Sono passati quasi quattro anni da quell’8 novembre 2016 che ha consacrato l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, e la breve epopea politica del presidente fuori dagli schemi sembra volgere al termine. Infatti, a meno di stravolgimenti elettorali dell’ultimo minuto e/o della comparsa di prove inconfutabili che accertino l’esistenza di un complotto su larga scala per manipolare l’esito del voto, Joe Biden sembra destinato ad essere il prossimo presidente degli Stati Uniti.

Si è discusso e si discute molto di quale potrebbe essere l’atteggiamento del candidato democratico nei confronti di Russia e Cina, ma altrettanto importante è cercare di comprendere cosa potrebbe accadere nel resto del mondo e, in particolare, al fenomeno che ha preceduto l’ascesa di Trump: il populismo di destra dei cosiddetti sovranisti.

La visione di Biden

Per capire quali potrebbero essere le ripercussioni sulla cosiddetta galassia sovranista promananti dalla vittoria di Biden è fondamentale procedere ad una ricostruzione del suo pensiero e della sua visione del mondo. Biden ha dedicato alle cause del Partito Democratico la sua intera esistenza sin dal 1973, anno in cui ha giurato ufficialmente al Senato; un fatto che lo rende uno dei padrini di questa parte del mondo politico statunitense.

Biden si è formato e ha fatto carriera all’interno della Commissione per le relazioni estere del Senato e ha svolto un ruolo primario nella formulazione della politica estera degli Stati Uniti sin dal dopo-guerra fredda. Appartenente alla scuola dell’internazionalismo liberale, l’ex vice di Barack Obama è noto per aver influenzato la postura di Bill Clinton nei Balcani occidentali ai tempi delle guerre iugoslave, sancendo la fine del dialogo con Belgrado in favore dell’adozione di una linea filo-bosgnacca e filo-albanese, e per aver supportato la guerra al terrore di George W. Bush, in particolare il rovesciamento di Saddam Hussein.

Coerentemente con il proprio credo politico, frutto dell’evoluzione del pensiero di Thomas Jefferson sugli Stati Uniti quale “impero della libertà” (Empire of Liberty), Biden ha anche sostenuto l’allargamento nello spazio postcomunista dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea in funzione di contenimento antirusso e, a latere, di democratizzazione.

La scuola di pensiero alla quale fa riferimento Biden poggia su due pilastri interrelati: gli Stati Uniti hanno il diritto-dovere simil-divino di esportare il loro modello di civiltà nel mondo, l’ordine internazionale sarebbe avvantaggiato dallo stabilimento di una pax americana poiché, per via del punto precedente, si costituirebbe una cosiddetta “egemonia benevola”.

Il terzo cardine della visione è il multilateralismo, ossia la convinzione che gli Stati Uniti possano perseguire i loro scopi in maniera migliore, anche perché meno bellicosa, attraverso l’istituzione di organizzazioni internazionali adibite al mantenimento della pace e alla propagazione dei valori liberali. L’intero sistema di Bretton Woods e la rete che fa capo alle Nazioni Unite sono il riflesso di questo punto-chiave dell’internazionalismo liberale.

Addio ai populisti?

Un’eventuale fine dell’era Trump comporterebbe un ritorno al passato recente, ossia alle politiche che hanno caratterizzato l’ottennato Obama, e darebbe il via libera ad un effetto domino nel resto dell’Occidente e delle sue appendici, come l’America Latina, i Balcani e la Turchia.

Biden ha già comunicato che, se eletto, cesserà il braccio di ferro con quelle organizzazioni internazionali realizzate proprio da Washington all’indomani del secondo dopoguerra per costruire un ordine liberale americano-centrico e che rientrerà negli accordi di Parigi sul clima. Eppure, non saranno multilateralismo e ambiente i motivi conduttori della politica estera del duo Biden-Harris; saranno gli autoritarismi e, in generale, i populismi di destra.

Non è una coincidenza che i principali volti dell’internazionale populista, come Viktor Orban, Benjamin Netanyahu, Jair Bolsonaro e Mateusz Morawiecki, abbiano supportato apertamente ed esplicitamente la rielezione di Trump. Tutto quel che succede a Washington, infatti, si riverbera nel resto del blocco-civiltà occidentale, trattandosi del suo cuore pulsante.

Orban e Morawiecki, ad esempio, sono preoccupati dal fatto che Biden possa procedere a ricucire lo strappo tra le due sponde dell’oceano Atlantico per mezzo di un riavvicinamento con l’asse francotedesco, fulcro del liberalismo in Europa, e di una riduzione sensibile del supporto all’euroscetticismo e ai suoi rappresentanti, come Fidesz e Diritto e Giustizia (PiS).

La Polonia continuerebbe a restare una pietra angolare dell’agenda di Washington per l’Est Europa, perché lo spostamento a oriente della nuova cortina di ferro è una realtà inevitabile, ma cesserebbe il dialogo con PiS in favore di Piattaforma Civica e altre forze della galassia liberale ed europeista. Lo stesso scenario avrebbe luogo in Ungheria e ovunque si trovassero al potere dei partiti sovranisti.

I primi messaggi indicativi di un cambio di rotta sono stati inviati da Biden nel corso della campagna elettorale: gli esecutivi di Varsavia e Budapest sono stati accusati di aver dato vita a dei “regimi totalitari”, Erdogan è stato definito un “autocrate” che dovrebbe e potrebbe essere rimpiazzato da figure dell’opposizione, e sono state lanciate delle invettive all’indirizzo di Bolsonaro inerenti la gestione dell’Amazzonia.

L’uscita di scena di Trump, quindi, sarà il preludio al collasso graduale dell’intero sistema, anche culturale, creato dalle forze filoamericane del populismo di destra e del sovranismo nell’ultima decade, dall’Eurasia alle Americhe. Avranno maggiori probabilità di resistere soltanto i volti più capaci, come Erdogan, ovvero coloro che sono riusciti a istituzionalizzare la loro rivoluzione e a conferirle una legittimazione storica.

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