Lo scenario è stato lo stesso del 1993, quando sullo sfondo della Casa Bianca Yitzak Rabin e Yasser Arafat firmavano gli accordi che sancivano la nascita dell’Autorità nazionale palestinese e, nella mente degli ideatori di quelle intese, avviavano un tortuoso e faticoso processo di pace. A distanza di quasi 30 anni sono cambiati i protagonisti, ma la questione ha riguardato sempre la disputa tra israeliani e arabi. Alla presenza di Donald Trump, i rappresentanti di Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno messo nero su bianco quanto già stabilito nei giorni scorsi: la normalizzazione delle reciproche relazioni diplomatiche e il riavvicinamento sotto la sfera commerciale ed economica.

La natura giuridica degli accordi

Il 12 agosto la prima svolta è arrivata da Abu Dhabi: in quell’occasione, il governo emiratino ha annunciato la prossima distensione dei rapporti con Israele che, tradotto dal politichese, voleva significare una vera e propria pace con lo Stato ebraico. Una novità figlia, come spiegato su InsideOver, del costante riavvicinamento tra le parti operato negli ultimi anni. Tra le petromonarchie del Golfo e Israele sono emersi diversi punti di convergenza, a partire dai timori per la politica iraniana nella regione e la volontà di isolare Teheran. Da qui dunque il lento ma costante lavoro diplomatico che ha portato gli Emirati Arabi Uniti a proclamare la definitiva distensione con il governo israeliano. Poche settimane dopo, è stata la volta del Bahrein: da Manama, nei giorni scorsi Re Hamad bin Isa Al Khalifa ha annunciato la volontà del piccolo regno di stringere un accordo con Israele. 

Si è scelta quindi un’unica sede e un’unica cerimonia per ratificare le reciproche promesse di disgelo. Il pomeriggio di settembre che ha visto la firma degli accordi alla Casa Bianca, è passato alla storia come il giorno dell’accordo di Abramo, in realtà sotto il profilo giuridico e formale si è trattato di due distinte intese. Tra Israele ed Emirati Arabi Uniti infatti si è proceduto alla firma di un vero e proprio trattato di pace, dunque un vero e proprio documento avente valore giuridico internazionale e che deve passare quanto prima al vaglio dei rispettivi parlamenti. Tra lo Stato ebraico e il Bahrein invece, l’intesa firmata è ufficialmente una dichiarazione di pace, ossia un accordo che lega le parti ad un comune percorso volto alla normalizzazione dei rapporti. Due formule diverse adottate quindi, ma che sotto il profilo politico hanno un unico significato: il riavvicinamento tra gli Stati arabi del golfo e Israele.

Un manifesto per Trump

Il primo trattato tra lo Stato ebraico e un Paese arabo è stato firmato a Camp David e in quell’occasione i protagonisti erano i rappresentanti israeliani ed egiziani. Era il 1979, la svolta decisa da Il Cairo è stata la prima di questo genere nel mondo arabo. Sono passati poi dieci anni per arrivare ad un altro accordo di pace, quello cioè del 1989 tra Israele e Giordania. Escludendo gli accordi di Oslo del 1993 firmati il 13 settembre di quell’anno alla Casa Bianca alla presenza di Rabin e Arafat, poi non sono state siglate altre intese del genere. Per questo il presidente Usa Donald Trump ha parlato di “giornata storica”. Per il tycoon newyorkese arrivare alla firma dei trattati tra Israele e due Stati arabi del Golfo ha un valore politico vitale, specie alla vigilia delle elezioni presidenziali. C’è infatti la diplomazia Usa dietro gli accordi, con la regia affidata al genero del presidente, Jared Kushner. Quest’ultimo ha lavorato negli ultimi due anni per riavvicinare Israele con l’Arabia Saudita e con le altre petromonarchie della regione.

E se Abu Dhabi e Manama oggi hanno avviato ufficialmente le relazioni con gli israeliani, adesso il prossimo obiettivo è la distensione definitiva con i sauditi. Non a caso Trump, nel corso del suo discorso, ha parlato di “altri nuovi accordi previsti in futuro”. La firma dei trattati alla Casa Bianca per il capo dell’amministrazione Usa ha un profondo valore anche in politica interna. Per lui, che nel 2016 ha promesso di mettere gli interessi Usa prima di tutto e allentare la morsa sulle missioni internazionali, poter presentare alla vigilia del voto dei trattati di pace ratificati a Washington significa poter dire di aver mantenuto una promessa elettorale. Una linea, quella delle intese tra petromonarchie e Israele, che si sposa con gli accordi in Afghanistan con i talebani e con gli annunci dei ritiri di parti dei contingenti di soldati presenti in Iraq e Siria.

Proteste nei territori palestinesi

Ma le ore appena trascorse non sono state di festa per tutti. Se da Abu Dhabi e Manama si parla di intese che non vogliono tradire la causa palestinese, nei territori della Cisgiordania e di Gaza invece la sensazione di essere stati messi in secondo piano dai due Paesi arabi accomuna gran parte della popolazione. Proteste e manifestazioni sono scoppiate in diverse città palestinesi, con scontri che si sono protratti per diverse ore soprattutto a Nablus ed Hebron. A Gaza invece sono state date alle fiamme le immagini che raffiguravano il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifa e il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan. Sempre dalla striscia di Gaza sono arrivate notizie circa un nuovo lancio di razzi verso il territorio israeliano nelle ore in cui alla Casa Bianca si firmavano i trattati. Ad Ashkelon e Ashdod per quasi un intero pomeriggio hanno risuonato le sirene di allarme per l’arrivo di razzi dalla Striscia.

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