Donald Trump ha invitato alla calma i suoi sostenitori più esagitati nel momento in cui, dopo il suo discorso a Washington del 6 gennaio, prendevano d’assalto il Campidoglio di Washington, ma ben poco ha potuto fare per contenere la furia dell’orda di manifestanti che è entrata nei perimetri dei palazzi del potere statunitensi.

Come un imperatore romano dell’era dell’anarchia militare incapace di controllare i pretoriani, Trump non ha saputo richiamarli all’ordine. Come un Faust incapace di richiamare i diavoli da lui evocati con mesi di campagna sulle “elezioni rubate” di Joe Biden, ha alimentato a furore di dichiarazioni incendiarie una polarizzazione tossica nella già frammentata America dell’era pandemica; come un leader di un Paese periferico e instabile qualsiasi, non ha fatto nulla per evitare la delegittimazione istituzionale e la perdita di credibilità dei processi democratici del Paese guida dell’Occidente in nome di interessi di parte. Il contrappasso per la sua eredità, il suo progetto politico e l’intera ideologia da lui incarnata rischia di esser pesantissimo.

Poche parole resteranno iconiche come quelle del Segretario della Nato,il norvegese Jens Stoltenberg, che in un tweet ha invitato i cittadini e i politici statunitensi a rispettare ordinatamente l’esito delle urne. Una comunicazione che l’Alleanza Atlantica si era abituata a rivolgere ai rivali di Washington, dal Venezuela alla Bielorussia, ma che mai avrebbe pensato di presentare al suo Paese-guida.

In queste sintetiche dichiarazioni di Stoltenberg c’è tutto il disastro politico, comunicativo e d’immagine del mesto tramonto del trumpismo. Che rischia di fallire laddove si era presentato come forza di discontinuità, rinnovamento e rilancio del potere e delle prospettive del popolo contro élite di Washington ritenute corrotte e corruttrici. Un vero e proprio fattore di catarsi politica, analogamente a molti movimenti populisti e sovranisti che dall’innalzamento della stella trumpiana hanno tratto forza politica e influenza e hanno provato a mettere in campo una critica al mainstream liberal e progressista anche nel resto dell’Occidente.

Una critica, come testimonia l’eccessiva focalizzazione sulla Cina e l’adesione ai dogmi economici del neoliberismo, molto spesso plasmata da Oltre Atlantico, sia ben chiaro, ma a cui si sono associati anche esperimenti politici ben più autonomi e pregnanti dal punto di vista ideologico e culturale, come quello di Viktor Orban in Ungheria e di Libertà e Giustizia in Polonia. Su cui il roboante “crepuscolo degli Dei” consumatosi a Washington il giorno dell’Epifania rischia di abbattersi duramente.

Il populismo trumpiano fallisce, alla prova della storia, nell’obiettivo di salvare e rendere organicamente viva la democrazia statunitense, finendo per rinnegarne gli esiti quattro anni dopo il suo trionfo. Manca completamente l’appuntamento della conservazione dell’ordine, come i riots estivi e le immagini degli ultimi giorni fanno notare. Il trumpismo penetra culturalmente ma nel contesto di un’opinione pubblica già duramente polarizzata e col suo epilogo regala al mondo scene dell’America che ricordano la Rivoluzione Russa o i fatti di Mosca del 1993 e una nazione incapace di non pensarsi egemone globale.

La controffensiva liberal non si è fatta attendere. Negli States la deputata progressista Ilhan Omar ha proposto l’immediata destituzione di Trump; Biden ha accusato il presidente uscente di aver fomentato la folla; di “un assalto senza precedenti al nostro Campidoglio, alla nostra Costituzione e al nostro Paese” ha parlato Bill Clinton, affermando che “questo assalto è stato sostenuto da oltre quattro anni di una politica fatta di veleni”; di “grande disonore e vergogna per la nostra nazione” ha parlato Barack Obama, buttando la palla nel campo di un Partito Repubblicano che dal processo elettorale era uscito sconfitto ma non con le ossa rotte, rafforzato nei consensi e nell’eterogeneità etnica e sociale, prima che le bizze di Trump sul non riconoscimento dell’esito delle urne trascinassero a fondo il nome del Grand Old Party.

La colpa maggiore di Trump sarà forse proprio quella di aver riportato al centro dell’agone, fornendo loro il bersaglio perfetto, figure risultate a loro modo screditate o depotenziate dalle evoluzioni politiche negli ultimi anni. E di poter aprire a una nuova fase di consolidamento dell’egemonia politica e culturale del mondo liberal negli Usa e non solo.

Sarà facile, d’ora in avanti, presentare il populismo e il sovranismo come fattori di caos, disordine e problemi dopo le immagini-choc dell’Epifania; sarà inevitabile che agli oppositori di ieri e di oggi sarà rinfacciata come una colpa la vicinanza, reale o presunta, al tycoon divenuto presidente. Tanto che in Italia, tra i Paesi sempre più pronti ad adattarsi plasticamente ai venti di oltre Atlantico, tale processo è iniziato mentre ancora i fatti erano in svolgimento. Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, è partito parlando di incompatibilità tra populismo e democrazia, seguito da Matteo Renzi e da Laura Boldrini, secondo la quale il sovranismo populista danneggerebbe tout court la democrazia

Esagerazioni, in larga misura. Non prive del fondo di verità che per le forze progressiste ha fatto si che un non meglio definito “populismo” divenisse il nemico perfetto.

Dalla lotta al politicamente corretto al contrasto agli apparati di potere vicino ai democratici, il trumpismo ha via via estremizzato anche le sue logiche e legittime prospettive di partenza. E ora il suo tracollo rischia di travolgere il Partito Repubblicano, che sarà atteso da una vera e propria lotta per la sua anima, ma anche un vasto ginepraio di movimenti politici, culturali e ideologici che da una prospettiva eterogenea (chi liberale, chi conservatore, chi sovranista) hanno abbracciato la contestazione trumpiana elevandola a stella polare politica. Dimenticando, spesso, di fare in questo modo gli interessi della Casa Bianca prima di quelli del proprio Paese, ma traendone facili consensi e vicinanza retorica.

Chi potrà contare su un retroterra politico e culturale autonomo, da ora in avanti, se la caverà meglio (pensiamo a Fidesz in Ungheria e a Diritto e Giustizia), ma per un’ampia galassia ostile al mainstream c’è il rischio che le accuse di eccessiva sintonia con Trump possano riflettersi nell’inizio di una traversata del deserto politica. Da cui ripartire con energie proprie, riconoscendo l’ambiguità insita nell’adottare modelli esteri, da Trump al suo stratega Steve Bannon, come punti di riferimento. Errore uguale e simmetrico a quello, contestato alla parte avversa, di chi incensa altri “zii d’America” come George Soros come paladini di diritti e prospettive future per l’Europa.

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