Arrivate nel pieno di una pandemia che vede gli Stati Uniti come il Paese più colpito al mondo in termini di contagi e di morti, dopo un anno caratterizzato da una dura recessione economica, dalle proteste sociali seguite alla morte di George Floyd e da un aumento della polarizzazione politica le elezioni presidenziali statunitensi del 3 novembre si prefigurano come voto ad alta intensità. La scelta degli statunitensi tra Donald Trump e Joe Biden segnerà una delle elezioni decisive della storia statunitense: da un lato, Trump si gioca la possibilità di veder proseguire la sua peculiare e eccentrica esperienza di governo e, in prospettiva, di trasformare a sua immagine e somiglianza il Partito repubblicano; dall’altro, Biden mira a usare la critica nei suoi confronti come maggiore collante per un Partito democratico diviso tra l’apparato e l’establishment da un lato e una vivace e contestataria ala sinistra, radicale e ambientalista.

Logico dunque aspettarsi che l’affluenza alle urne possa nettamente superare il 54,9% del 2012 e il 55,5% del 2016, anno della contesta tra Trump e Hillary Clinton. E, anzi, guardando ai voti già espressi per posta o in presenza negli Stati ove è consentito il voto anticipato è impossibile negare che le elezioni siano di fatto già in corso. Se nell’intera campagna 2016 21 milioni di persone votarono anticipatamente, ad oggi oltre 70 milioni di americani hanno già votato per le presidenziali del 3 novembre, più dell’intera popolazione italiana, un numero che ha già raggiunto metà dell’affluenza complessiva delle elezioni del 2016, quando manca ancora una settimana al voto.

A riportarlo lo United States Election Project, il cui direttore Michael McDonald, professore della University of Florida ritiene plausibile il raggiungimento di un’affluenza pari a 150 milioni di voti, ovvero il 65% degli aventi diritto, il dato più alto dal 1908.

Con la differenza che nel 1908 il suffragio universale negli Usa non era ancora una realtà consolidata. Se guardiamo alle elezioni svoltesi da quando il voto fu esteso alle donne, ovvero quelle dell’ultimo secolo, sono ben pochi i casi in cui l’affluenza abbia superato quota 60% o si siano verificati casi di impennate da un quadriennio all’altro. Il complesso e spesso macchinoso sistema di registrazione degli elettori, la tendenziale spoliticizzazione di una vasta fetta della popolazione Usa (spesso a basso reddito) e, per lungo tempo, la presenza di fasi di palese convergenza tra i partiti a livello di policy hanno più volte teso al ribasso la partecipazione elettorale. Esaltata, invece, laddove la grande polarizzazione ha spinto i candidati a mobilitare con maggiore urgenza la propria base politica.

Nel 1952 fu la discesa in campo di Dwight D. Eisenhower, il generale vincitore della seconda guerra mondiale, come candidato presidente del Partito Repubblicano a suggello del definitivo ingresso del Paese nel dopoguerra a mobilitare la corsa alle urne di milioni di americani attratti dalla figura “federatrice” dell’ex militare, che seppe anche fare buon uso di strumenti comunicativi innovativi come la televisione (celebre lo slogan “I like Ike!”) e staccare l’avversario democratico Adlai Stevenson (vincitore in 9 Stati contro i 39 di Eisenhower) in un voto affollato dal 61,6% degli aventi diritto.

Tale record fu superato solo nel 1960, quando la figura-simbolo divenne John Fitzgerald Kennedy,  nel voto che lo vide vincitore contro Richard Nixon e cui partecipò il 62,8% del corpo elettorale, dato non superato nell’ultimo secolo. Kennedy strappò la Casa Bianca al per due volte vice di Eisenhower dopo che il Partito Democratico si fu mobilitato per portare 17 milioni di nuovi elettori a registrarsi e l’ascendenza religiosa del politico di famiglia irlandese-americana provocò una torrenziale corsa alle urne dei cattolici statunitensi.

I dati del 1952 e del 1960 non sono mai stati toccati, per quanto anche nelle due elezioni successive l’affluenza restò sopra il 60% in una fase politica contraddistinta dalla contestazione della guerra in Vietnam, da una polarizzazione politica accentuata (è del 1964 la sfida tra il vice di Kennedy, Lyndon Johnson, e il repubblicano ultra-conservatore Barry Goldwater). Il numero di persone che si recarono alle urne, in valore assoluto, crebbe continuamente per quarant’anni anni, passando dai 48 milioni del 1944 ai 92,65 milioni del 1984, in un contesto che vide, tuttavia, la crescita demografica tirare maggiormente, riducendo in termini relativi la percentuale di partecipazione.

Nell’ultimo mezzo secolo notiamo come l’affluenza si sia, in larga parte dei casi, attestata attorno al 50-55%, con un recupero nell’ultimo quindicennio. Le fasi di più acuta polarizzazione o quelle segnate da fasi di crisi o dall’ingresso di candidati carismatici nella corsa si sono dunque presentate come eccezioni, garantendo una crescita della partecipazione. Così è stato nel 1992, quando l’affluenza salì dal 50,3% del 1988 al 55,2% nella sfida tra Bill Clinton e George Bush sr., prima elezione dell’era post-Guerra Fredda; nel 2004, in piena guerra irachenadopo la rottura del breve momento di unità nazionale seguito all’attentato alle Torri Gemelle, quando George Bush jr. seppe respingere l’assalto dei democratici guidati da John Kerry; nel 2008, infine, durante la Grande Recessione e a seguito dell’ascesa di Barack Obamache con l’amministrazione Bush proponeva una netta discontinuità e faceva leva sia sulle sue origini afro-americane che sulle proposte economiche in radicale cesura col passato.

Il voto attuale va oltre tutti questi precedenti, segnala una fase unica nel suo genere, in cui, primo elemento, la polarizzazione riguarda uno solo dei candidati: Biden fa leva sull’anti-trumpismo democratico con una foga superata solamente dalla volontà del Presidente di trasformare il suo “Grand Old Party” nel “Trump Old Party” a sua immagine e somiglianza. In secondo luogo, la pandemia ha portato molti elettori a scoprire nel voto a distanza o anticipato uno strumento di ritorno alla partecipazione politica: questo per indubbia capacità del Partito Democratico di capire che poteva esser l’arma ideale per sottrarre anticipatamente una quota di consensi all’indubbia abilità di Trump di giocare al meglio la fase finale di ogni campagna elettorale; in terzo luogo, la polarizzazione ideologica sta raggiungendo livelli parossistici, come ha confermato la procedura di conferma di Amy Barrett alla Corte Suprema, nella quale gli attacchi democratici alla maggioranza repubblicana in Senato non sono stati rivolti né alle problematiche procedurali né al curriculum, intoccabile, della giudice in questione ma si sono focalizzati sulle sue posizioni conservatrici, ininfluenti ai meriti della discussione di approvazione. Infine, l’America si è scoperta ancora più debole e fragile dopo la pandemia e la recessione che ne è seguita e dunque si è entrati nel terreno inesplorato di un voto in cui sono le tematiche del presente, e non le idee per gli Usa del futuro, a farla veramente da padrone.

Abbiamo dunque segnali estremamente contrastanti che offuscano il tenativo di dare una risposta definitiva circa chi sarà il favorito reale di questa mobilitazione senza precedenti. La tradizionale posizione scomoda che sfavorisce i candidati uscenti e le dinamiche demografiche che vedono un aumento del voto delle minoranze lascerebbero pensare a un vantaggio per Biden, ma in questa America non va sottovalutata l’ipotesi di un colpo di reni di Trump, dato in rimonta negli Stati chiave. Il fatto che stiamo parlando di un voto che sarà caratterizzato da una partecipazione insolita nell’ultimo mezzo secolo rappresenta un fattore incognito tanto grande da rendere difficili previsioni definitive.

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