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L’esito delle elezioni statunitensi è ancora tutto da scrivere, ma le tendenze dell’Election Day confermano quanto si percepiva da tempo: il Paese è polarizzato, spaccato in due e diviso da linee di faglia sempre più profonde.

L’onda blu e la marea democratica di cui molti sondaggi avevano parlato non si è realizzata, dato che tra Joe Biden Donald Trump si è svolto un braccio di ferro politico, riflesso di una campagna elettorale nervosa, sporca e scarsamente concentrata sui temi concreti e i trend strategici che, in prospettiva, hanno però acquisito rilevanza al momento delle urne.

Le elezioni statunitensi non sono mai un monolite, sono cinquanta voti in uno. E in una fase in cui, come detto, le faglie tendono a rafforzarsi questa è risultata essere una realtà di fatto. Ci sono state dinamiche sommerse dal duro scontro frontale e dal ruvido scambio d’accuse tra i candidati, che possiamo riassumere in alcuni macroargomenti che hanno condizionato la scelta alle urne degli elettori.

In primo luogo, si conferma la concezione che vede le minoranze etniche nel Paese come qualcosa di fortemente eterogeneo al loro interno. Le speranze democratiche di una marea elettorale e di una vittoria annunciata già dai primi scrutini puntavano fortemente su un vero e proprio “accerchiamento” del Grand Old Party attraverso la creazione di un blocco unente alla popolazione bianca urbana e agli studenti un sostanziale dominio trasversale nel voto della minoranza nera e latina. Considerazione che si è scontrata con la diversa condotta di due Stati come la Florida e l’Arizona. Nel Sunshine State Trump si è riconfermato rispetto al 2016, forte di un incremento di consensi tra gli elettori latini che hanno toccato il record di 2,5 milioni di iscrizioni in Florida (17% del corpo elettorale) e di una strenua tenuta nella roccaforte democratica di Miami. In Arizona, invece, il voto delle contee al confine col Messico ha trainato la rimonta di Biden rispetto al risultato di Hillary Clinton del 2016.

Risulta importante sottolineare che in Florida buona parte della popolazione latina sia di ascendenza cubana o venezuelana, dunque politicamente più interessata al Grand Old Party, mentre in Arizona contano per la maggior parte i cittadini originari del Messico e del resto del Centro America, che rappresentano un’immigrazione più recente. Inoltre, la vocazione plebiscitaria dei democratici tra i latini non è paragonabile a quella detenuta nella comunità afroamericana. Come riporta Vox, i sondaggi davano Biden in linea con la Clinton, al 63% dei consensi tra i latini, contro il 71% di Barack Obama nel 2012. Trump ha ottenuto un lieve, ma tutt’altro che insignificante, miglioramento, passando dal 28% a oltre il 30% su base nazionale. Un passaggio che può essere confermato dalla tenuta di uno Stato chiave come la Florida anche in un contesto di alta affluenza.

A mantenere aperta la pista per la Casa Bianca per Biden, in prospettiva, possiamo dire sia stata la sua ritrovata focalizzazione sui temi del lavoro e dell’occupazione insipientemente negletti dalla Clinton nel 2016 e che sono stati pagati con disastrose sconfitte negli Stati operai della Rust Belt: Michigan, Wisconsin, Pennsylvania. L’elevata affluenza, l’alta percentuale di voti espressi per posta e i rischi di ricorsi legali non consentono di dare un giudizio definitivo su chi sarà il trionfatore nell’ex cuore industriale d’America. I ritardi nel conteggio fanno il resto.

Ma la partita resta apertissima: e in un certo senso Biden è competitivo per la capacità di riscoprire i temi portati avanti da Bernie Sanders sulla materia della reindustrializzazione, della creazione di posti di lavoro e del rilancio dell’economia nazionale. Promesse che rappresentano il work in progress più importante dell’agenda economica di Trump. Pragmatismo contro sentimento: Biden ha, pragmaticamente, portato avanti un’agenda economica diversa dalla sua tradizionale impostazione centrista, ma nonostante i ritardi nel rilancio della produzione nella Rust Belt Trump è rimasto pienamente in partita e, anzi, in attesa dei dati definitivi del voto per posta ha iniziato la notte in testa negli scrutini del voto espresso nell’Election Day. Questo si può indubbiamente spiegare con la presa emotiva che il tycoon newyorkese ha avuto modo di conquistare su una fascia di elettorato operaio, impegnato nell’industria e straniato dal confronto con le metropoli della costa a cui in passato i democratici non sono riusciti a dare rappresentanza.

Exit poll diffusi alla chiusura delle urne in Ohio, Stato consolidatosi come repubblicano, segnalano che il 56% dei lavoratori iscritti al sindacato hanno scelto Trump, un dato estremamente indicativo su cui anche Biden, in caso di elezione, dovrà ragionare. Due anni fa anche un duro critico del Presidente come Bruce Springsteen, In un’intervista alla Cnn, ha sottolineato come i democratici  dovessero trovare la capacità di parlare con la stessa voce” di Trump a un’America timorosa delle conseguenze della globalizzazione, socialmente conservatrice. E di risolvere il vero problema costato la sconfitta nel 2016 alla Clinton: la massiccia defezione di una fascia consistente di elettorato, soprattutto bianco, passato all’astensione, come ha ricordato con puntualità lo storico e politologo Mario Del Pero.

La partita elettorale conferma un’America sempre più divisa, polarizzata e in cui l’incomunicabilità delle istanze politiche appare confermato da risultati diametralmente contrastanti. California, Illinois e New York votano a valanga Biden, mentre i flyover States dell’America profonda si confermano colorati di rosso intenso repubblicano. Da un lato l’economia dei servizi e la globalizzazione, dall’altro l’America rurale, conservatrice e identitaria: una faglia profonda acuitasi in quattro anni di forte contrapposizione e resa ancora più palese dalla pandemia.

Il coronavirus è stato indicato da molti come il game changer che poteva trainare una vittoria travolgente dei democratici. Ma alla prova dei fatti la mappa elettorale del 2020 e quella del 2016 sono fortemente sovrapponibili. La categoria in cui essa ha funto da fattore trainante per drenare consensi è stata quella degli elettori oltre i 65 anni tra i quali, secondo un sondaggio Cnn commentato da Il Riformista, Biden gode del 60% dei consensi tra gli elettori “silver”, mentre Trump resta al palo (39%). Lo stesso sondaggio spiega anche perché: il 78% degli intervistati di età pari o superiore a 65 anni cita proprio l’epidemia di coronavirus come un “fattore estremamente importante” nella scelta del prossimo presidente”. Bisognerà valutare, a conti fatti, quanto questo avrà pesato negli Stati in bilico, dall’Arizona alla Rust Belt. Ma anche l’opinione sulla pandemia è conseguenza, e non causa, delle aspre polarizzazioni che al voto 2020 abbiamo visto tornare nuovamente in superficie.

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