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I mercenari sono ancora ai loro posti: chi nell’ovest, chi nell’est e chi, non si sa bene al fianco di quale fazione, nel sud. In Libia nonostante un cessate il fuoco che dura oramai da diversi mesi, le armi non sono mai state del tutto abbassate. E anzi nelle ultime settimane sono spuntate nuove trincee e nuovi fronti che fanno temere un’imminente escalation. L’attuale sforzo politico e diplomatico mandato avanti dalle Nazioni Unite non è riuscito a togliere dallo sfondo delle dune del deserto libico la possibilità di una ripresa della contesa bellica. La presenza dei mercenari per l’appunto, è un segnale di come il peggio ancora non è affatto passato.

I turchi in Tripolitana

Una delle svolte più importanti interne allo scacchiere libico è arrivata nel novembre del 2019 quando, quasi a sorpresa, Tripoli e Ankara hanno sottoscritto un memorandum d’intesa. Da quel momento, il presidente turco Erdogan è diventato il principale alleato del premier libico Fayez Al Sarraj. Oltre a soldi e mezzi, la Turchia ha inviato uomini nel Paese nordafricano. Ma non si è trattato nella stragrande maggioranza dei casi di consiglieri militari. Al contrario, a Tripoli sul finire di quell’anno sono sbarcati migliaia di combattenti prelevati dalla provincia siriana di Idlib. Qui da anni diverse sigle islamiste combattono contro l’esercito del presidente siriano Bashar Al Assad e vengono addestrate dalla Turchia.

Per Ankara, dirottare i mercenari verso la Tripolitania non è stato poi così difficile. Al Sarraj, che in quel momento era in procinto di capitolare nei confronti del generale Haftar, da parte sua era ben lieto di accogliere ogni tipo di aiuto. I mercenari portati dalla Turchia hanno effettivamente avuto un ruolo importante: tra aprile e giugno il loro apporto è stato decisivo per far allontanare l’esercito di Haftar. Al tempo stesso però, adesso la loro presenza è alquanto ingombrante. Non sempre la loro convivenza con le milizie tripoline e misuratine è stata esente da tensioni. Inoltre, per i vertici politici e militari dell’est della Libia l’allontanamento delle milizie è essenziale per avviare ogni contatto.

E infatti il loro addio era previsto entro il 23 gennaio. Circostanza però non avvenuta. Soltanto alcuni gruppi sono stati imbarcati negli aerei diretti ad Istanbul, ma si trattava di miliziani che avevano protestato per il mancato pagamento degli stipendi. Se alcuni poi sono andati via, altri ne sono sicuramente arrivati. Del resto, il comandante della missione Irini Fabio Agostini nella sua audizione in Senato del 27 gennaio, ha parlato di 155 voli sospetti da e per la Libia negli ultimi mesi. Segno di un’attività di “scambio” di mezzi e uomini molto attiva.

La situazione nel sud

Nel Fezzan la situazione è ancora più confusa. Anche perché se nell’est e nell’ovest i mercenari accompagnano le forze che controllano quelle regioni, nel sud invece non si ha il quadro chiaro su chi effettivamente detiene il possesso del territorio. Le alleanze sono mutevoli e i clan spesso divisi tra loro. Nel gennaio del 2019 le truppe del generale Haftar, grazie ad accordi fatti con le varie tribù locali, hanno potuto avanzare nel Fezzan conquistando le città più importanti, compreso il capoluogo Sebha. Oggi il puzzle è molto più frastagliato: non mancano scontri tra tribù, anche a sfondo etnico, così come non mancano cambiamenti di casacca da parte di diverse fazioni. Il risultato è la difficoltà di comprendere chi ha il controllo della regione.

Ed è questa forse la più grande incognita attuale nel dossier libico. È nel Fezzan che ci sono alcuni dei più importanti giacimenti petroliferi, è da qui che entrano da sud i migranti provenienti dal Sahel e diretti verso le coste del Mediterraneo. In poche parole è qui che si concentrano molti interessi, specie di alcuni attori internazionali come l’Italia. Da Roma forse, al netto delle crisi di governo, si dovrebbe guardare con crescente attenzione a quanto sta accadendo tra le dune libiche.

La “Linea Maginot” del deserto

Nel suo ultimo briefing al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’inviata Onu uscente Stephanie Williams ha espresso preoccupazione “per le continue fortificazioni e posizioni difensive create dalle Forze armate arabe libiche (Laaf) all’interno della base aerea di Gardabiya a Sirte e lungo l’asse Sirte-Jufra nella Libia centrale”. Il riferimento è alla “Linea Maginot” del deserto scavata dai mercenari russi della Wagner al soldo del generale Haftar, ben visibile dalle immagini satellitari open source elaborate dal network Maxar e rilanciate dall’emittente televisiva statunitense CnnSi tratta di almeno 30 posizioni difensive scavate nel deserto e sui pendii che si estendono per 70 chilometri circa: una vera e propria trincea progettata per impedire o fermare un attacco di terrestre contro la Cirenaica. Probabilmente è questa la “linea rossa” che non può essere oltrepassata a cui si riferiva il presidente dell’Egitto, Abdel Fatah al Sisi. “Penso che chi scava una trincea e tali fortificazioni non se ne andrà tanto presto”, ha commentato il ministro della Difesa del Gna, Salah al Din al Namroush.

E intanto a Sirte, città che in Libia ha una forte valenza simbolica (qui è nato e morto Gheddafi, qui è sorto e tramontato il Califfato islamico) e soprattutto strategica (è uno snodo fondamentale per collegare l’est con l’ovest), sono spuntati dei misteriosi volantini in lingua russa e araba indirizzate ai mercenari del gruppo russo Wagner e dei Janjaweed sudanesi. Il portavoce delle Laaf, Ahmed al Mismari, si è affrettato a smentire le “menzogne” diffuse con “l’intento di provocare”. Eppure, se i colloqui di pace dovessero finire male, il rischio di una ripresa delle ostilità sarebbe concreto.

Un attore armato ibrido

Secondo Africom, il comando militare degli Stati Uniti che si occupa di Africa, i combattenti della famigerata compagnia russa Wagner sarebbero almeno 2.000 e avrebbero in gestione i sistemi di difesa anti-aerea Pantsir e caccia di quarta generazione Mig 29. Questi si vanno ad aggiungere alle Forze armate arabe libiche ai comandi del generale Haftar. Il nome non deve ingannare: le Laaf sono in verità una coalizione di milizie, alcune delle quali composte da fanatici dell’islam salafita riunite in “battaglioni” e “brigate” per dare l’impressione di una forza ufficiale spalleggiata da sponsor stranieri. Come ben espresso in un approfondimento del sito Warontherocks, il termine forse più corretto per definire la coalizione di Haftar è “attore armato ibrido”: non ha chiaro riconoscimento statale e annovera al suo interno tale un assortimento di personalità e gruppi armati che è impossibile parlare di esercito regolare.

Quantificare gli uomini ai comandi dell’uomo forte della Cirenaica è impossibile. Al Mismari parla di 80 mila soldati, ma è una cifra spropositata: se fossero così tanti non avrebbero avuto bisogno di mercenari e di tessere alleanze di dubbia moralità (come quella con i famigerati fratelli Kani di Tarhuna) per tentare (senza successo) di conquistare Tripoli. Fonti di Insideover riferiscono che Haftar può probabilmente contare su circa 10.000 – 15.000 uomini: un numero più che sufficiente per riprendere le ostilità.