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Gli Stati Uniti spaventano la Libia con le esercitazioni Africa Lion 2022, le manovre militari organizzate da Africom, il comando militare che si occupa di Africa. Nello scacchiere delle manovre a cui partecipa anche l’Italia con 40 militari del Nato Rapid Deployable Corps, la maggior parte delle forze contrapposte sono dislocate nel “Chekkir”, una Repubblica immaginaria con gli stessi colori della Libia. Otto unità sono schierate nella Libia orientale dominata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica con passaporto statunitense noto in Italia per aver sequestrato i pescatori di Mazara di Vallo. Nelle immagini pubblicate dall’Agenzia Nova, un’unità non-amica con la sigla Pmc (acronimo inglese di Compagnia militare straniera) si trova a Jufrah, la base militare dei mercenari del gruppo russo Wagner al soldo di Haftar. Il messaggio di Washington è chiaro: la parte della Libia che flirta con la Russia è un potenziale nemico e ci stiamo addestrando a ogni evenienza, incluso uno scenario di attacco chimico, batteriologico o persino nucleare.

Il precedente

Secondo l’esperto di Libia Jalel Harchauoi, nel 2010 il Regno Unito e la Francia condussero le esercitazioni Noble Ardent (a ottobre) e Austere Challenge (aprile-maggio): in entrambi i casi le unità contrapposte simulanti erano dei libici. E l’anno successivo, nel 2011, proprio Francia e Regno Unito causarono l’intervento militare della Nato che costò la vita al colonnello Mu’ammar Gheddafi e segnò la fine della Jamahiriya, all’epoca principale alleato dell’Italia nel Mediterraneo. Oggi, nell’esercitazione guidata dagli Usa con più di 7.500 militari, la maggior parte dei “non-amici immaginari” sono concentrati nelle zone controllate da Haftar, il feldmaresciallo che ha cercato (senza riuscirci) di conquistare Tripoli manu militari con l’aiuto dei mercenari russi. Lo stesso Haftar che oggi blocca (di nuovo) i pozzi di petrolio del Paese membro del Cartello petrolifero Opec, favorendo gli interessi della Russia a scapito degli acquirenti occidentali (tra cui l’Italia) del greggio libico.

Mercenari stranieri

I mercenari russi del gruppo Wagner continuano ad avere i loro stivali ben piantati sulle sabbie del deserto della Libia, nonostante le voci su una riduzione degli effettivi. Sempre secondo l’Agenzia Nova, che cita tre diverse fonti, il numero dei mercenari Wagner presenti in Libia per conto di Mosca varia da 1.500 a 5.000, aggiungendo che solo poche decine di miliziani sono stati trasferiti in Ucraina. Anche la Turchia, del resto, non sembra intenzionata a levare le tende: il parlamento monocamerale ha recentemente approvato la proroga del dispiegamento di truppe in Libia per 18 mesi a partire dal prossimo 2 luglio. Se da una parte non si spara più un colpo (o quasi) dal cessate il fuoco dell’ottobre 2020, la presenza sul terreno di mercenari stranieri da entrambe le parti della “Linea Maginot” del deserto pesa come un macigno sugli sforzi di riconciliazione e la prospettiva credibile di elezioni.

Stallo alla libica

La presenza militare straniera alimenta lo “stallo alla libica” che da anni blocca ogni forma di progresso nel Paese nordafricano. Un Paese che, è bene ricordarlo, vanta le maggiori riserve petrolifere d’Africa, ma che non riesce a erogare elettricità ai propri cittadini. Un Paese dove ci sono due governi: uno guidato dal premier uscente Abdulhamid Dbeibah con sede a Tripoli, l’altro del primo ministro designato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, Fathi Bashagha, insediatosi temporaneamente a Sirte. E proprio la vicinanza di alcuni ministri del governo Bashagha alla Russia ha fatto storcere il naso agli Stati Uniti. Non è passata inosservata la partecipazione di Osama Hammad, ministro delle Finanze, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief) proprio mentre aumentano le indiscrezioni sull’imminente arrivo di dinari libici stampati in Russia per rimpinguare le (sempre più vuote) casse del generale Haftar.

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