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	<title>Mu&#039;ammar Gheddafi Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Mon, 17 Nov 2025 14:56:47 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Mu&#039;ammar Gheddafi Archives - InsideOver</title>
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		<title>Hannibal Gheddafi: il rilascio che segna la fine di un’era e il fragile disgelo tra Beirut e Tripoli</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/hannibal-gheddafi-il-rilascio-che-segna-la-fine-di-unera-e-il-fragile-disgelo-tra-beirut-e-tripoli.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 14:56:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hannibal gheddafi" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p> Negli ultimi mesi il Governo di unità nazionale libico ha avviato per la prima volta un dialogo ufficiale con Beirut.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/hannibal-gheddafi-il-rilascio-che-segna-la-fine-di-unera-e-il-fragile-disgelo-tra-beirut-e-tripoli.html">Hannibal Gheddafi: il rilascio che segna la fine di un’era e il fragile disgelo tra Beirut e Tripoli</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="774" height="516" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Hannibal gheddafi" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi.jpg 774w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/11/hannibal-gheddafi-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 774px) 100vw, 774px" /></p>
<p>Dopo quasi dieci anni di detenzione senza processo,<strong> il Libano ha rilasciato su cauzione Hannibal Gheddafi, </strong>figlio minore dell’ex leader libico Muammar Gheddafi. La sua liberazione non è soltanto la conclusione di una vicenda giudiziaria anomala, ma anche il riflesso di <strong>un riassestamento politico e diplomatico più ampio nel Mediterraneo.</strong> Arrestato nel 2015 con l’accusa di occultare informazioni sulla scomparsa nel 1978 del religioso sciita <strong>Musa al-Sadr</strong>, Hannibal è divenuto negli anni un ostaggio simbolico di un conflitto mai risolto tra due Stati divisi da memorie e rivalità ideologiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso al-Sadr e il peso della memoria storica</h2>



<p>La sparizione di Musa al-Sadr, fondatore del movimento Amal e figura chiave dell’identità politica sciita libanese, resta una ferita aperta nella storia contemporanea del Medio Oriente. Le autorità libanesi hanno sempre attribuito la responsabilità a <strong><a href="https://it.insideover.com/guerra/la-famiglia-gheddafi-potrebbe-tornare-al-potere.html">Muammar Gheddafi, </a></strong>che nel 1978 governava una Libia ancora chiusa e rivoluzionaria. Il figlio Hannibal, che all’epoca aveva appena due anni, è stato inghiottito quarant’anni dopo da un caso giudiziario costruito più sulla vendetta politica che sulla prova. La sua prigionia, protratta senza condanna, ha rappresentato una violazione sistematica del diritto internazionale e un segnale della crisi strutturale della giustizia libanese, spesso piegata a pressioni settarie.</p>



<p>Il pagamento della cauzione, ridotta da 11 milioni a 900.000 dollari, avviene in un contesto di progressivo riavvicinamento tra Libano e Libia. Negli ultimi mesi, <strong>il Governo di unità nazionale libico ha avviato per la prima volta un dialogo ufficiale con Beirut</strong>, consegnando documenti sul caso al-Sadr e aprendo canali di cooperazione giudiziaria. Il rilascio di Hannibal rappresenta quindi anche un gesto politico: un tentativo di chiudere un capitolo di tensioni che per decenni ha impedito relazioni normali tra due Paesi accomunati da fragilità istituzionali, ingerenze straniere e divisioni interne.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il significato politico e giuridico dell’atto</h2>



<p>Il nuovo governo riformista libanese, insediatosi a febbraio, ha voluto presentare la liberazione come segnale di indipendenza del potere giudiziario e di discontinuità rispetto al passato. In realtà, il gesto ha anche una forte valenza pragmatica: il Libano, afflitto da crisi economica e isolamento diplomatico, non può più permettersi di mantenere aperte dispute storiche che ostacolano la cooperazione regionale. Per la Libia, ancora frammentata tra il governo di Tripoli e le milizie del generale Haftar, <strong>la liberazione di Hannibal serve a mostrare una volontà di dialogo e di riconciliazione,</strong> utile a recuperare credibilità internazionale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una famiglia dispersa tra esilio e memoria</h2>



<p>L’ex dinastia Gheddafi resta un archetipo della dissoluzione del potere postrivoluzionario. <strong>Dopo il 2011, i membri della famiglia si sono dispersi tra Turchia, Egitto e Oman, simbolo di una diaspora che non ha più patria né ruolo politico.</strong> Il rilascio di Hannibal riporta alla luce una saga familiare segnata dalla violenza e dalla vendetta, ma anche dal progressivo tentativo di normalizzazione. In un contesto regionale dove le vecchie fratture sembrano attenuarsi, la figura di Hannibal non ha più un significato politico, bensì simbolico: quello di un passato ingombrante che il mondo arabo tenta, lentamente, di archiviare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Giustizia o pragmatismo?</h2>



<p>Il comitato libico che ha sostenuto la sua liberazione ha parlato di “vittoria dei valori umanitari contro il ricatto politico”. Tuttavia, la verità è più complessa. La decisione del tribunale libanese è il frutto di <strong>un equilibrio fragile tra la necessità di mostrarsi indipendente e il bisogno di normalizzare i rapporti con Tripol</strong>i e con i partner regionali. In questo senso, il caso Gheddafi diventa una lezione geopolitica: nelle crisi del Medio Oriente contemporaneo, la giustizia non è mai neutrale, ma parte integrante del gioco di potere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Conclusione: il tramonto di un’eredità</h2>



<p>Il rilascio di Hannibal Gheddafi segna la fine di una lunga stagione di vendette incrociate e l’inizio di un lento processo di riconciliazione. Libano e Libia, due Paesi in bilico tra stato e fallimento, cercano ora di riaprire canali di cooperazione economica e giudiziaria. Ma dietro il linguaggio della diplomazia resta l’eco di un passato che ancora condiziona il presente. In questo gesto di libertà ritrovata si riflette il destino di un’intera regione: la fatica di separare la giustizia dal potere e la storia dal risentimento.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/hannibal-gheddafi-il-rilascio-che-segna-la-fine-di-unera-e-il-fragile-disgelo-tra-beirut-e-tripoli.html">Hannibal Gheddafi: il rilascio che segna la fine di un’era e il fragile disgelo tra Beirut e Tripoli</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<item>
		<title>Il caso Senoussi e quell&#8217;ombra sul rapporto Sarkozy-Gheddafi</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/il-caso-senoussi-e-quellombra-sul-rapporto-sarkozy-gheddafi.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 11:51:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="330" height="219" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128.jpg 330w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128-300x199.jpg 300w" sizes="(max-width: 330px) 100vw, 330px" /></p>
<p>La storia recente ci insegna che le vicende del potere spesso si intrecciano con gli oscuri meandri della violenza e della corruzione. Abdallah Senoussi, ex capo dei servizi segreti libici e cognato di Muammar Gheddafi, rappresenta uno dei nodi centrali di una trama internazionale che lega terrorismo, politica e compromessi morali. Detenuto in Libia dal &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/il-caso-senoussi-e-quellombra-sul-rapporto-sarkozy-gheddafi.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/il-caso-senoussi-e-quellombra-sul-rapporto-sarkozy-gheddafi.html">Il caso Senoussi e quell&#8217;ombra sul rapporto Sarkozy-Gheddafi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="330" height="219" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128.jpg 330w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/01/330px-Flickr_-_europeanpeoplesparty_-_EPP_Congress_Rome_2006_128-300x199.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 330px) 100vw, 330px" /></p>
<p>La storia recente ci insegna che le vicende del potere spesso si intrecciano con gli oscuri meandri della violenza e della corruzione.<strong> Abdallah Senoussi, ex capo dei servizi segreti libici e cognato di Muammar Gheddafi, </strong>rappresenta uno dei nodi centrali di una trama internazionale che lega terrorismo, politica e compromessi morali. Detenuto in Libia dal 2012, <strong>Senoussi è una figura chiave nel processo parigino sui presunti finanziamenti libici </strong>alla campagna presidenziale di <a href="https://it.insideover.com/politica/sarkozy-e-gli-altri-quel-sostegno-a-macron-che-puo-favorire-la-le-pen.html">Nicolas Sarkozy del 2007.</a> Una vicenda che solleva interrogativi sulle relazioni tra Occidente e regimi autoritari, sul peso della geopolitica e sull’uso spregiudicato del potere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un patto tra sangue e politica</h2>



<p>Abdallah Senoussi non è solo un nome legato al regime di Gheddafi, ma anche a due dei più gravi attentati terroristici degli anni Ottanta: l’esplosione del Boeing Pan Am 103 sopra Lockerbie nel 1988 e quella del DC-10 dell’UTA nel 1989, che causarono complessivamente oltre 400 morti. Nonostante la sua condanna in Francia per l’attentato all’aereo della UTA, Senoussi si trovò al centro di un negoziato segreto con la Francia.</p>



<p>Secondo i documenti emersi dagli archivi libici, Muammar Gheddafi, durante la visita ufficiale di <strong>Nicolas Sarkozy in Libia nel 2005, </strong>propose una revisione della condanna del cognato in cambio di un sostegno finanziario alla campagna elettorale dell’allora ministro dell’Interno. Da lì, si mossero gli emissari di Sarkozy: Thierry Herzog, Claude Guéant e Brice Hortefeux, che incontrarono Senoussi a Tripoli e prepararono una strategia legale per alleggerire la sua posizione giudiziaria. I primi fondi libici iniziarono a fluire verso Parigi attraverso canali non ufficiali, coinvolgendo faccendieri come Ziad Takieddine.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La risposta di Gheddafi al bombardamento americano</h2>



<p>Le azioni di Senoussi come capo dei servizi segreti libici vanno inquadrate in un contesto più ampio. Nel 1986, un bombardamento americano colpì Tripoli, causando la morte di uno dei figli di Gheddafi. Fu un evento che segnò profondamente il dittatore libico, spingendolo a progettare una serie di attacchi terroristici contro obiettivi occidentali come ritorsione.</p>



<p>Gli archivi di Senoussi rivelano come la Libia stoccasse esplosivi e materiali bellici in basi strategiche a Malta e Casablanca, luoghi scelti per la loro vicinanza geografica e la debolezza dei controlli. Documenti top-secret del 1987 mostrano che gli agenti libici testarono esplosivi in grado di superare i controlli aeroportuali, utilizzando Semtex di origine cecoslovacca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lockerbie e UTA: il filo rosso del terrore</h2>



<p>Gli attentati al Boeing Pan Am e al DC-10 dell’UTA furono eseguiti con modalità simili: valigie esplosive imbarcate nei bagagli stiva, preparate per sfuggire ai controlli di sicurezza. A Lockerbie, nel 1988, una valigia carica di Semtex provocò l’esplosione dell’aereo, causando la morte di 270 persone. L’anno successivo, l’UTA 772 esplose nel deserto del Ténéré, uccidendo 170 persone. In entrambi i casi, Senoussi e i suoi uomini, inclusi agenti come Abu Agila Mohammad Mas’ud, svolsero un ruolo centrale nell’organizzazione e nella logistica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Sarkozy, Gheddafi e il prezzo del potere</h2>



<p>Se Gheddafi usò il terrorismo come strumento di ritorsione, Sarkozy sembra aver usato il dittatore libico come risorsa per raggiungere l’Eliseo. Il presunto accordo di finanziamento tra i due leader segna un momento oscuro nella storia politica francese. La figura di Sarkozy emerge come quella di un politico disposto a negoziare con un regime autoritario, ignorando le implicazioni morali e politiche.</p>



<p>Questa alleanza tra<strong> Parigi e Tripoli si concluse tragicamente per Gheddafi,</strong> ucciso nel 2011 durante la guerra civile libica, un conflitto che vide proprio la Francia in prima linea nel sostegno ai ribelli. L’intervento francese pose fine al regime, ma lasciò un vuoto di potere che destabilizzò ulteriormente la regione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una lezione per la storia</h2>



<p>Il caso Senoussi-Sarkozy evidenzia come i rapporti internazionali siano spesso guidati da interessi personali e politici piuttosto che da principi etici. Mostra inoltre come il terrorismo, usato come strumento geopolitico, lasci cicatrici profonde non solo nelle vittime, ma anche nei Paesi che si trovano a gestire le conseguenze di questi atti.</p>



<p>Questa vicenda ci ricorda che le scelte compiute dai leader non avvengono mai in un vuoto morale. Le alleanze strette per interesse personale, i compromessi con regimi autoritari e l’indifferenza verso le vittime creano cicli di violenza e instabilità che si ripercuotono per decenni. La storia non dimentica, e il caso Senoussi è lì a dimostrarlo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/storia/il-caso-senoussi-e-quellombra-sul-rapporto-sarkozy-gheddafi.html">Il caso Senoussi e quell&#8217;ombra sul rapporto Sarkozy-Gheddafi</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La Libia è un inferno ma a Usa, Europa e Russia va bene così. E il generale Haftar&#8230;</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-libia-e-un-inferno-ma-a-usa-europa-e-russia-va-bene-cosi-e-il-generale-haftar.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 May 2024 05:14:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1400" height="581" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il generale libico Khalifa Haftar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-300x125.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-768x319.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-1024x425.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>A dieci anni dall'"operazione dignità" di Haftar, la Libia è un inferno in terra, nell'indifferenza delle grandi potenze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-libia-e-un-inferno-ma-a-usa-europa-e-russia-va-bene-cosi-e-il-generale-haftar.html">La Libia è un inferno ma a Usa, Europa e Russia va bene così. E il generale Haftar&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1400" height="581" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Il generale libico Khalifa Haftar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535.jpg 1400w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-300x125.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-768x319.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Khalifa-Haftar-e1578930910535-1024x425.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1400px) 100vw, 1400px" /></p>
<p>La morte di <strong>Mu&#8217;ammar Gheddafi</strong>, ormai tredici anni fa, scardinò completamente le basi della società e dello stato libico. Una nazione acerba che non ha saputo reggere all&#8217;urto violento che la tragica fine del colonnello aveva rappresentato. Nell&#8217;entroterra di <strong>Sirte</strong>, infatti, non solo aveva brutalmente fine l&#8217;epopea del &#8220;Nasser libico&#8221; ma anche la <strong>Gran <em>Jamāhīriyya</em> </strong> come l&#8217;abbiamo conosciuta fino al 2011. </p>



<p>Tre anni dopo, nel Paese percosso e attonito dalla morte di quell&#8217;istrione discutibile che fu Gheddafi, toccava a un altro uomo in divisa, il generale <strong>Khalifa Haftar</strong>, prendersi la scena. Figura dal background complesso, con una parabola che passa da fedelissimo ad acerrimo nemico di Gheddafi, il 26 maggio 2014 lancia la cosiddetta &#8220;<strong><a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/che-cos-e-l-operazione-dignita.html">Operazione dignità</a></strong>&#8220;, una campagna condotta dall&#8217;Esercito Nazionale libico e che aveva come obiettivo quello di fare piazza pulita dei gruppi islamisti nella Libia orientale, compresa <strong>Bengasi</strong>. Per contrastare questa iniziativa, gruppi militanti islamici e armati, tra cui Ansar al-Sharia, mettono insieme la loro coalizione &#8220;Alba libica&#8221;. </p>



<p>Il Paese si trasforma nel terreno di scontro fra la coalizione <em>Libya Dawn</em>, con stretto controllo su <strong>Tripoli </strong>e gran parte della fetta occidentale del Paese, e la coalizione<em> Dignity</em>, collocata su parte della Cirenaica e Bengasi, trasformando il conflitto in una vera <strong>guerra civile</strong>. Luogo simbolo di questa guerra fratricida, l&#8217;aeroporto internazionale di Tripoli. La battaglia all&#8217;ultimo sangue per la Libia fende i confini tribali, politici, regionali e le faglie religiose che attraversano una nazione ridotta a una polveriera. Intanto, Haftar si guadagna il sostegno di Emirati Arabi, Egitto e una certa benevolenza francese, con Parigi pronta a fregarsi le mani al pensiero della <em>petroCirenaica</em>. Il resto è già storia, si può dire.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Derna community hit by devastating Libya flooding struggling in aftermath" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/5yam2RagZHY?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_5yam2RagZHY");</script>
</div></figure>



<p><strong>Che Paese è la Libia oggi?</strong> Si direbbe un puzzle, più che un Paese. L&#8217;immagine delle inondazioni che hanno colpito la città di <strong>Derna</strong> nel settembre scorso (quasi 6mila morti e 8mila dispersi) sembrano essere il fedele ritratto per una nazione a pezzi. A tredici anni dall&#8217;inizio del caos, in Libia <strong>l</strong><a href="https://www.amnesty.org/en/location/middle-east-and-north-africa/north-africa/libya/report-libya/#:~:text=Security%20forces%2C%20armed%20groups%2C%20militias,the%20Libyan%20coast%20in%202023."><strong>e violazioni dei diritti umani</strong> </a>e gli abusi da parte delle milizie rimangono pervasivi, mentre una grande quantità di élite politiche e di quasi-autorità si giocano a dadi la legittimità e il controllo del territorio. <strong>I cittadini libici non votano</strong> alle elezioni presidenziali o parlamentari dal 2014, quando un voto contestato portò alla guerra e a un Governo diviso. Nei fatti, la sgangherata Costituzione provvisoria del 2011 è l&#8217;unica a restare in vigore, mentre la nuova Carta costituzionale non riesce ancora a vedere l&#8217;alba. Difficile in un Paese in cui la <em>rule of law</em> è andata completamente a farsi benedire. </p>



<p>Nel frattempo, dalla sponda Nord del Mediterraneo si sprecano i proclami in favore di prossime libere elezioni libiche nemmeno si trattasse della Svezia. Un processo elettorale auspicato da tutti nel quadro della mediazione delle Nazioni Unite che andrebbe, sì, rilanciata, ma non è ancora chiaro come e da chi se il Palazzo di Vetro è alle prese con una faida interna, alimentata dal conflitto in Medio Oriente e da quello in Ucraina.</p>



<p>Nel frattempo, la Libia è una <em>banana republic</em>: si demoliscono unità residenziali, compresi i quartieri storici e siti del patrimonio protetti per far posto a nuovi sviluppi edilizi, residenziali e commerciali, e si arrestano residenti che protestano contro gli sfratti a Bengasi. Ci sono realtà come <strong>Tarhuna</strong>, &#8220;la Ciudad Juarez libica&#8221;, in cui centinaia di persone sono scomparse tra il 2014 e il 2020 quando una delle tante milizie del caleidoscopio libico- la <em>al-Kaniyat</em>-ottenne il controllo della città. Qui si continuano a identificare i resti di centinaia di persone trovate nelle <strong>fosse comuni</strong> senza che alcun processo abbia inizio per rintracciare le persone presumibilmente coinvolte negli omicidi. </p>


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<figure class="alignleft size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://libyanamericanalliance.org/wp-content/uploads/2022/11/t_5df665bfed3a4ad4ae040bda113cfced_name_20210429_tarhuna_drone_image2_scaled.jpg" alt=""/><figcaption class="wp-element-caption">Fosse comuni a Tarhun</figcaption></figure>
</div>


<p>La <strong><a href="https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/libya/index">missione di inchiesta indipendente sulla Libia</a></strong> è stata istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite con la risoluzione 43/39 del 22 giugno 2020, per indagare sulle violazioni e sugli abusi dei diritti umani in tutta la Libia dall&#8217;inizio del 2016, al fine di prevenire un ulteriore deterioramento della situazione e di garantire l&#8217;assunzione delle responsabilità. La missione di inchiesta ha concluso il suo rapporto finale sostenendo che esistono fondati motivi per ritenere che in Libia siano stati commessi <strong>crimini contro l&#8217;umanità</strong>, tra cui detenzioni arbitrarie, omicidi, torture, stupri, riduzione in schiavitù, soprattutto di tipo sessuale.</p>



<p><strong>La Libia è oggi un campo minato a cielo aperto</strong>. Mine anti-uomo e ordigni inesplosi (compresi i residui di munizioni a grappolo) continuano a rappresentare una quotidiana lotta con la vita, soprattutto a Tripoli e nel suo circondario, dove uccidono e feriscono decine di civili dal 2019 . La Libia tra l&#8217;altro non ha ratificato il <strong>Trattato internazionale per la messa al bando delle mine</strong> né la Convenzione sulle munizioni a grappolo. Su questo stato di cose, lo scorso autunno, si è abbattuta la tragedia delle inondazioni a Derna, che hanno spostato ordigni inesplosi in aree precedentemente incontaminate. Anche il <strong>sistema scolastico</strong> si è polverizzato: qui infatti non è stata approvata la Dichiarazione sulle scuole sicure per proteggere l&#8217;istruzione e gli educandi durante i conflitti armati. E senza la scuola non solo non c&#8217;è futuro, ma si bruciano le papabili classi dirigenti dei decenni a seguire, lasciando il Paese implodere nelle mani di un manipolo di statue di cera ottuagenarie.<br>Anche la <strong>Giustizia</strong> ha smesso di esistere. Giudici, pubblici ministeri e avvocati rischiano tutti i giorni vessazioni e attacchi fisici da parte dei gruppi armati: se non fosse una tragedia, farebbe quasi sorridere il candore e la solerzia con la quale si recano ogni giorno nei tribunali. Una giustizia dai piedi di argilla genera ovviamente <strong>un sistema carcerario da incubo</strong>. Sono circa una trentina gli istituti penitenziari-che a chiamarli così si fa peccato contro la verità- sotto la giurisdizione del ministero della Giustizia: qui centinaia di esseri umani stipati in detenzione prolungata senza processo, tediati da sovraffollamento e torture.</p>


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<figure class="alignright size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://globaldetentionproject.org:3000/api/gdpUploadFiles/sources/download/Libya-The-Independent.jpeg" alt="" style="width:434px;height:auto"/><figcaption class="wp-element-caption">Un carcere libico</figcaption></figure>
</div>


<p>Il caso di Derna ha messo in evidenza un altro dramma di un Paese del quale riusciamo a sapere poco, troppo poco, ovvero la grave compromissione della <strong>libertà di espressione</strong>. Un esempio fra tutti: nel settembre scorso era stato ordinato alla maggior parte dei media e dei giornalisti di lasciare i luoghi delle inondazioni, generando <strong>un buco nero mediatico</strong> sulle operazioni di soccorso. Poco dopo, un docente universitario e i due attivisti politici, che avevano preso parte a un simposio sulle ripercussioni legate alla vicenda, sono finiti in carcere senza alcuna accusa formale. Per quanto riguarda invece <strong>l&#8217;uso del web e delle nuove tecnologie</strong>,  il Paese sembra andare verso forme sempre più estreme di controllo dei privati cittadini. Due anni fa, infatti, veniva approvata una &#8220;legge contro il crimine informatico&#8221; che non ha avuto altre ripercussioni se non quelle di monitorare i contenuti online dei cittadini libici, rei di violare &#8220;l&#8217;onore e la morale pubblica&#8221;. Sorti simili, con tanto di condanne, per chi promuove valori come l&#8217;ateismo o il femminismo.</p>



<p>In una simile realtà bifronte, spaccata a metà fra due esecutivi, vi è tutto l&#8217;interesse delle parti in causa a <strong>rimandare <em>sine die</em> il processo elettorale</strong>: questo permette di seguitare a mantenere in piedi gli accordi informali che consentono la ripartizione degli introiti del petrolio, consolidando la spirale clientelistica. Con un tale Frankenstein politico quale è la Libia oggi, l&#8217;Europa ha pensato bene di stipulare qualsivoglia tipo di accordo. Haftar è il primo ad approfittare di questo quadro sconquassato, cercando di consolidare il controllo economico della Cirenaica attorno ai suoi figli, in particolare <strong>Saddam</strong>, comandante della <strong>brigata Tareq Bin Zeyad</strong>. Classe 1991, è un &#8220;figlio&#8221; di Bengasi ivi cresciuto con sua madre. Anche se giovanissimo, è un piccolo grande signore della guerra privo degli scrupoli del padre in divisa: dalle sue mani passano <strong>traffici di ogni tipo</strong>, compreso quello del <em>Captagon</em>, &#8220;la droga dell&#8217;Isis&#8221;. Ma il giovane Haftar è presente in tutti i mercati, compreso quello del <strong>traffico internazionale di esseri umani</strong>. </p>


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<figure class="alignleft size-large is-resized"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" decoding="async" src="https://prod.cdn-medias.theafricareport.com/cdn-cgi/image/q=auto,f=auto,metadata=none,width=732,height=419,fit=cover/https://prod.cdn-medias.theafricareport.com/medias/2023/07/14/screenshot-2023-07-14-at-131140-e1693839809958.png" alt="" style="width:330px;height:auto"/><figcaption class="wp-element-caption">Saddam Haftar</figcaption></figure>
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<p>A nessuno sano di mente verrebbe da stringere accordi con uno Stato allo sbando, nelle mani di soldataglia di ogni genere, pur di tener fuori dall&#8217;Europa migranti e richiedenti asilo attraverso la famigerata <strong>guardia costiera libica</strong>, che a definirla tale si fa un torto a chi rischia in mare ogni giorno per la sicurezza altrui. A siffatta organizzazione vengono concessi mezzi, fondi, addestramento. Foraggiare questo sistema non solo rende complici dei respingimenti ma condanna i migranti rintracciati in mare alle torture nei <strong>centri di detenzione</strong>, dove ad attendere c&#8217;è un fine pena mai fatto di ginocchia al petto, latrine putride, piaghe, pus e abusi di ogni tipo. Anche la Tareq Bin Zeyad si occupa di respingimenti e lo fa in modo violento, se non addirittura per sequestrare i migranti e chiedere un riscatto. Alla faccia delle operazioni di salvataggio. Questo accade anche nell&#8217;Ovest della Libia, dove sono documentanti ampiamenti i sequestri da parte delle milizie a scopo estorsivo. Un pizzo, più che un prezzo, da pagare, soprattutto per l&#8217;Italia.</p>



<p>Al complesso puzzle mediterraneo compartecipano tutte le nazioni che in questo momento sono investite dalle turbolenze del sistema internazionale. Ma se l&#8217;Europa è atterrita dalla presunta invasione programmata di migranti,  gli <strong>Stati Uniti </strong>invece hanno in cima ai propri desiderata il contenimento delle organizzazioni islamiste. Nonostante questo però, Washington ha scelto la strada del progressivo disinteresse per l&#8217;area e per le sorti della Libia, aggravate anche da un&#8217;infinita sequela di inviati speciali che non sono stati in grado di riportare  il caos libico nell&#8217;agenda internazionale. Da qui, una sorta di <strong>tacita intesa sull&#8217;accettazione del disordine</strong>, a patto che movimenti islamisti e flussi migratori siano sotto controllo. Ma questa non è una strategia, tantomeno un impegno verso il <em>peace-rebuilding</em>. </p>



<p>Non è, dunque un caso se all&#8217;interno di questo vuoto politico e di idee, <strong>Mosca ha avuto la possibilità di infiltrarsi</strong> con sempre maggior vigore. Schierata con il generale Haftar, la Federazione russa è riuscita a ottenere sempre maggior spazio di manovra anche al di là di Bengasi. Lo dimostrano non solo gli scambi diplomatici fra la cricca del generale e le istituzioni russe, ma anche nuove evidenze che testimonierebbero come la <strong>Brigata Wagner </strong>abbia utilizzato la Libia come hub logistico per destabilizzare l&#8217;Africa, e il <strong>Sahel </strong>in particolare (attraverso la<a href="https://alleyesonwagner.org/2024/03/19/la-base-aerienne-dal-khadim-un-avant-poste-russe-incontournable-en-libye/"> base di Al Khadim</a>, anello di congiunzione tra la Wagner in Libia e i sommovimento nella Repubblica centrafricana). Circa 1.800 mercenari russi, infatti, sarebbero oggi dislocati tra Cirenaica e Fezzan: un lascito di Prigozhin, di cui ora Mosca vuole cogliere ogni eredità.</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-libia-e-un-inferno-ma-a-usa-europa-e-russia-va-bene-cosi-e-il-generale-haftar.html">La Libia è un inferno ma a Usa, Europa e Russia va bene così. E il generale Haftar&#8230;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La minaccia di Haftar sul petrolio. Cosa rischia davvero l&#8217;Italia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-minaccia-di-haftar-sul-petrolio-cosa-rischia-davvero-litalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Jul 2023 15:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[National Oil Corporation]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1485" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eastmed" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-300x232.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-1024x792.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-768x594.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-1536x1188.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-2048x1584.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il generale Haftar ha lanciato un ultimatum: senza un nuovo sistema per la distribuzione dei proventi petroliferi, fermerà i pozzi. Cosa cambia per noi?</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/la-minaccia-di-haftar-sul-petrolio-cosa-rischia-davvero-litalia.html">La minaccia di Haftar sul petrolio. Cosa rischia davvero l&#8217;Italia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1485" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="eastmed" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-300x232.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-1024x792.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-768x594.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-1536x1188.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2023/01/ilgiornale2_20230127163030474_1435393695844d26e4275c96f70b673c-2048x1584.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>È di nuovo braccio di ferro in <strong>Libia</strong> per il controllo del <strong>petrolio</strong>, la principale fonte di sostentamento nell’ex Jamahiriya di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/la-storia-di-muammar-gheddafi.html">Mu&#8217;ammar Gheddafi</a>. Il generale <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-khalifa-haftar.html">Khalifa Haftar</a>, l’uomo forte della Cirenaica noto in Italia per aver sequestrato per ben 108 giorni i <a href="https://it.insideover.com/politica/i-pescatori-italiani-picchiati-e-fatti-dormire-per-terra-in-libia.html">18 pescatori di Mazara del Vallo</a>, ha lanciato un <strong>ultimatum</strong>: senza un nuovo (e più equo) sistema per la distribuzione dei proventi petroliferi entro il primo agosto, l’Esercito nazionale libico (Lna) fermerà i pozzi. Un blocco dalle conseguenze disastrose per la popolazione perché lo Stato sussidia tutto, dal pane al carburante, ma anche un problema per l’<strong>Italia</strong>. Secondo l’ultimo <a href="https://dgsaie.mise.gov.it/pub/bollettino/2023/import_greggio_2023_04_m.xls">bollettino</a> petrolifero del ministero dell&#8217;Ambiente e della sicurezza energetica, la Libia copre circa il <strong>15 per cento</strong> delle importazioni di greggio: ad aprile sono stati acquistati 6,067 milioni di barili di prezioso petrolio “dolce” libico a basso contenuto di zolfo (quindi più facile da raffinare) a quasi il doppio del prezzo di mercato (fino a 120 dollari al barile).</p>



<h2 class="wp-block-heading">La storia infinita</h2>



<p>Secondo <strong>Leonardo Bellodi</strong>, professore aggiunto presso la&nbsp;Luiss&nbsp;Business School, la distribuzione dei proventi del petrolio in Libia è una storia infinita. “La Cirenaica si è sempre lamentata di ricevere meno di quanto meriterebbe. Gheddafi teneva a bada queste istanze, a volte con metodi poco ortodossi, che poi sono esplose quando è finito il regime. Già pochi mesi dopo la rivoluzione del febbraio 2011, il governo di transizione di Bengasi aveva presentato una proposta per un nuovo sistema di misurazione del petrolio. Ora abbiamo di nuovo questo problema con Haftar, ma non è la prima volta che minaccia il <strong>blocco</strong> della produzione”, spiega a <em>InsideOver</em> Bellodi, già vicepresidente esecutivo di Eni e consigliere senior della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il bluff di Haftar</h2>



<p>Le minacce del generale della Cirenaica potrebbero essere un <strong>bluff </strong>o, meglio ancora, un tentativo di avere più leva negoziale per il controllo della <strong>National Oil Corporation </strong>(Noc), l’ente petrolifero statale conteso da due potenti famiglie: gli Haftar a est e i <strong>Dabaiba </strong>a ovest. “Non mi aspetto che un eventuale blocco duri molto. Potrebbe trattarsi di una provocazione. Haftar si trova tra l’incudine e il martello: da un lato deve mostrare il pugno di ferro, dall’altro deve stare attento a non inimicarsi tutte le regioni della Libia, perché uno stop alle esportazioni avrebbe conseguenze in tutto il Paese”, afferma Bellodi. Prima del colpo di Stato del 1969, la Libia produceva fino a 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno. Poi con Gheddafi l’output libico era sceso a 1,8 milioni di barili. Nei periodi più bui post-rivoluzione del 2011, la Libia era scesa sotto la soglia dei 200 mila barili al giorno. Ora il Paese membro del cartello petroliero <strong>Opec</strong> produce circa 1,2 milioni di barili al giorno, meno dell’1 per cento della produzione globale e circa il 7-8 per cento delle importazioni in Europa.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il gioco della Russia</h2>



<p>Secondo l’ex manager dell’Eni, un nuovo, possibile blocco del petrolio in Libia avrebbe uno scarso impatto al livello globale: “Sia perché il greggio libico è poco, sia perché il mercato del petrolio, al contrario di quello del gas, è liquido e particolarmente fluido”. Caso mai, aggiunge Bellodi, l’improvvisa mancanza del petrolio libico potrebbe spingere l’Europa a fare il gioco di <strong>Mosca</strong>. Pur essendo sotto sanzioni, infatti, il greggio della <strong>Russia</strong> finisce comunque nei mercati europei tramite triangolazioni con Paesi come Cina, India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Singapore. “L’altro problema è domestico. Il 100 per cento del bilancio statale è costituito dai proventi della vendita di petrolio e gas. Siccome tutta la popolazione libica è sussidiata dallo Stato, un blocco potrebbe alimentare il disagio sociale e i moti all’interno del Paese”, spiega ancora il professore aggiunto della&nbsp;Luiss&nbsp;ed esperto di Libia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E l’Italia?</h2>



<p>Il petrolio libico, come detto, è particolarmente pregiato perché povero di zolfo. È considerato dagli addetti ai lavori un greggio “dolce” e particolarmente facile (e meno costoso) da raffinare. L’improvvisa mancanza di sei milioni di barili di petrolio spingerebbe l’Italia ad acquistare da altri mercati, ma allo stato attuale è difficile prevedere cosa accadrà. “Non vedo per l’Italia un problema di approvvigionamento, ma caso mai di <strong>prezzi</strong>. Se dovesse esserci questo blocco, bisogna vedere quanto durerà e quale sarà la reazione dei mercati finanziati e dei grandi trader. Non vedo un grande rischio di aumento dei prezzi alla pompa di benzina. Almeno per ora”, conclude Bellodi.</p>
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		<title>Migranti, la sfida è controllare le frontiere del deserto</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/migranti-la-sfida-e-controllare-le-frontiere-del-deserto.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Dec 2022 05:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[Migranti]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre il 2022 si chiuderà con oltre centomila sbarchi via mare, il nuovo governo dell’Italia guidato da Giorgia Meloni sta studiando una nuova strategia a medio-lungo per contrastare il traffico di esseri umani. Archiviata l’ipotesi di un blocco navale nel Mediterraneo centrale, misura che corrisponderebbe a un atto di guerra contro Tunisia e Libia, l’idea &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/migranti-la-sfida-e-controllare-le-frontiere-del-deserto.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/12/ilgiornale2_20221219102151864_cc4874e6d2359925ec281092c3913c25-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre il 2022 si chiuderà con oltre <strong>centomila sbarchi</strong> via mare, il nuovo governo dell’Italia guidato da <strong>Giorgia Meloni</strong> sta studiando una nuova strategia a medio-lungo per contrastare il traffico di esseri umani. Archiviata l’ipotesi di un <a href="blocco%20navale">blocco navale</a> nel Mediterraneo centrale, misura che corrisponderebbe a un atto di guerra contro Tunisia e Libia, l’idea è quella di sigillare i confini di sabbia del <strong>Sahel</strong> e di intervenire a monte del problema, mettendo in campo tecnologia, investimenti e know-how insieme all’<strong>Europa</strong>. Un percorso ambizioso ma irto di ostacoli, come la prosecuzione della crisi libica; l’incognita dell’economia tunisina; il boom demografico dell’Egitto; i possibili sabotaggi di Paesi terzi come Russia e Cina.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;instabilità Libia</h2>



<p>L’ex Jamahiriya di <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/la-storia-di-muammar-gheddafi.html">Mu&#8217;ammar Gheddafi</a>, primo<strong> </strong>Paese di partenza dei migranti che sbarcano in Italia, è sempre sull’orlo della divisione tra Cirenaica e Tripolitania. Le regioni rispettivamente dell’ovest e dell’est della Libia sono in balia di potenze straniere quali <strong>Turchia</strong> da una parte e <strong>Russia</strong> ed <strong>Egitto</strong> dall’altra. Nel Paese ci sono oggi due governi paralleli: uno riconosciuto dalle Nazioni Unite, basato a Tripoli, il cui mandato è scaduto da mesi; un altro sostenuto dal vecchio Parlamento dell’est, privo di legittimità internazionale e di entrate petroliere. </p>



<p>La favoletta delle “elezioni credibili, trasparenti e inclusive” è oggi, appunto, una fiaba a cui non crede più nessuno. Intanto due figure si ergono sopra i “dinosauri politici libici” (la definizione è dell’ex inviata Onu, Stehpanie Williams) che da oltre un decennio lottano contro l’estinzione: il premier del Governo di unità nazionale, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-abdul-hamid-dbeibah.html">Abuldhamid Dbeibah</a>; il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-khalifa-haftar.html">Khalifa Haftar</a>. Ad oggi, ogni tentativo di controllare gli oltre 2.000 chilometri di confini meridionali libici con <strong>Algeria</strong>, <strong>Niger</strong>, <strong>Ciad</strong> ed <strong>Egitto</strong> passare necessariamente da questi due uomini di potere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le incognite in Tunisia</h2>



<p>Da culla della primavera araba lodata per anni come “modello di democrazia musulmana”, la <strong>Tunisia</strong> è governata oggi da un uomo solo al comando. Il presidente della Repubblica, il giurista <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-kais-saied-il-nuovo-uomo-forte-della-tunisia.html">Kais Saied</a>, ha sciolto il Parlamento, nominato un governo di “tecnici” a lui fedeli e sponsorizzato una nuova Costituzione che si dice sia stata scritta da lui stesso. Ma il vero problema è la tempesta <strong>economica</strong> e <strong>sociale</strong> che sta colpendo il <strong>secondo </strong>Paese di partenza dei migranti (tra i quali molti tunisini, ma anche tanti subshariani) che arrivano in Italia. </p>



<p>La guerra in Ucraina ha causato una scarsità di materie prime quali zucchero e farina, innescando una pericolosa spirale di <strong>inflazione</strong>, speculazione e repressone. Una bocca di ossigeno per lo Stato tunisino arriverà a fine anno con la prima rata del <a href="https://www.agenzianova.com/news/fmi-annuncia-laccordo-con-la-tunisia-per-un-prestito-da-19-miliardi-di-dollari/">maxi-prestito</a> internazionale, ma in cambio l’<strong>Fmi</strong> chiede riforme strutturali lacrime e sangue. L’Italia, da parte sua, non può &#8220;tifare&#8221; per questo Paese fondamentale per la stabilità del Nord Africa, per il transito del gas algerino verso la Sicilia, per il controllo dei flussi migratori illegali e per gli investimenti italiani in loco (il nostro Paese è il <a href="https://www.agenzianova.com/news/tunisia-risultato-storico-dellitalia-sorpassa-la-francia-ed-e-il-primo-partner-commerciale/">primo partener</a> commerciale della Tunisia davanti alla Francia).</p>



<h2 class="wp-block-heading">La situazione in Egitto</h2>



<p>L’<strong>Egitto </strong>del presidente-generale di ferro <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-abdel-fattah-al-sisi.html">Abdel Fattah al-Sisi</a> è molto meno solido di quel che sembra. Non è un caso che dei quasi centomila migranti sbarcati in Italia, oltre il 20% provenga dal Paese delle piramidi. Gli egiziani sono effettivamente in cima alla classifica delle nazionalità dichiarate allo sbarco: 20.069 secondo i dati del <a href="http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_09-12-2022.pdf">Viminale</a> aggiornati al 9 dicembre. Per anni, Al Sisi si è <a href="https://thearabweekly.com/sisi-criticises-europes-migration-policies-while-egypt-hosts-millions">vantato</a> con l’Europa di riuscire a contenere i flussi verso il Vecchio Continente. Oggi non è più così per una serie di motivi. </p>



<p>In primis perché il <strong>boom demografico</strong> del Paese arabo più popoloso del mondo (l’Egitto è un colosso di oltre 100 milioni di abitanti) è molto difficile, se non impossibile, da controllare. I militari egiziani stanno smantellando gli slum e costruendo una serie di nuove città (Nuova El Al Alamein, la Nuova Capitale amministrativa, Nuova Mansoura e così via) ancora mezze vuote, con il rischio concreto di creare una <strong>bolla </strong>immobiliare. Inoltre, il Covid prima e la guerra in Ucraina hanno inevitabilmente rallentato lo sviluppo delle infrastrutture, oltre ad aver alimentato l’inflazione a causato il <a href="https://www.reuters.com/business/finance/egypts-pound-sinks-further-against-dollar-refinitiv-2022-10-30/">crollo</a> della sterlina egiziana. E l’instabilità in Libia alimenta una rotta migratoria che è sempre esista, ma che oggi è sempre più gettonata (e sempre più pericolosa).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un centro di controllo a Roma</h2>



<p>Di fronte a tutto questo, agire nel medio-lungo periodo per non inseguire i flussi, ma governarli, è fondamentale. Secondo un’indiscrezione dell’<a href="https://www.agenzianova.com/news/migranti-litalia-potrebbe-ospitare-una-struttura-permanente-per-il-controllo-dei-confini-tra-libia-e-sahel/">Agenzia Nova</a>, <strong>Roma </strong>potrebbe ospitare una “struttura internazionale permanente” per il controllo dei <strong>confini </strong>del cosiddetto <strong>Mediterraneo profondo</strong>, ovvero gli i confine che la Libia condivide con Algeria, Niger, Ciad, Sudan ed Egitto. L’idea è quella di creare “un coordinamento Libia-Sahel”, con sede in Italia e “il coinvolgimento diretto dell’Unione Europea”. Il centro non si limiterebbe a combattere il traffico di esseri umani, ma anche il terrorismo e la criminalità organizzata “in sinergia tra le due sponde del Mediterraneo”, con “l’obietto di spostare il baricentro più a sud”. Un primo incontro su questo tema dovrebbe tenersi all’inizio del <strong>2023 </strong>proprio a Roma.</p>
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		<title>Libia, la partita nascosta dietro al caso Lockerbie</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/libia-la-partita-nascosta-dietro-al-caso-lockerbie.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Dec 2022 15:09:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1440" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-1024x768.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-768x576.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-1536x1152.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220302165056126_ebe48e1758234f9669d6d11027e0de8f-2048x1536.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso 27 novembre su InsideOver avevamo anticipato che qualcuno il&#160;Libia&#160;voleva riaprire il caso&#160;Lockerbie, l’attentato del 1988 al volo Pan Am 103 che uccise in Scozia 270 persone, per lo più cittadini statunitensi. Quel qualcuno oggi ha un nome e un cognome: si chiama Abdulhamid Dbeibah e di lavoro fa il primo ministro del Governo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/libia-la-partita-nascosta-dietro-al-caso-lockerbie.html">[...]</a></p>
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<p>Lo scorso 27 novembre su <em>InsideOver</em> avevamo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/libia-chi-vuole-riaprire-il-caso-lockerbie.html">anticipato</a> che qualcuno il&nbsp;<strong>Libia&nbsp;</strong>voleva riaprire il caso&nbsp;<strong>Lockerbie</strong>, l’attentato del 1988 al volo Pan Am 103 che uccise in Scozia 270 persone, per lo più cittadini statunitensi. Quel qualcuno oggi ha un nome e un cognome: si chiama <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-abdul-hamid-dbeibah.html">Abdulhamid Dbeibah</a> e di lavoro fa il primo ministro del Governo libico di unità nazionale (Gun), l’esecutivo “ad interim” basato a Tripoli, sostenuto dalla Turchia, boicottato dall’Egitto e dalla Grecia, riconosciuto con imbarazzo dalle Nazioni Unite; eppure, ancora oggi al potere. E’ stato lui a ordinare al signore della guerra <strong>Abdulghani Kikili</strong> di arrestare a Tripoli <strong>Abu Agila Mohammad Masud</strong>, 71 anni, ex agente dell’intelligence ricercato dall’Interpol perché sospettato di aver costruito la&nbsp;<strong>bomba&nbsp;</strong>usata nell’attacco terroristico, e di consegnarlo alle autorità degli Stati Uniti. Ma perché riaprire un caso chiuso ormai da 20 anni con il maxi-risarcimento da 2,7 miliardi di dollari sborsato da Muhammar Gheddafi alle famiglie delle vittime?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lotta per il potere</h2>



<p>Semplice: Dbeibah vuole rimanere al potere il più a lungo possibile. Il suo governo è sfiduciato dalla Camera dei rappresentanti dell’est e resiste ai tentativi di golpe grazie al decisivo sostegno della <strong>Turchia</strong>. Circostanza, quest’ultima, che spinge Tripoli a rafforzare la cooperazione militare ed energetica con Ankara, scatenando le vibranti proteste di <strong>Grecia</strong> ed <strong>Egitto</strong>. Più il tempo passa, più la legittimità del governo nato per traghettare il Paese alle elezioni viene meno. Ecco, quindi, che Dbeibah tira fuori il cilindro dal cappello: fa rapire <strong>Masud </strong>dimostrando ai rivali di controllare il territorio e lo consegna agli Stati Uniti, che ne avevano richiesto l’estradizione. Peraltro, negli ultimi mesi la diplomazia libica ha sempre votato a favore delle risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite contro la <strong>Russia</strong>: una scelta che rinsalda la posizione Tripoli dalla parte dello schieramento atlantico contro Mosca.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un caso politico</h2>



<p>Dopo settimane di silenzio, il premier parla in televisione spiegando che Masud “è un criminale e un terrorista che non può essere difeso”. Ma la mossa di Dbeibah è rischiosa e, come riferisce l’<em><a href="https://www.agenzianova.com/news/libia-lestradizione-negli-usa-del-sospettato-dellattentato-di-lockerbie-diventa-un-caso-politico/">Agenzia Nova</a></em>, apre un caso politico e giudiziario. I politici dell’est della Libia si sbracciano, gridano allo scandalo, parlando di tradimento, di estrazione illegale, di violazione della sovranità e si offrono perfino di pagare le spese legali all’ex agente dell’intelligence libico. Scordandosi però un illustre precedente: <strong>Abu Anas al Libi</strong>, leader di al Qaeda e uno degli organizzatori delle stragi in Kenya e nel Tanzania ’98, venne catturato nel 2013 e consegnato agli Usa. Più protestano, più i rivali di Dbeibah si allontanano dall’orbita di Washington che già non vede di buon occhio la presenza dei mercenari russi del gruppo <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-dei-mercenari-in-libia.html">Wagner</a> in Cirenaica e nel Fezzan. &nbsp;E mentre l’ufficio del procuratore generale libico,&nbsp;<strong>Al Siddiq al Sour</strong>, avvia un’indagine sull’estradizione di Masud, su <a href="https://twitter.com/malek0106o3/status/1602060933903400968">Twitter</a> gira voce che il veri motivo per cui Dbeibah avrebbe consegnato l’ex agente libico è mettere le mani sulle partecipazioni azionarie e i conti bancari congelati negli Stati Uniti.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il tesoro di Gheddafi</h2>



<p>E&#8217; molto difficile che ciò avvenga, almeno nel breve termine. Il premier ha già tentato <a href="https://libyaupdate.com/malta-rejected-dbeibehs-request-to-unfreeze-funds-maltese-press-reveals/">senza successo</a> di sbloccare gli asset congelati a <strong>Malta </strong>lo scorso settembre. La Libia è ancora sottoposta alle <strong>sanzioni </strong>delle Nazioni Unite e per riappropriarsi del maxi-fondo sovrano da decine di miliardi di euro, il vero tesoro lasciato da Gheddafi, bisogna passare dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Più probabile che Dbeibah punti realisticamente a migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con gli Usa, cominciando ad esempio dalla nomina di un nuovo ambasciatore a sbloccare l&#8217;apertura di un consolato a Houston, in Texas. Tutti dossier finora bloccati dal dipartimento di Stato ma che ora, dopo la consegna di Masud, potrebbero vedere nuovi sviluppi.</p>
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		<title>Libia, chi vuole riaprire il caso Lockerbie?</title>
		<link>https://it.insideover.com/storia/libia-chi-vuole-riaprire-il-caso-lockerbie.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Nov 2022 10:58:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-1536x1005.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Qualcuno il Libia vuole riaprire il caso Lockerbie, l&#8217;attentato del 1988 al volo Pan Am 103 che uccise in Scozia 270 persone, per lo più cittadini statunitensi. Ignoti hanno rapito a Tripoli Abu Agila Mohammad Masud, ex agente dell’intelligence sospettato di aver costruito la bomba usata nell’attacco terroristico. Ad annunciarlo è stata la famiglia dell&#8217;ex &#8230; <a href="https://it.insideover.com/storia/libia-chi-vuole-riaprire-il-caso-lockerbie.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1256" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-300x196.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-1024x670.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-768x503.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/11/ilgiornale2_20221127115738405_ee135753e36fdc3b3a928371db1dcdf3-1536x1005.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Qualcuno il <strong>Libia </strong>vuole riaprire il caso <strong>Lockerbie</strong>, l&#8217;attentato del 1988 al volo Pan Am 103 che uccise in Scozia 270 persone, per lo più cittadini statunitensi. Ignoti hanno rapito a Tripoli <strong>Abu Agila Mohammad Masud</strong>, ex agente dell’intelligence sospettato di aver costruito la <strong>bomba </strong>usata nell’attacco terroristico. Ad annunciarlo è stata la famiglia dell&#8217;ex ufficiale libico, denunciando il “silenzio” delle autorità che, in effetti, non hanno rivelato alcun dettaglio. Chi e perché ha rapito Masud, che oltretutto risultava essere in custodia non più di un anno fa?</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un dossier chiuso, anzi no</h2>



<p>Il caso risale al <strong>1988</strong> quando una bomba esplose a bordo dell’aereo di linea statunitense, che si schiantò sul villaggio scozzese di Lockerbie uccidendo tutti i 259 passeggeri e 11 residenti locale. Il dossier venne chiuso nel 2008, quanto l’allora <strong>Jamahiriyya </strong>del colonello <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/la-storia-di-muammar-gheddafi.html">M&#8217;uammar Gheddafi</a> ammise la responsabilità e pagò un maxi-risarcimento alle famiglie delle vittime. Ma dodici anni più tardi, il dipartimento di Giustizia Usa ha sporto una <a href="https://www.justice.gov/opa/speech/attorney-general-william-p-barr-delivers-remarks-pan-am-103-press-conference">denuncia penale</a> contro Masud, sospettato di aver assemblato il dispositivo che ha fatto saltare in aria il volo Pan Am 103. Non solo. Secondo la giustizia Usa, Masud sarebbe anche coinvolto nell&#8217;attentato del 1986 alla discoteca <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Attentato_alla_discoteca_di_Berlino_del_1986">LaBelle</a> di Berlino, nella Germania occidentale, che ha ucciso due militari americani e una cittadina turca. Nel novembre 2021, la ministra degli Esteri del Governo di unità nazionale (Gun), <strong>Najla el Mangoush</strong>, ha ammesso in un’intervista all’emittente televisiva britannica <em><a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-59153059">Bbc</a></em> che la Libia potrebbe <strong>estradare </strong>Masud negli Stati Uniti. In concomitanza con l&#8217;intervista di Mangoush, il primo ministro libico Abdulhamid Dbeibah ha chiesto che il fascicolo fosse riaperto e che le persone coinvolte nel &#8220;caso che ha causato tante sofferenze&#8221; fossero ritenute responsabili.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il rapimento e i sospetti sulle milizie</h2>



<p>Secondo una dichiarazione attribuita ai familiari di Masud, persone armate non identificate hanno fatto irruzione nella casa della famiglia nella zona di Abu Salim in piena notte, portando l’ex agente dell’intelligence ricercato dagli Stati Uniti verso una destinazione sconosciuta a bordo di due veicoli fuoristrada. L’area in questione è territorio della milizia Ghaniwa, che fa capo a&nbsp;<strong>Abdelghani al Kikli</strong>, tra i miliziani più potenti e noti in circolazione, già capo della Forza di sicurezza centrale di Abu Salim, ex milizia formata dopo il 2011 in uno dei più popolosi quartieri della capitale. Oggi la milizia Ghaniwa è inquadrata nell’Autorità di supporto alla stabilità (Ass), apparato di sicurezza creato nel gennaio 2021 e che è considerato la “longa manus” del premier Dabaiba.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Cui prodest?</h2>



<p>Il ministero della Giustizia del Governo di unità nazionale della Libia ha affermato in un comunicato stampa che il caso dell’attentato di Lockerbie del 1988 è “completamente chiuso dal punto di vista politico e giuridico, in conformità con l&#8217;accordo concluso tra Libia e Stati Uniti nel 2008”. E la Camera dei rappresentanti nell&#8217;est della Libia dominata dal generale <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-khalifa-haftar.html">Khalifa Haftar</a> ha annunciato il &#8220;rifiuto categorico&#8221; dei tentativi di riaprire il dossier e di consegnare Masoud agli Stati Uniti. Tutti smentiscono, ma allora chi è responsabile di questo ennesimo arresto extra-giudiziale in Libia? Abdel Moneim al&nbsp;Arfi, membro della Camera dei rappresentanti libica della città di&nbsp;Al&nbsp;Marj (Libia orientale), ha dichiarato all’<em><a href="https://www.agenzianova.com/a/6381354bd6d888.40782959/4150474/2022-11-23/libia-parlamento-dell-est-no-alla-riapertura-del-caso-lockerbie">Agenzia Nova</a> </em>che “chi sta cercando di riaprire il caso Lockerbie, che sia parti libiche o straniere, vuole ricattare lo Stato libico”. A ben vedere, l’ipotesi più accredita resta quella che &nbsp;<strong>Masud </strong>sia stato rapito qualcuno che vuole acquistare benemerenze con l’occidente, e in particolare con gli Stati Uniti.</p>
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		<title>La minaccia degli Usa alla Russia in Libia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/la-minaccia-degli-usa-alla-russia-in-libia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jun 2022 19:19:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[gruppo Wagner]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli Stati Uniti spaventano la Libia con le esercitazioni Africa Lion 2022, le manovre militari organizzate da Africom, il comando militare che si occupa di Africa. Nello scacchiere delle manovre a cui partecipa anche l’Italia con 40 militari del Nato Rapid Deployable Corps, la maggior parte delle forze contrapposte sono dislocate nel &#8220;Chekkir”, una Repubblica &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-minaccia-degli-usa-alla-russia-in-libia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/Agenzia_Fotogramma_IPA20173450-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Gli <strong>Stati Uniti</strong> spaventano la <strong>Libia</strong> con le esercitazioni <a href="https://www.africom.mil/what-we-do/exercises/african-lion">Africa Lion 2022</a>, le manovre militari organizzate da Africom, il comando militare che si occupa di Africa. Nello scacchiere delle manovre a cui partecipa anche l’<strong>Italia</strong> con <strong>40 militari</strong> del Nato Rapid Deployable Corps, la maggior parte delle forze contrapposte sono dislocate nel &#8220;Chekkir”, una Repubblica immaginaria con gli stessi colori della Libia. Otto unità sono schierate nella Libia orientale dominata dal generale <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-khalifa-haftar.html">Khalifa Haftar</a>, l’uomo forte della Cirenaica con passaporto statunitense noto in Italia per aver sequestrato i pescatori di Mazara di Vallo. Nelle immagini pubblicate dall’<a href="https://www.agenzianova.com/news/al-via-lesercitazione-africa-lion-in-marocco-spuntano-forze-contrapposte-nellest-della-libia/">Agenzia Nova</a>, un’unità non-amica con la sigla <em>Pmc</em> (acronimo inglese di Compagnia militare straniera) si trova a Jufrah, la base militare dei mercenari del gruppo russo Wagner al soldo di Haftar. Il messaggio di Washington è chiaro: la parte della Libia che flirta con la <strong>Russia</strong> è un potenziale nemico e ci stiamo addestrando a ogni evenienza, incluso uno scenario di attacco chimico, batteriologico o persino nucleare.</p>
<h2>Il precedente</h2>
<p>Secondo l’esperto di Libia <a href="https://twitter.com/JMJalel_H/status/1535530386356416512">Jalel Harchauoi</a>, nel 2010 il <strong>Regno Unito</strong> e la <strong>Francia</strong> condussero le esercitazioni Noble Ardent (a ottobre) e Austere Challenge (aprile-maggio): in entrambi i casi le unità contrapposte simulanti erano dei libici. E l’anno successivo, nel 2011, proprio Francia e Regno Unito causarono l’intervento militare della Nato che costò la vita al colonnello <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/la-storia-di-muammar-gheddafi.html">Mu’ammar Gheddafi</a> e segnò la fine della <strong>Jamahiriya</strong>, all’epoca principale alleato dell’Italia nel Mediterraneo. Oggi, nell&#8217;esercitazione guidata dagli Usa con più di 7.500 militari, la maggior parte dei “non-amici immaginari” sono concentrati nelle zone controllate da Haftar, il <em>feldmaresciallo</em> che ha cercato (senza riuscirci) di conquistare Tripoli <em>manu militari</em> con l’aiuto dei mercenari russi. Lo stesso Haftar che oggi blocca (di nuovo) i pozzi di <strong>petrolio</strong> del Paese membro del Cartello petrolifero Opec, favorendo gli interessi della Russia a scapito degli acquirenti occidentali (tra cui l’Italia) del greggio libico.</p>
<h2>Mercenari stranieri</h2>
<p>I mercenari russi del gruppo <strong>Wagner</strong> continuano ad avere i loro stivali ben piantati sulle sabbie del deserto della Libia, nonostante le <a href="https://it.insideover.com/guerra/la-libia-invia-combattenti-in-ucraina.html">voci su una riduzione degli effettivi</a>. Sempre secondo l’<a href="https://www.agenzianova.com/news/fonti-nova-almeno-1-500-mercenari-russi-del-gruppo-wagner-ancora-presenti-in-libia/">Agenzia Nova</a>, che cita tre diverse fonti, il numero dei mercenari Wagner presenti in Libia per conto di Mosca varia da 1.500 a 5.000, aggiungendo che solo poche decine di miliziani sono stati trasferiti in <strong>Ucraina</strong>. Anche la <strong>Turchia</strong>, del resto, non sembra intenzionata a levare le tende: il parlamento monocamerale ha recentemente approvato la proroga del dispiegamento di truppe in Libia per 18 mesi a partire dal prossimo 2 luglio. Se da una parte non si spara più un colpo (o quasi) dal cessate il fuoco dell’ottobre 2020, la presenza sul terreno di mercenari stranieri da entrambe le parti della “<a href="https://it.insideover.com/guerra/la-guerra-dei-mercenari-in-libia.html">Linea Maginot</a>” del deserto pesa come un macigno sugli sforzi di riconciliazione e la prospettiva credibile di elezioni.</p>
<h2>Stallo alla libica</h2>
<p>La presenza militare straniera alimenta lo “stallo alla libica” che da anni blocca ogni forma di progresso nel Paese nordafricano. Un Paese che, è bene ricordarlo, vanta le maggiori riserve petrolifere d’Africa, ma che <a href="https://www.agenzianova.com/news/blackout-in-tutta-la-libia-il-presidente-della-noc-denuncia-una-situazione-molto-grave/">non riesce</a> a erogare <strong>elettricità</strong> ai propri cittadini. Un Paese dove ci sono due governi: uno guidato dal premier uscente <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-abdul-hamid-dbeibah.html"><strong>Abdulhamid Dbeibah</strong></a> con sede a Tripoli, l’altro del primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-fathi-bashagha.html"><strong>Fathi Bashagha</strong></a>, insediatosi temporaneamente a Sirte. E proprio la vicinanza di alcuni ministri del governo Bashagha alla Russia ha fatto storcere il naso agli Stati Uniti. Non è passata inosservata la partecipazione di Osama Hammad, ministro delle Finanze, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief) proprio mentre aumentano le indiscrezioni sull’imminente arrivo di <strong>dinari libici</strong> stampati in Russia per rimpinguare le (sempre più vuote) casse del generale Haftar.</p>
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		<title>Libia, l’infinito conto alla rovescia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/libia-linfinito-conto-alla-rovescia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Scipione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Jun 2022 05:22:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[crisi politica]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in Libia]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La sabbia nella clessidra della Libia, ex alleato numero uno dell’Italia nel Mediterraneo, si sta esaurendo. Una nuova data potrebbe segnare una svolta o un punto di non ritorno nell’ex Jamahiriya del defunto colonello Mu&#8217;ammar Gheddafi. Il 22 giugno scade la road map delineata dal Foro di dialogo politico (Lpdf), l’organismo libico di 74 membri &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libia-linfinito-conto-alla-rovescia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/05/ilgiornale2_2022053116254521_323da7a1c6726fac35d9e2188bd9eee3-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La sabbia nella clessidra della <strong>Libia</strong>, ex alleato numero uno dell’Italia nel Mediterraneo, si sta esaurendo. Una nuova data potrebbe segnare una svolta o un punto di non ritorno nell’ex Jamahiriya del defunto colonello <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/la-storia-di-muammar-gheddafi.html">Mu&#8217;ammar Gheddafi</a>. Il <strong>22 giugno</strong> scade la road map delineata dal Foro di dialogo politico (Lpdf), l’organismo libico di 74 membri patrocinato dalle Nazioni Unite che ha nominato l’attuale premier <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-abdul-hamid-dbeibah.html">Abdulhamid Dbeibah</a> e i tre membri del Consiglio di presidenza, il presidente Mohamed Menfi (est) e i due vice Moussa Kuni (sud) e Abdullah al Lafi (ovest). Cosa succederà ora nel Paese membro del cartello petrolifero Opec? Ecco <strong>quattro</strong> scenari possibili.</p>
<h2>Assolutamente nulla</h2>
<p>La cosa più probabile è che non accada assolutamente <strong>nulla</strong>. Il 22 giugno è infatti una data politica delicata, ma ha scarsa valenza giuridica. L’attuale governo di unità nazionale (Gun) è rimasto in caricata nonostante un’altra scadenza ben più importante: quella delle <strong>elezioni</strong> che avrebbero dovuto tenersi nel 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia, il <strong>24 dicembre</strong> 2021. La tabella di marcia approvata dall’Lpdf a Tunisi nell’ottobre del 2020 prevedeva elezioni entro 18 mesi, dunque entro giugno, ma allo stato attuale è improbabile che ciò accada. Nel Paese ci sono due governi, migliaia di combattenti stranieri, i mercenari del <a href="https://it.insideover.com/politica/i-mercenari-russi-sono-ancora-in-libia.html">gruppo russo Wagner</a> e un blocco del petrolio: andare al voto in queste condizioni è infattibile.</p>
<h2>Il Golpe parlamentare</h2>
<p>Uno scenario meno probabile, ma possibile, è che il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, <strong>Aguila Saleh</strong>, dichiari decaduto il Consiglio presidenziale e il governo di unità nazionale e si autoproclami presidente della Repubblica e comandante supremo delle Forze armate “ad interim”. È un’eventualità che teme in particolare l’Alto Consiglio di Stato, il “Senato” libico con sede a Tripoli dominato dai Fratelli musulmani.</p>
<p>Anche questa opzione, tuttavia, presenta delle criticità. Tanto per cominciare il Parlamento libico con sede nell’est non ha mai ratificato l’accordo politico di Tunisi, pertanto le basi legali sono deboli. Saleh, vecchia volpe della politica libica, è stato sanzionato dall’<strong>Unione europea</strong> e, seppure questo non gli abbia impedito di recarsi in Italia e in Francia, difficilmente riceverebbe l’avallo della comunità internazionale qualora decidesse di auto-proclamarsi raìs con un golpe parlamentare.</p>
<h2>Il Golpe militare</h2>
<p>La terza ipotesi, la più catastrofica, è quella di un <strong>golpe militare</strong> in piena regola. Il primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/chi-e-fathi-bashagha.html">Fathi Bashagha</a>, ha già tentato per due volte di insediarsi a Tripoli, ma è stato sempre respinto dai gruppi armati fedeli al rivale Dbeibah. L’ultima volta, peraltro, un colpo di mortaio ha <a href="https://it.insideover.com/guerra/libia-colpi-di-mortaio-vicino-allambasciata-ditalia-a-tripoli.html">sfiorato</a> l’ambasciata d’<strong>Italia</strong> a Tripoli e ferito in modo lieve un agente libico della polizia diplomatica.</p>
<p>Vale la pena ricordare che Dbeibah controlla ancora le entrate petrolifere tramite la potente Banca centrale, che ad oggi eroga gli stipendi anche agli ufficiali dell’esercito del generale <a href="-">Khalifa Haftar</a>, il quale teoricamente sostiene (sempre meno) Bashagha. Secondo l’<a href="https://www.agenzianova.com/news/libia-calma-relativa-a-tripoli-dopo-lo-schieramento-della-brigata-pro-dabaiba/">Agenzia Nova</a>, anche l’ultimatum lanciato dal generale Osama al Juwaili, ex direttore del dipartimento di intelligence militare silurato perché considerato vicino a Bashagha, è scaduto senza cambiamenti significativi a Tripoli. L’impressione è che la parabola del premier nominato nell’est sia ormai in caduta libera e con scarse possibilità di ripresa.</p>
<h2>Il terzo incomodo</h2>
<p>L’ultima opzione, pericolosissima, è quella di un terzo primo ministro. Negli ambienti politici libici circolano già alcuni nomi: l’ex vicepremier <strong>Ahmed Maiteeq</strong>, politico di Misurata con buone entrature in Italia, parente dell’ex presidente dell’Alto Consiglio di Stato ed esponente di spicco della Fratellanza musulmana, Andulrahman Sewehli; l’imprenditore <strong>Mohamed El Muntasser</strong>, esponente di spicco di una delle famiglie più “nobili” di Misurata.</p>
<p>L’idea è quella di “fondere” i due governi rivali in un nuovo esecutivo formato ristretto, lasciando fuori i due premier. Il rischio è quello di arrivare, per accrescimento, ad avere contemporaneamente <strong>tre governi</strong> che si contendono il potere. Sarebbe un disastro, un paradosso, un vero peccato per un Paese che vanta le maggiori riserve di idrocarburi dell’intero continente africano e l’ennesima presa in giro per un popolo, quello libico, stanco di un infinito conto alla rovescia per date ormai prive di significato.</p>
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		<title>Calo di consensi? Cattura un nemico: Biden e la tradizione Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/terrorismo/calo-di-consensi-cattura-un-nemico-biden-e-la-lunga-tradizione-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Francesca Salvatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Feb 2022 06:36:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Al Qaeda]]></category>
		<category><![CDATA[Isis (Stato islamico)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La cattura del capo dell’Isis Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi nelle ultime ore ha riproposto un’iconografia alla quale il mondo post-11 settembre ci ha ben abituato. La nota situation room, ove il presidente degli Stati Uniti, attorniato dalla sua stretta Camelot, monitora accigliato l’andamento di un’operazione rischiosa. Segue un’esultanza patinata per la missione compiuta e conferenza &#8230; <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/calo-di-consensi-cattura-un-nemico-biden-e-la-lunga-tradizione-usa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-scaled.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-scaled.jpeg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-1024x683.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-768x512.jpeg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-1536x1024.jpeg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2022/02/ilgiornale2_20220205193657283_bca75ce1301dda8b93d4623bc4485253-2048x1365.jpeg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La cattura del capo dell’Isis <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/cosa-puo-accadere-all-interno-dell-isis-dopo-la-morte-di-al-qurayshi.html"><strong>Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi</strong></a> nelle ultime ore ha riproposto un’iconografia alla quale il mondo post-11 settembre ci ha ben abituato. La nota <strong><em>situation room</em></strong>, ove il presidente degli Stati Uniti, attorniato dalla sua stretta Camelot, monitora accigliato l’andamento di un’operazione rischiosa. Segue un’esultanza patinata per la missione compiuta e conferenza stampa di rito nella quale si annuncia che il nemico è stato eliminato. Al di là dello stile, del grado di <em>pietas</em> nelle parole usate, questi momenti topici delle amministrazioni a stelle e strisce sono spesso giunti con un certo grado di sospetta serendipità, proprio nel momento in cui erano più necessari che mai all’inquilino della Casa Bianca, affetto da un crollo di popolarità o alle prese con subbugli interni.</p>
<h2>Joe Biden e al-Qurayshi</h2>
<p>“<strong>L’atto finale di un codardo</strong>”: <a href="https://www.youtube.com/watch?v=UkYgIJV4k-o">con queste dure parole</a> il presidente degli Stati Uniti ha bollato il suicidio di Qurayshi, “sfuggito” tecnicamente alla cattura americana. Non si può negare che la morte del capo dell’Isis giunga in un momento molto complesso per l’amministrazione Biden, impelagata contemporaneamente nella battaglia per il <em>China second</em> e la vicenda Ucraina nella quale deve fronteggiare lo storico nemico russo. Ma i nemici sono anche e soprattutto all’interno, al Congresso, specialmente in vista delle <strong>elezioni di metà mandato</strong> che preannunciano un prossimo biennio tutto in salita. C’è poi il fantasma di Trump, che quasi metà della nazione rimpiange, e quella generale sensazione di spaesamento, di fragilità, di schizofrenia da attacco imminente che forse è seconda solo al dopo-11 settembre.</p>
<p>Nella prima settimana di febbraio tutti i principali sondaggi vedono la popolarità del ticket Biden-Harris scendere vertiginosamente toccando <a href="https://projects.fivethirtyeight.com/biden-approval-rating/">un range che va dal 49 al 59% di disapprovazione</a>. La cattura delle spoglie di Qurayshi risponde ad una pluralità di esigenze: l’idea di dare un’immagine ancora efficiente e vigile dell’amministrazione; l’idea di non aver abbandonato la lotta senza quartiere al terrorismo e all’Isis, che proprio in queste settimane rialza la testa; il messaggio che il nemico è ancora all’esterno, sperando in un <em>rally under the flag effect</em> come fu sulle macerie del World Trade Center. Ma i tempi sono cambiati: pandemia e nuova Guerra Fredda edulcorano qualsiasi cattura. Eppure, la storia insegna che Ronald Reagan ce l&#8217;ha fatta. Così ha fatto Bill Clinton. Lo ha fatto anche Barack Obama. Può farlo anche Joe Biden? Dopo i primi due anni difficili alla Casa Bianca, Reagan, Clinton e Obama hanno ricostruito un sostegno pubblico sufficiente per vincere un secondo mandato, non molto tempo dopo che molti osservatori li avevano etichettati come spacciati.</p>
<h2>Donald Trump tra al Baghdadi e Solemaini</h2>
<p>Anche l’ingombrante presidente uscente ha ceduto più volte al fascino del trofeo di guerra. La prima volta accade il 27 ottobre del 2019 e il target fu <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KSkOmf61f7Y"><strong>Abu Bakr al-Baghdadi</strong></a>, un altro capo dell’Isis, il terrorista più ricercato al mondo. Il Presidente USA utilizzò la cattura come una provocazione all’interno della NATO, ringraziando per la collaborazione Russia, Turchia, Iraq, Siria e anche i curdi siriani; per gli alleati europei solo poche parole nelle risposte ai giornalisti, rei di inerzia rispetto al problema del rimpatrio dei <em>foreign fighters</em>. Una cattura così importante, però, non gli fece risalire la china, garantendogli solo un rialzo di qualche decimale nella settimana. Il cappello su una crisi considerata chiusa, a suo dire, avrebbe dovuto permettergli di abbandonare l&#8217;area e dedicarsi alla rielezione.</p>
<p>Il 3 gennaio 2020 molte cose devono ancora avvenire come la pandemia o Capitol Hill quando il capo delle forze iraniane Quds, <a href="https://www.youtube.com/watch?v=MNpvlS0LR0Y"><strong>Qasem Soleimani</strong> </a>viene ucciso in un attacco con drone statunitense sull&#8217;aeroporto internazionale di Baghdad. Per svariati giorni gli equilibri mondiali sembrano vacillare. L’ordine è partito direttamente dal presidente. L’asse del male è colpito nuovamente a suon di “il mondo ora è un posto più sicuro” e Trump lo annuncia in maniera telegrafica alla nazione. Anche questa volta, però, il borsino della popolarità non sembra beneficiarne: il mese di gennaio l’approvazione per Trump si attesta attorno al 42,8% facendo registrare perfino un lieve calo rispetto alle settimane precedenti. L’errore di fondo, forse, quello di tentare di recuperare popolarità con un obiettivo sconosciuto all’uomo della strada, seppur potente in patria. Il principale effetto nefasto? Averne fatto un martire in casa, compattando la società iraniana nella solidarietà ai <em>pasdaran</em>, obbligando i moderati a giurare di vendicare il loro rivale e mettendo a tacere i laicisti.</p>
<h2>Barack Obama, bin Laden e Gheddafi</h2>
<p>Undici anni fa, altra <em>situation room</em>. Era il 2 maggio del 2011 quando Barack Obama, Hillary Clinton e Joe Biden seguivano con apprensione l’<em>Operation Neptune Spear</em> che, in quel di Abbottabad, portò alla <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ZNYmK19-d0U&amp;t=158s">cattura di <strong>Osama bin Laden</strong></a>. Alle 23.35, il presidente Obama comparve sulle principali reti televisive, esordendo con con una laconica ma fiera comunicazione: &#8220;Buonasera. Oggi, posso informare gli americani e tutte le persone del mondo che gli Stati Uniti hanno condotto un&#8217;operazione che ha ucciso Osama bin Laden, il capo di al-Qaida, nonché un terrorista responsabile della morte di migliaia di innocenti, uomini, donne e bambini…&#8221;. Soddisfatto, fermo, ma non guascone. Secondo un sondaggio del <em>Washington Post</em> e del Pew Research Center, la morte di Osama bin Laden diede una spinta significativa alla popolarità del presidente Obama, pur non mitigando i timori degli americani sulla sua gestione dell&#8217;economia. All’indomani del blitz nel famigerato compound, il 56% degli americani affermò di approvare la performance complessiva di Obama: nove punti percentuali in più rispetto a un sondaggio di <em>ABC News/Washington Post</em> del mese precedente e il punteggio più alto per Obama dal 2009.</p>
<p>Passano alcuni mesi, è l’ottobre del 2011. Dall’inizio dell’anno le presunte <strong>primavere arabe</strong> agitano il Medio Oriente e il nord Africa. La mattina del 20 ottobre, l’ex presidente libico <strong>Muammar Gheddafi</strong> si stava nascondendo in un canale di scolo sotterraneo a Sirte. Le milizie ribelli del Consiglio nazionale di transizione lo trovano e lo catturano. Le immagini del pestaggio e della morte violenta fecero il giro del mondo. Moriva il Rais, il simbolo della Libia contemporanea, il nemico-amico dell’Occidente che, paradosso della storia, nel 1994, attraverso richiesta all’Interpol, emise il primo mandato di cattura internazionale sulla testa di Bin Laden, che lavorava a un colpo di Stato in Libia. Barack Obama, in quel momento incastrato tra il <em>mid term</em> dietro di sé e la scommessa della rielezione davanti a sé, dichiarò che l&#8217;uccisione di Gheddafi rappresentava un messaggio ai dittatori di tutto il mondo. Intervistato, poi, nel corso della trasmissione dell&#8217;Nbc &#8220;Tonight Show with Jay Leno&#8221;, lo definì come l’uomo che per 40 anni aveva &#8220;terrorizzato e supportato il terrorismo nel suo Paese&#8221;. Se la morte di bin Laden aveva fatto guadagnare al presidente 11 punti percentuali, la cattura di Gheddafi provocò un incremento di sei punti in appena un paio di giorni: se per la <a href="https://news.gallup.com/poll/116479/barack-obama-presidential-job-approval.aspx">Gallup</a> il 17 ottobre il 38% degli americani si esprimeva positivamente sul presidente, il 22 ottobre ad applaudirlo c’era il 44%. Un dato che poi andò stemperandosi nel corso delle settimane successive.</p>
<h2>George Bush Jr., Hussein e al Zarqawi</h2>
<p>Dopo una rocambolesca assegnazione della presidenza, i primi mesi dell’amministrazione Bush furono all’insegna del <em>Rambo style</em>: rifiuto del protocollo di Kyoto, ritiro dal Trattato ABM, mancata ratifica della Corte Penale Internazionale lo dipinsero come un vero falco <em>neocon</em>. Meno di un anno dopo dalla sua elezione, il presidente si trovava sulle macerie del World Trade Center che aprì la ventennale <em>war on terror</em>. I consensi sfioravano l’85%. Il trofeo bin Laden, però, non arriva e Bush deve fare i conti con un Paese terrorizzato e una Nato che ancora sconta gli echi della Prima Guerra del Golfo.  Durante le elezioni per il Congresso tenutesi a metà del mandato presidenziale, nel 2002, Bush ottenne il più alto livello di consensi nelle elezioni di mezzo termine dai tempi di Dwight D. Eisenhower e, di conseguenza, il Partito Repubblicano riprese il controllo del Senato e aumentò la sua maggioranza nella Camera dei Rappresentanti. Questi risultati hanno segnato una deviazione insolita alla tendenza per il partito del Presidente di perdere seggi al Senato durante le elezioni di metà mandato. Nel 2003, i consensi per Bush continuano la loro lenta discesa: i risultati di tredici sondaggi principali erano concordi nell&#8217;indicare un calo decisamente costante dell&#8217;1,7% al mese. Verso la fine del 2003, <a href="https://www.usnews.com/news/history/articles/2009/02/17/historians-rank-george-w-bush-among-worst-presidents">le percentuali dei consensi</a> si aggiravano intorno al 50-55%.</p>
<p>Nel frattempo, l’Iraq diventa il mezzo per terminare il lavoro del padre: con l’operazione <em>Red Down</em>, il 13 dicembre <strong>Saddam Hussein</strong> viene catturato: la percentuale di americani intenzionati a votare l’<em>incumbent</em> alle presidenziali dell’anno successivo aumentava del 3% rispetto al weekend precedente. Tre anni dopo, la condanna a morte porta Hussein verso l’impiccagione, i cui fotogrammi macabri hanno fatto anch’essi il giro del mondo. Tuttavia, i consensi rimasero ancora solidi durante il terzo anno della Presidenza, quando, come di norma, gli avversari del Presidente iniziano a fare i conti della serva sui Grandi Elettori. La maggior parte dei sondaggi mostrava una correlazione tra il calo dei consensi e una crescente preoccupazione sull&#8217;andamento dell&#8217;occupazione dell&#8217;Iraq, oltre al lento recupero dell&#8217;economia dalla recessione del 2001.</p>
<p>Assicuratasi la riconferma, nel 2006 spunta un nuovo asso nella manica: il 7 giugno viene ucciso <strong>Abu Musab al Zarqawi</strong>, capo di al Qaida in Iraq. L’evento fece salire di sette punti la popolarità del presidente che, nel mese precedente, arrancava attorno ad un 31% che segnava il minimo storico della sua popolarità, fiaccata da sei anni di guerra preventiva e di giovani americani tornati a casa avvolti nella bandiera. Nelle elezioni di medio termine di quell’anno, i democratici sbaragliarono la concorrenza: dopo 12 anni soffiarono la maggioranza delle cariche da rinnovare.</p>
<p>Due anni dopo, inesorabile, la legge del pendolo tornò a colpire.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/terrorismo/calo-di-consensi-cattura-un-nemico-biden-e-la-lunga-tradizione-usa.html">Calo di consensi? Cattura un nemico: Biden e la tradizione Usa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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