La questione più grave scoperchiata dall’omicidio di George Floyd, l’afroamericano 46enne morto lunedì 26 maggio Minneapolis, dopo che un poliziotto gli ha premuto per cinque minuti il ginocchio sul collo, non è nè quella legata all’arbitrio delle forze dell’ordine nè quella della problematica sociale circa l’emarginazione degli afroamericani nel contesto statunitense: entrambe sono realtà già tristemente note da tempo. Tra il 2015 e il 2019, secondo dati raccolti da testate come il Washington Post e il Guardiansono state 2.348 le uccisioni accertate ad opera di funzionari di polizia nel Paese (per quanto si stima che la vera cifra possa essere ancora più alta, una media di 1,28 al giorno per cinque anni. Al contempo, molto spesso le comunità afroamericane negli Usa risultano quelle a maggior rischio di povertà, esclusione sociale e minaccia da parte della criminalità, che si è insidiata in profondità in contesti oramai celebri come il South Side di Chicago o la 8 Mile Road di Detroit.

Tali problematiche basterebbero di per sè a rendere la questione estremamente grave. Ma c’è di più: le tensioni sociali esplodono sempre sulla scia di un catalizzatore al tempo stesso emotivo e concreto. E nel caso di Floyd, oltre alla grave questione dell’arbitrio di un esponente della legge, è necessario considerare il delicato sviluppo del contesto sociale statunitense delle ultime settimane.

La crisi del coronavirus, che negli Stati Uniti ha causato già oltre 100mila vittime, è l’ennesimo catalizzatore di dinamiche già in atto: la sanità pubblica si dimostra sottofinanziata e in ritardo, molte proteste riguardo la fine del lockdown segnalano l’esistenza di un dubbio terribile tra il timore di morire di virus e quello di morire di fame, i disoccupati hanno oramai raggiunto quota 41 milioni in 10 settimane.

Le statistiche sulle vittime del virus e sulle fasce di popolazione più colpite dalla crisi indicano come “perdenti” più svantaggiati le categorie già ai margini dell’American Dream: i disoccupati cronici, gli esclusi del sistema, gli abitanti delle periferie, in molti casi membri della popolazione afroamericana, costituiscono una massa letteralmente confinata al di fuori del modello celebrato dall’American Dream, con le sue scintillanti promesse di realizzazione individuale, ascesa sociale, stabilità economica, progresso continuo. Un mito che, anno dopo, anno, vede gli esclusi crescere in numero in tutti gli Stati Uniti: in Stati progressisti come il Minnesota e l’Illinois così come nelle roccaforti conservatrici quali il Texas, nelle metropoli e nella periferia.

John Steinbeck, nel suo romanzo Furore, ha narrato la disperazione e lo spaesamento degli sconfitti della Grande Depressione. I fatti di Minneapolis, le proteste massicce, il caos urbano strisciante oggi prefigurano una nuova divaricazione sociale, una nuova spaccatura: e nelle èlite di Washington di questo sembra esserci poca consapevolezza. Donald Trump e la Casa Bianca hanno negli ultimi anni avallato politiche sociali ed economiche che hanno distanziato la massa degli esclusi dal gotha della popolazione, foraggiato con massicci sconti fiscali, sanatorie e favoreggiamenti; il candidato democratico Joe Bidenin un recente intervento televisivo, ha addirittura dichiarato che solo gli afroamericani che lo voteranno potranno essere definiti “veri neri”, non capendo che nella determinazione dell’appartenenza a una reale collocazione sociale e politica, in un grande Paese democratico, dovrebbero pesare ben altri fattori che il colore della pelle.

La morte di Floyd e le conseguenti proteste scoperchiano il vaso di Pandora della fragilità statunitense. Una fragilità già manifesta quattro anni fa, col voto polarizzato tra gli Stati rivieraschi e l’America profonda trumpiana, ma che anno dopo anno è andata acuendosi: milioni di persone si sentono esclusi o non rappresentati dal modello sociale degli States, un modello in cui serviva l’arrivo del coronavirus per sottrarre terreno al dominio della legge di mercato sulle questioni sanitarie, in cui può succedere che Disney, una società in cui il rapporto tra salario del Ceo e stipendio medio è di 900 a 1, lasci a casa senza colpo ferire 100mila dipendenti con un semplice tratto di penna.

“Come fa un paese a mantenere il primato geopolitico ai danni di Cina e Russia con milioni di americani che stanno perdendo il lavoro – regolato da leggi ultraflessibili – e fanno domanda di sussidio di disoccupazione, che pesa sulle casse dello Stato?” si chiedeva retoricamente lo storico Matteo Luca Andriola su Osservatorio Globalizzazione nella fase di esplosione del contagio oltre Atlantico. “Come fa”, aggiungeva, “a frenare un’epidemia mai vista prima, accentuata dalla globalizzazione, con un sistema sanitario nazionale ridotto all’ossodove prevale quello privato e dove i posti in terapia intensiva sono dosati col contagocce, dove un tampone costa 3.000 dollari e dove due settimane di degenza ospedaliera, senza copertura assicurativa, costa al privato cittadino ben 35.000 dollari?

C’è un male oscuro che sta tornando, prepotentemente, a danneggiare gli Stati Uniti: l’ascesa prepotente di un modello sociale sempre più diseguale, su cui si innesta la percezione che ha dato fuoco alle polveri del caso Floyd. E cioè la percezione che l’arbitrio della legge possa scatenarsi solo contro gli ultimi della società, gli esclusi del modello a stelle e strisce, gli sconfitti di ieri e oggi in una società ipercompetitiva, altamente pericolosa per la tenuta sociale degli States. Perchè una superpotenza non può predicare la libertà a Hong Kong, ove mai la polizia cinese è stata ripresa a compiere gesti pari a quelli di Minneapolis, e lasciar sviluppare un problema tanto inquietante al suo interno. La Divided America di cui si è a lungo parlato è sempre più spaccata, e la crisi sociale ed economica del coronavirus insegna che in futuro sarà impossibile accettare passivamente che decine di milioni di persone vivano fuori da ogni possibilità di ascesa sociale e sicurezza economica. Dal sogno americano all’incubo americano, la minaccia di una vita di continua esclusione, il passo sarebbe altrimenti breve.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME