La geopolitica della corsa allo spazio
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rServiva un colpo importante agli Usa per legittimare il proprio ruolo in medio oriente. Serviva, in primis, per allontanare gli spettri del danno d’immagine del ritiro dall’Afghanistan. Serviva poi per nuocere un duro colpo all’Isis in una fase, come quella attuale, in cui i miliziani stavano rialzando il tiro. La cattura e l’uccisione di Al Qurayshi, successore di Al Baghdadi alla guida dell’Isis, è destinata ad avere molti risvolti politici. Washington è adesso nella condizioni di rivendicare un risultato importante in un momento delicato. La domanda è però una: cosa accadrà all’interno dello Stato Islamico?

Un colpo duro inferto a un califfato in ripresa

Il 20 gennaio il Medio Oriente ha scoperto ancora una volta di non essere uscito dalla spirale di violenza. L’Isis ha attaccato in modo quasi simultaneo in Siria e in Iraq. Nei due Paesi cioè in cui è nato e in cui tra il 2014 e il 2019 ha instaurato il califfato islamico. Ad Al Hasakah, principale città curdo-siriana, un commando terrorista ha preso di mira una delle più grandi prigioni dove da anni sono presi in custodia migliaia di combattenti, molti dei quali stranieri e di cui i loro Paesi di origine (a partire da quelli europei) non sanno cosa farsene. L’attacco ha ucciso molti membri delle Sdf, le forze curde che controllano quest’area della Siria, e ha fatto evadere decine di terroristi. Nelle stesse ore un altro commando legato all’Isis ha assaltato una base militare nella provincia irachena di Diyala, a nord di Baghdad. Sono stati 11 i soldati uccisi. Due attentati ben pianificati e orditi da jihadisti evidentemente ben addestrati. Il segnale cioè di un califfato in ripresa.

Al Qurayshi probabilmente era a conoscenza di questi attacchi. Li ha ordinati lui oppure, dal nascondiglio in cui è stato scovato martedì notte, li ha quanto meno approvati. Facevano parte di una strategia volta a ricordare a tutti che l’Isis non è affatto scomparso. Un messaggio da indirizzare anche agli stessi miliziani sparsi in medio oriente e in occidente. Lo stallo nel conflitto siriano e l’incapacità della politica irachena di dare un preciso quadro istituzionale al Paese hanno in parte vanificato gli sforzi degli anni precedenti. Le cellule rimaste nel deserto tra l’Eufrate e il Tigri hanno avuto modo e tempo di riorganizzarsi. Fino al blitz del 2 febbraio. La morte di Al Qurayshi ha avuto l’effetto di un fulmine a ciel sereno per la galassia islamista. La ripresa degli attacchi aveva dato ai miliziani l’impressione di poter tornare a guida la jihad. L’incursione che ha portato alla morte del successore di Al Baghdadi ha inferto un colpo prima di tutto sul morale dell’organizzazione.

La nuova organizzazione dell’Isis

Secondo l’intelligence Al Qurayshi era un capo operativo. Non quindi una guida ideologica oppure una figura simbolica di riferimento. Il suo “curriculum” criminale parla chiaro: nel 2014 è stato lui a guidare l’assalto a Mosul e nel nord dell’Iraq, ben conosceva quindi le tattiche militari e di controllo del territorio. Se aveva accettato la designazione a capo dell’Isis era unicamente proprio per far risorgere militarmente il califfato dalle sue ceneri. La sua morte potrebbe avere un effetto addirittura maggiore dell’uccisione nel 2019 di Al Baghdadi. Quest’ultimo era ben consapevole di essere nel mirino. Aveva creato tutti i presupposti per garantire una successione in caso di morte. Da Berisha poi, località siriana dove si nascondeva, Al Baghdadi guidava un’organizzazione in ritirata. Al Qurayshi invece stava trainando l’Isis verso una nuova fase di attacco.

I suoi seguaci, in poche parole, potrebbero essere stati presi di sorpresa dalla sua morte. Per John Alterman, analista del Center for Strategic and International Studies, potrebbe aprirsi un periodo di forte instabilità: “Perdere un leader li rende ancora più paranoici – ha dichiarato alla Bbc – Vogliamo che siano paranoici e che cerchino traditori in mezzo a loro. È totalmente distruttivo per loro”. Non ci sarebbero dubbi comunque sul fatto che adesso i miliziani siano alla ricerca di un successore. Ma questa volta non sarà semplice. I “saggi” del consiglio della Shura dell’Isis potrebbero cercare una figura che metta tutti d’accordo tra le varie anime di un califfato di nuovo a pezzi. Nel frattempo però alcuni gruppi potrebbero agire in autonomia. Come ad esempio quelli in cui sono compresi i militanti di origine magrebina. Nei giorni della caduta di Baghouz, ultima roccaforte dello Stato Islamico, si era creata una sorta di guerra civile tutta interna all’Isis tra loro e i miliziani siro-iracheni. Lo stesso Al Qurayshi aveva fama di uno che non gradiva molto tunisini o marocchini a combattere in terra irachena. Lo Stato Islamico non è destinato a morire con il leader ucciso nel blitz Usa, ma rischia di essere comunque, almeno nel breve termine, ridimensionato.

Gli Usa tornano a bussare in Medio oriente

C’è poi un discorso prettamente politico che ha a che fare con la reputazione di Washinton e in particolare del presidente Joe Biden. Il blitz è il primo atto di un certo peso dopo il ritiro Usa dall’Afghanistan. L’operazione portata a termine contro il leader dell’Isis è servita all’amministrazione statunitense per battere un colpo dopo le magre figure rimediate a Kabul. Se all’arrivo dei talebani si fosse sommata una recrudescenza da parte dello Stato Islamico tra Siria e Iraq, l’azione della Casa Bianca sarebbe apparsa ulteriormente debole. L’uccisione di Al Qurayshi ha dato un certo segnale sia ai terroristi e sia agli attori impegnati nella regione.

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