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Il 3 novembre 2020 gli Stati Uniti si recavano alle urne per le elezioni presidenziali, conclusesi con la vittoria di Joe Biden contro il capo di Stato in carica, Donald Trump. The Donald è stato estromesso dalla Casa Bianca sulla scia della riconquista democratica delle roccaforti della Rust Belt e di Stati del Sud come Arizona e Georgia a cui ha contribuito, in particolar modo, l’ampia campagna di mobilitazione del voto per posta di matrice soprattutto urbana che ha svolto un ruolo decisivo nella vittoria di Biden. Cosa resta del “fenomeno Trump” ora che il magnate repubblicano è costretto a svolgere il ruolo di leader dell’opposizione?

Le ore fatali di Capitol Hill

L’obiettivo di Trump in questo 2021 è stato sostanzialmente uno: ribaltare le conseguenze dello smacco di Capitol Hill. La più grande ferita contemporanea della democrazia a stelle e strisce, le cui responsabilità sono cadute direttamente su The Donald.

I due mesi tra la metà di novembre e il 20 gennaio scorso, data dell’inaugurazione della nuova amministrazione, sono stati un climax ascendente di tensioni e scontri politici legati alla volontà di Trump di ribaltare l’esito di un voto ritenuto in larga parte illegittimo o falsato: un processo che indirettamente ha condotto all’assalto di Capitol Hill del 6 gennaio 2021 da parte dei più esagitati sostenitori del presidente uscente. L’assalto al Campidoglio ha coronato una tragicomica guerra di logoramento che i più oltranzisti sostenitori di Trump hanno condotto non riconoscendo l’esito sfavorevole delle urne, e che il Presidente ha fatto il grave errore di incentivare fino all’ora fatale.

Mentre diversi deputati e senatori repubblicani e vari governatori seguivano la sgangherata campagna di Trump e l’avvocato Rudy Giuliani intentava improbabili azioni legali che a seconda degli scenari in cui si stava palesando la sconfitta chiedevano alle autorità di “contare ogni voto” (come nella contea di Maricopa in Arizona) o di fermare lo scrutinio dei voti postali (come in Pennsylvania, Winsconsin, Michigan) sul web e nel mondo della controinformazione prendeva corpo la coalizione più problematica favorevole all’invalidamento dell’esito elettorale.

Dai sostenitori del complotto di QAnon ai frammenti residui dell’Alt Right, dai millenaristi legati alle chiese evangeliche-pentecostali più radicali fino ai movimenti no-mask e anti-Covid nel quadro della delegittimazione della democrazia statunitense si è arruolato di tutto e di più. Come ha ricordato Adam Tooze parlando con Inside Over, in coerenza con la manichea visione politica e propagandista di Trump tutti gli eventi del 2020, “dal dibattito sulle mascherine all’analisi delle conseguenze del movimento Black Lives Matter, nelle menti dei più radicali sostenitori di Trump e di membri del Partito Repubblicano come Ted Cruz”, tra i massimi sostenitori della posizione trumpiana “erano visti come parti di un’unica crisi, di una manovra attraverso cui il tradizionale stile di vita americano avrebbe potuto essere sovvertito” e che avrebbe avuto nel broglio elettorale il suo naturale compimento.

Trump sempre più divisivo

Questa tesi è stata cavalcata con forza da Trump, messo sotto assedio per i problemi legati alla gestione pandemica, per gli scontri etnici, per le tensioni interne agliI Stati Uniti. E seguirla fino in fondo ha portato Trump a dilapidare il patrimonio politico legato all’aumento dei consensi di decine di milioni di unità nel quadro della sfida con Joe Biden, che ha visto Trump ottenere comunque 74 milioni di voti. Danneggiando anche un Partito Repubblicano che dal round elettorale era uscito sconfitto ma non con le ossa rotte, rafforzato nei consensi e nell’eterogeneità etnica e sociale.

Trump da espressione della divisione interna agli Usa è diventato egli stesso fattore di polarizzazione. Il nemico comune che ha riunito i democratici in vista delle elezioni. Il responsabile di una fragilità già manifesta da tempo, espostasi sul fronte politico dapprima nella sfida del 2016 tra Trump e Hillary Clinton, col voto polarizzato tra gli Stati rivieraschi e l’America profonda trumpiana, ma che anno dopo anno è andata acuendosi, fino a produrre un clima di guerra civile strisciante nel Paese. Fino al disastro di fine 2020, che ha mostrato un Paese tribalizzato, una democrazia insicura. Un Paese in cui milioni di persone si sentono esclusi o non rappresentati dal modello sociale degli States, cui è servito l’arrivo del coronavirus per sottrarre terreno al dominio della legge di mercato sulle questioni sanitarie, in cui può succedere che Disney, una società in cui il rapporto tra salario del Ceo e stipendio medio è di 900 a 1, lasci a casa senza colpo ferire 100mila dipendenti con un semplice tratto di penna.

Ebbene, di questa divisione Trump è stato prima acuto lettore, poi ulteriore artefice. Con una riforma fiscale che ha prodotto il più grande trasferimento di ricchezza dal 99% all’1% più ricco della popolazione americana che la storia ricordi, con una retorica sempre più belluina rivolta contro presunti nemici dell’America. Il Trump uscito dalla Casa Bianca era un Trump con l’elmetto, troppo assorto nella guerra mediatica ai democratici, nella gestione delle conseguenze del caso Floyd, nell’indicare come Chinese virus il Covid-19 per poter usare strategicamente alcuni risultati che l’amministrazione aveva, nel corso del 2020 che ne ha ribaltato le prospettive politiche, conseguito: l’amministrazione Trump aveva risposto al Covid attivando leggi speciali come il Defense Production Act e lo Stratford Act per imporre la produzione di dispositivi medici, aveva innestato con l’Operazione Warp Speed il più ambizioso programma di produzione vaccinale al mondo e con gli Accordi di Abramo aveva segnato un risultato storico nel processo di distensione mediorientale. Inoltre, era di fatto riuscita a rendere consenso generalizzato il tema del contenimento anti-cinese, come del resto le mosse di Biden hanno confermato.

Tutto ciò è stato sotterrato dal radicalismo della comunicazione e dalla debolezza di Trump nel tenere le redini della sua amministrazione nei suoi ultimi mesi. Come un Faust incapace di richiamare i diavoli da lui evocati con mesi di campagna sulle “elezioni rubate” di Joe Biden, ha alimentato a furore di dichiarazioni incendiarie una polarizzazione tossica nella già frammentata America dell’era pandemica. E nel quadro di una riflessione sul futuro del trumpismo ciò incide sul giudizio attuale di un fenomeno che non è ancora affatto scomparso dalla scena pubblica.

Il trumpismo oggi

Trump è come al solito dinamico, divisivo, graffiante: non ha fatto mancare la sua presenza in un 2021 in cui la sua presa su un Partito Repubblicano ormai divenuto “Trump Old Party” si è rafforzata, è sceso più volte in campo contro Biden, i suoi piani economici, la minaccia di un presunto e strisciante socialism pronto a avvicinare gli Usa a Paesi come Cuba e Venezuela, contro le rigged elections, le elezioni rubate.

Ma c’è una differenza rispetto al passato: Trump è ora costretto a rincorrere. In primo luogo perché il suo fenomeno non è più una novità e, soprattutto, non è riuscito a radicarsi a livello istituzionale se non per mezzo di una svolta conservatrice della Corte Suprema. In secondo luogo, perché il mondo è cambiato: molte delle tesi di critica alla globalizzazione e inviti al rimpatrio industriale e produttivo dei settori strategici sostenute da Trump sono diventate senso comune, ma al contempo la pandemia ha cancellato ogni velleità di aprire una battaglia internazionale tra un establishment liberal-progressista ritenuto frenante per le nazioni e nuovi leader identitari ora che il sovranismo ha lasciato spazio alla libera necessità di esercizio della sovranità. In terzo luogo perché fenomeni come quello trumpiano non hanno saputo gestire la sconfitta, essendo giocoforza condannati a vincere politicamente per esistere. Questo si nota dal rapido regresso dell’intricato ginepraio di movimenti politici, culturali e ideologici che da una prospettiva eterogenea (chi liberale, chi conservatore, chi sovranista) hanno abbracciato tra il 2016 e il 2020 la contestazione trumpiana. Talvolta elevandola a stella polare politica, come in una rilettura di Trotskij in chiave di “esportazione mondiale” del sovranismo. Dimenticando, spesso, di fare in questo modo gli interessi della Casa Bianca prima di quelli del proprio Paese, ma traendone facili consensi e vicinanza retorica.

Ciononostante, Trump non è crollato definitivamente. E gli va dato atto di saper essere un ottimo incassatore. Oltre che una figura incapace di stare fuori dal raggio d’attenzione mediatica anche in una fase che lo vede bandito dai massimi social media. Del resto, i grandi sconfitti della fine del trumpismo sono stati paradossalmente proprio i media corporate tanto avversati da Trump. Infatti secondo un report di Neilsen Media Research da gennaio a maggio la Cnn, rete anti-trumpiana per eccellenza, ha visto picchi di -70% nel declino dei suoi spettatori mentre, nota The Italian Tribune, “la MSNBC ha perso il 49% del suo pubblico totale. La MSNBC perde il 63% di pubblico tra i 25 ed i 54 anni. Mentre per quanto riguarda la prima serata, hanno lasciato quest’altra rete statunitense il 42% degli spettatori totali ed il 58% degli spettatori, sempre di età compresa tra 25 e 54 anni”. La rete più conservatrice, Fox News, “é quella che ha avuto un calo minore rispetto alle altre, ma ha comunque perso, tra gennaio e maggio, il 12% dei suoi spettatori totali e il 15% degli spettatori di età compresa tra i 25 ei 54 anni”.

Questo a testimonianza del fatto che un ritorno di Trump difficilmente sarebbe accolto con freddezza e distacco, ma sicuramente susciterebbe animosità e discussioni. Tanto che The Atlantic si guarda bene dal ritenere chiusa la partita circa l’incandidabilità di Trump per le elezioni presidenziali del 2024.

Se la ripresa economica non dovesse consolidarsi, la retorica politica dell’elezione “rubata” potrebbe trovare una saldatura con la protesta per le debolezze strutturali del sistema Usa in un contesto caratterizzato da una “trumpizzazione” del sistema politico americano. E del Partito Repubblicano in particolare: non a caso Ron DeSantis, il governatore della Florida ritenuto possibile delfino dell’ex presidente, sta facendo di tutto per apparire “più trumpiano di Trump” puntando sull’agenda law and order e sulla libertà di scelta su vaccini, quarantene anti-Covid, misure anti-pandemiche. E alla vigilia dell’anniversario della sconfitta del 2020 in Virginia, dove alle presidenziali Biden nel 2020 ha vinto di dieci punti, il candidato repubblicano a governatore, il trumpiano di ferro Glenn Youngkin si è imposto di stretta misura sul democratico Terry McAuliffe, per il quale Biden e la vicepresidente Kamala Harris erano scesi in campo. Segno che il trumpismo continua a giocare un ruolo politico come forza di opposizione al governo dem. Ma, nota The Atlantic, solo Trump in persona potrebbe avere la forza politica di compattare dietro di sé una nuova ondata di protesta politica. A patto di non apparire come un fenomeno retrò.

Privato di Twitter e di altri canali, nel frattempo The Donald si prepara a una nuova avventura imprenditoriale dai risvotli politici, il social network Truth, prossimo allo sbarco al Nasdaq. Sarà questo il martello con cui Trump batterà la sua propaganda in futuro? O parliamo di una furbesca operazione per cavalcare la tigre del volo borsistico del big tech? Un’ipotesi non esclude l’altra. 0516660029