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I fatti di Capitol Hill del 6 gennaio hanno lasciato diverse questioni irrisolte. L’analisi dei video girati durante l’assalto ha gettato nuova luce sul gruppo eterogeneo degli insorti. Tra questi ha destato particolare preoccupazione la presenza degli esponenti di diverse milizie armate.

Il tema è molto sensibile. Il 27 gennaio il dipartimento per la Sicurezza Interna ha diramato un allarme per l’intensificarsi delle minacce interne in riferimento a possibili azioni violente da parte di gruppi estremisti motivati ideologicamente. L’allerta, estesa fino a fine aprile, si inserisce in un contesto più ampio che prevede una possibile stretta contro il terrorismo interno da parte dell’amministrazione di Joe Biden. L’allarme parla di “extremists” ma a preoccupare sono soprattutto le milizie.  Ma quante sono e da dove provengono queste organizzazioni? La risposta è tutt’altro che scontata, perché il loro percorso storico è lungo e intricato, e nel corso della storia statunitense sono comparse e ricomparse più volte, seguendo andamenti ciclici.

Dalle milizie anti inglesi alla Guardia nazionale

Fin dall’indipendenza il termine “milizie” ha assunto significati diversi. Poco dopo la rivoluzione contro gli inglesi e l’indipendenza, con questo temine si indicavano uomini in armi che avevano prestato servizio nelle varie colonie sotto la supervisione delle autorità civili con il compito di dare appoggio alle forze federali per il controllo del territorio e per prevenire eventuali interventi controrivoluzionari britannici.

Per garantire queste attività di pubblica sicurezza venne anche introdotta una riforma alla Costituzione, il famoso secondo emendamento, che permise ad ogni americano di detenere armi. Nel corso dell’ottocento queste milizie divennero sempre meno importanti e subirono profonde riforme che culminarono con la nascita della Guardia nazionale all’inizio del XIX secolo.

Il legame con le armi da fuoco

Oggi questi gruppi non svolgono più il ruolo di raccordo tra società civile e autorità, anzi si presentano soprattutto come entità antigovernative, dove con “governative” si intende il governo federale simboleggiato da Washington. Queste formazioni hanno assunto la forma attuale a partire dai primi anni 90, con l’inizio del mandato di Bill Clinton e in concomitanza delle proposte di introdurre leggi più restrittive sul possesso delle armi da fuoco.

In quegli anni, infatti, si saldò la lotta al controllo sulle armi con l’attività delle milizie. I conservatori residenti nelle aree rurali temevano che la stretta fosse il preludio a un maggior controllo del governo federale. La loro attività raggiunse il culmine con l’attentato a Oklahoma City nel 1995 inseguito al quale le autorità federali incrementarono il controllo e la pressione su tutte le formazioni paramilitari.

Tra la fine della presidenza Clinton e quella di George Bush il loro numero iniziò a diminuire, salvo poi crescere durante la presidenza di Barack Obama per nuovi timori legati a possibili restrizioni sulla vendita delle armi. Secondo i dati del Southern Poverty Law Center durante l’amministrazione Trump, in particolare a partire dal 2017, i numeri sono andati diminuendo, ma la possibilità che Joe Biden vari nuove strette potrebbe portare a un nuovo aumento. Le ultime stime parlano di circa 576 gruppi che in qualche modo hanno mostrato posizioni antigovernative e di queste il 31% sarebbe da ricondurre a milizie armate.

Legittimità e legalità delle milizie

Uno dei nodi fondamentali riguarda l’eventuale illegalità di queste formazioni. Per prima cosa è bene ribadire che come il Secondo emendamento dà il diritto a possedere armi da fuoco, il primo conferisce a tutti i cittadini il diritto di riunirsi pacificamente. A partire da questi due presupposti non c’è quindi un divieto formale alla nascita qualsivoglia gruppo.

A complicare lo scenario intervengono però le varie legislazioni statali che possono varare provvedimenti più restrittivi sul controllo delle armi, ma soprattutto possono promuovere norme che vietino l’addestramento di tipo militare. Come ha raccontato Slate in quasi tutti gli Stati esistono regolamenti che impediscono di creare le condizioni per gruppi armati che svolgano funzioni di controllo del territorio al posto delle autorità di base. Ma chiaramente queste disposizioni non sono bastate ad arginare il fenomeno.

Perché se ne parla

Secondo un dossier pubblicato dall’Armed Conflict Location & Event Data Project (Acled) soprattutto nella seconda parte del 2020 a partire dalle proteste di Balck Lives Matter e dai risultati delle elezioni di novembre, il numero di manifestazioni che hanno coinvolto gruppi antigovernativi all’interno dei quali erano presenti anche le milizie sono andati aumentando. Stando ai dati raccolti pare che la partecipazione delle milizie a queste manifestazioni aumenti la possibilità che i cortei diventino violenti.

Per Acled, che ha aggregato i dati di diversi osservatori, queste formazioni stanno diventando sempre meno improvvisate. Lavorano a tattiche di combattimento ibrido, si addestrano sia per muoversi in ambiente urbano che in contesti rurali, ma soprattutto migliorano in modo sensibile le loro pubbliche relazioni.

Secondo l’osservatorio MilitiaWatch al fianco di normali azioni di propaganda hanno lanciato “operazioni sicurezza” online e offline per aumentare il reclutamento delle persone fuori dalla milizia. “Vi è”, scrive Acled, “una crescente narrativa secondo cui questi gruppi cercando di “integrare” le attività delle forze dell’ordine o addirittura sostituirsi nel ruolo di “protezione pubblica” in modo parallelo ai dipartimenti della polizia”.

Queste milizie operano in tutti gli Stati Uniti, ma ci sono realtà in cui sono più attive di altre. Gli Stati più ad alto rischio sono Georgia, Michigan, Pennsylvania, Wisconsin e Oregon, in particolare nelle capitali statali, negli agglomerati urbani ma anche nei suburbs. Più moderato il rischio in altre aree come Nord Carolina, Texas, Virginia, California e Nuovo Messico.

Queste formazioni nascono, muoiono e si fondono con una certa fluidità. È difficile quindi che abbiano una vita lunga o siano abbastanza importanti da arrivare ad avere una rilevanza al di fuori di circoli ristretti. Alcune di loro sono però salite agli onori della cronaca.

È il caso ad esempio degli Oath Keepers e dei Three Percenters. Nati entrambi dopo l’insediamento di Barack Obama nel 2009, si fondano sulla convinzione che il governo federale stia lavorando “per distruggere le libertà degli americani”. I primi, che si rifanno al giuramento di fedeltà alla Costituzione, avrebbero tra i mille e tremila adepti e si sarebbero fatti notare tra il 2014 e 2015 per aver appoggiato minatori e allevatori negli scontri contro diverse agenzie federali.

I secondi, che prendono il nome da una leggenda secondo la quale solo il 3% degli americani avrebbe combattuto la Guerra di indipendenza contro gli inglesi, si sono distinti soprattutto tra il 2019 e 2020 con manifestazioni contro il controllo delle le armi da fuoco, ma anche contro i lockdown per fermare la pandemia e in funzione di contenimento dei manifestanti di Antifa e Black Lives Matter.

I legami con polizia ed esercito

Nell’ultima relazione annuale del Dipartimento per la Sicurezza Interna si legge chiaramente che i suprematisti bianchi e le milizie armate sono le minacce interne più pericolose per il Paese. A preoccupare è soprattutto un aspetto. La capacità di alcune milizie di attirare veterani dell’esercito e membri alle forze dell’ordine, non a caso tra gli assalitori del Congresso alcuni erano agenti di polizia.

Ma il problema potrebbe riguardare anche il Pentagono. Come ha scritto il New York Times il dipartimento della Difesa sta lavorando per identificare militari e funzionari federali che hanno preso parte all’attacco di inizio anno. Secondo Associated Press almeno una ventina di poliziotti o membri delle forze armate sono finiti sotto inchiesta per i fatti del Campidoglio. Intanto circa un anno fa la commissione per le forze armate della Camera ha avvitato delle indagini per verificare l’avanzata dell’estremismo nelle forze armate. Sempre Acled ha scoperto che spesso negli avvisi per il reclutamento di nuovi adepti, le milizie indicano di preferire persone con pregresse esperienze in ambito militare o nelle forze di polizia.

Hampton Stall, ricercatore del think tank, ha spiegato alla Bbc che è molto difficile riuscire a quantificare quanti veterani dell’esercito si siano uniti alle milizie, perché queste forme di adesione spesso sono fluide. Ad esempio i Three Percenters accolgono chiunque faccia una sorta di giuramento al gruppo, anche online. Molto spesso continua Stall, le nuove reclute dei gruppi con esperienza militare ottengono uno status superiore ai membri più anziani senza esperienza.

Stewart Rhodes, fondatore degli Oath Keepers, è un veterano dell’esercito e questo ha contributo al successo della formazione tra gli ex combattenti. Questa fascinazione, spiega l’organizzazione non governativa Anti-Defamation League, riguarda soprattutto i veterani che non prestano più servizio attivo. Al contrario il tasso di adesione tra militari e poliziotti ancora in divisa rimane limitato.