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Uno degli obiettivi più ambiziosi che Joe Biden si è dato nel corso della campagna elettorale è quello di ricucire il grande strappo della società americana. Nel suo discorso di insediamento il 46esimo presidente ha insistito molto sulla necessità di abbassare i toni, di non trattare i propri avversari politici come nemici e di ritornare l’anima dell’America.

Il grado di polarizzazione raggiunto dal Paese è uno dei più alti di sempre e i primi numeri sul gradimento di Joe Biden sembrano confermarlo. Secondo la media del sito di analisi FiveThirtyEight attualmente Biden gode di un tasso di approvazione del 54,5%, 10,2 punti in più di Trump nello stesso lasso di tempo, ma 11,8 in meno rispetto al suo ex presidente Barack Obama.

Questi numeri però non dicono tutto. C’è un altro indicatore che ci restituisce in modo un po’ più preciso gli umori del momento ed è la differenza tra il tasso di approvazione e quello di disapprovazione. In questo caso Biden fa segnare un +17,6. Un buon numero, ma molto lontano dai predecessori. Obama aveva un +43,4, George W. Bush +30,2, Bill Clinton +32,8 e Reagan +38. Un’approvazione netta così bassa si può spiegare seguendo due prospettive. La prima riguarda la politica, mentre la seconda con lo scivolamento verso un’America sempre più polarizzata.

L’impatto di Trump e Obama sulla politica americana

Una spinta decisiva negli ultimi anni è arrivata durante due presidenze peculiari, quella di Barack Obama e quella di Donald Trump. Partiamo da quest’ultimo. Fin dall’inizio i democratici hanno visto la sua candidatura in modo molto negativo e questo indice è rimasto costante per tutti quattro anni del suo mandato. Allo stesso tempo l’indice di approvazione tra gli elettori repubblicani è sempre stato elevato e anzi è aumentato nel corso del tempo. Questo ha fatto sì che sul tycoon si concentrassero due visioni contrapposte, molto odiato da un lato e molto amato dall’altro.

La conferma di questa situazione arriva anche dai numeri. Il divario nell’approvazione della presidenza Trump tra repubblicani e democratici è stato infatti di ben 81 punti secondo la società americana di analisi Gallup, un vero record, 11 in più rispetto a quelli del suo predecessore che già deteneva il primato in questo particolare indicatore.

Il 44esimo presidente infatti è stato a sua volta una figura polarizzante. Già dopo il suo primo anno di mandato le opinioni di democratici e repubblicani si sono stabilizzate con un indice di gradimento molto basso tra quest’ultimi. Un andamento diverso ad esempio da quello di George Bush dove il progressivo logoramento della presidenza ha ridotto la forbice tra schieramenti.

La presidenza di Obama è stata polarizzante per diverse ragioni, ma due sono state le principali. L’adozione dell’Obamacare è stata vista da molti conservatori come una svolta troppo progressista della Casa Bianca alienandosi parte dei supporti che alcuni deputati e senatori moderati potevano concedere. Allo stesso tempo l’essere il primo presidente di origine afroamericana ha contribuito alla reazione di alcune frange più conservatrici della società.

Una frattura che arriva da lontano

Trump e Obama, da soli, non sono sufficienti a spiegare la spaccatura che si è creata in un Paese che per decenni si è retto sul bipolarismo e la collaborazione tra partiti. Come hanno notato diversi analisti lo scivolamento è partito prima degli anni duemila ed è stato accompagnato da diversi elementi.

Una prima cosa da tenere a mente è che negli ultimi anni le disuguaglianze economiche sono cresciute, soprattutto se si considerano redditi medi e redditi alti. Nel 1983 il gap tra i due era del 28%, mentre ne 2016 la forbisce è cresciuta fino al 62%. Oggi il 20% delle famiglie detiene una quota maggiore del reddito complessivo del Paese rispetto al 1980. Un fenomeno che mostra quindi un progressivo indebolimento della classe media.

Allo stesso tempo si sono registrate altre due tendenze destabilizzanti. La prima riguarda al crescente sfiducia, mista a risentimento, nei confronti del governo e delle istituzioni. A questo si unisce anche una progressiva “segregazione sociale” dove gli individui tendono a frequentare persone socialmente e politicamente simili.

Tutti questi elementi quando si incrociano e sovrappongono sfocano in forme di contrapposizione anche violenta. Non a caso una serie di ricerche condotte da Lilliana Mason e Nathan P. Kalmoe docenti dell’Università del Maryland e della Louisiana State University, hanno mostrato come una fetta non indifferente della popolazione americana, il 15%, giustifica la violenza fisica contro i propri oppositori politici. Ma questi studi hanno rivelato anche molto altro: ad esempio che questa fascinazione per la violenza politica è omogenea tra destra e sinistra. Anche se, evidenziano gli esperti, l’alt-right si mostra più organizzata rispetto a movimenti come Antifa.

L’identikit della polarizzazione

I sondaggi hanno cercato di capire in modo più definito l’origine e la natura di questa spaccatura. Sempre secondo gli studi di Mason si vede che il fattore divisivo è da attribuire più all’identità partitica che a questioni politiche più concrete. L’appartenenza è diventata infatti un elemento caratterizzante allo stesso livello della razza e della religione.

Gli esperti hanno definito questo sentimento come “polarizzazione affettiva”, dove con l’espressione “affettiva” si intendono i sentimenti che si provano per il proprio schieramento o quello avversario. In questo modo, dicono gli studi, l’appartenenza politica ha avuto effetti anche su ambiti non strettamente politici. Ad esempio la religione è diventata un tratto distintivo dei conservatori e questo, di contro, ha spinto molti liberal a non identificarsi più come persone religiose.

Tutti questi fattori si combinano creando situazioni per cui le persone si circondano di amici, parenti e vicini che la pensano come loro e vedono nella controparte politica un altro completamente alieno. Consumi, stili di vita e abitudini diventano a loro volta un fattore identitario coi due blocchi che vivono in bolle completamente distinte. Secondo una ricerca dell’American Enterprise Institute’s Survey Center on American Life citata da FiveThirtyEight, il 55% dei democratici e il 53% dei repubblicani vive in una cerchia sociale che include solo supporter del proprio partito.

Persino la questione razziale, che negli Stati Uniti costituisce uno dei temi centrali quando si parla di identità, viene vista in maniera differente soprattutto a partire dalla politica. Sempre secondo la rilevazione del Center on American Life, i gruppi sociali tendono a frequentare solo quelli della propria etnia: il 77% dei bianchi rimane all’interno della propria cerchia contro il 56% degli afroamericani.

Secondo il direttore del Survey Center on American Life i repubblicani che nella propria cerchia sociale frequentano afroamericani tendono a non avere opinioni più progressiste sulla discriminazione razziale rispetto a repubblicani che non li frequentano. Allo stesso tempo i conservatori che frequentano amici o colleghi dem hanno dato risposte diverse sulla questione razziale. Elementi che ancora una volta confermano il fattore pregnante dell’appartenenza ideologica.

La radicalizzazione degli elettori

Con un simile quadro è quindi facile intuire che anche la composizione dell’elettorato si è via via radicalizzata. Se osserviamo i sondaggi annuali su come democratici e repubblicani definiscono la loro inclinazione (conservatrice o liberal) vediamo che la forbice è andata aumentando. Nel 1994 solo il 25% dei democratici mostrava inclinazioni liberal, mentre nel 2018 il numero è salito al 51%, un balzo di 26 punti. Gli elettori del Gop, invece sono passati dal 58% al 73% con un delta di 15 punti.

I numeri forse più interessanti sono quelli che riguardano gli indipendenti. Gran parte di loro, il 45%, continua a dirsi moderato, mentre la quota di conservatori, il 28% è in discesa dopo il picco del 35% registrato durante la prima presidenza Obama. Il restante 22% si identifica invece come liberal anche se qui il valore è in linea da oltre 25 anni.

L’impresa quasi impossibile di Biden

È chiaro quindi che per Joe Biden dare un seguito al discorso di insediamento sarà molto complesso. Per ricucire lo strappo sociale bisognerebbe “deradicalizzare” partiti ed elettori ma la strada appare in salita. Certo, ha notato il Washington Post, Biden non è Obama e il suo essere un bianco originario del Midwest può aiutare. Il primo segnale arriva dai numeri sul gradimento della transizione. Secondo gli ultimi sondaggi il 68% degli americani ha approvato il modo in cui il nuovo presidente ha gestito il passaggio dei poteri. Mentre nel 2016 solo il 44% vide favorevolmente quella di Donald Trump.

C’è però un ultimo dato. Nonostante gli scontri del 6 gennaio una fetta di repubblicani, il 27%, ha visto di buon occhio il modo in cui l’ex senatore del Delaware è entrato alla Casa Bianca, un numero basso, ma sicuramente migliore del 13% di democratici che appoggiarono quella di Trump. Un segnale positivo per il presidente dem, ma ancora troppo debole in vista delle insidiose elezioni i metà mandato del 2022.