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Chi è Joe Biden

Joe Biden è il presidente di un’America che, tra sfide geopolitiche e faglie interne, si trova in una fase decisiva per la definizione del suo futuro. Conquistata la nomination, dopo una corsa in cui si presentava ai nastri di partenza delle primarie del Partito Democratico come uno dei favoriti per la nomination al ruolo di sfidante di Donald Trump alle elezioni di novembre, e superati tutti gli avversari, da Pete Buttigieg a Bernie Sanders, Biden ha sconfitto l’ex tycoon newyorkese nel voto divisivo e contestato del 2020 ottenendo l’accesso alla Casa Bianca. Da cui ha provato a impostare un’agenda di rinnovamento del sistema-Paese e di rilancio della sua coesione.

Precoce astro nascente della politica statunitense ai tempi dell’elezione al Senato per lo Stato del Delaware nel 1973, il 78enne Biden ha alle spalle una carriera passata per 36 anni ricoprendo il ruolo di rappresentante Diamond State a Capitol Hill e per otto, dal 2009 al 2017, nel cruciale ruolo di vicepresidente dell’amministrazione Obama. Rappresentando di fatto il più navigato veterano dell’universo politico a stelle e strisce.

 

Nato nel 1942 in una cittadina di provincia della Pennsylvania, Scranton, e cresciuto tra quest’ultima e il Delaware Biden proviene da una famiglia di middle class ordinaria: il padre, Joe Biden sr., si stabilì in Delaware proprio per portare avanti la sua attività di venditore di macchine usate con cui avrebbe mantenuto la sua famiglia.

Primo di quattro fratelli in una famiglia profondamente cattolica, Biden si formò studiando storia e scienze politiche all’Università del Delaware, facendosi strada grazie a programmi di assistenza e borse di studio fino alla successiva specializzazione in legge a Syracuse.

Ammesso al foro del Delaware, Biden nel 1966 sposò la moglie Neilia Hunter, che sarebbe deceduta in un tragico incidente d’auto nel 1972 assieme a Naomi, la più piccola dei tre figli del futuro vicepresidente, dopo Beau e Robert Hunter, quest’ultimo al centro del famoso caso “Ucrainagate” che ha recentemente portato alla votazione, fallita, sull’impeachment del presidente Trump.

La tragica circostanza avvenne poche settimane dopo che Biden aveva, a sorpreso, vinto a soli 31 anni la corsa al seggio senatoriale del Delaware per il Partito Democratico, a cui si era unito appena tre anni prima, sconfiggendo il veterano repubblicano Cale Boggs, che godeva dell’appoggio del presidente Richard Nixon ed era ritenuto tanto favorito da scoraggiare i maggiorenti democratici dallo sfidarlo in prima persona.

Dal gennaio 1973, anno della sua prima elezione, al gennaio 2009, anno di inaugurazione della presidenza Obama, Biden avrebbe costruito una solida carriera da Senatore.

Considerato un democratico centrista, per quanto favorevole in campo economico a misure più aperte in tema di spesa pubblica, Biden in Senato ha esordito con disegni di legge favorevoli ad accelerare il superamento della segregazione razziale per poi specializzarsi su temi quali la giustizia e la politica estera.

Per otto anni a capo del comitato per la Giustizia di Capitol Hill (1987-1995), Biden si costruì una notevole autorevolezza in materia di contrasto al traffico di droga e la prevenzione del crimine. Ha inoltre diretto dal 2001 al 2003 e dal 2007 al 2009 il comitato per gli Affari Internazionali del Senato, risultandone alla guida al momento della risposta agli attentati dell’11 settembre e delle votazioni in Congresso sull’inizio delle ostilità contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Critico alla prima guerra del Golfo nel 1990-1991, Biden ha invece appoggiato l’intervento americano in Jugoslavia tra il 1994 e il 1995, promosso assieme al repubblicano John McCain la Kosovo Resolution del 1999 (autorizzante l’amministrazione Clinton a muovere guerra alla Serbia), accettato l’invasione dell’Afghanistan nel 2001 e votato a favore dell’autorizzazione all’uso della forza contro Saddam nel 2002, per quanto in seguito abbia dichiarato che il consenso alla guerra in Iraq sia stato un errore.

Nel frattempo, Biden tentò per due volte la corsa alla nomination democratica, nel 1988 e nel 2008. In quest’ultima occasione, fu scelto come candidato vicepresidente da Barack Obama, risultando dopo la vittoria di Obama contro McCain il primo veep cattolico della storia degli Usa.

Joe Biden, come era logico aspettarsi, ha concentrato la sua attività da vicepresidente, che nella cronaca internazionale pareva quasi marginale, nelle negoziazioni tra democratici e repubblicani in Senato per far passare iniziative bipartisan e portare avanti l’agenda obamiana.

Nei suoi otto anni da vicepresidente, Biden non ha mai promosso un intervento diretto a sbloccare un voto finito in parità in Senato, preferendo, come detto, la mediazione. Tale attività è risultata più facile nel corso del primo mandato, dato che nel 2013 la polarizzazione della contrapposizione tra repubblicani e democratici ha impedito sostanziali avanzamenti legislativi.

Nel corso degli otto anni di Obama, comunque, Biden ha negoziato con la maggioranza repubblicana in Senato il Tax Relief Act del 2010, finalizzato a dare respiro all’economia dopo la Grande Recessione, il Budget Act del 2011, che risolse la crisi del debito Usa e la fine dello shutdown apertosi a fine 2013.

Dopo la fine della presidenza Obama, Biden è risultato uno dei più aspri critici di Donald Trump, nei cui confronti si è espresso spesso con durezza. L’amicizia con John McCain, capofila dei nemici repubblicani del Presidente, fino alla sua morte nel 2018 ha sicuramente contribuito a consolidare un asse tra gli establishment democratici e repubblicani volto a porre un argine alla nuova amministrazione. In questo contesto matura la volontà di Biden di candidarsi alla Casa Bianca, annunciata nell’aprile 2019.

Alle primarie Biden si è trovato di fronte il veterano della sinistra dem Bernie Sanders come principale e più agguerrito avversario, ma ha potuto usufruire del compattamento del voto moderato democratico dopo alcune sconfitte iniziale ottenendo via via l’appoggio dell’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, della senatrice progressista della California Kamala Harris, del giovane outsider Pete Buttigieg e della deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, ritiartisi durante la corsa, sbancando nel “Super Tuesday” del marzo 2020 e incassando infine anche il via libera di Sanders quando la pandemia di Covid-19 ha iniziato a picchiare duro sugli Usa.

In vista delle elezioni del novembre 2020 Biden ha costruito la sua campagna elettorale sulla contrapposizione a Trump e al trumpismo, sulla ricerca di soluzioni politiche alla problematica della crisi economica e della pandemia, sulla ricerca della rivincita nelle roccaforti dem della Rust Belt cadute in mano repubblicana nel 2016.

Con un programma fondato su un’agenda imponente di spesa pubblica, sul rilancio del welfare, sulla ricerca della coesione nazionale, sulla transizione ecologica e sul rafforzamento delle infrastrutture Biden ha sfidato Trump presentandosi con l’ex avversaria Kamala Harris come candidata vicepresidente. Nelle elezioni del 3 novembre Biden ha sconfitto Trump conquistando 25 Stati e 306 grandi elettori contro i 232 del presidente uscente. Con oltre 81 milioni di voti Biden, presidente più anziano della storia al momento della prima elezione, è risultato inoltre il candidato capace di ottenere il maggior numero di consensi nel voto popolare, sette milioni in più di Trump, ottenendo l’assenso alla sua elezione del 51,6% degli americani che si sono recati alle urne.

Dopo il caos seguito alle contestazioni di Trump, prive di qualsiasi fondamento concreto, su possibili brogli elettorali Biden ha visto la sua presidenza inaugurata il 20 gennaio 2021.

Nella sua amministrazione Biden ha promosso figure di continuità col passato, come il Segretario di Stato Tony Blinken, outsider come il capo del Pentagono generale Lloyd Austin e esponenti della vecchia guardia dell’economia Usa capaci di interpretare il nuovo vento keynesiano come l’ex direttrice della Fed Janet Yellen, scelta come Segretaria del Tesoro.

L’amministrazione Biden ha fin dall’inizio puntato a promuovere, centrandolo nelle prime settimane, un piano di aiuti anti-Covid in continuità con quello promosso da Trump; sul fronte delle politiche espansive, invece, a settembre 2021 è stato raggiunto coi Repubblicani al Senato un accordo bipartisan per un piano infrastrutturale da un trilione di dollari.

La vicepresidente Kamala Harris è stata impegnata in una gestione complessa della crisi migratoria ai confini col Messico, e trasversale all’impegno politico dell’amministrazione è stata la gestione della campagna vaccinale che, sfruttando la disponibilità di dosi e le capacità logistiche delle forze armate e degli apparati Usa, ha consentito nella primavera 2021 una graduale fine delle restrizioni e un ritorno alla normalità sostanzialmente ordinato.

Sul fronte della politica estera la partita dei vaccini e il rifiuto Usa di fornire nei mesi iniziali del 2021 dosi all’Unione Europea ha prodotto una tensione con Bruxelles, e nel corso dell’anno Biden ha dovuto incassare dalla Germania di Angela Merkel la decisione di portare a compimento il gasdotto Nord Stream 2. Biden si è mosso in continuità con Trump sul fronte del contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico e sul fronte del 5G e ha tentato di promuovere un rafforzamento della pressione strategica sulla Russia di Vladimir Putin da lui però incontrato a Ginevra nel giugno 2021, in un meeting che ha sancito di fatto l’accettazione reciproca dello status di rivali geopolitici ma anche il primo passo verso una gestione della sfida Washington-Mosca.

Tra agosto e settembre 2021 sono andate in scena due svolte fondamentali per gli Usa e i loro alleati: dapprima, il 15 agosto 2021, la caduta di Kabul di fronte ai Talebani nel pieno del ritiro occidentale dall’Afghanistan, che gli Usa avrebbero perfezionato a fine mese e dopo il quale Biden ha dichiarato la sua volontà di porre un termine alle “guerre infinite”. In seguito, il 15 settembre 2021, Biden ha siglato con il premier australiano Scott Morrison e l’omologo britannico Boris Johnson l’accordo per l’alleanza Aukus, che dà il via libera a una partnership strategica militare e politica nell’Indo-Pacifico focalizzata sul contrasto alla Repubblica Popolare Cinese. Una svolta con cui Biden ha provato a mettere in mostra il motto America is back! con cui si è rivolto al mondo dopo la sua inaugurazione presidenziale, destinata a segnare la geopolitica dell’area più strategica del pianeta negli anni a venire.