/2021/10/trump-running-president-2024-election/620502/" target="_blank" rel="noopener">nota <em>The Atlantic, </em></a>solo Trump in persona potrebbe avere la forza politica di compattare dietro di sé una nuova ondata di protesta politica. A patto di non apparire come un fenomeno retrò.</p>
<p>Privato di Twitter e di altri canali, nel frattempo The Donald si prepara a una nuova avventura imprenditoriale dai risvotli politici, il <a href="https://it.insideover.com/economia/truth-la-scommessa-di-trump-da-8-miliardi-di-dollari.html" target="_blank" rel="noopener">social network <strong>Truth, </strong>prossimo</a> allo sbarco al Nasdaq. Sarà questo il martello con cui Trump batterà la sua propaganda in futuro? O parliamo di una furbesca operazione per cavalcare la tigre del volo borsistico del big tech? Un&#8217;ipotesi non esclude l&#8217;altra. 0516660029</p>
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			</item>
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		<title>Cinque grafici per raccontare la polarizzazione della società americana</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cinque-grafici-per-raccontare-la-polarizzazione-della-societa-americana.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2021 15:50:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-scaled.jpg 2560w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p>
<p>Uno degli obiettivi più ambiziosi che Joe Biden si è dato nel corso della campagna elettorale è quello di ricucire il grande strappo della società americana. Nel suo discorso di insediamento il 46esimo presidente ha insistito molto sulla necessità di abbassare i toni, di non trattare i propri avversari politici come nemici e di ritornare &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cinque-grafici-per-raccontare-la-polarizzazione-della-societa-americana.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2560" height="1707" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-scaled.jpg 2560w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/01/Scontri-a-Capitoll-Hill-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 2560px) 100vw, 2560px" /></p><p>Uno degli obiettivi più ambiziosi che <strong>Joe Biden</strong> si è dato nel corso della campagna elettorale è quello di ricucire il grande strappo della società americana. Nel suo discorso di insediamento il 46esimo presidente ha insistito molto sulla necessità di abbassare i toni, di non trattare i propri avversari politici come nemici e di <a href="https://it.insideover.com/politica/joe-biden-e-il-futuro-della-rivoluzione-populista.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ritornare l’anima dell’America</a>.</p>
<p>Il grado di polarizzazione raggiunto dal Paese è uno dei più alti di sempre e i primi numeri sul gradimento di Joe Biden sembrano confermarlo. <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/biden-approval-rating/?cid=rrpromo" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Secondo la media del sito di analisi <em>FiveThirtyEight</em></a> attualmente Biden gode di un tasso di approvazione del 54,5%, 10,2 punti in più di Trump nello stesso lasso di tempo, ma 11,8 in meno rispetto al suo ex presidente Barack Obama.</p>
<p>Questi numeri però non dicono tutto. C’è un altro indicatore che ci restituisce in modo un po&#8217; più preciso gli umori del momento ed è la differenza tra il tasso di approvazione e quello di disapprovazione. In questo caso Biden fa segnare un +17,6. Un buon numero, ma molto lontano dai predecessori. Obama aveva un +43,4, George W. Bush +30,2, Bill Clinton +32,8 e Reagan +38. Un’approvazione netta così bassa si può spiegare seguendo due prospettive. La prima riguarda la politica, mentre la seconda con lo scivolamento verso un’America sempre più polarizzata.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-aFDgv" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="Differenza nell'approvazione di un presidente in base ai partiti" src="https://datawrapper.dwcdn.net/aFDgv/1/" height="400" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="chart"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
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<h2>L’impatto di Trump e Obama sulla politica americana</h2>
<p>Una spinta decisiva negli ultimi anni è arrivata durante due presidenze peculiari, quella di Barack Obama e quella di Donald Trump. Partiamo da quest’ultimo. Fin dall’inizio i democratici hanno visto la sua candidatura in modo molto negativo e questo indice è rimasto costante per tutti quattro anni del suo mandato. Allo stesso tempo l’indice di approvazione tra gli elettori repubblicani è sempre stato elevato e anzi è aumentato nel corso del tempo. Questo ha fatto sì che sul tycoon si concentrassero due visioni contrapposte, molto odiato da un lato e molto amato dall’altro.</p>
<p>La conferma di questa situazione arriva anche dai numeri. Il divario nell’approvazione della presidenza Trump tra repubblicani e democratici è stato infatti di ben 81 punti secondo la società americana di analisi Gallup, un vero record, 11 in più rispetto a quelli del suo predecessore che già deteneva il primato in questo particolare indicatore.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-TJh6R" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="Approvazione iniziale dei presidenti per partito politico" src="https://datawrapper.dwcdn.net/TJh6R/1/" height="400" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="chart"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
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<p>Il 44esimo presidente infatti è stato a sua volta una figura polarizzante. Già dopo il suo primo anno di mandato le opinioni di democratici e repubblicani si sono stabilizzate con un indice di gradimento molto basso tra quest’ultimi. Un andamento diverso ad esempio da quello di George Bush dove il progressivo logoramento della presidenza ha ridotto la forbice tra schieramenti.</p>
<p>La presidenza di Obama è stata polarizzante per diverse ragioni, ma due sono state le principali. L’adozione dell’Obamacare è stata vista da molti conservatori come una svolta troppo progressista della Casa Bianca alienandosi parte dei supporti che alcuni deputati e senatori moderati potevano concedere. Allo stesso tempo l’essere il primo presidente di origine afroamericana ha contribuito alla reazione di alcune frange più conservatrici della società.</p>
<h2>Una frattura che arriva da lontano</h2>
<p>Trump e Obama, da soli, non sono sufficienti a spiegare la spaccatura che si è creata in un Paese che per decenni si è retto sul bipolarismo e la collaborazione tra partiti. Come hanno notato diversi analisti lo scivolamento è partito prima degli anni duemila ed è stato accompagnato da diversi elementi.</p>
<p>Una prima cosa da tenere a mente è che negli ultimi anni le disuguaglianze economiche sono cresciute, soprattutto se si considerano redditi medi e redditi alti. Nel 1983 il gap tra i due era del 28%, mentre ne 2016 la forbisce è cresciuta fino al 62%. Oggi il 20% delle famiglie detiene una quota maggiore del reddito complessivo del Paese rispetto al 1980. Un fenomeno che mostra quindi un progressivo indebolimento della classe media.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-y8SDM" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="L'aumento delle disuguaglianze di reddito tra classe media e classe elevata" src="https://datawrapper.dwcdn.net/y8SDM/1/" height="400" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="Interactive line chart"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
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<p>Allo stesso tempo si sono registrate altre due tendenze destabilizzanti. La prima riguarda al crescente sfiducia, mista a risentimento, nei confronti del governo e delle istituzioni. A questo si unisce anche una progressiva “segregazione sociale” dove gli individui tendono a frequentare persone socialmente e politicamente simili.</p>
<p>Tutti questi elementi quando si incrociano e sovrappongono sfocano in forme di contrapposizione anche violenta. Non a caso <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/11/what-you-need-know-about-how-many-americans-condone-political-violence-why/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">una serie di ricerche</a> condotte da Lilliana Mason e Nathan P. Kalmoe docenti dell’Università del Maryland e della Louisiana State University, hanno mostrato come una fetta non indifferente della popolazione americana, il 15%, giustifica la violenza fisica contro i propri oppositori politici. Ma questi studi hanno rivelato anche molto altro: ad esempio che questa fascinazione per la violenza politica è omogenea tra destra e sinistra. Anche se, evidenziano gli esperti, l’alt-right si mostra <a href="https://it.insideover.com/politica/quante-sono-e-dove-colpiscono-le-milizie-armate-negli-usa.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">più organizzata</a> rispetto a movimenti come <a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-sono-gli-antifa-il-movimento-di-sinistra-radicale-nel-mirino-di-trump.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Antifa</a>.</p>
<h2>L’identikit della polarizzazione</h2>
<p>I sondaggi hanno cercato di capire in modo più definito l’origine e la natura di questa spaccatura. Sempre secondo gli studi di Mason si vede che il fattore divisivo è da attribuire più all’identità partitica che a questioni politiche più concrete. L’appartenenza è diventata infatti un elemento caratterizzante allo stesso livello della razza e della religione.</p>
<p>Gli esperti hanno <a href="https://www.annualreviews.org/doi/abs/10.1146/annurev-polisci-051117-073034" target="_blank" rel="noopener noreferrer">definito questo sentimento come “polarizzazione affettiva”</a>, dove con l’espressione “affettiva” si intendono i sentimenti che si provano per il proprio schieramento o quello avversario. In questo modo, dicono gli studi, l’appartenenza politica ha avuto effetti anche su ambiti non strettamente politici. Ad esempio la religione è diventata un tratto distintivo dei conservatori e questo, di contro, ha spinto molti liberal a non identificarsi più come persone religiose.</p>
<p>Tutti questi fattori si combinano creando situazioni per cui le persone si circondano di amici, parenti e vicini che la pensano come loro e vedono nella controparte politica un altro completamente alieno. Consumi, stili di vita e abitudini diventano a loro volta un fattore identitario coi due blocchi che vivono in bolle completamente distinte. <a href="https://www.americansurveycenter.org/american-storylines-project/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Secondo una ricerca dell’American Enterprise Institute’s Survey Center on American Life</a> citata da <em>FiveThirtyEight,</em> il 55% dei democratici e il 53% dei repubblicani vive in una cerchia sociale che include solo supporter del proprio partito.</p>
<p>Persino la questione razziale, che negli Stati Uniti costituisce uno dei temi centrali quando si parla di identità, viene vista in maniera differente soprattutto a partire dalla politica. Sempre secondo la rilevazione del Center on American Life, i gruppi sociali tendono a frequentare solo quelli della propria etnia: il 77% dei bianchi rimane all’interno della propria cerchia contro il 56% degli afroamericani.</p>
<p>Secondo il direttore del Survey Center on American Life i repubblicani che nella propria cerchia sociale frequentano afroamericani tendono a non avere opinioni più progressiste sulla discriminazione razziale rispetto a repubblicani che non li frequentano. Allo stesso tempo i conservatori che frequentano amici o colleghi dem hanno dato risposte diverse sulla questione razziale. Elementi che ancora una volta confermano il fattore pregnante dell’appartenenza ideologica.</p>
<h2>La radicalizzazione degli elettori</h2>
<p>Con un simile quadro è quindi facile intuire che anche la composizione dell’elettorato si è via via radicalizzata. Se osserviamo i sondaggi annuali su come democratici e repubblicani definiscono la loro inclinazione (conservatrice o liberal) vediamo che la forbice è andata aumentando. Nel 1994 solo il 25% dei democratici mostrava inclinazioni liberal, mentre nel 2018 il numero è salito al 51%, un balzo di 26 punti. Gli elettori del Gop, invece sono passati dal 58% al 73% con un delta di 15 punti.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-arPoF" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="La radicalizzazione di repubblicani e democratici" src="https://datawrapper.dwcdn.net/arPoF/1/" height="400" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="Interactive line chart"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
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<p>I numeri forse più interessanti sono quelli che riguardano gli indipendenti. Gran parte di loro, il 45%, continua a dirsi moderato, mentre la quota di conservatori, il 28% è in discesa dopo il picco del 35% registrato durante la prima presidenza Obama. Il restante 22% si identifica invece come liberal anche se qui il valore è in linea da oltre 25 anni.</p>
<h2>L’impresa quasi impossibile di Biden</h2>
<p>È chiaro quindi che per Joe Biden dare un seguito al discorso di insediamento sarà molto complesso. Per ricucire lo strappo sociale bisognerebbe &#8220;deradicalizzare&#8221; partiti ed elettori ma la strada appare in salita. Certo, <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/2021/01/20/party-polarization-hit-high-under-trump-can-biden-reel-it-back/#main-content:~:text=In%20fact%2C%20part%20of%20his%20appeal,last%20year%20according%20to%20exit%20polling." target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha notato il <em>Washington Post</em></a>, Biden non è Obama e il suo essere un bianco originario del Midwest può aiutare. Il primo segnale arriva dai numeri sul gradimento della transizione. Secondo gli ultimi sondaggi il 68% degli americani ha approvato il modo in cui il nuovo presidente ha gestito il passaggio dei poteri. Mentre nel 2016 solo il 44% vide favorevolmente quella di Donald Trump.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-Kt9zG" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="Approvazione della transizione presidenziale in base al partito di appartenenza tra il 1993 e 2021 " src="https://datawrapper.dwcdn.net/Kt9zG/1/" height="230" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="Range Plot"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
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<p>C’è però un ultimo dato. Nonostante gli scontri del 6 gennaio una fetta di repubblicani, il 27%, ha visto di buon occhio il modo in cui l’ex senatore del Delaware è entrato alla Casa Bianca, un numero basso, ma sicuramente migliore del 13% di democratici che appoggiarono quella di Trump. Un segnale positivo per il presidente dem, ma ancora troppo debole in vista delle <a href="https://it.insideover.com/politica/cinque-motivi-per-cui-i-dem-rischiano-di-perdere-nel-2022.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">insidiose elezioni i metà mandato del 2022</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cinque-grafici-per-raccontare-la-polarizzazione-della-societa-americana.html">Cinque grafici per raccontare la polarizzazione della società americana</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La strategia di dem per vincere in Georgia (e conquistare il Senato)</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-strategia-di-dem-per-vincere-in-georgia-e-conquistare-il-senato.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Dec 2020 13:38:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Fino al 5 gennaio la Georgia sarà il centro della politica americana. Nel Peach State si terranno infatti due importantissimi ballottaggi per altrettanti seggi al Senato. La prima sfida vede contrapporsi il democratico Jon Ossoff contro il repubblicano David Perdue. Mentre la seconda il dem Raphael Warnock contro Kelly Loeffler. Il partito che vincerà si &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-strategia-di-dem-per-vincere-in-georgia-e-conquistare-il-senato.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-strategia-di-dem-per-vincere-in-georgia-e-conquistare-il-senato.html">La strategia di dem per vincere in Georgia (e conquistare il Senato)</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/12/Voto-in-Georgia-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Fino al 5 gennaio la Georgia sarà il <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-usa-il-caso-georgia-e-il-software-sotto-accusa.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">centro della politica americana</a>. Nel Peach State si terranno infatti due importantissimi ballottaggi per altrettanti seggi al Senato. La prima sfida vede contrapporsi il democratico Jon Ossoff contro il repubblicano David Perdue. Mentre la seconda il dem Raphael Warnock contro Kelly Loeffler. Il partito che vincerà si porterà a casa il controllo del ramo più importante del Congresso.</p>
<p>Attualmente i seggi sono così assegnati: 48 per il partito democratico e 50 per il Gop. Questo significa che il partito dell’asinello deve riuscire nel doppio colpo per pareggiare i conti e avere poi il controllo della camera grazie all&#8217;eventuale partecipazione al voto del vice presidente Kamala Harris. Per questa ragione nello Stato si sta per scatenare una battaglia politica non indifferente, ma soprattutto una battaglia economica.</p>
<p>Nonostante le “fatiche” elettorali per le presidenziali del 3 novembre, i capitali e i donatori non sembrano stanchi, anzi milioni di dollari sembrano pronti a innondare la Georgia. Secondo alcune stime solo la spesa pubblicitaria potrebbe <a href="https://twitter.com/mkraju/status/1333450168902037504" target="_blank" rel="noopener noreferrer">arrivare a 296 milioni di dollari</a>. E la sfida Ossoff-Perdue si candida a battere ogni record di spesa, essendo già ora la quinta più costosa del 2020. Che la campagna sia campale per i democratici e il futuro della presidenza Biden è dimostrato dal grande lavoro dei comitati dem.</p>
<h2>Qual è la strategia dei due candidati democratici</h2>
<p>Uno dei primi dati che caratterizza la campagna democratica è che il tandem Ossoff-Warnock tende ad avere gli stessi donatori. Secondo <a href="https://www.mcclatchydc.com/news/politics-government/election/article247418120.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un calcolo del portale <em>McClatchy</em></a> fatto a partire da alcuni dei documenti di finanziamento della campagna dello scorso ottobre, si è scoperto che i due condividevano più di 5000 grossi donatori. Per avere un’idea il duo repubblicano Loeffler-Perdue si ferma a 500.</p>
<p>Stiamo parlando di donatori di grandi dimensioni dato che la legge non obbliga i comitati e i candidati a rivelare i nomi dei finanziatori più piccoli. Questo fronte comune di investitori ci indica soprattutto una cosa: che i democratici stanno trasformando la corsa da una battaglia statale tra candidati al Senato, a uno scontro tra partiti a livello nazionale.</p>
<p>Non deve stupire quindi che più dell’80% dei donatori comuni della coppia democratica, che hanno donato non meno di 200€ dollari, provengano da altri Stati al fuori dalla Georgia, mentre nel caso dei repubblicani questa percentuale scende sotto il 50%.</p>
<p>A metà novembre il partito democratico ha rimesso in modo a pieno regime la macchina per raccogliere fondi in vista del voto di gennaio. Anche il Cscc, il comitato per la campagna senatoriale democratica, ha invitato tutti i suoi contatti a riprendere le iniziative per donare in vista delle due sfide elettorali. Per l’occasione il Cscc ha invitato a donare a un nuovo fondo, il Ossoff-Warnock Victory Fund, un comitato costruito ad hoc per raccogliere soldi in modo congiunto per entrambi i candidati e soprattutto dove inviare grandi quantità di denaro.</p>
<p><iframe id="datawrapper-chart-TcDlk" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="I grandi donatori alla conquista della Georgia" src="https://datawrapper.dwcdn.net/TcDlk/2/" height="513" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="Map"></iframe><script type="text/javascript">!function(){"use strict";window.addEventListener("message",(function(a){if(void 0!==a.data["datawrapper-height"])for(var e in a.data["datawrapper-height"]){var t=document.getElementById("datawrapper-chart-"+e)||document.querySelector("iframe[src*='"+e+"']");t&&(t.style.height=a.data["datawrapper-height"][e]+"px")}}))}();
</script></p>
<p>Chiaramente intorno a questo sistema si muovono molti altri Pac. Brevemente un Pac, letteralmente comitato di azione politica, è un soggetto che si occupa di raccogliere fondi da reinvestire in vari candidati. Secondo la legge un’organismo che movimenta almeno 1.000 dollari (in entrata o uscita verso un candidato) può essere considerato un Pac. Per questa ragione sono centinaia quelli che si muovono all’ombra delle elezioni.</p>
<p>Oltre al già citato Ossoff-Warnock Victory Fund, ad esempio si movono altri super Pac, il Georgia Honor e il Georgia Way due fondi collegati a Chuck Schumer, leader della minoranza dem al Senato. Secondo le rilevazione dell’agenzia indipendente Center for Responsive Politics, solo verso la fine di novembre i due Pac hanno speso circa 10 milioni di dollari in spot elettorali contro David Perdue e Kelly Loeffler.</p>
<h2>Si muove l’establishment del partito</h2>
<p>La chiamata delle armi ha scaldato i motori di altre due categorie: i big del partito e i miliardari della Silicon Valley. Partiamo coi primi. Uno degli architetti del successo di Biden in Georgia è stata sicuramente Stacey Abrams, ex candidata alla carica di governatrice della Georgia. Nell’ultimo anno ha lavorato attivamente con la sua associazione Fair Fight per registrare elettori, soprattutto giovani afroamericani, e raccogliere fondi. Nei primi giorni di novembre l’organizzazione a arrivata a raccogliere oltre 10 milioni di dollari in una settimana. E a metà mese dichiarava di aver ricevuto una qualche forma di appoggio da oltre 125 mila donatori.</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true">
<p lang="en" dir="ltr">BREAKING: In just 5 days, 125,000 supporters and counting have contributed to <a href="https://twitter.com/fairfightaction?ref_src=twsrc%5Etfw">@fairfightaction</a> and the <a href="https://twitter.com/ReverendWarnock?ref_src=twsrc%5Etfw">@ReverendWarnock</a> and <a href="https://twitter.com/ossoff?ref_src=twsrc%5Etfw">@ossoff</a> January 5 runoff efforts.</p>
<p>Join us and help get it done — again. Help us win a Senate majority at <a href="https://t.co/0Qo8eth5o8">https://t.co/0Qo8eth5o8</a>. <a href="https://twitter.com/hashtag/gapol?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#gapol</a> <a href="https://t.co/h6qyF0z4IG">pic.twitter.com/h6qyF0z4IG</a></p>
<p>&mdash; Fair Fight (@fairfightaction) <a href="https://twitter.com/fairfightaction/status/1326902265123364865?ref_src=twsrc%5Etfw">November 12, 2020</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>Anche la candidata super progressista Alexandria Ocasio-Cortez ha messo in moto la macchina della raccolta fondi. A metà novembre, <a href="https://www.newsweek.com/gop-democratic-fundraising-hauls-now-pouring-millions-georgias-senate-runoff-elections-1547340" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha scritto<em> Newsweek</em></a>, Ocasio-Cortez è riuscita a raccogliere oltre 370 mila dollari, 280 mila addirittura in una notte. In movimento anche altri esponenti delle primarie democratiche. L’ex sindaco di South Bend, Pete Buttigieg ha partecipato a una serie di eventi virtuali di raccolta fondi per Warnock, e lo stesso ha fatto il senatore del Vermont Bernie Sanders. Mentre l’imprenditore, ed ex candidato alle primarie dem, Andrew Yang si è addirittura trasferito in Georgia per collaborare con le campagne dei due candidati.</p>
<h2>In azione anche alcuni big della Silicon Valley</h2>
<p>Anche i grandi capitali fanno rotta verso la Georgia. Diversi miliardari hanno già confermato l’intenzione di <a href="https://www.cnbc.com/2020/11/12/democratic-megadonors-set-sights-on-georgia-senate-fight-after-helping-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">supportare il duo Ossoff-Warnock</a>. È il caso ad esempio di Jeff Katzenberg, tra i finanziatori più importanti dei dem con sovvenzioni a Hillary Clinton, Elizabeth Warren e Barack Obama, e Byron Allen ex comico e fondatore della Entertainment Studios. I due hanno dato il via a una serie di eventi virtuali per raccogliere fondi. I biglietti per questi eventi partono da 54$ ma possono arrivare fino a 15 mila. I fondi raccolti andranno proprio al Pac Georgia Senate Victory Fund.</p>
<p>Altro magnate pronto a lavorare per raccogliere fondi è Reid Hoffman, co-founder di LinkedIn. Attraverso una società di venture capital, la Greylock Partners, ha iniziato ad attivare la sua vasta rete di contatti per raccogliere nuovi fondi da inviare in Georgia. Un altro investitore di lunga data nella Silicon Valley pronto a raccogliere fonti è Ron Conway che durante le mid term del 2018 raccolse oltre un milione di dollari per sostenere candidati dem al Congresso.</p>
<p>Haim Saban, storico protutore televisivo, ha confermato l’intenzione di investire nei democratici ma non ha risparmiato critiche a una parte del partito, puntando il dito contro la frangia “socialista” colpevole secondo lui di <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-anche-con-la-vittoria-di-biden-i-socialisti-hanno-fatto-flop.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">aver contribuito ad alcune sconfitte in seggi chiave</a> in Maine, Iowa, Montana e Carolina del Nord.</p>
<p>Tra i super ricchi che ancora non hanno deciso che fare c’è sicuramente <a href="https://it.insideover.com/politica/bloomberg-si-e-candidato-troppo-tardi.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Mike Bloomberg</a>, reduce da delle primarie dem a dir poco deludenti. Alcuni suoi collaboratori hanno confermato a <em>Cnbc news</em> che il magnate dei media avrebbe donato 5 milioni alla Fair Fight della Abrams, ma stando ai documenti disponibili la donazione risalirebbe al 2019.</p>
<p>Un altro aspetto significativo di questa corsa con ogni probabilità sarà la conferma di come nuove forme di finanziamento stanno ridisegnando la politica, sopratutto a livello locale. Ossoff e Warnock fanno parte della nuova generazione di candidati democratici, spinti soprattutto dalla reazione all’elezioni di Donald Trump nel 2016, ma soprattutto dal successo di una piattaforma di raccolta fondi come ActBlue.</p>
<p>ActBlue è un sito che permette a comitati e candidati di raccogliere facilmente fondi attraverso donazioni online. Nato nel 2004, ha segnato una crescita lenta fino al 2018 quando in occasione delle elezioni di metà mandato ha raccolto oltre 1,6 miliardi di dollari. Secondo molti analisti questo tipo di piattaforme ha permesso ai democratici di raccogliere milioni di dollari da indirizzare di volta in volta in varie battaglie elettorali.</p>
<p>Come ha osservato il giornale locale <em>The Charlotte Observer</em> molti donatori del tandem dem in Georgia hanno donato anche per altre campagne senatoriali come Jaime Harrison in Sud Carolina, Amy McGrath in Kentucky e Sara Gideon nel Maine. Per inciso tutti seggi andati poi ai candidati repubblicani.</p>
<h2>Anche la macchina repubblicana a pieno regime</h2>
<p>Data la delicatezza della sfida e l’opportunità di azzoppare parte del mandato di Joe Biden, anche il partito repubblicano ha messo in moto la sua raccolta fondi. Ad esempio sono entrati in azione due Pac vicini al leader della maggioranza Mitch McConnell, il Senate Leadership Fund e l’American Crossroads. Solo a fine novembre i due <a href="https://www.opensecrets.org/news/2020/11/mcconnell-linked-super-pacs-dominate-outside-spending-in-georgia-runoffs/#breadCrumb:~:text=The%20Senate%20Leadership%20Fund%20and%20American,outside%20spending%20in%20the%20Georgia%20runoffs." target="_blank" rel="noopener noreferrer">hanno speso oltre 20 milioni di dollari</a> in spot contro i due candidati democratici.</p>
<p>Solo nel 2020 il Senate Leadership Fund ha speso 252 milioni nelle varie corse elettorali, la cifra massima spesa da un gruppo in una singola corsa elettorale. Per i repubblicani la Georgia rappresenta una delle roccaforti più importanti e perderla significherebbe una battuta di arresto molto grave in <a href="https://it.insideover.com/politica/cinque-motivi-per-cui-i-dem-rischiano-di-perdere-nel-2022.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">vista del 2022</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-strategia-di-dem-per-vincere-in-georgia-e-conquistare-il-senato.html">La strategia di dem per vincere in Georgia (e conquistare il Senato)</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quella vecchia dottrina della Corte Suprema che può paralizzare Biden</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/quella-vecchia-dottrina-della-corte-suprema-che-paralizzerebbe-lamministrazione-biden.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Dec 2020 13:27:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Corte Suprema]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="753" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-300x118.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-1024x402.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-768x301.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-1536x602.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-2048x803.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre Joe Biden blinda la presidenza e avvia la complessa fase di transizione, dubbi e timori si diffondono circa l’effettiva governabilità del Paese. Non solo una nazione spaccata a metà tra città e periferia, tra elettori di Trump e sostenitori di Biden, ma anche numerosi meccanismi interni che potrebbero paralizzare l’esecutivo: il più “pericoloso” di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/quella-vecchia-dottrina-della-corte-suprema-che-paralizzerebbe-lamministrazione-biden.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="753" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-300x118.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-1024x402.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-768x301.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-1536x602.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-3-scaled-e1605857265640-2048x803.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Mentre Joe Biden blinda la presidenza e avvia la complessa fase di transizione, dubbi e timori si diffondono circa l’effettiva governabilità del Paese. Non solo <a href="https://it.insideover.com/politica/lamerica-sempre-piu-divisa-tra-stati-blu-e-rossi.html">una nazione spaccata a metà</a> tra città e periferia, tra elettori di Trump e sostenitori di Biden, ma anche numerosi meccanismi interni che potrebbero <strong>paralizzare l’esecutivo</strong>: il più “pericoloso” di questi alberga proprio nella <strong>Corte Suprema</strong>.</p>
<h2>Cos’è la “<em>non delegation doctrine</em>”</h2>
<p>L’insidia della Corte Suprema, nella quale<strong> i conservatori hanno un vantaggio di 6 a 3</strong>, risiede nella vecchia “<strong><em>non delegation doctrine</em></strong>” che almeno cinque giudici conservatori sarebbero pronti a rispolverare. La dottrina della non delega è un principio del diritto amministrativo secondo il quale il Congresso non può delegare i suoi poteri legislativi ad altre entità. Questo divieto implica che il Congresso deleghi i propri poteri ad agenzie amministrative o organizzazioni private. Una dottrina che ha almeno un secolo e che la giurisprudenza americana consacrò in due sentenze fondamentali: nel caso <em>J.W. Hampton v. United States</em> (1928), la Corte Suprema chiarì che quando il Congresso concede a un&#8217;agenzia la capacità di regolamentare, il Congresso deve fornire alle agenzie un &#8220;<strong>principio intelligibile</strong>&#8221; su cui basare i propri regolamenti. Questo standard è considerato abbastanza indulgente e raramente, se non mai, è stato utilizzato per abrogare la legislazione vigente; inoltre, nella sentenza <em>A.L.A. Schechter Poultry Corp. v. United States </em>(1935), la Corte Suprema dichiarò che &#8220;al Congresso non è permesso abdicare o trasferire ad altri le funzioni legislative essenziali di cui è così investito&#8221;.</p>
<p>Molto spesso la dottrina viene invocata da una Corte d&#8217;appello per abrogare uno statuto federale: sovente la Corte Suprema ribalta gli appelli, ritenendo che uno statuto sia una delega costituzionale di autorità legislativa. Tutto questo ha portato, in oltre un secolo, ad un acceso dibattito tra gli studiosi di diritto costituzionale. Alcuni la contestano, altri lamentano l&#8217;incapacità della Corte di rilanciare questo <em>escamotage</em>, utile a tenere a freno lo stato amministrativo in continua espansione. Durante il Diciannovesimo e l&#8217;inizio del Ventesimo secolo, infatti, la dottrina della non delega servì a controllare l&#8217;espansione sfrenata dello <strong>stato amministrativo</strong>. Poi, durante il <em>New Deal</em>, la Corte Suprema la smantellò progressivamente, concedendo al Congresso di delegare qualsiasi potere ritenuto appropriato.</p>
<h2>Il problema attuale</h2>
<p>Ora, Biden sembra promettere <strong>una presidenza alla Roosevelt</strong> in termini di politica interna ed estera. In ballo c’è la più grande crisi sanitaria ed economica di tutti i tempi, la riforma sanitaria, e poi ancora l’emergenza climatica ed una politica estera tutta da riscrivere: tutto questo promette una presidenza imperiale, se non in carisma, quantomeno nell’impegno della macchina amministrativa. Come sopracitato, sulla carta, la regola richiede al Congresso, quando delega il potere a un&#8217;agenzia, di articolare un &#8220;principio intelligibile&#8221; (come il regolamento sull&#8217;inquinamento atmosferico necessario &#8220;per proteggere la salute pubblica&#8221;) per guidare l&#8217;esercizio di tale potere da parte dell&#8217;agenzia. <strong>Molto del lavoro legislativo viene portato avanti in questo modo</strong>: il Congresso non ha, infatti, la capacità di approvare leggi che affrontino in maniera agile e pervicace problemi complessi (come ad esempio la pandemia), quindi incarica agenzie di tecnici per elaborare regolamenti che affrontino direttamente questi problemi. Questa divisione di responsabilità è il pilastro fondamentale del <strong>governo <em>funzionale</em></strong>. Le questioni ambientali, ad esempio, sono l’espressione paradigmatica dell’uso della delega: esse producono una serie di norme dall’alto, poi tradotte in regolamenti e statuti vincolanti (è questo il caso del <em>Clean Air Act)</em>.</p>
<h2>Il caso <em>Gundy v. United States</em></h2>
<p>La dottrina della non delega è ritornata alla ribalta già lo scorso anno nel <a href="https://supreme.justia.com/cases/federal/us/588/17-6086/">caso </a><em>Gundy v. United States.</em> Il processo è nato attorno alla legge nazionale sul registro dei reati sessuali che si applicava esplicitamente a tutti i condannati dopo che la legge è entrata in vigore, ma ha delegato l&#8217;autorità al Dipartimento di Giustizia per determinare quando e come si applicava alle persone condannate prima che la legge entrasse in vigore. Herman Gundy, che è stato condannato prima che la legge sul registro entrasse in vigore, ha sostenuto assieme ai suoi avvocati che la legge violava la dottrina della non delega. La Corte ha confermato la norma.</p>
<p>Tuttavia, trattandosi di un sistema di <em>common law</em>, la giurisprudenza americana tiene in gran conto anche le cosiddette <em>dissenting opinions</em> che, nonostante non contribuiscano a formare una maggioranza decisionale, plasmano il diritto americano, valendo come precedente. Il giudice <strong>Neil Gorsuch</strong>, affiancato dal giudice capo John Roberts e dal giudice Clarence Thomas, si è appellato proprio alla vetusta dottrina. Il dissenso di Gorsuch ha sostenuto che il Congresso può delegare il potere decisionale alle agenzie solo in<strong> tre circostanze ristrette</strong>: elaborare i dettagli di uno schema legislativo; per l&#8217;accertamento dei fatti da parte dell&#8217;esecutivo per determinare l&#8217;applicazione di una regola; per attribuire responsabilità non legislative ai rami esecutivo e giudiziario.</p>
<h2>I rischi per l’amministrazione Biden</h2>
<p>Questo rispolvero ora segna la possibilità di nuovo orientamento, al netto dell’arrivo clamoroso in Corte della conservatrice <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-amy-coney-barrett-il-nuovo-volto-di-trump-alla-corte-suprema.html"><strong>Amy Coney Barrett</strong></a>. E poiché è proprio sulle deleghe che il <em>big government</em> ormai si regge, se la dottrina fosse rispolverata l’intero sistema apparirebbe incostituzionale. Ad essere in pericolo sarebbero numerosi <strong>temi molto cari ai <em>dem</em> </strong>e osteggiati dai conservatori: tra questi, la lotta alla discriminazione sul luogo di lavoro, gli standard di sicurezza per i lavoratori, la sicurezza alimentare, il controllo sui petrolieri o la lotta al tabagismo. Tutte sfide sulle quali Biden ha promesso di dare battaglia e la cui legislazione vive di agenzie e deleghe. Ad essere, potenzialmente, in pericolo anche grandi sfide come il <strong><em>Green New Deal</em></strong> o <strong><em>Medicare for All</em></strong> rispetto alle quali il Congresso può solo emanare norme quadro, delegando la miriade di decisioni e sfide tecniche altrove. I supremi giudici conservatori, anche se solo teoricamente, ora hanno il potere di sconfessare puntualmente l’esecutivo bloccando ogni genere di regolamento, paralizzando l’azione esecutiva con lo spauracchio dell’incostituzionalità.</p>
<p>Lo stesso incubo che affrontarono FDR e il (primo) New Deal.</p>
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		<title>La storia dello scontro a fuoco delle forze speciali Usa in Germania</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-storia-dello-scontro-a-fuoco-delle-forze-speciali-usa-in-germania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Dec 2020 08:27:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni americane 2020]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>A un mese dal voto la nebbia post elettorale negli Stati Uniti non si è ancora diradata del tutto. La campagna giudiziaria del presidente Donald Trump non ha ancora sortito gli esiti sperati, così come i riconteggi in alcuni Stati chiave come Georgia e Wisconsin. In questa nebbia sono proliferate anche una serie di storie &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-storia-dello-scontro-a-fuoco-delle-forze-speciali-usa-in-germania.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-storia-dello-scontro-a-fuoco-delle-forze-speciali-usa-in-germania.html">La storia dello scontro a fuoco delle forze speciali Usa in Germania</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/08/Truppe-Usa-a-Fort-Bragg-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>A un mese dal voto la nebbia post elettorale negli Stati Uniti non si è ancora diradata del tutto. La campagna giudiziaria del presidente <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-donald-trump.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Donald Trump</strong></a> non ha ancora sortito gli esiti sperati, così come i <a href="https://it.insideover.com/politica/tutte-le-verita-sui-ritardi-del-voto-postale.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">riconteggi in alcuni Stati</a> chiave come Georgia e Wisconsin. In questa nebbia sono proliferate anche una serie di storie e teorie che hanno attinto molto dalla <a href="https://it.insideover.com/societa/q-anon-i-mille-volti-di-un-complotto.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">galassia di QAnon</a>. Ma non solo.</p>
<p>Uno degli ultimi resoconti, forse il più spettacolare ci porta in <strong>Germania</strong>, più precisamente a Francoforte. A raccontarla è stato un generale dell’aviazione in pensione, <strong>Thomas McInerney</strong> ospite del network <em>Wvw Broadcasting Network</em>. Secondo il veterano del Vietnam, nei giorni scorsi ci sarebbe stata un’operazione delle <strong>forze speciali dell’esercito americano</strong> in terra tedesca. Il fatto curioso, e clamoroso, è che l’operazione sarebbe stata condotta contro una struttura della Cia che ospiterebbe alcuni server segreti.</p>
<p>Il racconto McInerney è abbastanza dettagliato. Secondo le sue fonti, nello scontro a fuoco sarebbero morte sei persone, cinque soldati della Delta Force e un operativo della Cia. Sempre secondo queste fonti gli operativi della Cia sarebbero arrivati dall’Afghanistan per migliorare il livello di protezione intorno alla struttura. Secondo l’ufficiale nei server sarebbero contenute le prove dei brogli elettorali che avrebbero permesso a <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Joe Biden</strong></a> di ribaltare il risultato in suo favore. Tra i documenti ci sarebbero le prove che Cina, Iran e Russia avrebbero cospirato per cacciare Trump dalla Casa Bianca, in favore del candidato democratico.</p>
<h2>La storia di McInerney</h2>
<p>Il generale McInerney è un personaggio controverso. Dopo essersi congedato nel 1994 ha iniziato una lunga carriera di analista. Dal 2002 al 2008 è stato un ospite fisso di <strong>Fox News</strong> con quasi 150 partecipazioni. Negli anni si è detto favorevole alla guerra in Iraq del 2002 e si è sempre contraddistinto per posizioni interventiste ribadendo la necessità di operazioni di <em>regime change</em> in Iran e Corea del Nord.</p>
<p>Negli ultimi anni ha iniziato a sostenere anche alcune posizioni molto discusse. In particolare nel 2010 è stato uno dei sostenitori della teoria secondo cui <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-barack-obama.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Barack Obama</strong></a> non era nato negli Stati Uniti e che quindi occupava la Casa Bianca illegittimamente.</p>
<p>In particolare McInerney si è distinto nel corso di un procedimento di giustizia militare contro il colonnello <strong>Terry Lakin</strong>, finito davanti alla corte marziale per essersi rifiutato di partire per l’Afghanistan giustificandosi proprio con il fatto che il <em>commander-in-chief</em> non fosse il vero presidente. Negli ultimi quattro anno McInerney si è mostrato come uno dei sostenitori più accesi del presidente Trump, uno dei primi militari a garantire il suo appoggio nel 2016 e a confermalo quest&#8217;anno.</p>
<h2>Cosa sappiamo davvero sul raid</h2>
<p>Uno degli elementi più controversi intorno la figura di McInerney è che negli ultimi anni il suo appoggio al presidente è scivolato sempre di più all’interno della galassia complottista americana. E qui veniamo proprio al raid di Francoforte. Alle parole di McInerney non sono seguite altre conferme. Un portavoce dell&#8217;esercito Usa ha smentito categoricamente, mentre la <strong>Cia</strong>, come d&#8217;abitudine, non ha né smentito né confermato. Il problema, al di là delle fonti ufficiali, è che oltre alle parole di McInerney non sono arrivate altre fonti in grado di confermarere anche solo strani movimenti in terra tedesca.</p>
<p>Un altro problema nel racconto di McInerney è legato al fatto che intorno a questo fatto hanno iniziato a fiorire, soprattutto in <strong>ambienti QAnon</strong>, altre teorie parallele non confermate. Una di queste <a href="https://media.8kun.top/file_store/a260f7ecb0afec562f0130f4878fde35c269c57426eaf500fc7ce5dd31946197.png" target="_blank" rel="noopener noreferrer">chiama in causa direttamente <strong>Gina Haspel</strong></a>, attuale direttrice della Cia. Secondo queste teorie la Haspel sarebbe stata <strong>arrestata per tradimento</strong>, secondo altre sarebbe morta per cause naturali. Mentre stando ad altre ancora sarebbe deceduta nel famoso raid tedesco. Altre voci sono ancora più creative. Stando agli ambienti di QAnon, Haspel sarebbe rimasta ferita gravemente nel raid per poi essere trasportata nel campo di detenzione di <strong>Guantanamo Bay</strong> e lì arrestata per tradimento. Voci e teorie che non hanno mai avuto riscontri.</p>
<p>Nelle settimane precedenti il generale si era fatto promotore anche di un&#8217;altra teoria, quella di <strong>Hammer</strong> e <strong>Scorecard</strong>. Secondo McInerney, Hammer sarebbe un super software concepito dalla Cia per operazioni di sorveglianza, mentre Scorecard un pacchetto che permetterebbe di invertire i conteggi reali del voto. La teoria è stata esaminata e smentita più che altro perché si basa sulla manipolazione della comunicazione dei risultati di voto, che però è molto difficile da provare dato che in gran parte delle contee i risultati vengono certificati dall’ufficio elettorale alla presenza dei rappresentanti dei partiti e solo successivamente inviate in forma telematica.</p>
<h2>Gli effetti delle teorie QAnon</h2>
<p>La vicenda della direttrice della Cia, del raid tedesco e dei software, rappresentano un sottoinsieme di un ecosistema più ampio sorto e ampliato proprio nel mondo di QAnon. Una parte consistente di questa narrazione si basa su due elementi: i <strong>server all&#8217;estero</strong> nei quali sarebbero conservate le prove dei brogli e un paio di compagnie di gestione del voto. La prima sarebbe la spagnola Scytl, una società che produce software per il reporting dei voti durante le notti elettorali con sede a Barcellona. Mentre la seconda sarebbe la canadese <strong>Dominion Voting Systems</strong>.</p>
<p>Una delle tante teorie sostiene che i server di Francoforte sarebbero quelli della società spagnola, che però ha negato di aver mai avuto uffici o sedi nella città tedesca e smentito anche di aver ricevuto, almeno legalmente, fonti da personalità come <strong>George Soros</strong> e <strong>Bill Gates</strong>.</p>
<p>La seconda compagnia è finita nel mirino non solo dei complottisti di QAnon, ma anche del team legale di Trump guidato da <strong>Rudy Giuliani</strong>. Il team avrebbe accusato la Dominion di avere legami con il <strong>Venezuela</strong> in particolare per l’uso di un software creato da una seconda compagnia, la Smartmatic, che tra i soci fondatori avrebbe alcuni collaboratori dell’ex presidente <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-era-hugo-chavez.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong>Hugo Chavez</strong></a>.</p>
<p>Un po’ come per la storia che ha coinvolto Gina Haspel anche la vicenda della Dominion ha finito col mescolare aspetti reali con teorie del complotto. <a href="https://factcheck.thedispatch.com/p/does-dominion-voting-systems-have" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il media conservatore <em>The Dispatch</em> ha analizzato</a> in modo approfondito le accuse di Giuliani per verificare se fossero o meno veritiere. Le prime conclusioni cui è arrivato è che l’eccessiva miscellanea di teorie ha reso quasi impossibile capire se dietro a questa mole di storie ci fosse davvero un coinvolgimento della compagnia in operazioni anti-democratiche. Nei vari rivoli delle teorie Smartmatic ogni tanto cambiava nome diventando ad esempio Systematic e rendendo il tutto ancora più confuso.</p>
<p>Nella sua analisi <em>The Dispatch</em> ha sottolineato che le società esistono e hanno operato in diverse contee durante il voto del novembre scorso. Ma il loro coinvolgimento sarebbe minimo. Ad esempio la Smartmatic, nata a Boca Raton, in Florida nel 1999 ha operato solo nella contea elettorale di Los Angeles. Anche i presunti legami con il Venezuela sono reali anche se circoscritti. La compagnia è stata infatti creata da tre venezuelani e nel 2004 ha offerto supporto a Caracas per il referendum chiamato dall&#8217;opposizione poi vinto da Chavez.</p>
<p>Scavando più a fondo si scopre anche che esiste un legame indiretto tra la Smartmatic e la Dominion e che questo legame passa attraverso una terza società la Sequoia Voting Systems, un’azienda americana che si occupava di strumenti per la comunicazione dei voti. Nel 2005 la Smartmatic ha acquistato la Sequoia per poi venderla qualche anno dopo a una cordata di imperatori americani. Nel 2010 la Dominion avrebbe poi acquistato dalla cordata il controllo dell’inventario e della proprietà intellettuale della società.</p>
<p>Negli anni successivi Dominion ha lavorato su quei software elaborandone di nuovi e modificandone l’uso. Di fatto ridimensionando le affermazioni secondo le quali la società canadese utilizzava programmi della Smartmatic. Addirittura nel 2012 le due aziende si sono scontrate in tribunale sui diritti di sfruttamento di alcune licenze.</p>
<p><span style="font-size: 1rem;">Questa ricostruzione, anche un po’ noiosa se vogliamo, è utile per capire come molte teorie della galassia complottista si aggancino ad elementi reali. Le società in questione sono reali, e in qualche modo sono venute in contatto tra loro, ma questi elementi da soli non bastano per dimostrare un disegno sovversivo.</span></p>
<p>Paradossalmente queste teorie rischiano di ottenere l’effetto contrario rispetto a quello auspicato. Creano una cortina fumogena in cui elementi reali si mescolano a suggestioni e mezze verità e creano le condizioni per non arrivare mai davvero alla verità. <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-usa-il-caso-georgia-e-il-software-sotto-accusa.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Sospetti legittimi sulla sicurezza dei software</a> e sulle fragilità del sistema di raccolta dei voti, rischiano di passare in secondo piano in favore di complotti mai provati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/la-storia-dello-scontro-a-fuoco-delle-forze-speciali-usa-in-germania.html">La storia dello scontro a fuoco delle forze speciali Usa in Germania</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Tra Obama, Clinton e interventismo: cosa ci dicono le prime nomine di Biden</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/tra-obama-clinton-e-interventismo-cosa-ci-dicono-le-prime-nomine-di-biden.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 06:19:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="965" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Usa: Joe Biden nomina i suoi futuri collaboratori La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658-300x151.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658-1024x515.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658-768x386.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658-1536x772.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Biden-nuova-squdra-di-governo-La-Presse-e1606284977658-2048x1029.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Alla fine Donald Trump ha ceduto e confermato l’avvio della transizione verso la futura amministrazione di Joe Biden. Nel frattempo l’ex vicepresidente di Barack Obama non ha perso tempo e tramite il suo team per la transizione ha iniziato ad annunciare le nomine del suo staff che si dovrebbe insediare all’inizio del prossimo anno. I &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/tra-obama-clinton-e-interventismo-cosa-ci-dicono-le-prime-nomine-di-biden.html">[...]</a></p>
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<p>I primi nomi a comparire sono storici collaboratori i Biden, ma tutti hanno dei tratti in comune. Molti hanno fatto parte dello staff dell’amministrazione Obama, alcuni hanno lavorato per <strong>Hillary Clinton</strong> durante la campagna elettorale del 2016, sono funzionari di lungo corso all’interno della macchina amministrativa e negli anni hanno avuto tendenze interventiste.</p>
<h2>Tutte le nomine annunciate finora</h2>
<p>Negli ultimi giorni, dopo la conferma di Ron Klain come capo dello staff, è arrivata una nuova tranche di nomine. Tra queste sette danno un’idea relativa di quelle che saranno le mosse di Joe Biden in prospettiva. La prima è quella di <strong><a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/ecco-chi-e-antony-blinken.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Antony Blinken</a></strong> come nuovo segretario di Stato; la seconda quella di Jake Sullivan come consigliere per la sicurezza nazionale; la terza quella di Linda Thomas-Greenfield come ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite; la quota quella di Avril Haines come direttrice dell’Intelligence nazionale, mentre la quinta è quella di John Kerry come inviato speciale per il clima; la sesta è quella di Alejandro Mayorkas a Segretario per la Sicurezza interna. A questi si<a href="https://www.wsj.com/articles/janet-yellen-is-bidens-pick-for-treasury-secretary-11606161637?mod=hp_lead_pos1" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> aggiungerà con ogni probabilità Janet Yellen</a>, in passato capo della Fed nominata da Barak Obama.</p>
<p>Il primo passaggio per capire impatto e origine di queste nomine è l’investitura di <strong>Thomas-Greenfield</strong> perché ci dice molto delle intenzioni di Biden. Donald Trump nel corso della sua amministrazione ha marginalizzato sempre più il ruolo dei funzionari di carriera, preferendo figure meno tecniche e più politiche anche per smarcarsi dai poteri di Washington. L’ex senatore del Delaware sta andando invece in direzione contraria. Thomas-Greenfield ha infatti una trentennale esperienza come funzionaria del Foreign Service. Ha lavorato molto all’interno del dipartimento di Stato diventando anche assistente per gli affari africani durante il mandato di Obama.</p>
<p>Thomas-Greenfield ha però anche un altro compito nella futura amministrazione: è stata posta a capo del team per la revisione del dipartimento, un’operazione voluta da Biden per riallineare tutto il lavoro dell’agenzia in vista delle future mosse in tema di <strong>politica estera</strong>.<br />
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<h2>Un falco per il dipartimento di Stato</h2>
<p>Un altro rappresentate chiave del nuovo-vecchio corso di Joe Biden è quella di Antony Blinken nel ruolo occupato ora da Mike Pompeo. Nato a New York, 58 anni, Blinken è uno storico funzionario delle amministrazioni democratiche e da vent’anni lavora con Joe Biden. Nei primi anni novanta ha collaborato con lo staff di Bill Clinton per il quale scriveva discorsi in materia di politica estera. Poi è diventato capo dello staff del senatore alla commissione del Senato per le relazioni estere e successivamente consigliere per la sicurezza nazionale per il vicepresidente fino a quando <strong>Barack Obama</strong> lo promosso a vice consigliere nazionale per la sicurezze e poi vice segretario di Stato.</p>
<p>Da molti analisti Blinken viene presentato come un moderato, ma in realtà nel corso degli anni si è mostrato come un falco interventista, in particolare in Nord Africa e Medio Oriente. <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/22/us/politics/biden-antony-blinken-secretary-of-state.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Come ha ricordato il <em>New York Times</em></a> il prossimo ministro degli Esteri americano era stato l’architetto del piano Biden di <strong>divisione dell’Iraq</strong> in tre distinte entità etniche, piano mai applicato per l’opposizione di Baghdad, mentre nel 2011 era stato un sostenitore della caduta di Hosni Mubarak in Egitto. Non solo. Secondo <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/biden-picks-antony-blinken-as-secretary-of-state-emphasizing-experience-and-the-foreign-policy-establishment/2020/11/22/94f91ac6-2d3a-11eb-bae0-50bb17126614_story.html#blurb-powa-d019d9f7-74da-4219-85da-4f2c7bd4cbed-0:~:text=He%20has%20been%20described%20as%20having,advocated%20for%20American%20action%20in%20Syria." target="_blank" rel="noopener noreferrer">una ricostruzione del <em>Washington Post</em></a> assunse posizioni contrastanti con Biden e Obama sull’impegno americano rispettivamente in Libia e Siria. In particolare su quest&#8217;ultima Blinken ha denunciato il fallimento delle due amministrazioni che si sono succedute, puntando il dito anche contro la decisione di Donald Trump di ridurre il contingente nel Paese.</p>
<p>Per avere un’idea dei possibili fronti su cui sarà impegnato Blinken si può considerare un suo intervento nel luglio scorso al forum dell’Hudson Institute. Il primo punto riguarda la Cina e l’idea che la competizione debba passare degli sforzi multilaterali, in buona sostanza riallacciando vecchie alleanze. Nello specifico, spiegava Blinken, continuando a rinforzare i legami diplomatici con l’India e potenziando la strategia dell’Indo-Pacifico. Questa strategia verrebbe poi implementata anche in <strong>Africa</strong> dove da anni Pechino è attiva con investimenti e soft power.</p>
<p>Infine ma non da ultimo, il rinnovo dell’alleanza atlantica con l’Europa. Il futuro segretario di Stato, infatti è un <a href="https://www.politico.eu/article/nine-things-to-think-about-antony-blinken/#menu-item-1498997:~:text=1.%20Europeanist%2C%20multilateralist%2C%20internationalist" target="_blank" rel="noopener noreferrer">convinto europeista e forte oppositore della Russia.</a> <a href="https://twitter.com/camanpour/status/1288906306796032000" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Intervistato dalla <em>Cnn</em> nel luglio scorso</a> Blinken si era infatti scagliato contro la decisione di Donald Trump di ridurre le truppe americane stanziate in <strong>Germania</strong>: “Questa mossa”, aveva detto, “è sciocca, e strategicamente fallimentare. Indebolisce la Nato, e aiuta Vladimir Putin danneggiando la Germania, il nostro più importante alleato”.</p>
<p>C’è poi anche un altro dato interessante. Blinken è stato il cofondatore di una società di consulenza politica, la WestExec Advisers. Un’azienda per la quale hanno lavorato anche altri volti della nuova amministrazione, come nel caso di<strong> Avril Haines</strong> che potrebbe diventare la prima donna di più alto rango nella comunità dell’intelligence nazionale. In passato vice consigliere di Obama e vicedirettrice della Cia, Haines ha lavorato con <strong>WestExec</strong> insieme a Blinken e all’altra fondatrice della società, Michele Flournoy, che potrebbe presto diventare la prima donna a capo del Pentagono, nonostante i mugugni dell’ala progressista del partito democratico che <a href="https://twitter.com/RoKhanna/status/1330689482773979136" target="_blank" rel="noopener noreferrer">si è anche già lamentata</a> della nomina di Haines, considerata un falco guerrafondaio.</p>
<h2>Jake Sullivan dal fallimento con Clinton ai piani con Biden</h2>
<p>L’altro grandi pilastro della strategia di Biden è Jake Sullivan. Il 43enne ha un passato da collaboratore di Biden ma anche di Hillary Clinton. Nel tempo ha lavorato sia come consigliere di Biden ai tempi della vicepresidenza, succedendo proprio a Blinken che era passato a fare da consigliere ad Obama, per poi trasferiti al comitato elettorale di Hillary Clinton durante le presidenziali del 2016.</p>
<p>Quando entrerà in carica Sullivan sarà il consigliere più giovane dai temi dell’amministrazione Eisenhower. Originario del Minnesota avrebbe un consenso abbastanza ampio sia tra democratici che repubblicani costruito grazie al ruolo chiave giocato durante i negoziati per l’accordo sul nucleare iraniano siglato nel 2015.</p>
<p>Nel corso della campagna si è occupato prevalentemente dei programmi di politica intera come architetto del piano Buold Back Better, un piano per rilanciare il programma economico di Biden. Ma in passato ha lavorato anche sul fronte internazionale. Il <em>Times</em> ha infatti raccontato che negli ultimi mesi Sullivan ha guidato il progetto di stesura di un dossier del think tank Carnegie Endowment for International Peace su come ridefinire la politica estera americana a partire dai bisogni della classe media.</p>
<h2>Verso una nuova politica estera</h2>
<p>La coppia Sullivan-Blinken rappresenta le fondamenta della nuova politica estera che Biden intende portare avanti. Entrambi nel tempo si sono scagliati contro la dottrina <strong>“America First”</strong> di Trump, accusandola di essere solo uno strumento per isolare il Paese. Come spiegavamo qualche mese fa, la nuova amministrazione si prepara a una <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-usa-2020-biden-trump-politica-estera.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">serie di ribaltoni</a> in tema di relazioni internazionali rispetto a quanto fatto dall’amministrazione uscente.</p>
<p>Per il momento l’idea del nuovo staff sarebbe quella di riabilitare gli Stati Uniti come alleato affidabile sia in Europa che in Asia. Allo stesso tempo la leva per ricucire queste relazioni sarebbe quella di ribaltare una serie di decisioni di Trump, cioè rientrare nelle istituzioni globali e negli accordi internazionali. Ad esempio ripristinando l’accordo sul clima di Parigi, rientrando nell’<strong>Organizzazione mondiale della sanità</strong>, o ripristinando l’accordo sul nucleare iraniano. Ma anche avviare una linea più dura con la Russia e riportare il tema dei diritti umani al centro dell’agenda.</p>
<p>Un team di “obamiani” uniti a un agenda che rimanda al 2016 potrebbe però non bastare a cambiare il corso degli eventi. L’unico tema in cui Biden può incidere è forse il fronte climatico. La nomina di <strong>John Kerry</strong> a inviato speciale per il clima è un segno forte, dato che l’ex segretario di Stato siederà nel board del Consiglio di sicurezza nazionale. Con ogni probabilità si tratta anche di <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-anche-con-la-vittoria-di-biden-i-socialisti-hanno-fatto-flop.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un segnale all’ala radicale del partito</a> dato che in campagna elettorale ha lavorato fianco a fianco con Alexandria Ocasio-Cortez per stendere il piano di transizione climatica.</p>
<p>Le frecce all’arco della nuova amministrazione potrebbero però essere solo queste. Il mondo del 2020 non è quello di quattro anni fa, e sarà difficile cancellare il lavoro portato avanti dall’amministrazione di Donald Trump. Ad esempio sarà complesso per i nuovi falchi ripristinare il <a href="https://it.insideover.com/politica/le-incognite-sul-ritiro-delle-truppe-usa-dallafghanistan.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">numero di truppe in Afghanistan</a>. Nelle ultime settimane The Donald ha chiesto al Pentagono di accelerare il ritiro dalla <strong><em>Long War</em></strong> e anche se i colloqui tra il governo di Kabul e i talebani non sono ancora conclusi sarà molto complicato tornare indietro.</p>
<p>Discorso analogo per l’accordo sul <strong>nucleare iraniano</strong>. In questo 2020, a partire dall’uccisione del generale Qasem Soleimani in gennaio, la pressione su Teheran è stata massima, anche con l’inserimento dei Pasdaran tra le organizzazioni terroristiche. Una mossa che renderà eventuali nuovi colloqui difficilissimi. La Repubblica islamica potrebbe chiedere la cancellazione dalla lista, ma molti al Congresso, compresi i falchi democratici, potrebbero non essere d’accordo. Altri problemi potrebbero arrivare da possibili nuove decisioni rispetto alla guerra che si sta combattendo in Yemen. Trump sarebbe infatti pronto a inserire i ribelli sciiti Houthi, appoggiati proprio dall&#8217;Iran, all&#8217;interno della lista delle organizzazioni terroristiche. Una mossa che da un lato ingarbuglierebbe ancora di più il dossier iraniano e dall&#8217;altro potrebbe costringere gli Usa a eventuali interventi.</p>
<h2>Nomine per non turbare il Senato</h2>
<p>La strada dunque per il nuovo team rimane insalata. E il primo ostacolo da affrontare sarà la conferma al Senato. Se è vero che per Kerry e Sullivan non servirà il passaggio parlamentare, Tony Blinken e gli altri segretari dovranno affrontare il voto. Al di là dell’esperienza decennale e del lungo rapporto con Joe Biden, la scelta sarebbe ricaduta su di lui sia per questioni ideologiche che di gioco politico. La sua reputazione di funzionario “non-ideologico” è anche il marchio che Biden vuole dare alla sua amministrazione.</p>
<p>Una mossa utile soprattutto nelle prime fasi del processo di conferma della nomina. Secondo diversi media americani Biden non vuole inimicarsi la camera alta del Congresso, fonti vicine al suo entourage hanno detto che il presidente-eletto ha preferito evitare il nome di Susan Rice. L’ex consigliere di Obama, tra i falchi della precedente amministrazione, non era ben vista dal Senato, soprattutto dalla senatrice <strong>Susan Collins</strong>, anti-trumpiana che Biden spera di coinvolgere in diverse votazioni.</p>
<h2>La comunità internazionale resta in attesa</h2>
<p>Per il momento gran parte delle nomine <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-usa-2020-biden-trump-politica-estera.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">segue un copione previsto</a>. Già la scelta di Kamala Harris come vice era un segnale che Biden puntava a trasmettere stabilità. La stampa americana ha addirittura parlato di nomine noiose e prevedibili. Ma anche questo fa parte del messaggio che il neo presidente vuole dare, un messaggio di discontinuità con Trump. Biden, ha scritto il <em>Post</em>, vuole proiettare l’immagine di uno Paese senza scatti politici, stabile.</p>
<p>Una cosa che, almeno in queste prime fasi, è stata apprezzata dalla comunità diplomatica. Un diplomatico straniero <a href="https://www.politico.com/news/2020/11/23/biden-national-security-picks-familiar-439774#pol-vp-203:~:text=%E2%80%9CLet%E2%80%99s%20not%20look%20that%20far%2C%E2%80%9D%20one,to%20the%20way%20things%20were%20done.%E2%80%9D" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sentito da <em>Politico</em> </a>ha spiegato che non ci sono grandi aspettative sull’amministrazione entrante, sia per la polarizzazione della società americana, sia per un Congresso diviso. L’unica cosa che ha detto di apprezzare e il fatto che Biden non sarà imprevedibile come Trump: “Almeno“, ha detto “torneremo al modo in cui erano fatte le cose”. La <strong>restaurazione</strong> insomma pare essere benvenuta.</p>
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		<title>Perché anche con la vittoria di Biden i socialisti hanno fatto flop</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/perche-anche-con-la-vittoria-di-biden-i-socialisti-hanno-fatto-flop.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alberto Bellotto]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Nov 2020 18:15:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
		<category><![CDATA[ocasio]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Joe Biden al lavoro (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>I festeggiamenti in casa dei democratici per la vittoria di Joe Biden si stanno tramutando in un violento scontro interno. Quella che doveva essere un’ondata blu pronta a travolgere tutto facendo cambiare colore a Casa Bianca e Congresso si è rivelata più che altro una mareggiata. Certo il bottino più grande, la sconfitta di Donald &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-anche-con-la-vittoria-di-biden-i-socialisti-hanno-fatto-flop.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Joe Biden al lavoro (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Joe-Biden-al-lavoro-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>I festeggiamenti in casa dei democratici per la <a href="https://it.insideover.com/politica/repubblicani-al-senato-sinistra-alla-camera-i-due-scogli-per-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">vittoria di Joe Biden</a> si stanno tramutando in un violento scontro interno. Quella che doveva essere un’ondata blu pronta a travolgere tutto facendo cambiare colore a <strong>Casa Bianca</strong> e <strong>Congresso</strong> si è rivelata più che altro una mareggiata. Certo il bottino più grande, la sconfitta di Donald Trump, è stato conquistato, ma il resto è stato un flop: maggioranza risicata alla Camera e Senato probabilmente in mano ai repubblicani.</p>
<h2>Perché i socialisti hanno perso</h2>
<p>Tra gli sconfitti ci sono sicuramente i democratici dell’area più radicale del partito democratico, quella corrente “socialista” inizia con <strong>Bernie Sanders</strong> nel 2016 e culminata con l’elezioni di diversi rappresentanti alle midterm del 2018, <a href="https://it.insideover.com/politica/alexandria-ocasio-cortez-celebrata-anche-da-netflix.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Alexandria Ocasio-Cortez</a> in testa. Oggi tutto sembra essere crollato e per loro (e tutto il partito) si apre un periodo complesso.</p>
<p>Eppure negli ultimi due anni sembravano <a href="https://it.insideover.com/politica/elezioni-usa-biden-sanders-liberal.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">avere il vento in poppa</a>. Quest’anno si erano presentati alle primarie del partito con ben due candidati di sinistra, Bernie Sanders e la senatrice liberal <strong>Elizabeth Warren</strong>. Parallelamente negli ultimi due anni c’erano stati altri segnali. L’elezione a New York di Ocasio-Cortez e altre candidate radicali poi etichettate come “The Squad”. La progressiva diffusione di riviste e podcast spiccatamente socialisti, ma anche uno sdoganamento di parte dei media dei temi dei progressisti, come le questioni di diseguaglianza economica o il Medicare far All. Poi però è arrivato il voto.</p>
<p>La prima battuta di arresto è arrivata già al <strong>Super Tuesday</strong> che di fatto ha tolto al senatore del Vermont ogni speranza di contendere a Joe Biden la nomination fino alla fine, come successo con Hillary Clinton nel 2016. Poi il resto è arrivato a novembre con diversi seggi persi alla Camera, il mancato controllo del Senato e la<a href="https://it.insideover.com/politica/la-florida-laboratorio-del-partito-repubblicano-del-futuro.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"> sconfitta netta di Biden in Florida</a> che ha mostrato come gran parte del voto ispanico di origine cubana non si sia fidato dei dem votando per Donald Trump.</p>
<p>Questi risultati di fatto hanno messo in luce come alcune convinzioni dei progressisti siano sostanzialmente sovradimensionate. Ad esempio che più democrazia, maggiore attivismo e un’affluenza superiore portino più voti blu. Ovviamente così non è stato, infatti Trump ha raccolto oltre 70 milioni di voti diventando il secondo presidente più votato dopo Biden.</p>
<p>Il secondo grande equivoco ha riguardato le minoranze. Molti <strong>liberal dem</strong> erano convinti che un elettorato sempre più diversificato dal punto di vista razziale avrebbe permesso di superare la quota di elettori bianchi che si oppongono a cambiamenti radicali in tema economico e sociale. Il punto è che il voto ha dimostrato come anche il Gop sia capace di raccogliere le preferenze delle minoranze, non solo tra gli ispanici, ma anche tra asiatici e afroamericani.</p>
<h2>La battaglia per il futuro del partito</h2>
<p>Smaltita la sbornia elettorale per la vittoria di Joe Biden moderati e progressisti sono tornati ad azzuffarsi con frecciate e accuse reciproche. Nei prossimi mesi i terreni di scontro tra le fazioni dem saranno sostanzialmente tre. Il primo riguarda la nomina dello staff di Biden e dei membri del governo; il secondo sulla convivenza col possibile senato repubblicano guidato da <strong>Mitch McConnell</strong>; mentre il terzo su quali strategie adottare per vincere Stati e distretti nelle elezioni di metà mandato che si terranno nel 2022.</p>
<p>Partiamo dal primo punto. Da mesi la corrente più radicale sta facendo pressioni sulla campagna elettorale di Biden per ottenere incarichi importanti nella futura amministrazione. Membri del congresso, ma anche associazioni di attivisti, hanno scritto in modo incessante al <strong><em>transition team</em></strong> dell’ex vice di Obama esortandolo a distribuire incarichi a donne e afroamericani evitando lobbisti o ex dirigenti aziendali. I nomi preferiti sarebbero quello della senatrice Elizabeth Warren o del governatore dello Stato di Washington Jay Inslee. Persino Bernie Sanders <a href="https://edition.cnn.com/2020/11/10/politics/bernie-sanaders-joe-biden-labor-department/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">avrebbe fatto pressioni per diventare segretario al Lavoro</a> cercando l’appoggio di importanti leader sindacali.</p>
<p>Il punto, hanno ribattuto i moderati, è che questo tipo di approccio escluderebbe diversi candidati dem validi e pronti a guidare la macchina burocratica, e allo stesso tempo persino alcuni afroamericani verrebbero esclusi solo per aver lavorato come dirigenti d’azienda in passato.</p>
<h2>Il nodo del Senato tra collaborazione e scontro</h2>
<p>A complicare ancora di più la battaglia sulle nomine ci sarà anche la situazione al Senato. Se infatti il voto in Georgia confermerà la maggioranza repubblicana le possibilità di dare il via a nomine radicali diventerà sempre più difficile. I membri del governo devono infatti ottenere l’approvazione dal Senato prima di entrare in carica e quindi sarà molto difficile che i senatori possano accettare figure spiccatamente di sinistra.</p>
<p>Questa situazione apre le porte anche ad altri problemi. La frangia moderata, infatti, non vede questa rigida divisione come un problema, dal loro punto di vista un governo di dem o repubblicani moderati otterrebbe il via libera senza problemi. Ma ovviamente i progressisti non lo accetterebbero. Molti di loro, infatti, vorrebbero che il neo presidente adottasse un approccio più intransigente, usando il <strong>Vacancies Act</strong> per nominare dei funzionari così da bypassare i ritardi del Senato. Una posizione <a href="https://therevolvingdoorproject.org/no-mitch-mcconnell-is-not-the-46th-president/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">rilanciata nero su bianco da due gruppi progressisti</a>, il Revolving Door Project e il Demand Progress. L’idea di molti radicali sarebbe quindi quella di avere un Joe Biden fortemente aggressivo che scavalchi il Congresso e il Senato usando ordini esecutivi ogni qual volta sia possibile.</p>
<p>Ovviamente i moderati vedono il ruolo di Biden in modo completamente diverso. Secondo loro il mandato degli elettori è quello di ricucire lo strappo coi repubblicani e far ripartire la macchina legislativa. L’idea, dicono, è quella di riattivare meccanismi di collaborazione tra i partiti attraverso compromessi e concessioni reciproche, il tipo di impostazione che ha caratterizzato la carriera di Biden negli anni in cui lavorava al <strong>Senato</strong>.</p>
<p>Mikie Sherrill, deputata moderata di un distretto del New Jersey, <a href="https://www.theatlantic.com/politics/archive/2020/11/conor-lamb-aoc-democrats-fighting-socialism/617045/?utm_campaign=the-atlantic&amp;utm_content=edit-promo&amp;utm_term=2020-11-10T10%3A00%3A18&amp;utm_source=facebook&amp;utm_medium=social&amp;fbclid=IwAR2wjtHhgyydYIcTZT8E5n7xGArbK6MUTRwxJDKelgBmG3nLXDKAp2jmRGo#injected-recirculation-link-1:~:text=Sherrill%2C%20who%20won%20reelection%20by%20double,about%20jobs%20and%20security%20right%20now.%E2%80%9D" target="_blank" rel="noopener noreferrer">sentita dall’<em>Atlantic</em></a> ha spiegato molto bene lo scenario, sostenendo che la ricerca del compromesso è l’unica via che i dem possono percorrere: «Se hai un&#8217;idea su come poter servire al meglio il popolo americano, cerca di capire se esiste un percorso attraverso il Senato», ha spiegato, «se non c&#8217;è, allora non stai aiutando nessuno».</p>
<h2>L’analisi della sconfitta in vista del 2022</h2>
<p>In attesa del voto in Georgia, lo scontro interno al partito dell’asinello si concentra sull’analisi della sconfitta e sulla preparazione delle midterm del 2022. O meglio sul capire perché la spallata al Congresso non è arrivata, e soprattutto di chi è la colpa. Ben <strong>sette seggi</strong> tra Iowa, Nuovo Messico, Carolina del Sud e Florida sono andati ai repubblicani e in molti casi si trattava di seggi ribaltati nelle elezioni di metà mandato del 2018.</p>
<p>Per i dem moderati la colpa è dovuta al radicalismo e allo sdoganamento della parola “socialismo”. <strong>Abigail Spanberger</strong>, deputata della Virginia, è riuscita a vincere con un margine ridottissimo, appena 8mila voti. In settimana <a href="https://www.washingtonpost.com/video/politics/spanberger-criticizes-democrats-strategy-in-caucus-call/2020/11/05/6ec2b368-258a-4061-9738-d83ee8971c3c_video.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha tenuto una videoconferenza con alcuni rappresentanti del caucus democratico</a> puntando il dito contro le frange radicali del partito. La campagna “Defund the police” lanciata dal movimento AntiFa e alcuni rappresentati socialisti, ha raccontato, le è quasi costata l’elezione: «Non dobbiamo più usare la parola socialista o socialismo, mai più», ha tuonato.</p>
<p>Altri colleghi hanno insistito che le frange estreme costano voti perché intaccano l’immagine del partito. Diversi candidati hanno raccontato di essere stati identificati da molti elettori come appartenenti a quelle frange, indipendentemente dal fatto che non sostenessero riforme come il taglio ai fondi alla polizia, il <strong>Green New Deal</strong> o l’aumento delle tasse.</p>
<p>Per i progressisti il flop elettorale ha un’altra origine. Secondo loro i deputati sconfitti non sono stati in grado di presentare un programma convincente agli elettori. Per il Pac radicale <strong>Justice Democrats</strong>, l’ala conservatrice dei dem non ha idee su come governare il Paese, ma pensa solo a criticare la sinistra radicale.</p>
<p>Intervistata dal <em>New York Times</em>, Alexandria Ocasio-Cortez <a href="https://www.nytimes.com/2020/11/07/us/politics/aoc-biden-progressives.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha spiegato</a> che la sconfitta di molti democratici è da imputare a fallimentari campagne elettorali che secondo lei non hanno tenuto conto dell’attività online e sui social media: «Se non fai il porta a porta o non fai una campagna digitale, ma ti appoggi agli spot tv o ai messaggi via post allora non corri a piano regime», ha spiegato.</p>
<p>Prontamente è arrivata la contro risposta di <strong>Conor Lamb</strong>, un deputato della Pennsylvania moderato famoso per aver conquistato nel 2017 un seggio nei sobborghi di Pittsburgh dove Trump aveva vinto con un margine di circa venti punti. &#8220;Non è una questione di bussare alle porte, o di Facebook&#8221;, ha spiegato il deputato, &#8220;conta quali riforme si propongono e quali no&#8221;, chiarendo ad esempio che ai suoi elettori non interessa l’assicurazione sanitaria universale o il Green New Deal.</p>
<p>Per il blu dog dem dell’Oregon <strong>Kurt Schrader</strong> il messaggio che il partito democratico ha veicolato in queste elezioni è stato terribile: «Quando gli elettori vedono l’estrema sinistra ricevere tutta l’attenzione dei media», <a href="https://www.washingtonpost.com/politics/house-democrats-pelosi-election/2020/11/05/1ddae5ca-1f6e-11eb-90dd-abd0f7086a91_story.html#click=https://t.co/EpsgUnuSzG" target="_blank" rel="noopener noreferrer">ha detto al <em>Washington Post</em></a>, &#8220;si spaventano. Molti di loro temono che il Paese possa diventare una sorta di Stato tiranno, e che la loro libertà sia minacciata&#8221;.</p>
<p>È probabile che per il momento queste tensioni vegano tenute sotto controllo per cercare di ricreare la grande coalizione anti-repubblicana in vista del voto in Georgia. Dall’esito di quel voto si deciderà il futuro prossimo dei dem e soprattuto della prossima amministrazione Biden.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/perche-anche-con-la-vittoria-di-biden-i-socialisti-hanno-fatto-flop.html">Perché anche con la vittoria di Biden i socialisti hanno fatto flop</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Quando l&#8217;America è rimasta col fiato sospeso</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/quando-lamerica-e-rimasta-col-fiato-sospeso.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 10:01:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="North Carolina Usa Trump Biden (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>La peculiarità delle elezioni presidenziali statunitensi che, a pieno diritto, si possono definire ancora in corso ha ben pochi precedenti nella lunga storia elettorale del Paese. Tante volte si è assistito a corse all&#8217;ultimo respiro decise da poche decine di migliaia di voti in Stati-chiave contesi tra democratici e repubblicani, ma la partita in corso tra Donald Trump e lo sfidante Joe &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/quando-lamerica-e-rimasta-col-fiato-sospeso.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/quando-lamerica-e-rimasta-col-fiato-sospeso.html">Quando l&#8217;America è rimasta col fiato sospeso</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="North Carolina Usa Trump Biden (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/North-Carolina-Usa-Trump-Biden-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>La peculiarità delle <strong>elezioni presidenziali statunitensi </strong>che, a pieno diritto, si possono definire ancora in corso ha ben pochi precedenti nella lunga storia elettorale del Paese. Tante volte si è assistito a corse all&#8217;ultimo respiro decise da poche decine di migliaia di voti in Stati-chiave contesi tra democratici e repubblicani, ma la partita in corso tra <a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-e-donald-trump.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Donald Trump</a> e lo sfidante <strong><a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-e-joe-biden.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Joe Biden</a> </strong>fa storia a sé perché avviene nel pieno della pandemia di coronavirus, in un contesto di dura e strisciante polarizzazione, durante l&#8217;onda lunga delle proteste seguite all&#8217;assassinio di George Floyd ed è valorizzata da un&#8217;affluenza senza precedenti nei voti a suffragio universale e <a href="https://it.insideover.com/politica/quando-conosceremo-lesito-delle-elezioni-usa.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dall&#8217;anomalia di circa 100 milioni di consensi espressi in forma anticipata.</a></p>
<p>Sarà la roccaforte industriale degli States della <strong>Rust Belt, </strong>con i tre Stati di Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, a decidere il nome del futuro inquilino della Casa Bianca. Trump tiene aperta la corsa, il sogno democratico di un&#8217;onda blu destinata a travolgere il Presidente e i repubblicani si è infranto sugli scogli dei primi dati reali in Stati chiave come <strong>Florida, North Carolina, Ohio</strong>. E mentre il Midwest rinvia lo scrutinio finale dei voti per posta, l&#8217;America si prepara a una corsa all&#8217;ultimo voto, all&#8217;ipotesi di richieste di riconteggio delle schede, a ricorsi pronti ad arrivare fino all&#8217;apice del potere giudiziario, la <strong>Corte Suprema di Washington</strong>. Negli ultimi sessant&#8217;anni, sono state due le elezioni arrivate sul filo di lana come quella attuale.</p>
<h2>1960: Nixon-Kennedy sul filo del rasoio</h2>
<p>Nel 1960 <strong>John Fitzgerald Kennedy </strong>sopravanzò il vicepresidente repubblicano uscente <strong>Richard Nixon </strong>nell&#8217;elezione segnata dal più basso scarto nel voto popolare del XX secolo. Il primo presidente cattolico della storia americana conquistò appena 100mila voti in più dell&#8217;avversario (49,72% contro 49,55%) e la distribuzione geografica del vantaggio consentì a Jfk di ottenere 303 grandi elettori contro i 219 di Nixon.<br />
<iframe id="datawrapper-chart-YuR0w" style="width: 0; min-width: 100% !important; border: none;" title="Usa 2020 - La sfida tra Trump e Biden" src="https://datawrapper.dwcdn.net/YuR0w/3/" height="597" frameborder="0" scrolling="no" aria-label="Map"></iframe></p>
<p>La corsa in diversi Stati fu all&#8217;ultimo respiro, e si ebbero diverse richieste di riconteggio che non influirono sull&#8217;esito finale della contesa: Kennedy vinse cinque stati con un margine inferiore all&#8217;1% (Hawaii, Illinois, Missouri, New Mexico, New Jersey) e ben sei (Minnesota, Delaware, Texas, Nevada, Pennsylvania, South Carolina) con un margine tra l&#8217;1 e il 3%. In Stati chiave come Illinois e Texas furono decisivi i radicamenti locali dei potentati democratici: nell&#8217;area di Chicago, Kennedy fu accusato addiritutra di aver ricevuto sostegno elettorale dalle bande criminali di S<strong>am Giancana, </strong>nel Lonely Star State, invece, fu l&#8217;influenza del candidato vicepresidente <strong>Lyndon Johnson </strong>a garantire il successo di Jfk. Nixon accusò in più occasioni brogli, e chiese, invano, riconteggi e ricorsi, e sula <a href="https://www.washingtonpost.com/archive/politics/2000/11/17/another-race-to-the-finish/c810a41c-7da9-461a-927b-9da6d36a65dc/">vicenda non è mai stata veramente data una risposta definitiva.</a> Ma alla fine i pronostici della vigilia furono rispettati e Kennedy confermato presidente.</p>
<h2>2000: Bush-Gore si decide in Florida</h2>
<p>Ancora più clamorosa e palese fu la diatriba apertasi nel 2000, quando <strong>George Bush, </strong>ex governatore repubblicano del Texas, sopravanzò nella corsa alla Casa Bianca un altro vicepresidente uscente, <strong>Al Gore</strong>, uscito vincitore di stretta misura dal voto popolare per mezzo milione di voti (lo 0,5%) ma sconfitto nella contesa decisiva in <strong>Florida</strong>. Il futuro leader della &#8220;guerra globale al terrore&#8221; nel corso della notte elettorale riuscì a strappare dieci Stati vinti da Bill Clinton nel 1996 ai democratici, ma la partita divenne incandescente nel Sunshine State, ove la corsa fu talmente al fotofinish da richiedere una serie di riconteggi e poi una vera e propria battaglia legale. Sarebbe stato l&#8217;esito della Florida, infatti, a far pendere l&#8217;ago della bilancia da una parte o dall&#8217;altra.</p>
<p>Il margine di soli 2mila voti al termine dell&#8217;Election Day spinse Gore a richiedere un riconteggio manuale dei voti espressi in diversi distretti della Florida (tra cui Broward, Miami Dade, Palm Beach) che assottigliò il margine di Bush a poco più di 500 voti. Si aprirono dunque ricorsi e controricorsi alla Corte Suprema per chiedere, scenario simile a quello odierno, l&#8217;invalidazione di una serie di <strong>suffragi giunti via posta </strong>oltre le date limite, ma la Corte Suprema decretò con la risicata maggioranza di 5 a 4 il passaggio del testimone alla Casa Bianca tra democratici e repubblicani. Gore riconobbe la sconfitta il 13 dicembre 2000, a oltre un mese dal voto e <a href="https://web.archive.org/web/20090212155920/http://archives.cnn.com/2000/ALLPOLITICS/stories/12/13/election.wrap/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">a poco più di trenta giorni dall&#8217;inaugurazione presidenziale.</a></p>
<h2>Cosa accade in caso di pareggio?</h2>
<p>C&#8217;è anche un&#8217;eventualità remota per l&#8217;esito della corsa alla Casa Bianca che ci costringerebbe a riportare ancora più all&#8217;indietro i libri di storia. La Costituzione statunitense stabilisce che in caso di mancato raggiungimento della maggioranza assoluta da parte di uno dei candidati nel collegio elettorale la palla passi alla <strong>Camera dei Rappresentanti, </strong>chiamata a eleggere il futuro inquilino della Casa Bianca. La storia americana presenta due remotissimi casi del genere, quello del 1800 terminata con l&#8217;elezione di <strong>Thomas Jefferson </strong>e quella del 1824, in cui il <strong>Partito Democratico-Repubblicano </strong>si frammentò in quattro candidati differenti, due dei quali, John Quincy Adams e Andrew Jackson, si scontrarono nel voto finale al Congresso che premiò il primo.</p>
<p>Nel caso della sfida Trump-Biden la remota possibilità che ciò accada sarebbe subordinata a un pareggio con 269 delegati a testa nel Collegio elettorale. Se Biden dovesse aggiungere agli Stati conquistati alla mattinata italiana del 4 novembre il <strong>Nevada, l&#8217;Arizona, la North Carolina e il Wisconsin, </strong>lasciando a Trump Georgia, Pennsylvania e Michigan si arriverebbe a questo scenario-limite. Siamo ai limiti del periodo ipotetico dell&#8217;impossibilità. Ma le elezioni statunitensi sono estremamente imprevedibili, e esistendo la possibilità di uno scenario del genere, per quanto remoto, non siamo disposti a escluderlo dalla rosa degli esiti.</p>
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		<title>Cosa ha deciso il voto negli Stati Uniti</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/cosa-ha-deciso-il-voto-negli-stati-uniti.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 04:57:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donald Trump rally (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L&#8217;esito delle elezioni statunitensi è ancora tutto da scrivere, ma le tendenze dell&#8217;Election Day confermano quanto si percepiva da tempo: il Paese è polarizzato, spaccato in due e diviso da linee di faglia sempre più profonde. L&#8217;onda blu e la marea democratica di cui molti sondaggi avevano parlato non si è realizzata, dato che tra Joe &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-ha-deciso-il-voto-negli-stati-uniti.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1281" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donald Trump rally (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-1536x1025.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Donald-Trump-rally-La-Presse-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L&#8217;esito delle elezioni statunitensi è ancora tutto da scrivere, ma le tendenze dell&#8217;Election Day confermano quanto si percepiva da tempo: il <strong>Paese è polarizzato,</strong> spaccato in due e diviso da linee di faglia sempre più profonde.</p>
<p>L&#8217;onda blu e la marea democratica di cui molti sondaggi avevano parlato non si è realizzata, dato che tra <strong>Joe Biden </strong>e <strong>Donald Trump </strong>si è svolto un braccio di ferro politico, riflesso di una campagna elettorale nervosa, sporca e scarsamente concentrata sui temi concreti e i trend strategici che, in prospettiva, hanno però acquisito rilevanza al momento delle urne.</p>
<p>Le elezioni statunitensi non sono mai un monolite, sono cinquanta voti in uno. E in una fase in cui, come detto, le faglie tendono a rafforzarsi questa è risultata essere una realtà di fatto. Ci sono state dinamiche sommerse dal duro scontro frontale e dal ruvido scambio d&#8217;accuse tra i candidati, che possiamo riassumere in alcuni macroargomenti che hanno condizionato la scelta alle urne degli elettori.</p>
<p>In primo luogo, si conferma la concezione che vede le <strong>minoranze etniche </strong>nel Paese come qualcosa di fortemente eterogeneo al loro interno. Le speranze democratiche di una marea elettorale e di una vittoria annunciata già dai primi scrutini puntavano fortemente su un vero e proprio &#8220;accerchiamento&#8221; del <strong>Grand Old Party </strong>attraverso la creazione di un blocco unente alla popolazione bianca urbana e agli studenti un sostanziale dominio trasversale nel voto della <strong>minoranza nera e latina</strong>. Considerazione che si è scontrata con la diversa condotta di due Stati come la Florida e l&#8217;Arizona. Nel Sunshine State Trump si è riconfermato rispetto al 2016, forte di un incremento di consensi tra gli elettori latini che hanno toccato il <a href="https://www.pewresearch.org/fact-tank/2020/10/19/latinos-make-up-record-17-of-florida-registered-voters-in-2020/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">record di 2,5 milioni di iscrizioni in Florida (17% del corpo elettorale)</a> e di una strenua tenuta nella roccaforte democratica di Miami. In <strong>Arizona, </strong>invece, il voto delle contee al confine col Messico ha trainato la rimonta di Biden rispetto al risultato di Hillary Clinton del 2016.</p>
<p>Risulta importante sottolineare che in Florida buona parte della popolazione latina sia di ascendenza cubana o venezuelana, dunque politicamente più interessata al Grand Old Party, mentre in Arizona contano per la maggior parte i cittadini originari del Messico e del resto del Centro America, che rappresentano un&#8217;immigrazione più recente. Inoltre, la vocazione plebiscitaria dei democratici tra i latini non è paragonabile a quella detenuta nella comunità afroamericana. <a href="https://www.vox.com/policy-and-politics/21503628/latino-vote-arizona-florida-biden-trump" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Come riporta <em>Vox, </em>i sondaggi davano Biden</a> in linea con la Clinton, al 63% dei consensi tra i latini, contro il 71% di <strong><a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-e-barack-obama.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Barack Obama</a> nel 2012</strong>. Trump ha ottenuto un lieve, ma tutt&#8217;altro che insignificante, <a href="https://www.nbcnews.com/think/opinion/trump-has-latino-voter-support-s-strong-ever-why-haven-ncna1240168">miglioramento, passando dal 28% a oltre il 30% su base nazionale. </a>Un passaggio che può essere confermato dalla tenuta di uno Stato chiave come la Florida anche in un contesto di alta affluenza.</p>
<p>A mantenere aperta la pista per la Casa Bianca per Biden, in prospettiva, possiamo dire sia stata la sua ritrovata focalizzazione sui <strong>temi del lavoro e dell&#8217;occupazione </strong>insipientemente negletti dalla Clinton nel 2016 e che sono stati pagati con disastrose sconfitte negli <strong>Stati operai </strong>della Rust Belt: Michigan, Wisconsin, Pennsylvania. <a href="https://it.insideover.com/politica/voto-anticipato-e-affluenza-alle-stelle-cosa-insegna-la-storia-delle-elezioni-usa.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">L&#8217;elevata affluenza,</a> l&#8217;alta percentuale di voti espressi per posta e i rischi di ricorsi legali non consentono di dare un giudizio definitivo su chi sarà il trionfatore nell&#8217;ex cuore industriale d&#8217;America. <a href="https://www.nytimes.com/live/2020/11/03/us/election-day?action=click&amp;module=Spotlight&amp;pgtype=Homepage#a-number-of-cities-in-battleground-states-face-delays-in-ballot-counting" target="_blank" rel="noopener noreferrer">I ritardi nel conteggio fanno il resto.</a></p>
<p>Ma la partita resta apertissima: e in un certo senso Biden è competitivo per la capacità di riscoprire i temi portati avanti da <strong><a href="https://it.insideover.com/scheda/politica/chi-e-bernie-sanders.html">Bernie Sanders</a> </strong>sulla materia della reindustrializzazione, della creazione di posti di lavoro e del rilancio dell&#8217;economia nazionale. Promesse che rappresentano il <em>work in progress </em>più importante dell&#8217;agenda economica di Trump. <strong>Pragmatismo contro sentimento</strong>: Biden ha, pragmaticamente, portato avanti un&#8217;agenda economica diversa dalla sua tradizionale impostazione centrista, ma nonostante i ritardi nel rilancio della produzione nella Rust Belt Trump è rimasto pienamente in partita e, anzi, in attesa dei dati definitivi del voto per posta ha iniziato la notte in testa negli scrutini del voto espresso nell&#8217;Election Day. Questo si può indubbiamente spiegare con la presa emotiva che il tycoon newyorkese ha avuto modo di conquistare su una fascia di elettorato operaio, impegnato nell&#8217;industria e straniato dal confronto con le metropoli della costa a cui in passato i democratici non sono riusciti a dare rappresentanza.</p>
<p>Exit poll diffusi alla chiusura delle urne in Ohio, Stato consolidatosi come repubblicano, segnalano che il 56% dei lavoratori iscritti al sindacato hanno scelto Trump, un dato estremamente indicativo su cui anche Biden, in caso di elezione, dovrà ragionare. Due anni fa anche un duro critico del Presidente come Bruce Springsteen, <a href="https://edition.cnn.com/2018/12/03/politics/bruce-springsteen-donald-trump-2020/index.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">In un’intervista alla <em>Cnn</em></a>, ha sottolineato come i democratici  dovessero trovare la capacità di parlare con la stessa voce” di Trump a un’America timorosa delle conseguenze della globalizzazione, socialmente conservatrice. E di risolvere il vero problema costato la sconfitta nel 2016 alla Clinton: la massiccia defezione di una fascia consistente di elettorato, soprattutto bianco, passato all&#8217;astensione, come ha ricordato con <a href="https://www.facebook.com/mario.delpero.5/posts/10157900607263277">puntualità lo storico e politologo <strong>Mario Del Pero.</strong></a></p>
<p>La partita elettorale conferma un&#8217;America sempre più divisa, polarizzata e in cui l&#8217;incomunicabilità delle istanze politiche appare confermato da risultati diametralmente contrastanti. <strong>California, Illinois e New York </strong>votano a valanga Biden, mentre i flyover States dell&#8217;America profonda si confermano colorati di rosso intenso repubblicano. Da un lato l&#8217;economia dei servizi e la globalizzazione, dall&#8217;altro l&#8217;America rurale, conservatrice e identitaria: una faglia profonda acuitasi in quattro anni di forte contrapposizione e resa ancora più palese dalla pandemia.</p>
<p>Il coronavirus è stato indicato da molti come il game changer che poteva trainare una vittoria travolgente dei democratici. Ma alla prova dei fatti la mappa elettorale del 2020 e quella del 2016 sono fortemente sovrapponibili. La categoria in cui essa ha funto da fattore trainante per drenare consensi è stata quella degli elettori oltre i 65 anni tra i quali,<a href="https://www.ilriformista.it/trump-e-inaffidabile-sul-covid-gli-anziani-mollano-the-donald-171780/"> secondo un sondaggio Cnn commentato da <em>Il Riformista, </em>&#8220;<strong>Biden</strong></a> gode del 60% dei consensi tra gli elettori <strong>“silver”</strong>, mentre Trump resta al palo (39%). Lo stesso sondaggio spiega anche perché: il 78% degli intervistati di età pari o superiore a 65 anni cita proprio l’epidemia di coronavirus come un<strong> “fattore estremamente importante”</strong> nella scelta del prossimo presidente&#8221;. Bisognerà valutare, a conti fatti, quanto questo avrà pesato negli Stati in bilico, dall&#8217;Arizona alla Rust Belt. Ma anche l&#8217;opinione sulla pandemia è conseguenza, e non causa, delle aspre polarizzazioni che al voto 2020 abbiamo visto tornare nuovamente in superficie.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/cosa-ha-deciso-il-voto-negli-stati-uniti.html">Cosa ha deciso il voto negli Stati Uniti</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Né latinos né black: come voteranno gli asiatici americani?</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ne-latinos-ne-black-come-voteranno-gli-asiatici-americani.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Nov 2020 01:33:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni Usa 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Usa 2020 Michigan (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-2048x1075.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli asiatici americani sono una delle tante tessere del mosaico statunitense composto dagli Hyphenated Americans, “gli americani con trattino”. Questo gruppo oggi pone una grande sfida culturale a ispanici e afroamericani, ma soprattutto ai manager delle campagne elettorali: non è affatto semplice intercettare questi 21 milioni di americani che rischiano di diventare cruciali in numerosi &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/ne-latinos-ne-black-come-voteranno-gli-asiatici-americani.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1008" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Usa 2020 Michigan (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-300x158.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-1024x538.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-768x403.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-1536x806.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Elezioni-Usa-2020-seggio-La-Presse-scaled-e1604453591859-2048x1075.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Gli <strong>asiatici americani</strong> sono una delle tante tessere del mosaico statunitense composto dagli <em>Hyphenated Americans</em>, “gli americani con trattino”. Questo gruppo oggi pone una grande sfida culturale a ispanici e afroamericani, ma soprattutto ai manager delle campagne elettorali: non è affatto semplice intercettare questi 21 milioni di americani che rischiano di diventare cruciali in numerosi <a href="https://it.insideover.com/politica/quando-conosceremo-lesito-delle-elezioni-usa.html"><strong><em>battleground states</em></strong></a>. Ora più visibili sulla scena politica che mai, le loro scelte di voto sono un vero risiko che sfugge ad ovvie classificazioni.</p>
<h2>Un gruppo in rapida crescita</h2>
<p>Gli americani provenienti soprattutto dall&#8217;<strong>Asia meridionale </strong>sono uno dei gruppi di immigrati in più rapida crescita negli Stati Uniti e la loro partecipazione alla politica è aumentata in modo significativo negli ultimi anni. La loro presenza è cresciuta significativamente in ruoli politici di primo piano come la politica estera e quella locale, passando perfino per una candidata vicepresidente alla Casa Bianca come <strong>Kamala Harris</strong>, figlia di padre giamaicano e madre indiana.</p>
<p>Dagli anni Quaranta, per circa cinquant’anni, la maggior parte degli americani asiatici sono stati uomini e donne in fuga dalla Cina continentale, dalla Corea del Nord o dal Vietnam. Molti di loro instaurarono <strong>affiliazioni con organizzazioni conservatrici</strong> poiché legati al mondo dell’anticomunismo. Per questi gruppi l’integrazione nel <em>mainstream</em> americano è avvenuta, come sostiene Massimo Teodori, per un’“osmosi naturale durata alcune generazioni”. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, poi, l’immigrazione asiatica (India, Giappone, Corea, Cina, India) è andata via via irrobustendo la potenzialità scientifica e tecnologica americana.  Negli ultimi anni, gruppi asiatici-americani come i nuovi immigrati cinesi e indiani hanno i ribaltato i risultati dei sondaggi politici: si tratta delle scelte delle giovani generazioni, più liberali e più istruite di un tempo.</p>
<h2>Gli atteggiamenti di voto degli ultimi trent’anni</h2>
<p>Nel passaggio dagli anni Novanta ai Duemila la comunità asiatica è passata da un sostegno moderato al Partito Repubblicano a <strong>un sostegno più acceso al Partito Democratico</strong>. Nel 1992 votò per Bush senior il 55% degli asiatico-americani: solo il 31% scelse Bill Clinton configurandosi come il gruppo etnico più conservatore dopo i <em>Wasp</em>. Dodici anni dopo, il mondo degli elettori asiatici si frantumava: se John Kerry conquistava il 56% dell’elettorato asiatico, in particolar modo cinesi e indiani, le comunità coreane, filippine e vietnamite facevano blocco attorno a George Bush. A sparigliare le carte, nel 2008, l’inizio dell’era Obama: il candidato strappò il 62% di questo elettorato, passato al 73% quattro anni dopo. Nel 2016, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il blocco democratico sembrava non avere rivali nel conquistare l’elettorato asiatico: Il <em>National Asian American Survey</em> del 2016, rilevò che il 55% degli elettori registrati sosteneva la candidata democratica Hillary Clinton e solo il 14% il candidato repubblicano Donald Trump.</p>
<p>Nonostante ciò, nessuno dei sottogruppi del caleidoscopio degli asiatico-americani ha mai sviluppato una affiliazione palese ad uno dei due maggiori partiti: anzi, nel 2016 circa il 41% di essi si dichiarava <strong>apartitico</strong> e <strong>indipendente</strong>, nonostante rimanesse in linea con la piattaforma democratica sui temi come istruzione, sicurezza sociale e immigrazione. Il loro attivismo politico è nettamente cresciuto dopo le elezioni del 2008 sia in campagna elettorale che nell’affluenza alle urne: tuttavia, né il Partito Repubblicano né quello Democratico hanno compiuto sforzi significativi per invitare alla registrazione al voto, concentrandosi tradizionalmente sui <a href="https://it.insideover.com/politica/usa-2020-tra-latinos-e-black-power.html">gruppi chiave come <em>black</em> e <em>latinos</em></a>.</p>
<h2>Il dilemma Trump/ Biden e la comunità indiana</h2>
<p>In queste elezioni, più complesse che mai, sono intervenute ulteriori variabili, non tutte necessariamente legate alla disputa con la Cina o alla pandemia. La comunità indiana ne è un esempio paradigmatico.</p>
<p>Nonostante la retorica ostile di Trump nei confronti delle minoranze e degli immigrati, il sostegno che continua a ricevere da una percentuale significativa di indiani, soprattutto <em>hindu</em>, non sorprende. Questi ultimi hanno avuto un grosso vantaggio rispetto alle popolazioni del sud-est asiatico di fede musulmana: sono stati meno sorvegliati negli ultimi venti anni ed oggi vivono una vita più libera, soprattutto  rispetto alle comunità indiane sikh o islamiche. Ergo, essendo meglio integrati e lontani dai timori legati all’islamofobia dilagante, sono più accomodanti verso l’amministrazione Trump, ergo, anche disposti a riconfermarla. In questo avvicinamento gioca un ruolo cruciale l’<a href="https://it.insideover.com/politica/trump-incontra-modi-cosa-significa-la-visita-del-presidente-americano-in-india.html"><strong>intesa personale con Narendra Modi</strong></a>, sugellata anche nei <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-nuovo-patto-militare-tra-india-e-stati-uniti.html">nuovi accordi</a> che hanno stretto sempre più Washington e New Delhi: i due, tra le altre cose, sono legati dalla comune avversione al mondo islamico, che se in America diventa “guerra al Terrore”, in India si è trasformata in ossessione per la teoria della mononazionalità <em>hindù</em>.</p>
<p>Questo fa del mondo indiano un blocco granitico per Trump? Affatto. Il mondo <em>liberal</em> americano conserva da tempo immemore (l’India fu un’ossessione kennedyana) relazioni profonde con quel coacervo di organizzazioni nazionaliste <em>hindu</em> generate dal <em>Rashtriya Swayamsevak Sangh</em>. Del resto, lo stesso Biden è stato al centro degli sforzi per formare una forte partnership economica e di sicurezza con l&#8217;India: è stato, inoltre, uno dei principali artefici dell&#8217;accordo commerciale nucleare alla fine degli anni &#8217;90, il sostrato per gli accordi attuali. A febbraio, la campagna di Biden ha nominato il <strong>Amit Jani</strong>, un organizzatore politico indiano-americano con forti legami familiari e politici con Modi e il Bjp, a capo della campagna di sensibilizzazione per l’<em>Asian-American Pacific Islander community:</em> suo padre, Suresh Jani, è uno dei fondatori dell&#8217;<em>Overseas Friends of the Bjp</em>, un gruppo di pressione che sponsorizza il Bjp in Occidente. Questo elemento ha infervorato le comunità asiatiche musulmane negli Stati Uniti, anche ad alto livello, che nel marzo scorso hanno chiesto l’estromissione di Jani dalla campagna elettorale democratica. È stata la volta, poi, di <strong>Farooq Mitha</strong>, divenuto <em>senior advisor</em> per il coinvolgimento dei musulmani nella campagna elettorale di Biden: nemmeno questa nomina ha placato gli animi, essendo Mitha legato ad alcune lobby filo-israeliane. Questo passaggio ha improvvisamente fatto entrare nell’agenda elettorale, alla voce politica estera, temi come gli uiguri, il Kashmir e lo Yemen. Nulla, dunque, appare ovvio nelle intenzioni di voto di questa comunità.</p>
<p>Il voto dei gruppi asiatici, frammentato e imprevedibile negli ultimi venti anni più che mai, sembra essere ancor più una sfinge nelle prossime ore. L’accondiscendenza <em>bipartisan</em> verso l’India di Modi, la competizione fra comunità musulmane e non, il conflitto con la Cina e le politiche sull’immigrazione, unitamente alle condizioni di vita locali degli americani d’Asia rendono questo gruppo il più imprevedibile di tutti e, pertanto, il miglior candidato a riservare sorprese Stato per Stato.</p>
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