Gli asiatici americani sono una delle tante tessere del mosaico statunitense composto dagli Hyphenated Americans, “gli americani con trattino”. Questo gruppo oggi pone una grande sfida culturale a ispanici e afroamericani, ma soprattutto ai manager delle campagne elettorali: non è affatto semplice intercettare questi 21 milioni di americani che rischiano di diventare cruciali in numerosi battleground states. Ora più visibili sulla scena politica che mai, le loro scelte di voto sono un vero risiko che sfugge ad ovvie classificazioni.

Un gruppo in rapida crescita

Gli americani provenienti soprattutto dall’Asia meridionale sono uno dei gruppi di immigrati in più rapida crescita negli Stati Uniti e la loro partecipazione alla politica è aumentata in modo significativo negli ultimi anni. La loro presenza è cresciuta significativamente in ruoli politici di primo piano come la politica estera e quella locale, passando perfino per una candidata vicepresidente alla Casa Bianca come Kamala Harris, figlia di padre giamaicano e madre indiana.

Dagli anni Quaranta, per circa cinquant’anni, la maggior parte degli americani asiatici sono stati uomini e donne in fuga dalla Cina continentale, dalla Corea del Nord o dal Vietnam. Molti di loro instaurarono affiliazioni con organizzazioni conservatrici poiché legati al mondo dell’anticomunismo. Per questi gruppi l’integrazione nel mainstream americano è avvenuta, come sostiene Massimo Teodori, per un’“osmosi naturale durata alcune generazioni”. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, poi, l’immigrazione asiatica (India, Giappone, Corea, Cina, India) è andata via via irrobustendo la potenzialità scientifica e tecnologica americana.  Negli ultimi anni, gruppi asiatici-americani come i nuovi immigrati cinesi e indiani hanno i ribaltato i risultati dei sondaggi politici: si tratta delle scelte delle giovani generazioni, più liberali e più istruite di un tempo.

Gli atteggiamenti di voto degli ultimi trent’anni

Nel passaggio dagli anni Novanta ai Duemila la comunità asiatica è passata da un sostegno moderato al Partito Repubblicano a un sostegno più acceso al Partito Democratico. Nel 1992 votò per Bush senior il 55% degli asiatico-americani: solo il 31% scelse Bill Clinton configurandosi come il gruppo etnico più conservatore dopo i Wasp. Dodici anni dopo, il mondo degli elettori asiatici si frantumava: se John Kerry conquistava il 56% dell’elettorato asiatico, in particolar modo cinesi e indiani, le comunità coreane, filippine e vietnamite facevano blocco attorno a George Bush. A sparigliare le carte, nel 2008, l’inizio dell’era Obama: il candidato strappò il 62% di questo elettorato, passato al 73% quattro anni dopo. Nel 2016, alla vigilia delle elezioni presidenziali, il blocco democratico sembrava non avere rivali nel conquistare l’elettorato asiatico: Il National Asian American Survey del 2016, rilevò che il 55% degli elettori registrati sosteneva la candidata democratica Hillary Clinton e solo il 14% il candidato repubblicano Donald Trump.

Nonostante ciò, nessuno dei sottogruppi del caleidoscopio degli asiatico-americani ha mai sviluppato una affiliazione palese ad uno dei due maggiori partiti: anzi, nel 2016 circa il 41% di essi si dichiarava apartitico e indipendente, nonostante rimanesse in linea con la piattaforma democratica sui temi come istruzione, sicurezza sociale e immigrazione. Il loro attivismo politico è nettamente cresciuto dopo le elezioni del 2008 sia in campagna elettorale che nell’affluenza alle urne: tuttavia, né il Partito Repubblicano né quello Democratico hanno compiuto sforzi significativi per invitare alla registrazione al voto, concentrandosi tradizionalmente sui gruppi chiave come black e latinos.

Il dilemma Trump/ Biden e la comunità indiana

In queste elezioni, più complesse che mai, sono intervenute ulteriori variabili, non tutte necessariamente legate alla disputa con la Cina o alla pandemia. La comunità indiana ne è un esempio paradigmatico.

Nonostante la retorica ostile di Trump nei confronti delle minoranze e degli immigrati, il sostegno che continua a ricevere da una percentuale significativa di indiani, soprattutto hindu, non sorprende. Questi ultimi hanno avuto un grosso vantaggio rispetto alle popolazioni del sud-est asiatico di fede musulmana: sono stati meno sorvegliati negli ultimi venti anni ed oggi vivono una vita più libera, soprattutto  rispetto alle comunità indiane sikh o islamiche. Ergo, essendo meglio integrati e lontani dai timori legati all’islamofobia dilagante, sono più accomodanti verso l’amministrazione Trump, ergo, anche disposti a riconfermarla. In questo avvicinamento gioca un ruolo cruciale l’intesa personale con Narendra Modi, sugellata anche nei nuovi accordi che hanno stretto sempre più Washington e New Delhi: i due, tra le altre cose, sono legati dalla comune avversione al mondo islamico, che se in America diventa “guerra al Terrore”, in India si è trasformata in ossessione per la teoria della mononazionalità hindù.

Questo fa del mondo indiano un blocco granitico per Trump? Affatto. Il mondo liberal americano conserva da tempo immemore (l’India fu un’ossessione kennedyana) relazioni profonde con quel coacervo di organizzazioni nazionaliste hindu generate dal Rashtriya Swayamsevak Sangh. Del resto, lo stesso Biden è stato al centro degli sforzi per formare una forte partnership economica e di sicurezza con l’India: è stato, inoltre, uno dei principali artefici dell’accordo commerciale nucleare alla fine degli anni ’90, il sostrato per gli accordi attuali. A febbraio, la campagna di Biden ha nominato il Amit Jani, un organizzatore politico indiano-americano con forti legami familiari e politici con Modi e il Bjp, a capo della campagna di sensibilizzazione per l’Asian-American Pacific Islander community: suo padre, Suresh Jani, è uno dei fondatori dell’Overseas Friends of the Bjp, un gruppo di pressione che sponsorizza il Bjp in Occidente. Questo elemento ha infervorato le comunità asiatiche musulmane negli Stati Uniti, anche ad alto livello, che nel marzo scorso hanno chiesto l’estromissione di Jani dalla campagna elettorale democratica. È stata la volta, poi, di Farooq Mitha, divenuto senior advisor per il coinvolgimento dei musulmani nella campagna elettorale di Biden: nemmeno questa nomina ha placato gli animi, essendo Mitha legato ad alcune lobby filo-israeliane. Questo passaggio ha improvvisamente fatto entrare nell’agenda elettorale, alla voce politica estera, temi come gli uiguri, il Kashmir e lo Yemen. Nulla, dunque, appare ovvio nelle intenzioni di voto di questa comunità.

Il voto dei gruppi asiatici, frammentato e imprevedibile negli ultimi venti anni più che mai, sembra essere ancor più una sfinge nelle prossime ore. L’accondiscendenza bipartisan verso l’India di Modi, la competizione fra comunità musulmane e non, il conflitto con la Cina e le politiche sull’immigrazione, unitamente alle condizioni di vita locali degli americani d’Asia rendono questo gruppo il più imprevedibile di tutti e, pertanto, il miglior candidato a riservare sorprese Stato per Stato.

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