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Guerra

La Libia è un inferno ma a Usa, Europa e Russia va bene così. E il generale Haftar…

A dieci anni dall'"operazione dignità" di Haftar, la Libia è un inferno in terra, nell'indifferenza delle grandi potenze.
Il generale libico Khalifa Haftar (LaPresse)

La morte di Mu’ammar Gheddafi, ormai tredici anni fa, scardinò completamente le basi della società e dello stato libico. Una nazione acerba che non ha saputo reggere all’urto violento che la tragica fine del colonnello aveva rappresentato. Nell’entroterra di Sirte, infatti, non solo aveva brutalmente fine l’epopea del “Nasser libico” ma anche la Gran Jamāhīriyya come l’abbiamo conosciuta fino al 2011.

Tre anni dopo, nel Paese percosso e attonito dalla morte di quell’istrione discutibile che fu Gheddafi, toccava a un altro uomo in divisa, il generale Khalifa Haftar, prendersi la scena. Figura dal background complesso, con una parabola che passa da fedelissimo ad acerrimo nemico di Gheddafi, il 26 maggio 2014 lancia la cosiddetta “Operazione dignità“, una campagna condotta dall’Esercito Nazionale libico e che aveva come obiettivo quello di fare piazza pulita dei gruppi islamisti nella Libia orientale, compresa Bengasi. Per contrastare questa iniziativa, gruppi militanti islamici e armati, tra cui Ansar al-Sharia, mettono insieme la loro coalizione “Alba libica”.

Il Paese si trasforma nel terreno di scontro fra la coalizione Libya Dawn, con stretto controllo su Tripoli e gran parte della fetta occidentale del Paese, e la coalizione Dignity, collocata su parte della Cirenaica e Bengasi, trasformando il conflitto in una vera guerra civile. Luogo simbolo di questa guerra fratricida, l’aeroporto internazionale di Tripoli. La battaglia all’ultimo sangue per la Libia fende i confini tribali, politici, regionali e le faglie religiose che attraversano una nazione ridotta a una polveriera. Intanto, Haftar si guadagna il sostegno di Emirati Arabi, Egitto e una certa benevolenza francese, con Parigi pronta a fregarsi le mani al pensiero della petroCirenaica. Il resto è già storia, si può dire.

Che Paese è la Libia oggi? Si direbbe un puzzle, più che un Paese. L’immagine delle inondazioni che hanno colpito la città di Derna nel settembre scorso (quasi 6mila morti e 8mila dispersi) sembrano essere il fedele ritratto per una nazione a pezzi. A tredici anni dall’inizio del caos, in Libia le violazioni dei diritti umani e gli abusi da parte delle milizie rimangono pervasivi, mentre una grande quantità di élite politiche e di quasi-autorità si giocano a dadi la legittimità e il controllo del territorio. I cittadini libici non votano alle elezioni presidenziali o parlamentari dal 2014, quando un voto contestato portò alla guerra e a un Governo diviso. Nei fatti, la sgangherata Costituzione provvisoria del 2011 è l’unica a restare in vigore, mentre la nuova Carta costituzionale non riesce ancora a vedere l’alba. Difficile in un Paese in cui la rule of law è andata completamente a farsi benedire.

Nel frattempo, dalla sponda Nord del Mediterraneo si sprecano i proclami in favore di prossime libere elezioni libiche nemmeno si trattasse della Svezia. Un processo elettorale auspicato da tutti nel quadro della mediazione delle Nazioni Unite che andrebbe, sì, rilanciata, ma non è ancora chiaro come e da chi se il Palazzo di Vetro è alle prese con una faida interna, alimentata dal conflitto in Medio Oriente e da quello in Ucraina.

Nel frattempo, la Libia è una banana republic: si demoliscono unità residenziali, compresi i quartieri storici e siti del patrimonio protetti per far posto a nuovi sviluppi edilizi, residenziali e commerciali, e si arrestano residenti che protestano contro gli sfratti a Bengasi. Ci sono realtà come Tarhuna, “la Ciudad Juarez libica”, in cui centinaia di persone sono scomparse tra il 2014 e il 2020 quando una delle tante milizie del caleidoscopio libico- la al-Kaniyat-ottenne il controllo della città. Qui si continuano a identificare i resti di centinaia di persone trovate nelle fosse comuni senza che alcun processo abbia inizio per rintracciare le persone presumibilmente coinvolte negli omicidi.

Fosse comuni a Tarhun

La missione di inchiesta indipendente sulla Libia è stata istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite con la risoluzione 43/39 del 22 giugno 2020, per indagare sulle violazioni e sugli abusi dei diritti umani in tutta la Libia dall’inizio del 2016, al fine di prevenire un ulteriore deterioramento della situazione e di garantire l’assunzione delle responsabilità. La missione di inchiesta ha concluso il suo rapporto finale sostenendo che esistono fondati motivi per ritenere che in Libia siano stati commessi crimini contro l’umanità, tra cui detenzioni arbitrarie, omicidi, torture, stupri, riduzione in schiavitù, soprattutto di tipo sessuale.

La Libia è oggi un campo minato a cielo aperto. Mine anti-uomo e ordigni inesplosi (compresi i residui di munizioni a grappolo) continuano a rappresentare una quotidiana lotta con la vita, soprattutto a Tripoli e nel suo circondario, dove uccidono e feriscono decine di civili dal 2019 . La Libia tra l’altro non ha ratificato il Trattato internazionale per la messa al bando delle mine né la Convenzione sulle munizioni a grappolo. Su questo stato di cose, lo scorso autunno, si è abbattuta la tragedia delle inondazioni a Derna, che hanno spostato ordigni inesplosi in aree precedentemente incontaminate. Anche il sistema scolastico si è polverizzato: qui infatti non è stata approvata la Dichiarazione sulle scuole sicure per proteggere l’istruzione e gli educandi durante i conflitti armati. E senza la scuola non solo non c’è futuro, ma si bruciano le papabili classi dirigenti dei decenni a seguire, lasciando il Paese implodere nelle mani di un manipolo di statue di cera ottuagenarie.
Anche la Giustizia ha smesso di esistere. Giudici, pubblici ministeri e avvocati rischiano tutti i giorni vessazioni e attacchi fisici da parte dei gruppi armati: se non fosse una tragedia, farebbe quasi sorridere il candore e la solerzia con la quale si recano ogni giorno nei tribunali. Una giustizia dai piedi di argilla genera ovviamente un sistema carcerario da incubo. Sono circa una trentina gli istituti penitenziari-che a chiamarli così si fa peccato contro la verità- sotto la giurisdizione del ministero della Giustizia: qui centinaia di esseri umani stipati in detenzione prolungata senza processo, tediati da sovraffollamento e torture.

Un carcere libico

Il caso di Derna ha messo in evidenza un altro dramma di un Paese del quale riusciamo a sapere poco, troppo poco, ovvero la grave compromissione della libertà di espressione. Un esempio fra tutti: nel settembre scorso era stato ordinato alla maggior parte dei media e dei giornalisti di lasciare i luoghi delle inondazioni, generando un buco nero mediatico sulle operazioni di soccorso. Poco dopo, un docente universitario e i due attivisti politici, che avevano preso parte a un simposio sulle ripercussioni legate alla vicenda, sono finiti in carcere senza alcuna accusa formale. Per quanto riguarda invece l’uso del web e delle nuove tecnologie, il Paese sembra andare verso forme sempre più estreme di controllo dei privati cittadini. Due anni fa, infatti, veniva approvata una “legge contro il crimine informatico” che non ha avuto altre ripercussioni se non quelle di monitorare i contenuti online dei cittadini libici, rei di violare “l’onore e la morale pubblica”. Sorti simili, con tanto di condanne, per chi promuove valori come l’ateismo o il femminismo.

In una simile realtà bifronte, spaccata a metà fra due esecutivi, vi è tutto l’interesse delle parti in causa a rimandare sine die il processo elettorale: questo permette di seguitare a mantenere in piedi gli accordi informali che consentono la ripartizione degli introiti del petrolio, consolidando la spirale clientelistica. Con un tale Frankenstein politico quale è la Libia oggi, l’Europa ha pensato bene di stipulare qualsivoglia tipo di accordo. Haftar è il primo ad approfittare di questo quadro sconquassato, cercando di consolidare il controllo economico della Cirenaica attorno ai suoi figli, in particolare Saddam, comandante della brigata Tareq Bin Zeyad. Classe 1991, è un “figlio” di Bengasi ivi cresciuto con sua madre. Anche se giovanissimo, è un piccolo grande signore della guerra privo degli scrupoli del padre in divisa: dalle sue mani passano traffici di ogni tipo, compreso quello del Captagon, “la droga dell’Isis”. Ma il giovane Haftar è presente in tutti i mercati, compreso quello del traffico internazionale di esseri umani.

Saddam Haftar

A nessuno sano di mente verrebbe da stringere accordi con uno Stato allo sbando, nelle mani di soldataglia di ogni genere, pur di tener fuori dall’Europa migranti e richiedenti asilo attraverso la famigerata guardia costiera libica, che a definirla tale si fa un torto a chi rischia in mare ogni giorno per la sicurezza altrui. A siffatta organizzazione vengono concessi mezzi, fondi, addestramento. Foraggiare questo sistema non solo rende complici dei respingimenti ma condanna i migranti rintracciati in mare alle torture nei centri di detenzione, dove ad attendere c’è un fine pena mai fatto di ginocchia al petto, latrine putride, piaghe, pus e abusi di ogni tipo. Anche la Tareq Bin Zeyad si occupa di respingimenti e lo fa in modo violento, se non addirittura per sequestrare i migranti e chiedere un riscatto. Alla faccia delle operazioni di salvataggio. Questo accade anche nell’Ovest della Libia, dove sono documentanti ampiamenti i sequestri da parte delle milizie a scopo estorsivo. Un pizzo, più che un prezzo, da pagare, soprattutto per l’Italia.

Al complesso puzzle mediterraneo compartecipano tutte le nazioni che in questo momento sono investite dalle turbolenze del sistema internazionale. Ma se l’Europa è atterrita dalla presunta invasione programmata di migranti, gli Stati Uniti invece hanno in cima ai propri desiderata il contenimento delle organizzazioni islamiste. Nonostante questo però, Washington ha scelto la strada del progressivo disinteresse per l’area e per le sorti della Libia, aggravate anche da un’infinita sequela di inviati speciali che non sono stati in grado di riportare il caos libico nell’agenda internazionale. Da qui, una sorta di tacita intesa sull’accettazione del disordine, a patto che movimenti islamisti e flussi migratori siano sotto controllo. Ma questa non è una strategia, tantomeno un impegno verso il peace-rebuilding.

Non è, dunque un caso se all’interno di questo vuoto politico e di idee, Mosca ha avuto la possibilità di infiltrarsi con sempre maggior vigore. Schierata con il generale Haftar, la Federazione russa è riuscita a ottenere sempre maggior spazio di manovra anche al di là di Bengasi. Lo dimostrano non solo gli scambi diplomatici fra la cricca del generale e le istituzioni russe, ma anche nuove evidenze che testimonierebbero come la Brigata Wagner abbia utilizzato la Libia come hub logistico per destabilizzare l’Africa, e il Sahel in particolare (attraverso la base di Al Khadim, anello di congiunzione tra la Wagner in Libia e i sommovimento nella Repubblica centrafricana). Circa 1.800 mercenari russi, infatti, sarebbero oggi dislocati tra Cirenaica e Fezzan: un lascito di Prigozhin, di cui ora Mosca vuole cogliere ogni eredità.

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