La vera storia di Gheddafi

Muammar Gheddafi governa per 42 anni la Libia, un tempo molto lungo dove il Paese africano attraversa diverse fasi sia politiche che economiche. Il “colonnello”, come nei primi anni si fa chiamare Gheddafi, nel bene e nel male è l’assoluto protagonista della storia recente della Libia. Una storia che parte da lontano, dal deserto a ridosso della città di Sirte quando ancora la Libia è colonia italiana.

Il futuro rais nasce il 7 giugno 1942. Muammar Gheddafi racconta di essere venuto al mondo all’interno di una tenda beduina del villaggio di Qasr Abu Hadi, un piccolo centro a pochi chilometri da Sirte. Una zona dove il deserto inizia a scendere verso sud in direzione del cuore dell’Africa ma dove, dall’altro lato, incontra il Mar Mediterraneo. La sua città natale si divide tra l’acqua e la sabbia, tra il mare ed il deserto. Un mix che influenza lo stesso Muammar Gheddafi, il cui cognome denota l’appartenenza alla tribù dei Qadhadhfa, una delle oltre 140 che compongono la Libia e che caratterizzano lo strato sociale e politico del Paese. I Qadhadhfa sono di origine berbera, arabizzati nel corso dei secoli. Fanno cioè parte di quell’ampia fetta di popolazione berbera nordafricana che, negli anni, sposa la religione islamica e le tradizioni arabe.

Nell’anno in cui nasce Muammar Gheddafi, la Libia è ancora italiana ed è nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Sirte fa parte della provincia della Libia italiana di Misurata. La guerra il futuro leader libico non la ricorda in quanto troppo piccolo, ma ben presto la sua infanzia viene segnata dagli strascichi del secondo conflitto mondiale. All’età di sei anni infatti, mentre è intento a giocare con alcuni cugini tra le dune del deserto alle porte di Sirte, Gheddafi è vittima di un’esplosione di una mina risalente alla guerra da poco terminata. Lui si salva, due sue cugini invece perdono la vita. Si tratta di un episodio, raccontano molti, che influisce sulla personalità di Gheddafi, così come sul suo caratte

Muammar Gheddafi non fa mai mistero del suo rapporto adolescenziale con il deserto: “La mia vita è intimamente legata al deserto – afferma molti anni dopo in un’intervista a Giovanni Minoli – Il Sahara è purificazione, è silenzio, è la prova dell’esistenza di Dio”. Una testimonianza di come anche in anni adolescenziali Gheddafi sviluppa un rapporto importante con la propria terra, elemento imprescindibile in futuro per comprendere molte delle sue scelte politiche.

Il legame con il proprio territorio e con la difesa di esso e del mondo arabo, trova esplicazione politica in Gheddafi nelle idee di Nasser. Il presidente egiziano negli anni dell’adolescenza del futuro leader libico, è fonte di ispirazione in tutto il mondo arabo: non solo la guerra del canale di Suez del 1956 e le nazionalizzazioni operate in Egitto, ma anche il principio di decolonizzazione dei Paesi arabi e di emancipazione del mondo arabo fanno da corollario per il movimento del cosiddetto “panarabismo”. Muammar Gheddafi viene a contatto con queste idee quando ancora si trova a Sirte durante l’età adolescenziale. Soltanto nel 1961 lascia la sua città natale per iscriversi presso l’accademia militare di Bengasi. Lì non solo inizia la sua carriera nell’esercito, ma incontra anche diversi membri delle forze armate con le quali condividere le idee di Nasser e del panarabismo, in opposizione al governo di Re Idris al potere dal 1954.

A Bengasi Gheddafi ha anche incontri che si rivelano importanti sotto il profilo umano. Sarebbe avvenuto nella città più importante della Cirenaica infatti il primo contatto con Safia Faskash, infermiera presso l’ospedale militare di Bengasi. Si tratta della sua futura seconda moglie, l’affetto più importante forse della vita di Gheddafi. Secondo alcuni in realtà i due si sarebbero conosciuti a Mostar, nell’allora Jugoslavia. Lì il futuro rais risulta impegnato nei primi anni ’60 presso un’accademia di formazione militare. Gheddafi infatti, durante i primi anni dell’esercito, è tra i membri delle forze armate libiche spediti all’estero per intraprendere studi e specializzazioni. Safia avrebbe origini ungheresi, anche se ufficialmente durante gli anni di potere la consorte del rais viene considerata di origine araba sa da parte di padre che da parte di madre.

La carriera all’interno dell’esercito dona prestigio e visibilità al giovane Gheddafi. Nonostante la sua età, diviene riferimento per molti militari che iniziano a professare quasi apertamente idee nasseriane tra i reparti delle forze armate libiche. E tutto ciò esce allo scoperto il 26 agosto 1969: assieme ad un gruppo di ufficiali, Muammar Gheddafi inizia a presidiare le strade di Tripoli ed a prendere il controllo dei palazzi del potere. Un’azione che ha il sostegno di buona parte delle forze di sicurezza e che mira a rovesciare Re Idris.

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Il 1° settembre 1969 l’azione è completa: il sovrano è costretto a fuggire, viene proclamata la Repubblica Araba di Libia, con al comando dodici ufficiali dell’esercito. Tra di essi a spiccare è Muammar Gheddafi, considerato il leader della rivoluzione. Inizia da quel momento il lungo periodo di potere del rais. Il 1969 è un anno importante anche a livello privato per il rais. Sposa infatti Fatiha, donna però che non conosce fino a pochi giorni prima del matrimonio. La loro unione, da cui nasce il primogenito Mohamed, dura poco: dopo appena un anno, Gheddafi lascia Fatiha per sposare la sopracitata Safia Faskash nel 1971. Dal secondo matrimonio il rais avrà sei figli ed una figlia.

I primi anni di governo si mostrano in forte discontinuità rispetto alla Libia di Re Idris. Viene approvata una nuova costituzione dove al suo interno si accolgono diversi punti del nasserismo. Cambia anche la bandiera, da cui sparisce la mezzaluna posta al centro della banda nera e che adesso appare molto simile a quella del confinante Egitto. Gheddafi compie alcuni dei primi viaggi istituzionali proprio ad Il Cairo, dove incontra lo stesso Nasser. Nel frattempo il rais inizia ad attuare una dialettica che, nel corso dei suoi anni di governo, scandisce spesso i propri discorsi: l’anticolonialismo e, in particolare, le rivendicazioni nei confronti dell’Italia. Il 7 ottobre 1970 gli italiani ancora presenti in Libia vengono espulsi ed i loro beni confiscati. Quella giornata, per lungo tempo, viene presentata nei calendari libici come “giornata dell’odio contro gli italiani“. L’11 giugno 1970 vengono invece espulsi americani ed inglesi dalle basi militari del Paese. Vengono inoltre attuati diversi piani di nazionalizzazione, soprattutto in campo energetico dove la Libia può vantare la presenza di vasti giacimenti di petrolio.

Proprio nel 1970 si ha la morte improvvisa di Nasser. Un evento questo, che spinge Gheddafi a presentarsi come suo naturale erede all’interno del mondo arabo.

Il suo obiettivo è quello di dare vita ad un processo di unificazione delle nazioni arabe, guardando sia verso est che verso ovest. L’unità araba rappresenta uno dei cavalli di battaglia principali dei primi anni di governo di Gheddafi. Tuttavia questo obiettivo si scontra con una realtà dove, ben presto, divisioni e frizioni tra le varie cancellerie arabe frenano ogni tentativo di percorso unitario. Ecco perché Muammar Gheddafi prova quindi a dare una precisa svolta alla “sua” rivoluzione, partendo da importanti cambiamenti sul fronte interno. Nel 1976 viene pubblicato il “libro verde“, che sancisce i dettami principali del suo programma di governo. I principi cardine sono ispirati dalla cosiddetta “terza via”, una strada alternativa sia al capitalismo occidentale che al comunismo sovietico. Ad entrambe, il rais contrappone il “socialismo delle masse“, che dovrebbe avere il suo culmine nella democrazia popolare diretta. Per questo motivo l’anno seguente, nel 1977, proclama la nascita della “Jamahiriya” libica, la “Repubblica delle masse”, in arabo. Viene adottata una bandiera interamente verde, in onore del colore dell’islam e con riferimento al nome del suo libro.

Con l’introduzione della Jamahiriya Gheddafi cambia completamente il volto istituzionale del Paese. Da quel momento in poi, la Libia non ha più formalmente leggi e lo Stato si organizza secondo un complesso sistema volto a dare al Paese una presunta democrazia diretta. Lo stesso Muammar Gheddafi rinuncia alla carica di presidente, dal 1977 preferisce farsi chiamare anche all’estero con l’appellativo di “guardiano della rivoluzione“. Vengono istituiti i comitati di base ed i comitati popolari al posto delle assemblee locali e del parlamento. Vengono aboliti definitivamente i partiti politici, la rappresentanza è considerata nel “libro verde” come vera e propria impostura.

Fin qui dunque l’aspetto della nuova Libia inaugurata dalla Jamahiriya. Ma è sotto il profilo internazionale che la figura di Gheddafi assume negli anni maggior risalto. Finito il sogno del panarabismo, il Raìs mira a presentarsi all’estero come difensore di tutte le cause più importanti che scuotono il mondo arabo ma non solo. Da quella palestinese a quella basca, passando per quella irlandese, sostenendo finanziariamente anche alcuni gruppi ritenuti terroristici ma che, secondo Gheddafi, lottano per l’autodeterminazione dei rispettivi popoli o contro i sistemi imperialistici. Una politica estera molto “spregiudicata”, dove comunque il suo governo può godere dell’ombrello dell’Unione sovietica. Anche se Gheddafi pone sempre in grande risalto l’obiettivo di costituire una “terza via” tra capitalismo e comunismo, è a Mosca che guarda certamente con maggior simpatia durante la Guerra fredda. Il comportamento in politica estera vale per Gheddafi l’appellativo di “cavallo pazzo del Medio Oriente”, attribuitogli dal presidente Usa Ronald Reagan.

Ed è proprio con Reagan alla Casa Bianca che si hanno le maggiori tensioni tra Tripoli e Washington. Secondo gli Stati Uniti, Muammar Gheddafi è un pericolo per la pace e la stabilità del Mediterraneo e dell’intero Medio Oriente. L’apice dello scontro si ha nel 1986: all’inizio di quell’anno, la marina statunitense effettua alcune esercitazioni all’interno del golfo della Sirte che, secondo Tripoli, è da considerare nelle acque libiche. Non sono dello stesso avviso gli americani, così come il diritto internazionale non considera quella di Sirte come “baia storica” e dunque non può attribuirsi alla Libia la sovranità su quelle acque. Gheddafi vede però nelle esercitazioni all’interno del golfo della Sirte una provocazione ed intima alla marina statunitense di lasciare l’area.

Il rais dà l’ordine di sparare contro le navi americane, alcuni missili vengono lanciati contro mezzi della marina a stelle e strisce, che reagisce sparando a sua volta contro due pattugliatori libici ed una postazione missilistica. Passano ancora pochi mesi ed il 5 aprile 1986 una bomba esplode all’interno della discoteca LaBelle di Berlino Ovest, frequentata abitualmente da militari Usa. Muoiono tre persone, tra cui due soldati americani. Secondo Washington la responsabilità è della Libia.

Tra Reagan e Gheddafi lo scontro diventa quasi di natura personale. I due si accusano a vicenda durante quei difficili giorni di aprile. Alla fine è il presidente americano a rompere gli indugi ed il 15 aprile 1986 lancia l’operazione “ElDorado Canyon”. Vengono bombardate Tripoli, Bengasi ed altre importanti città libiche. Ma soprattutto, i missili raggiungono anche la caserma di Bab Al Azizia, lì dove Gheddafi oramai da anni ha stabilito la sua residenza e la sua sede governativa. Per il rais è un colpo molto duro, anche a livello personale: negli anni successivi, dichiara più volte che nel bombardamento della sua abitazione resta uccisa la figlia adottiva Hanna. A livello politico, è l’inizio di un periodo di isolamento internazionale per il suo governo, già peraltro indebolito dalla guerra che da anni il suo esercito combatte in Ciad per il controllo della striscia di Azaz. L’anno nero è il 1988: in pochi mesi Gheddafi è costretto ad ammettere la sconfitta militare in Ciad ed a subire la risoluzione 748 dell’Onu, che sancisce l’embargo economico per la Libia. Una reazione, quest’ultima, alle accuse secondo cui ci sarebbero i servizi segreti di Tripoli dietro l’attentato contro l’aereo della Pan Am in volo su Lookerbie. Un’esplosione che, in quell’occasione, uccide 259 persone che in quel momento si trovano sui cieli della Scozia.

Ma è proprio in questo periodo di isolamento internazionale e di discredito sotto il profilo dell’immagine che, tra le sponde del Mediterraneo, emerge comunque un rapporto importante tra Italia e Libia. Gheddafi, una volta raggiunto il potere, spesso utilizza la retorica anti coloniale e non a caso uno dei suoi primi provvedimenti riguarda la cacciata degli ultimi italiani presenti nel Paese. Ma dietro in realtà, il rapporto tra Roma e Tripoli non è mai venuto a mancare. Proprio il bombardamento del 1986 appare come chiara dimostrazione emblema delle relazioni tra le due sponde del Mediterraneo: più di un’indiscrezione di quell’anno riporta infatti come sia l’allora presidente del consiglio Bettino Craxi a salvare la vita al rais. Da Palazzo Chigi il capo dell’esecutivo italiano avrebbe chiamato direttamente la caserma di Bab Al Azizia, avvisando Gheddafi dell’imminenza dell’attacco. La retorica del leader della Jamahiriya vira spesso verso toni anti italiani, ma nei fatti Italia e Libia vivono quasi in simbiosi.

Dal Paese africano arriva il petrolio, dalla penisola italiana arrivano quei contatti politici ed economici essenziali per la Libia per rimanere a galla a seguito delle sanzioni internazionali. I rapporti sono molto stretti anche sul fronte finanziario: Tripoli investe parecchi soldi in Italia, la banca di investimento e sviluppo acquista azioni della Fiat e, sul versante della difesa, è Roma a contribuire ad un miglior equipaggiamento dell’esercito libico. Per Gheddafi l’Italia è quasi un’ossessione, sia nel bene che nel male: a volte ricorda, mostrando il braccio, le ferite riportate dall’esplosione di una mina italiana quando ha ancora sei anni, altre volte invece ha la consapevolezza che senza un rapporto privilegiato con Roma il paese rischia di naufragare.

Durante tutti gli anni Novanta, la Libia vive una condizione di emarginazione dal contesto internazionale. Pur tuttavia, il rais riesce a mostrare al mondo la conclusione dei lavori di quella che considera la sua più grande opera, ossia il “grande fiume artificiale“, inaugurato nel 1991. Si tratta di un acquedotto che riesce a trasportare l’acqua dal sottosuolo del deserto libico fino alle grandi città del Paese. Sul piano interno Gheddafi riesce comunque a controllare la situazione economica grazie ai proventi del petrolio, con i quali fa quadrare i conti e continua nella gestione di un sistema che prevede un non indifferente sistema di welfare per i cittadini. Dalle protezioni sociali allo sviluppo dell’istruzione, la Libia presenta importanti livelli specie se raffrontati con i vicini africani. Il nemico principale negli anni ’90 si chiama invece “integralismo islamico”. Il Raìs si mostra personalmente sempre molto religioso, chiama anche il suo secondogenito Saif Al Islam, ossia spada dell’Islam. Sotto il profilo politico, ha l’obiettivo di presentare un islam moderato ed uno Stato vicino ai principi laici, come nell’Egitto di Nasser.

L’isolamento delle frange più estremiste e dell’islam ricollegabile ai Fratelli musulmani, ha come contraltare l’uso dell’estremismo per finalità di opposizione al suo governo. L’islam radicale mette piede soprattutto in Cirenaica, regione che più volte lascia intravedere un certo malcontento per la Jamahiriya. Sul finire degli anni Novanta Gheddafi opta per una repressione ed una lotta senza quartiere agli estremisti, emettendo nel 1996 anche un mandato di cattura per Osama Bin Laden. Un nemico che ben presto diventerà comune agli Stati Uniti. Anche per questo lentamente la Libia si avvia ad uscire dalla lista dei cosiddetti “Paesi canaglia” e Gheddafi da cavallo pazzo del Medio Oriente prova a diventare un interlocutore affidabile. Una situazione questa che contribuisce a far togliere l’embargo dall’Onu nel 1999 e che, all’indomani dell’11 settembre 2001, permette l’inizio di un dialogo tra Tripoli e Washington.

Si arriva così al 2004. In quell’anno Gheddafi decide di porre fine al suo programma di sviluppo di armi nucleari, in cambio dell’eliminazione di tutti gli impedimenti di natura economica da parte degli Usa ed anche della Gran Bretagna. Si tratta della definitiva riabilitazione internazionale del rais.

Il Paese africano si presenta così come una nazione tutto sommato stabile, dalle tante ricchezze energetiche e con buone potenzialità di sviluppo. Un mercato quindi che fa gola proprio al centro del Mediterraneo. Questo Gheddafi lo sa bene e, dopo il 2004, torna ad essere molto attivo sotto il profilo della politica estera ma, questa volta, cercando intese e relazioni con i paesi più importanti dell’Europa e dell’area mediterranea. A loro volta, molti Paesi europei provano a penetrare all’interno di un mercato potenzialmente importante ma anche poco esplorato, come quello libico. Soprattutto la Francia appare molto attiva in questi anni in Libia, con l’Italia che prova a non perdere però la propria posizione di privilegio. Va letto in questa ottica il trattato di amicizia firmato a Bengasi nel 2008 tra Gheddafi e Silvio Berlusconi, allora presidente del consiglio italiano. Si garantiscono i contratti e le concessioni dell’Eni, presente in Libia dal 1959, così come l’Italia si impegna del superamento del periodo coloniale tramite il cosiddetto “grande gesto”, ossia la costruzione dell’autostrada costiera tra Tunisia ed Egitto.

Importanti accordi economici vengono raggiunti comunque con gli stessi Usa, con la Spagna, la Turchia ed altri attori dell’area. Nel 2009 Gheddafi è anche invitato al G8 organizzato dall’Italia a L’Aquila. Cambiamenti quindi importanti a livello estero, che richiedono altrettante importanti riforme sotto il profilo interno. Ed è qui forse che il rais inizia a perdere il controllo della situazione. Nel suo libro Un ambasciatore nella Libia di Gheddafi, l’ex ambasciatore italiano Trupiano descrive il leader come un personaggio “schiavo del suo stesso mito“. Tra spinte riformatrici e spinte conservatrici, tra una retorica politica che inizia a non fare breccia più come prima ed annunci di cambiamenti nella realtà non attuati, Gheddafi sembra iniziare a perdere leggermente contatto con il suo stesso Paese. Nella Jamahiriya si formano due correnti di pensiero: una più riformatrice, rappresentata dal figlio Saif Al Islam, l’altra invece più conservatrice e fedele ai dettami ideologici del 1969. Anche all’interno della famiglia Gheddafi non mancano divisioni: Saif prova a presentarsi come innovatore, il quintogenito Mutassim cerca invece di scalare i ranghi della sicurezza nazionale.

In poche parole, la sfida che sembra avere davanti il rais all’indomani dei 40 anni dalla sua presa di potere, è quella di trasformare la Libia in una vera nazione. Fino a quel momento il collante è dato dagli ideale della rivoluzione e dalla retorica anti coloniale. Ma le divisioni in tribù permangono, la frammentazione del paese in tante fazioni più fedeli alla propria famiglia che al proprio Paese è un qualcosa che frena enormemente le trasformazioni di cui il Paese ha bisogno. L’immobilismo del governo, timoroso di sbilanciarsi troppo verso l’ala riformatrice o conservatrice, sembra far entrare Gheddafi in un vicolo cieco. Il rais forse è a conoscenza di questa situazione: purtroppo non si saprà mai se avesse escogitato un modo per uscirne fuori oppure se, al contrario, il leader libico aspettasse semplicemente il corso della storia. Ma la stessa storia, poco dopo, questa volta è destinata ad essere più veloce dei pur sempre dinamici pensieri di Gheddafi.

Non è dato sapere nemmeno se, dopo l’avvio delle proteste nel dicembre 2010 in Tunisia ed Egitto, Gheddafi abbia previsto o meno una simile situazione nel suo Paese. In tanti ancora oggi si chiedono se, dalla sua residenza di Bab Al Azizia, il Raìs sia rimasto sorpreso od indifferente nel leggere i rapporti che parlano di proteste in Cirenaica nel febbraio 2011.

Quella regione, con l’estremismo islamico, gli dà problemi negli anni Novanta, mentre nel 2006 il Raìs si vede costretto a sparare per provare a difendere il consolato italiano di Bengasi dai manifestanti che urlano contro l’esposizione delle vignette su Mamometto da parte dell’allora ministro Calderoli. Fatto sta che, proprio nella sua Bab Al Azizia, già a fine febbraio del 2011 è costretto a tirar fuori tutto il suo repertorio politico per parlare alla nazione ed invitare i cittadini ad isolare i facinorosi: “Puliremo il paese strada per strada, casa per casa”, urla con sullo sfondo la statua fatta costruire nel 1986 dove si raffigura una mano che prende in pugno un aereo americano.

Sono giorni terribili a livello personale per Gheddafi. Capisce di aver perso la Cirenaica, di avere nel Paese diverse tribù che provano ad andargli contro ed a destabilizzare il suo stesso esercito. Nel discorso di fine febbraio, oltre alla retorica politica si intravede l’atteggiamento di una persona che dà fondo alle proprie ultime certezze per provare a cambiare la situazione. Ma il contesto è destinato a peggiorare. La storia di quei giorni, ci rimanda le accuse (poi rivelatesi false) di fosse comuni di rivoltosi e di repressione spietata da parte dei suoi fedelissimi. Tanto basta per mettere in piedi, a marzo, una missione a guida Nato su pressing soprattutto francese ed inglese. Questa volta c’è anche l’Italia. Da Tripoli Gheddafi vede gli aerei occidentali che bombardano il Paese, una nazione che forse mai tale è stata ma che adesso si va lentamente a disgregare ed a vedere l’avvicinarsi della fine di una lunga era.

Le immagini del corpo del Colonnello Gheddafi (LaPresse)

Si dice che il 30 dicembre 2006, dinnanzi alle immagini dell’impiccagione di Saddam Hussein, Gheddafi abbia avuto addirittura una reazione isterica. Come se, in qualche modo, in quell’istante ha immaginato lui al posto dell’ex leader iracheno. A lui è andata anche peggio. Con un Paese oramai non più controllato e con i beni finanziari sequestrati e congelati, Gheddafi sceglie sì di restare in Libia ma intuisce che oramai è solo questione di tempo. Ed il 20 ottobre 2011 tutto finisce lì dove è iniziato: a Sirte. Scovato nella sua roccaforte da alcuni ribelli, viene linciato ed ucciso assieme al figlio Mutassim. Il resto è storia di questi giorni e questi anni, contrassegnati dal caos da cui oggi appare difficile venirne fuori.