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Quando a novembre 2020 Joe Biden vinse le elezioni presidenziali statunitensi i media di tutto il mondo si concentrarono con grande attenzione sulla figura di Kamala Harrisprima vicepresidente donna della storia del Paese, incoronata ancora prima dell’inizio del governo dell’ex numero due dell’era Obama come la papabile successore del navigato politico del Delaware asceso alla Casa Bianca.

La novità espressa dalla Harris ha fatto brillare gli occhi alla sua base elettorale: emblema ideale, nella retorica, della nuova generazione di politici progressisti, espressione delle minoranze che trainano il Partito Democratico, organica alla scuola dell’internazionalismo liberal ancor più dello stesso presidente, la Harris sta vivendo però dei primi mesi estremamente difficili. I sondaggi sulla sua popolarità sono in caduta libera, le prime prove politiche e diplomatiche a cui è stata chiamata si sono rivelate un flop e anche di fronte al precipitare della crisi afghana è apparso chiaro che all’ex senatrice della California manchi polso e capacità di rapida elaborazione politica.

I sondaggi sul suo tasso di gradimento segnalano una popolarità a picco: secondo i sondaggi conservatori i dati indicano che il suo livello di popolarità è il più basso per un vicepresidente da oltre mezzo secolo, mentre i centri di rilevazione più vicini ai dem la ritengono “solo” la peggiore dell’era post-Guerra Fredda. I dati di RealClearPolitics segnalano che oggigiorno il tasso di popolarità tra gli elettori della Harris è pari al 42% contro il 50% di opinioni sfavorevoli, un dato peggiore di quello fatto registrare a sette mesi dall’entrata in carica da Mike Pencevicepresidente di Donald Trump.

Pence, come Harris, è stato penalizzato nei sondaggi dal radicale processo di polarizzazione politica tra democratici e repubblicani concretizzatosi negli anni precedenti l’ascesa di Trump e durante l’ultima amministrazione. Entrambi sono enormemente staccati dai rating di cui usufruirono i predecessori: dopo i primi mesi di governo, contro il -8% di Kamala Harris e i pochi punti in più di Pence (che oscillava tra il -4 e il 5%) nel raffronto tra percentuale di elettori favorevoli e contrari, Al Gore durante l’amministrazione Clinton faceva registrare un differenziale di +28,8%, Dick Cheney, vice e dominus dell’amministrazione Bush, un +41,9% e Joe Biden, nell’era Obama, nonostante le prime tendenze di divisionismo segnava un +9,5%.

Il problema principale di Kamala Harris è, in quest’ottica, il fatto che nei primi mesi di amministrazione la sua visibilità politica è stata decisamente maggiore di quella di Pence e Biden nei rispettivi esordi e questo lascia presagire un possibile avvitamento dei consensi o, ancora peggio nella sua ottica, una marginalizzazione istituzionale. Non a caso la Harris è stata colpita dal calo di popolarità in occasione della difficile gestione della crisi dei migranti a cui Biden l’ha preposta conferendole i poteri degni di un vero e proprio capo di Stato.

La Harris è riuscita nel risultato di mettere d’accordo sinistra radicale dem e destra repubblicana nel giudizio sulla sua inadeguatezza nella gestione della crisi. Per motivi diversi, entrambi l’hanno accusata di opportunismo e limiti operativi: la sinistra dem l’ha accusata di aver voluto inseguire il Grand Old Party col celebre discorso di dissuasione contro i migranti e ha ripescato, dopo averla a lungo messa a tacere mentre la Harris si faceva la fama di eroina liberal, la sua controversa condotta da procuratrice nei confronti degli esponenti di diverse minoranze. La destra repubblicana ha invece contestato l’assenza di risultati concreti.

Raramente disposta a comunicare coi giornalisti, la Harris è risultata praticamente irreperibile nei giorni in cui si consumava la rotta afghana. Facendo insorgere in questo modo tutti: i repubblicani alla carica contro l’amministrazione, i progressisti moderati che l’hanno accusata di viltà, le femministe per aver dimenticato la causa delle donne afghane, come riporta Affari Italiani.

Nelle prossime settimane, infine, la Harris sarà chiamata di fronte alla sfida in Senato, istituzione di cui in quanto vicepresidente ha la guida, per cercare di evitare che i pacchetti economici dell’amministrazione Biden franino per la scelta di sfilarsi dei dem più conservatori, Joe Manchin e Kyrsten Sinema, che potrebbe creare problemi anche in vista del rinnovo del tetto sul debito federale. Una rotta a Capitol Hill, dopo la crisi afghana, azzopperebbe la presidenza Biden in maniera difficilmente rimediabile entro le elezioni di midterm del 2022 e pregiudicherebbe le possibilità della Harris di essere una valida candidata per la Casa Bianca in futuro. Lungi dall’essere una passerella, la vicepresidenza sta trasformandosi per la Harris in un calvario politico: e non è da escludere che sul lungo periodo la vittima politica dei problemi dell’amministrazione Biden possa proprio essere l’erede designata del navigato inquilino della Casa Bianca.

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