Per capire l’immensa operazione elettorale di Mike Bloomberg in Texas si devono ascoltare le radio locali mentre si percorre la Purple Heart Trail, la superstrada I-35 che taglia a metà la parte est dello Stato. Chilometro dopo chilometro, insieme alle aree di servizio e ai cartelli bianco e verde con le indicazioni stradali, è la voce del magnate newyorkese la costante del viaggio, tra uno spot di presa in giro a Donald Trump e uno di promozione dei risultati raggiunti come sindaco di New York, dopo la tragedia dell’11 settembre.

Lungo gli snodi attraverso cui la statale I-35 si interseca, lo slogan “Mike Will Get It Done” (tradotto: “Mike porterà al termine il lavoro”) risuona all’altezza delle città dove Bloomberg si sta giocando il tutto per tutto, ancor prima di iniziare la corsa: da Forth Wort a nord a Laredo a sud, passando per San Antonio, Dallas e Houston, Waco e Austin. Ed è proprio qui, nella città texana conosciuta per la sua cultura musicale, per essere la “bolla blu progressista di uno Stato rosso e conservatore”, che Raul Camacho si sta dando da fare per supportarlo.

Ex elettore di Trump nel 2016 (“Ma me ne sono pentito”), businessman di origini messicane e indipendente da una vita, Raul è uno dei tanti sostenitori volontari di Bloomberg, parte del potente gruppo Facebook Bloomberg 2020. Sono tanti, quelli del suo fan club sui social media, e sono in crescita. Ma Raul è tra i pochi ad ammettere ciò che molti sembrano non avere il coraggio di dire, durante gli eventi elettorali in Texas che vedono l’ex sindaco newyorkese come protagonista: “La mia sensazione è che sia partito troppo tardi con la campagna elettorale: si fosse candidato la scorsa estate invece che a novembre, oggi il boom di Sanders non sarebbe stato così forte e avrebbe la nomination in tasca”.

Soldi e sondaggi

Alla vigilia del Super Tuesday del 3 marzo e a una manciata di ore dalla vittoria netta del moderato Joe Biden in South Carolina, questa sensazione di apprensione sembra sempre più forte, nonostante negli uffici elettorali di Bloomberg si respiri una grande fiducia. Ne è la prova l’andamento dei sondaggi che vedono il magnate newyorkese, dopo il frenetico boom di metà febbraio, fermo tra il 12% e il 15% a livello nazionale dal giorno del suo primo dibattito a Las Vegas, da cui uscì politicamente a pezzi, sommerso dagli attacchi degli altri dem sul suo passato come imprenditore e sindaco.

E ne è la prova anche la quantità, enorme, di eventi elettorali che la campagna di Bloomberg ha deciso di organizzare nei due giorni precedenti al voto per raccogliere quanti più nuovi elettori possibile: più di 2400 iniziative, sparse per i 14 Stati che martedì si recheranno alle urne. Nessuno ha fatto tanto come lui. E alcuni dei numeri sembrano premiarlo per questo: Nate Silver, direttore del prestigioso istituto di sondaggi FiveThirtyEight, in un tweet domenica 1 marzo, ha dato Bloomberg oltre il 20% in Arkansas, Alabama, Oklahoma e Tennessee e sopra il 15% (percentuale minima per ottenere delegati) in Virginia (19%), North Carolina (18%), Texas (18%), Maine (16%) e Utah (16%). “C’è sempre ed è ovunque, in qualsiasi ora del giorno e della notte, su qualsiasi canale di informazione, online e offline”, spiega Raul. “Non è solo il fatto di avere i soldi, ma come sta usando quei soldi: è un uomo dei numeri, ha fatto le sue fortune con quelli”.

Il miliardario e il socialista

Nonostante questa imponente operazione elettorale, Bloomberg non è in testa in nessuno di questi Stati. Ma la discesa in campo del multimiliardario è stata una boccata d’ossigeno per indipendenti e moderati spaventati dalla crescita del “social-democratico” Sanders e dalla timidezza della campagna di Biden: “L’entrata in gara, lo scorso aprile, di Biden credo sia il motivo per cui Bloomberg ha posticipato la sua corsa”, dice ancora Raul. Indipendenti come lui, ma anche moderati come Liz Graham, nata e cresciuta in Texas, volontaria di Mike, lo dicono senza troppi giri di parole: “Lo devo ringraziare per aver fatto sentire bene una moderata come me, di nuovo: ho 75 anni e per la prima volta sto votando alle primarie dei Democratici”, ha spiegato intervenendo a un evento elettorale sabato 29 febbraio, nell’ufficio di Bloomberg a Austin, Texas, che ha visto come ospite d’onore l’attore della serie Tv americana Law&Order, Sam Waterston. “Con quello là sono stati quattro anni complicati e potrebbero essercene altri se non ci svegliamo”, ha continuato Liz. Dove con “quello là” si intende Trump. E dove, quando parla di “quattro anni”, si riferisce al secondo mandato che il Presidente, numeri alla mano, sembra avere ancora alla sua portata.

“Mi piace Biden e sono stato impressionato da Buttigieg, ma Mike Bloomberg è l’unico che può sconfiggerlo: per questo lo supporto da quando ha avviato la sua campagna”, dice Jeff Harper dall’ufficio di Bloomberg a Austin in Texas. Anche lui volontario, è tra i coordinatori di un’organizzazione che raccoglie gli elettori Indipendenti dello Stato. “Sono Indipendente da ben 28 anni: non so quanti dei nostri andranno con lui, perché siamo un gruppo che non dà indicazioni di voto”. Elettori come Jeff sembrano però rappresentare al meglio l’elettore che Bloomberg sta cercando di intercettare in Texas: a metà tra i fuochi Sanders (a sinistra) e Trump (a destra), che non voterebbe mai per il secondo, ma potrebbe accettare il primo qualora il Senatore del Vermont dovesse dire sì ai contributi di Bloomberg per le elezioni generali di novembre. “Tantissimi giovani ispanici, qui, sono per Bernie”, spiega Raul. “I ventenni lo amano, ma devono capire che molto dell’eventuale successo di Sanders passerà dalla scelta che farà del vice presidente”. E da una domanda ben precisa: “Accetterà i soldi della campagna di Bloomberg?”.

La base di Mike

L’ex sindaco di New York ha promesso fin dall’inizio che destinerà i suoi fondi a chiunque sia il candidato Dem. L’obiettivo è chiaro: “Sconfiggere Donald Trump, il peggiore presidente della storia del Paese, e prolungare la sua presenza a Mar-a-Lago in modo permanente”, come ha detto lo stesso Bloomberg nell’ultimo comizio a San Antonio prima del Super Tuesday, domenica 1 marzo, a una manciata di ore dal Super Tuesday, davanti a circa 200 persone. Ma la sensazione di molti addetti ai lavori è che lo stesso Bloomberg riconosca che la sua corsa sia partita tardi, specie dopo aver visto Sanders parlare di fronte a più di circa 2000 persone nella stessa San Antonio settimana scorsa: “Dicono che un giorno in politica sia un anno della vita normale”, dice Andrea Hawks, anche lei indipendente e sostenitrice di Bloomberg:

Credo però che tutto dipenda da cosa succede durante la corsa, breve o lunga che sia. E noi qui siamo tanti e diversi

È proprio recandosi a un rally come quello di Bloomberg a San Antonio, uno dei 2400 eventi elettorali last-minute che la sua campagna ha organizzato, che questa diversità la si può toccare con mano. La base elettorale di Bloomberg sta lentamente prendendo forma in Texas: bene istruita, orientata sull’imprenditoria, legata in qualche modo alla middle-class, di diversa estrazione razziale e con a cuore tre temi. Lotta al cambiamento climatico (“È la battaglia da fare, senza roviniamo il futuro dei nostri figli e nipoti”, ha detto l’attore Sam Waterston nel suo evento), regolamentazione delle armi e riforma progressiva del sistema sanitario. “Io capisco quello che le persone di Bernie vogliono”, spiega Raul. “Ma non si può arrivare all’eliminazione del sistema privato senza prima aver raggiunto il risultato intermedio, quello di un’opzione pubblica solida che a oggi non esiste: sostengo Bloomberg perché crede in questo”.

Nonostante questa diversità, non c’è ancora per Bloomberg un “grass roots movement” come lo definiscono negli Stati Uniti. Ovvero un movimento che parte dal basso, spontaneo e istintivo, su cui Sanders può contare invece ciecamente. “Molti hanno la sensazione che Bloomberg si voglia comprare l’elezione ma non è così”, spiega Joseph Kuzma, sostenitore di Bloomberg da Laredo, cittadina all’estremo sud del Texas al confine con il Messico. “Mike è semplicemente ciò che Trump ha venduto nel 2016: ricco, self made man, lontano dalle strutture di partito”, spiega. “La differenza è che Mike tutto questo lo è davvero. E ha un fare presidenziale che emerge ogni volta che parla”.

Non è un caso che, parallelamente alla mastodontica operazione di comunicazione online e offline e ai 2400 eventi in giro per gli Stati del Super Tuesday, Bloomberg sia stato l’unico ad affrontare la crisi coronavirus. Come? Con uno spot in cui l’ex sindaco di New York ha parlato alla nazione, come generalmente sono i presidenti a fare. Mayor Mike nella veste di leader nazionale è sembrato molto a suo agio: sguardo dritto alla telecamera, parole cadenzate, tono di voce regolare e timbro deciso. Una versione simile a quella che ha presentato ai suoi sostenitori a San Antonio nell’ultimo comizio di domenica prima del Super Tuesday: “Corro per sconfiggere Trump e rimettere al centro la parola unione all’interno degli Stati Uniti d’America” ha detto.

Le difficoltà nei dibattiti

Ma il Bloomberg versione anti coronavirus in Tv e versione anti Trump a San Antonio non è sembrato lo stesso Bloomberg apparso nei dibattiti televisivi. Nonostante la seconda uscita sia andata meglio della prima, infatti, il magnate newyorkese è apparso debole sullo stop-and-frisk, la pratica da lui approvata come sindaco (e per la quale ha chiesto scusa), che ha permesso per anni agli agenti di polizia di New York di fermare e perquisire chiunque considerassero sospetto e il cui abuso ha finito per discriminare le minoranze in città. Ma soprattutto è sembrato inconsistente nel rispondere a Elizabeth Warren, che ha fortemente criticato Bloomberg per gli accordi di riservatezza con cui chiuse diverse accuse di molestie verbali nelle sue aziende da imprenditore. “Molte delle persone che chiamo per convincerle a votare Bloomberg mi fanno notare proprio questo”, ammette Raul. Che però è ottimista.

La forza della campagna elettorale di Bloomberg in Texas è che la maggior parte delle persone che ci lavorano sono cresciute nello Stato. Una rarità, in un sistema in cui sono molti i dipendenti delle campagne elettorali che si spostano da una parte all’altra del Paese senza conoscere davvero il territorio. Bloomberg non è il favorito alla vittoria secondo i sondaggi, anche per il fatto di aver lanciato solo a novembre la campagna, ma potrebbe portare a casa un buon numero di delegati superando il 15% delle preferenze. Non più tardi di dicembre il suo nome non appariva in alcuna rilevazione. “Credo possa fare bene: si è fatto da solo, è estremamente determinato a trovare il modo per risolvere i problemi e ha servito le comunità con cui ha lavorato”, dice Raul, la cui famiglia sembra perfetta per fotografare la condizione elettorale del Paese: “Uno dei miei due fratelli vota per Sanders e non cambierà mai idea”. Il secondo vota per Trump e anche lui difficilmente cambierà opinione. “Io sono nel mezzo, per questo supporto Mike”.

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