I festeggiamenti in casa dei democratici per la vittoria di Joe Biden si stanno tramutando in un violento scontro interno. Quella che doveva essere un’ondata blu pronta a travolgere tutto facendo cambiare colore a Casa Bianca e Congresso si è rivelata più che altro una mareggiata. Certo il bottino più grande, la sconfitta di Donald Trump, è stato conquistato, ma il resto è stato un flop: maggioranza risicata alla Camera e Senato probabilmente in mano ai repubblicani.

Perché i socialisti hanno perso

Tra gli sconfitti ci sono sicuramente i democratici dell’area più radicale del partito democratico, quella corrente “socialista” inizia con Bernie Sanders nel 2016 e culminata con l’elezioni di diversi rappresentanti alle midterm del 2018, Alexandria Ocasio-Cortez in testa. Oggi tutto sembra essere crollato e per loro (e tutto il partito) si apre un periodo complesso.

Eppure negli ultimi due anni sembravano avere il vento in poppa. Quest’anno si erano presentati alle primarie del partito con ben due candidati di sinistra, Bernie Sanders e la senatrice liberal Elizabeth Warren. Parallelamente negli ultimi due anni c’erano stati altri segnali. L’elezione a New York di Ocasio-Cortez e altre candidate radicali poi etichettate come “The Squad”. La progressiva diffusione di riviste e podcast spiccatamente socialisti, ma anche uno sdoganamento di parte dei media dei temi dei progressisti, come le questioni di diseguaglianza economica o il Medicare far All. Poi però è arrivato il voto.

La prima battuta di arresto è arrivata già al Super Tuesday che di fatto ha tolto al senatore del Vermont ogni speranza di contendere a Joe Biden la nomination fino alla fine, come successo con Hillary Clinton nel 2016. Poi il resto è arrivato a novembre con diversi seggi persi alla Camera, il mancato controllo del Senato e la sconfitta netta di Biden in Florida che ha mostrato come gran parte del voto ispanico di origine cubana non si sia fidato dei dem votando per Donald Trump.

Questi risultati di fatto hanno messo in luce come alcune convinzioni dei progressisti siano sostanzialmente sovradimensionate. Ad esempio che più democrazia, maggiore attivismo e un’affluenza superiore portino più voti blu. Ovviamente così non è stato, infatti Trump ha raccolto oltre 70 milioni di voti diventando il secondo presidente più votato dopo Biden.

Il secondo grande equivoco ha riguardato le minoranze. Molti liberal dem erano convinti che un elettorato sempre più diversificato dal punto di vista razziale avrebbe permesso di superare la quota di elettori bianchi che si oppongono a cambiamenti radicali in tema economico e sociale. Il punto è che il voto ha dimostrato come anche il Gop sia capace di raccogliere le preferenze delle minoranze, non solo tra gli ispanici, ma anche tra asiatici e afroamericani.

La battaglia per il futuro del partito

Smaltita la sbornia elettorale per la vittoria di Joe Biden moderati e progressisti sono tornati ad azzuffarsi con frecciate e accuse reciproche. Nei prossimi mesi i terreni di scontro tra le fazioni dem saranno sostanzialmente tre. Il primo riguarda la nomina dello staff di Biden e dei membri del governo; il secondo sulla convivenza col possibile senato repubblicano guidato da Mitch McConnell; mentre il terzo su quali strategie adottare per vincere Stati e distretti nelle elezioni di metà mandato che si terranno nel 2022.

Partiamo dal primo punto. Da mesi la corrente più radicale sta facendo pressioni sulla campagna elettorale di Biden per ottenere incarichi importanti nella futura amministrazione. Membri del congresso, ma anche associazioni di attivisti, hanno scritto in modo incessante al transition team dell’ex vice di Obama esortandolo a distribuire incarichi a donne e afroamericani evitando lobbisti o ex dirigenti aziendali. I nomi preferiti sarebbero quello della senatrice Elizabeth Warren o del governatore dello Stato di Washington Jay Inslee. Persino Bernie Sanders avrebbe fatto pressioni per diventare segretario al Lavoro cercando l’appoggio di importanti leader sindacali.

Il punto, hanno ribattuto i moderati, è che questo tipo di approccio escluderebbe diversi candidati dem validi e pronti a guidare la macchina burocratica, e allo stesso tempo persino alcuni afroamericani verrebbero esclusi solo per aver lavorato come dirigenti d’azienda in passato.

Il nodo del Senato tra collaborazione e scontro

A complicare ancora di più la battaglia sulle nomine ci sarà anche la situazione al Senato. Se infatti il voto in Georgia confermerà la maggioranza repubblicana le possibilità di dare il via a nomine radicali diventerà sempre più difficile. I membri del governo devono infatti ottenere l’approvazione dal Senato prima di entrare in carica e quindi sarà molto difficile che i senatori possano accettare figure spiccatamente di sinistra.

Questa situazione apre le porte anche ad altri problemi. La frangia moderata, infatti, non vede questa rigida divisione come un problema, dal loro punto di vista un governo di dem o repubblicani moderati otterrebbe il via libera senza problemi. Ma ovviamente i progressisti non lo accetterebbero. Molti di loro, infatti, vorrebbero che il neo presidente adottasse un approccio più intransigente, usando il Vacancies Act per nominare dei funzionari così da bypassare i ritardi del Senato. Una posizione rilanciata nero su bianco da due gruppi progressisti, il Revolving Door Project e il Demand Progress. L’idea di molti radicali sarebbe quindi quella di avere un Joe Biden fortemente aggressivo che scavalchi il Congresso e il Senato usando ordini esecutivi ogni qual volta sia possibile.

Ovviamente i moderati vedono il ruolo di Biden in modo completamente diverso. Secondo loro il mandato degli elettori è quello di ricucire lo strappo coi repubblicani e far ripartire la macchina legislativa. L’idea, dicono, è quella di riattivare meccanismi di collaborazione tra i partiti attraverso compromessi e concessioni reciproche, il tipo di impostazione che ha caratterizzato la carriera di Biden negli anni in cui lavorava al Senato.

Mikie Sherrill, deputata moderata di un distretto del New Jersey, sentita dall’Atlantic ha spiegato molto bene lo scenario, sostenendo che la ricerca del compromesso è l’unica via che i dem possono percorrere: «Se hai un’idea su come poter servire al meglio il popolo americano, cerca di capire se esiste un percorso attraverso il Senato», ha spiegato, «se non c’è, allora non stai aiutando nessuno».

L’analisi della sconfitta in vista del 2022

In attesa del voto in Georgia, lo scontro interno al partito dell’asinello si concentra sull’analisi della sconfitta e sulla preparazione delle midterm del 2022. O meglio sul capire perché la spallata al Congresso non è arrivata, e soprattutto di chi è la colpa. Ben sette seggi tra Iowa, Nuovo Messico, Carolina del Sud e Florida sono andati ai repubblicani e in molti casi si trattava di seggi ribaltati nelle elezioni di metà mandato del 2018.

Per i dem moderati la colpa è dovuta al radicalismo e allo sdoganamento della parola “socialismo”. Abigail Spanberger, deputata della Virginia, è riuscita a vincere con un margine ridottissimo, appena 8mila voti. In settimana ha tenuto una videoconferenza con alcuni rappresentanti del caucus democratico puntando il dito contro le frange radicali del partito. La campagna “Defund the police” lanciata dal movimento AntiFa e alcuni rappresentati socialisti, ha raccontato, le è quasi costata l’elezione: «Non dobbiamo più usare la parola socialista o socialismo, mai più», ha tuonato.

Altri colleghi hanno insistito che le frange estreme costano voti perché intaccano l’immagine del partito. Diversi candidati hanno raccontato di essere stati identificati da molti elettori come appartenenti a quelle frange, indipendentemente dal fatto che non sostenessero riforme come il taglio ai fondi alla polizia, il Green New Deal o l’aumento delle tasse.

Per i progressisti il flop elettorale ha un’altra origine. Secondo loro i deputati sconfitti non sono stati in grado di presentare un programma convincente agli elettori. Per il Pac radicale Justice Democrats, l’ala conservatrice dei dem non ha idee su come governare il Paese, ma pensa solo a criticare la sinistra radicale.

Intervistata dal New York Times, Alexandria Ocasio-Cortez ha spiegato che la sconfitta di molti democratici è da imputare a fallimentari campagne elettorali che secondo lei non hanno tenuto conto dell’attività online e sui social media: «Se non fai il porta a porta o non fai una campagna digitale, ma ti appoggi agli spot tv o ai messaggi via post allora non corri a piano regime», ha spiegato.

Prontamente è arrivata la contro risposta di Conor Lamb, un deputato della Pennsylvania moderato famoso per aver conquistato nel 2017 un seggio nei sobborghi di Pittsburgh dove Trump aveva vinto con un margine di circa venti punti. “Non è una questione di bussare alle porte, o di Facebook”, ha spiegato il deputato, “conta quali riforme si propongono e quali no”, chiarendo ad esempio che ai suoi elettori non interessa l’assicurazione sanitaria universale o il Green New Deal.

Per il blu dog dem dell’Oregon Kurt Schrader il messaggio che il partito democratico ha veicolato in queste elezioni è stato terribile: «Quando gli elettori vedono l’estrema sinistra ricevere tutta l’attenzione dei media», ha detto al Washington Post, “si spaventano. Molti di loro temono che il Paese possa diventare una sorta di Stato tiranno, e che la loro libertà sia minacciata”.

È probabile che per il momento queste tensioni vegano tenute sotto controllo per cercare di ricreare la grande coalizione anti-repubblicana in vista del voto in Georgia. Dall’esito di quel voto si deciderà il futuro prossimo dei dem e soprattuto della prossima amministrazione Biden.

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