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	<title>Andrea Battaglia Archives - InsideOver</title>
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	<description>Inside the news Over the world</description>
	<lastBuildDate>Fri, 28 Aug 2020 06:47:39 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Andrea Battaglia Archives - InsideOver</title>
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		<title>Perché Londra vuole vendere Piazza Affari?</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/perche-londra-vuole-vendere-piazza-affari.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Aug 2020 06:47:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Borsa Italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Brexit]]></category>
		<category><![CDATA[London Stock Exchange]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Piazza Affari Borsa (La Presse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Lo scorso mese London Stock Exchange Group ha avviato colloqui per cedere interamente o in parte Borsa Italiana. La società che gestisce la Borsa di Londra e che dal 2007 controlla Piazza Affari a Milano, ha iniziato un processo di vendita per la piattaforma di scambio di obbligazioni denominata Mts chiedendo le prime offerte non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-londra-vuole-vendere-piazza-affari.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Piazza Affari Borsa (La Presse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Borsa-Milano-Piazza-Affari-La-Presse-1024x682.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Lo scorso mese <strong>London Stock Exchange Group</strong> ha avviato colloqui per cedere interamente o in parte<strong> Borsa Italiana</strong>. La società che gestisce la Borsa di Londra e che dal 2007 controlla Piazza Affari a Milano, ha iniziato un processo di vendita per la piattaforma di scambio di obbligazioni denominata <strong>Mts</strong> chiedendo le prime offerte non vincolanti con termine fissato lo scorso 21 agosto.</p>
<p>Le offerte ora sono arrivate, in mezzo a un certo riserbo e a una manciata di incertezza generale, con una operazione che sembra muoversi in punta di piedi per non disturbare troppo un mercato già scosso dal Covid-19.</p>
<p>Ciò che emerge, guardando bene sotto la superficie, è che dietro questo gioco di aste che coinvolge gruppi e investitori milionari, si nasconde il vero obbiettivo di Lseg: sottrarre la mega operazione su <strong>Refinitiv</strong> dalla lente dell’Antitrust UE e creare un gigante dell’informazione e dei servizi finanziari a livello mondiale.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.</p>
<h2>I tre contendenti</h2>
<p>In uno scenario ancora tutto in discussione, la pole position nelle offerte per controllare parte di Palazzo Mezzanotte spetta a <strong>Euronext</strong>, il gruppo che detiene già il controllo delle Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Oslo e Dublino e che con questa operazione si accaparrerebbe la piattaforma di scambio di Milano. L’acquisizione da parte di Euronext sembra essere l’opzione più quotata anche perché al suo interno entrerebbe anche lo Stato italiano attraverso <strong>Cassa Depositi e Prestiti</strong>.</p>
<p>Il governo Conte potrebbe, una volta conclusa la transazione da parte del gruppo, puntare a una partecipazione di CDP all’interno di Euronext vicina all&#8217;8% detenuto da Caisse des Depots et Consignations, controllata dallo Stato francese, andando quindi a bilanciare il controllo statale con la controparte transalpina.</p>
<p>Alcuni giornali, come <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-08-17/intesa-is-poised-for-role-in-bid-for-borsa-italiana">Bloomberg</a>, avevano poi anche vociferato l’ipotesi che pure Intesa Sanpaolo – prossima a diventare la seconda banca dell’Eurozona grazie alla fusione con UBI Banca – potrebbe entrare nella cordata Euronext-CDP e finire con una partecipazione pari al 2% circa di proprietà di BNP Paribas.</p>
<p>Come da attese, poi, è arrivata pure l’offerta di <strong>Deutsche Boerse</strong>, il gruppo che controlla la Piazza di Francoforte e che finora aveva mostrato una certa timidezza nel manifestare il proprio interesse per la Borsa meneghina, forse anche per timore di infastidire l’opinione pubblica del Bel Paese di fronte ad una compravendita tedesca.</p>
<p><a href="https://www.washingtonpost.com/business/why-everyone-cares-about-thisitalian-exchange/2020/08/20/c814a16c-e2be-11ea-82d8-5e55d47e90ca_story.html">Secondo quanto riferito dal Washington Post</a>, comunque, il beneficio per la borsa teutonica  sarebbe piuttosto limitato “MTS è piccolo rispetto alle attività complessive della società tedesca e Borsa Italiana porterebbe più scambi di azioni, allontanandosi dalle sue priorità dichiarate”.</p>
<p>Un po’ a sorpresa è invece arrivata l’offerta del gruppo <strong>Six</strong>, che opera sul mercato azionario svizzero controllando la Borsa di Zurigo.</p>
<p>Six è un contendente più piccolo, certo, ma il suo in interesse per Milano non è meno strategico. A giugno è stata accettata la sua offerta per la borsa spagnola BME con sede a Madrid e con l&#8217;acquisto valutato a 2,75 miliardi di franchi svizzeri Six è diventato il terzo gruppo di scambi più grande in Europa, dopo Parigi e Francoforte e uno dei primi dieci fornitori di exchange service a livello mondiale.</p>
<h2>L’Italia ora pensa al Golden Power</h2>
<p>La vendita parziale o integrale delle attività di Borsa Italiana non è cosa da poco, sia sul lato economico finanziario sia, soprattutto, su quello politico. Le stime per il solo Mts si aggirano intorno ai 500 milioni di euro, mentre l’intero gruppo Borsa italiana è valutato tra i 3 e i 4 miliardi, oltre il doppio del prezzo pagato da London Stock Exchange Group nel 2007.</p>
<p>Finora alla politica italiana era importato poco o nulla che gli scambi delle quotate milanesi fossero controllati dalla società di Paternoster Square a Londra. Ma adesso che il Covid-19 ha tolto praticamente ogni tabù sugli aiuti di Stato, la possibilità di in inserire una “mano” tricolore – seppure in secondo piano – all’interno della Borsa, fa gola nei palazzi romani.</p>
<p>Nelle scorse settimane,<a href="https://www.huffingtonpost.it/entry/la-borsa-di-londra-vedera-quella-italiana_it_5f2445a8c5b656e9b09b1a34"> persino il Copasir si era scomodato</a> per ribadire l’importanza di una qualche forma di intervento pubblico al fine di evitare proprietari stranieri nella piazza di scambi italiana.</p>
<p>E tra le ipotesi sul tavolo del Governo è spuntata persino quella di ricorrere al cosiddetto <a href="https://it.insideover.com/scheda/economia/che-cose-il-golden-power-e-come-funziona.html">Golden Power</a>, anche se secondo molti risulterebbe difficile giustificare il ruolo strategico di Borsa, specialmente dopo anni di controllo londinese.</p>
<h2>Perché Londra vuole liberarsi di Piazza Affari?</h2>
<p>Dopo le offerte su Mts, il mercato guarda dunque con attesa al prossimo 11 settembre, quando dovranno essere presentate le offerte per l’acquisizione di tutta Borsa Italiana e si vedrà come evolverà la sfida franco-tedesca per la Piazza milanese.</p>
<p>Tempi decisamente ristretti per una operazione di questa portata, che scomoda investitori, banche e governi.</p>
<p>Ma c’è un perché a tutta questa fretta di Londra di liberarsi di Borsa Italiana.</p>
<p>Il perché si chiama <strong>Refinitiv</strong>, il gigante che fornisce dati e informazioni finanziarie, di proprietà al 55% del fondo americano Blackstone e al 45% della canadese Thomson Reuters e del quale la London Stock Exchange ha annunciato l’acquisizione ad agosto dello scorso anno in una maxi-operazione da ben <strong>27 miliardi di dollari</strong>.</p>
<p>La piattaforma Refinitiv, diretta concorrente del noto “Terminal” di Bloomberg, serve oltre 40.000 clienti istituzionali in quasi 200 Paesi includendo società di investimenti, governi e aziende a cui fornisce dati e informazioni finanziarie.</p>
<p>Sulle piattaforme di trading di Refinitiv, che includono tra gli altri anche Tradeweb e Fxall, vengono scambiati giornalmente quasi 1.000 miliardi di dollari di asset, mentre attraverso il terminale Eikon ed il sistema di esecuzione degli scambi Redi, investitori dal tutto il mondo possono gestire ordini per miliardi di dollari, restando sempre informati grazie alle notizie e ai dati forniti dalla Reuters.</p>
<p>L’acquisizione di questo gigante del mondo finanziario da parte del London Stock Exchange Group non poteva quindi che far suonare qualche campanello d’allarme nelle autorità antitrust di mezzo mondo, preoccupate da un eccessivo rafforzamento dalla fusione <strong>Lseg-Refinitiv</strong>, che diventerebbe un gigante nel campo dell’informazione e dei servizi finanziari.</p>
<p>Ed è qui che entra in gioco la vendita di Piazza Affari.</p>
<p>Se da una parte Lseg ha confermato di aver ottenuto l’ok sull’operazione di Refinitiv da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha chiuso la sua indagine antitrust sulla transazione senza alcuna riserva, dall’altra rimane ancora lo “scoglio” dell’<strong>Antitrust UE</strong>, dopo che la Commissione Europea ha avviato una revisione di fase due.</p>
<p>Con la <strong>Brexit</strong> ormai alle porte, Lseg certo non rientrerebbe più sotto la giurisdizione dell’antitrust europea ma il “ramo” di Borsa Italiana sporgerebbe ancora nel giardino europeo e in quel caso, chiudere l’operazione su Refinitiv potrebbe essere più difficile.</p>
<p>Così, la vendita di Borsa Italiana, oltre che garantire un po’ di cassa (e di sollievo) dopo l’esborso di 27 miliardi per Refinitiv, permetterebbe a London Stock Exchange Group di smarcarsi completamente dal controllo europeo, tagliando l’ultimo collegamento normativo con il continente.</p>
<p>Lseg prevede di chiudere la transazione su Refinitiv entro la fine del 2020 o all&#8217;inizio del 2021 e per questo è vitale liberarsi di Borsa italiana entro questo autunno.</p>
<p>Ad ogni modo, in merito alla vendita di Mts o potenzialmente del gruppo Borsa Italiana nel suo insieme, <a href="https://www.lseg.com/resources/media-centre/press-releases/lseg-all-share-acquisition-refinitiv-%E2%80%93-update?accepted=5fbaeded4676b35f725723f73a08c11d">Paternoster Square ha riferito</a> che “non vi è alcuna certezza che Lseg deciderà di procedere con una transazione relativa a una di queste attività”.</p>
<p>Insomma, nulla è ancora scritto, ma l’arrivo delle offerte per Mts (e di quelle previste il prossimo 11 settembre su Piazza Affari) garantisce al gruppo londinese l’opportunità di “far valutare” dai grossi investitori europei l’asset di Borsa Italiana e giocare la partita su Refinitiv conoscendo già tutte le carte sul tavolo. D’altronde, come sanno bene a Londra, l’informazione è denaro.</p>
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		<item>
		<title>Le agenzie di rating fanno tremare il Golfo</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/le-agenzie-di-rating-fanno-tremare-il-golfo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2020 14:51:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Fitch]]></category>
		<category><![CDATA[Fondo monetario internazionale (Fmi)]]></category>
		<category><![CDATA[Moody's]]></category>
		<category><![CDATA[Opec Plus]]></category>
		<category><![CDATA[S&P]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="854" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gulf Oil petrolio Golfo deserto" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-768x342.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-1024x456.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Con il crollo del mercato petrolifero le principali agenzie di rating stanno iniziando a declassare il debito sovrano dei Paesi produttori e ora le prospettive per le ricchissime potenze del Golfo Persico, fortemente dipendenti dall’oro nero, non sembrano più così rosee come un tempo. I Paesi che fanno parte del Consiglio di cooperazione del Golfo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/le-agenzie-di-rating-fanno-tremare-il-golfo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="854" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gulf Oil petrolio Golfo deserto" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-768x342.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-1024x456.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Con il crollo del mercato petrolifero le principali agenzie di rating stanno iniziando a declassare il debito sovrano dei Paesi produttori e ora le prospettive per le ricchissime potenze del Golfo Persico, fortemente dipendenti dall’oro nero, non sembrano più così rosee come un tempo.</p>
<p>I Paesi che fanno parte del <strong>Consiglio di cooperazione del Golfo</strong> <strong>(GCC)</strong>, ovvero Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stanno vedendo sgretolarsi rapidamente le loro finanze pubbliche a causa dei ribassi del prezzo del greggio: un fenomeno che non è certo passato inosservato davanti agli occhi sempre vigili delle più importanti agenzie di rating.</p>
<p><a href="https://www.fitchratings.com/research/sovereigns/oil-coronavirus-impact-on-gcc-sovereigns-12-05-2020">Come ha riportato in un recente studio Fitch Ratings</a>, gli accordi dell’<strong>Opec Plus</strong> per ridurre la produzione di petrolio e gli ulteriori tagli annunciati dall&#8217;Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Kuwait spingeranno i bilanci dei paesi del GCC verso un deficit ancora più acuto a causa del crollo dei prezzi.</p>
<p>Secondo Fitch, inoltre, i tagli alla produzione di greggio contribuiranno anche a una forte contrazione della produzione economica nel suo complesso, insieme a una recessione “senza precedenti” nelle economie non petrolifere che fanno parte del gruppo GCC.</p>
<h2>I bond di Oman e Bahrain sono al livello “spazzatura”</h2>
<p>Sulla scia di un semestre da incubo per l’industria del prezioso fossile, alla fine del mese scorso il rating dell&#8217;<strong>Oman</strong> è stato tagliato per la seconda volta dall’inizio del 2020 da parte di <strong>Moody’s Investor Service</strong>. L’agenzia di rating ha infatti declassato il debito sovrano del Paese a <strong>Ba3</strong>, ovvero il terzo livello più basso nella sua scala di non investimento, e ha rivisto le sue prospettive in negativo ritenendo che uno scenario di prezzi bassi per il petrolio inciderà fortemente sulle entrate del sultanato.</p>
<p>Già a marzo, Moody’s aveva messo l&#8217;Oman sotto la sua lente d’ingrandimento per un possibile declassamento, affermando che la scarsa forza fiscale di Mascate avrebbe inciso pesantemente sulla sua situazione finanziaria. Ora la valutazione di Moody’s si affianca alla stessa indicata in precedenza da <strong>Standard &amp; Poor&#8217;s</strong> e risulta di un gradino inferiore rispetto a quella di <strong>Fitch Ratings</strong>.</p>
<p><a href="https://www.moodys.com/research/Moodys-downgrades-Omans-rating-to-Ba3-changes-outlook-to-negative--PR_426102">Come si legge nel report dell’agenzia newyorkese</a>, &#8220;Il declassamento riflette la conclusione che in un contesto di prezzo del petrolio più basso &#8211; che Moody&#8217;s ora suppone continuerà nel medio termine &#8211; è improbabile che il governo sarà in grado di compensare in modo significativo la perdita di entrate petrolifere ed evitare un deterioramento esteso e duraturo del debito e delle sue metriche di accessibilità o l’erosione dei suoi buffer fiscali e in valuta estera&#8221;.</p>
<p>Moody ha infatti rivisto le sue stime sul prezzo del <strong>Brent</strong> per il 2020 a una media di 35 dollari al barile e di 45 dollari al barile per il 2021. Livelli lontanissimi dai prezzi che l’Oman e gli altri Paesi del Golfo erano abituati a vedere prima della crisi innescata dal Covid-19.</p>
<p>C’è però da sottolineare che, sebbene l’Oman sia l’economia più debole del gruppo GCC, non è l’unica nazione del Golfo ad aver subito la “scure” delle agenzie di rating.</p>
<p>Tra le petro-economie che si affacciano sul Golfo Persico, le cose non vanno meglio neppure per il <strong>Barhain</strong>, anch’esso retrocesso nell’area di non investimento secondo il giudizio di Moody’s, S&amp;P e Fitch.</p>
<p>Sia i titoli di Stato del Bahrain che quelli dell’Oman risultano quindi classificati come &#8220;<strong>spazzatura&#8221;</strong> dai tre principali valutatori di credito e non c’è da stupirsene visto che il <strong>Fondo monetario internazionale</strong> prevede che il loro deficit di bilancio supererà quest&#8217;anno il 15% del prodotto interno lordo.</p>
<p>Il problema è che, per coprire i loro debiti ed evitare di pesare sull&#8217;economia dell’intera regione, anche le prospettive per le nazioni più forti del Golfo stanno ora peggiorando agli occhi delle agenzie.</p>
<h2>Anche l’Arabia Saudita trema</h2>
<p>Già a marzo le tre big del rating avevano avvertito che il forte calo dei prezzi dell’oro nero, se sostenuto, avrebbe causato un&#8217;ondata di declassamenti sui titoli sovrani e pesanti tagli di rating sulle compagnie petrolifere.</p>
<p>Il principal analyst di Fitch per il Medio Oriente e l’Africa, Jan Friederich, <a href="https://www.reuters.com/article/us-oil-ratings-sovereign-fitch/rating-agencies-warn-oil-slump-could-trigger-blizzard-of-downgrades-idUSKBN20X2PD">ha riferito a Reuters</a> che “I paesi che si trovano in una posizione più debole e hanno un tasso di cambio fisso sono ovviamente particolarmente vulnerabili&#8221;.</p>
<p>Ma per quanto concerne i singoli Paesi, l’analista ha anche fatto notare che pure la ricchissima <strong>Arabia Saudita</strong> potrebbe presto trovarsi in difficoltà. Friederich ha spiegato che, nonostante le riserve finanziarie di Riyadh e il suo miliardario fondo sovrano costituiscano un importante “cuscinetto” di protezione, non vi è comunque un &#8220;margine di manovra infinito&#8221; all’interno del rating assegnato al Paese e anche questo buffer, come viene definito in termini più tecnici, potrebbe venire meno.</p>
<p>Che la situazione per l&#8217;Arabia Saudita non sia più così florida come un tempo lo si intende poi dal fatto che le prospettive per il regno siano state ridotte a negative da stabili da parte di Moody’s a causa del crollo dei prezzi del petrolio e della pandemia che ha fatto precipitare le riserve della monarchia saudita al minimo in quasi un decennio.</p>
<p>La società di rating (che aveva declassato l&#8217;Arabia Saudita per l’ultima volta nel 2016) ha comunque mantenuto il rating sovrano ad<strong> A1</strong>, il suo quinto grado più alto, dando una valutazione lievemente più ottimista di quelle fornite dalle colleghe Fitch e S&amp;P.</p>
<p><a href="https://www.moodys.com/research/Moodys-changes-the-outlook-on-Saudi-Arabias-rating-to-negative--PR_423521">Come hanno scritto gli analisti di Moody’s guidati da Lucie Villa</a> &#8220;Le prospettive negative riflettono un aumento dei rischi al ribasso per la forza fiscale dell&#8217;Arabia Saudita derivante dal grave shock della domanda mondiale di petrolio e dei prezzi innescati dalla pandemia di coronavirus”.</p>
<p>Nella motivazione della revisione dell&#8217;outlook da parte di Moody’s, gli analisti mettono poi in guardia sul fatto che &#8220;un brusco rallentamento della crescita del PIL deprimerà anche le entrate del settore non petrolifero&#8221;.</p>
<h2>I conti pubblici dipendono dal petrolio</h2>
<p>Per i Paesi del Golfo l’industria petrolifera non è solo il settore trainante dell’economia. Si tratta di nazioni che necessitano delle entrate garantite dal petrolio per ripagare la spesa pubblica e bilanciare il loro budget fiscale. Per questo la crisi dell’oil market si riflette direttamente anche nei conti Statali e, di conseguenza, nel giudizio inflessibile delle agenzie di rating sul debito sovrano.</p>
<p>Basti pensare che con il prezzo del Brent crollato a marzo e aprile e attualmente a circa 43 dollari al barile, l&#8217;Arabia Saudita è lontanissima dal livello di prezzo che servirebbe per bilanciare il proprio budget, stimato in circa 76 dollari al barile secondo le cifre fornite dal Fondo monetario internazionale.</p>
<p>Per il Bahrain, l’FMI indica che il prezzo del petrolio per raggiungere il <strong>fiscal breakeven</strong> nel 2020 dovrebbe essere pari ad addirittura 95,6 dollari al barile e di 84,4 per il 2021, mentre all’Oman servirebbe un prezzo al barile di 86,8 dollari quest’anno e di 79,8 il prossimo per bilanciare il proprio budget.</p>
<p>Ma come ha anche rivelato Frank Gill, uno dei maggiori analisti di<strong> S&amp;P</strong>, nessun paese del Golfo è davvero in grado di bilanciare il proprio budget con il petrolio a 40 dollari al barile e solo il <strong>Qatar</strong> e il <strong>Kuwait</strong> riescono a far quadrare i conti pubblici con il prezzo del greggio ad almeno 50 dollari al barile.</p>
<p>&#8220;Tranne nel caso degli esportatori con riserve fiscali molto basse, ciò che conta è dove i prezzi del petrolio si andranno a stabilizzare il prossimo anno, e ciò dipende dal fatto che l&#8217;economia globale possa riprendersi in modo significativo&#8221;, ha affermato Gill.</p>
<p>Si tratta di un problema comune a tutti quei Paesi che dipendono fortemente dalle esportazioni di petrolio e i cui bilanci sono legati direttamente al valore di questa preziosa materia prima.</p>
<p>Così, la crisi petrolifera innescata dal Covid-19 ha dato un primo assaggio di un futuro sempre meno dipendente dall&#8217;oro nero, la cui domanda è destinata a ridursi notevolmente nei prossimi decenni. Una situazione che spingerà ancora di più le benestanti nazioni del Golfo a diversificare le loro economie e ad accelerare quel processo di transizione che molti, in primis l’Arabia Saudita, vedono come fondamentale per non rimanere impantanati nel deserto mentre il resto del mondo va avanti.</p>
<p>Ciò che però emerge con ancora più chiarezza dopo gli ultimi downgrade delle agenzie di rating è che il conto da pagare per la stretta dipendenza dal greggio è già arrivato e probabilmente rimarrà piuttosto salato ancora per parecchi mesi.</p>
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		<title>Il Regno Unito deve scegliere: 5G o F-35</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/il-regno-unito-deve-scegliere-5g-o-f-35.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2020 15:24:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[f-35]]></category>
		<category><![CDATA[Huawei]]></category>
		<category><![CDATA[Rete 5G]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1178" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-1024x628.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La decisione del Regno Unito di affidare lo sviluppo della rete 5G al gigante cinese Huawei ha sempre trovato la ferma opposizione degli Stati Uniti, che hanno posto il “no” alla tecnologia cinese come precondizione per qualsiasi accordo commerciale con Londra. Ora, però, dagli States arrivano serie minacce di dislocare gli F-35 e le forze &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/il-regno-unito-deve-scegliere-5g-o-f-35.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1178" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-300x184.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-768x471.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/07/LP_8004754-1024x628.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La decisione del Regno Unito di affidare lo sviluppo della <strong>rete 5G</strong> al gigante cinese<strong> Huawei</strong> ha sempre trovato la ferma opposizione degli Stati Uniti, che hanno posto il “no” alla tecnologia cinese come precondizione per qualsiasi accordo commerciale con Londra. Ora, però, dagli States arrivano serie minacce di dislocare gli<strong> F-35</strong> e le forze aeree dal Paese se il governo di <strong>Boris Johnson</strong> andrà avanti col piano per la nuova rete dati.</p>
<p>Secondo gli Usa, il sistema dei missili teleguidati degli F-35 sarebbe infatti &#8220;compromesso&#8221; se il Regno Unito dovesse permettere l&#8217;utilizzo della tecnologia cinese sul suo territorio.</p>
<p>Londra si trova adesso di fronte ad un bivio da cui dipenderà non solo il suo futuro tecnologico ma anche il suo ruolo sullo scacchiere internazionale nel dopo-Brexit. Se da una parte le pressioni americane mettono nero su bianco le condizioni per mantenere la “<strong>special relationship</strong>” atlantica, dall’altra le nuove tensioni ad Hong Kong aggiungono ulteriore pressione su Downing Street, complicando i rapporti con la Cina e rendendo ancora più difficili i piani e le scelte di Johnson.</p>
<h2>La posizione degli Usa</h2>
<p>La scorsa settimana, il senatore americano <strong>Tom Cotton</strong>, esponente repubblicano di spicco e molto vicino al presidente Donald Trump, ha avvertito il governo britannico che il Pentagono potrebbe spostare le forze aeree americane dal Regno Unito se Londra dovesse dare l’ok a Huawei per lo sviluppo della rete 5G nel Paese.</p>
<p>Il messaggio di Cotton al parlamento del Regno Unito è giunto nel corso di un&#8217;audizione virtuale del sottocomitato per la difesa in merito alla decisione di Johnson, a inizio anno, di consentire al gigante tecnologico cinese di costruire<strong> fino al 35%</strong> della nuova rete dati del Paese.</p>
<p>Già lo scorso gennaio, il segretario di Stato americano Mike Pompeo era volato precipitosamente in Gran Bretagna spinto dalla profonda preoccupazione di Washington per la decisione sul 5G. Il <strong>National Security Council</strong> del Regno Unito aveva infatti dato il via libera a Huawei per svolgere “un ruolo limitato” nella costruzione della rete, nonostante i ripetuti appelli della Casa Bianca di non consentire l’ingresso al gigante cinese delle telecomunicazioni.</p>
<p>L&#8217;amministrazione Trump aveva anche ventilato l’ipotesi di sospendere la condivisione di intelligence con qualsiasi alleato che avesse consentito all&#8217;azienda cinese di entrare nelle sue reti 5G nel timore di creare una cosiddetta “<strong>backdoor</strong>” nei sistemi di sicurezza informatica. L’intelligence americana ha infatti costantemente sostenuto che assegnare a Huawei un ruolo nello sviluppo della rete dati potrebbe dare a Pechino la possibilità di infiltrarsi nella rete di telecomunicazioni attraverso cui effettuare spionaggio o attacchi informatici.</p>
<p>All&#8217;inizio del 2020, Johnson aveva parlato al presidente degli Stati Uniti telefonicamente per spiegare la decisione nel tentativo di placare le paure statunitensi, ma con scarsi risultati.</p>
<p>Nei palazzi di Whitehall, ad ogni modo, non tutti sembrano condividere la scelta del premier. L’approvazione del NSC sul 5G cinese non è piaciuta al segretario alla Difesa britannico <strong>Ben Wallace</strong>, il quale si è scagliato contro la decisione di Johnson che potrebbe potenzialmente scalfire le relazioni con gli States e ha descritto la Cina come un &#8220;amico di nessuno&#8221;.</p>
<p><a href="https://www.thetimes.co.uk/article/5g-controversy-pm-defies-critics-with-green-light-for-huawei-jgx8058l8">Secondo quanto riferito dal quotidiano The Times</a>, Wallace sarebbe una &#8220;voce solitaria&#8221; nei vertici britannici, ma sicuramente rimane una voce di un certo peso e dimostra che nelle stanze del potere londinesi non tutti sono disposti a mettere a rischio la “<strong>relazione speciale</strong>” con Washington.</p>
<p>Oltreoceano l’avvertimento appare più che mai chiaro. Insieme a senatori e membri dell’amministrazione Trump, una serie di alti esponenti del Congresso ha denunciato la mossa di Londra, avvertendo che potrebbe danneggiare le speranze di Boris Johnson di un rapido <strong>accordo commerciale post-Brexit</strong>.</p>
<p>Dal canto suo, il primo ministro britannico ha promesso di escludere la società cinese dagli elementi &#8220;core&#8221; più sensibili del 5G, anche se gli Usa sostengono che Huawei sarebbe ancora in grado di spiare le comunicazioni occidentali o semplicemente di “tagliare” la rete del Regno Unito su ordine di Pechino.</p>
<h2>Il problema con gli F-35</h2>
<p>C’è poi una questione più spinosa riguardo allo sviluppo del 5G nel Regno Unito da parte del colosso cinese.</p>
<p><a href="https://www.theguardian.com/technology/2020/jun/02/us-senator-huawei-5g-is-like-soviets-building-wests-submarines">Come riportato dal Guardian</a>, Cotton nel suo incontro con i funzionari britannici ha riferito che i jet americani<strong> F-35</strong> di stanza nel Regno Unito sono armati con munizioni guidate la cui fornitura e dispiegamento potrebbero essere “compromessi” se nel Paese venissero utilizzate le apparecchiature Huawei.</p>
<p>Secondo quanto riferito dal Senatore dell’Arkansas, infatti, se l’infrastruttura 5G dovesse essere “hackerata” potrebbe tracciare i movimenti di alcune componenti chiave dei caccia F-35, mettendo in pericolo la sicurezza stessa dei velivoli e di tutto l’apparato militare presente nel Paese.</p>
<blockquote><p>“Sarebbe come se durante la Guerra Fredda avessimo chiesto ai Sovietici di costruire i nostri sottomarini o i nostri carri armati. E’ una opzione che non avremmo mai preso in considerazione”.</p></blockquote>
<p>Questo il paragone scelto da Cotton per evidenziare la criticità dell’uso della rete dati Made in China.</p>
<p>Il dubbio dei parlamentari britannici è che si tratti di una esagerazione per mettere in difficoltà leadership di Huawei nel mercato del 5G rispetto alla concorrenza della Silicon Valley e, con l’occasione, aggiungere un po’ di pressione su Londra in vista della Brexit, quando il Paese sarà indiscutibilmente più vulnerabile dal punto di vista strategico e la mano tesa dell’alleato americano sarà una delle poche opzioni sul tavolo.</p>
<p>L’avvertimento del Senatore americano, d’altronde, è stato piuttosto eloquente.</p>
<p>&#8220;Nei prossimi anni, gli Stati Uniti hanno in programma di aumentare la loro posizione di difesa nel Pacifico. Questo accumulo potrebbe richiedere di dislocare risorse da altri comandi. Ora, alti funzionari statunitensi stanno realizzando che le nostre truppe dovranno affrontare un rischio operativo per la sicurezza nel Regno Unito che altrimenti non avrebbero affrontato nel Pacifico&#8221;, ha ammonito Cotton.</p>
<p>&#8220;Sarebbe un errore per qualsiasi politico britannico interpretare erroneamente questo potenziale riallineamento delle forze statunitensi come un bluff o un semplice tentativo di marketing&#8221;.</p>
<p>Di fronte alle pressioni di Washington, Londra si è mostrata, come sempre, disponibile al dialogo e pronta a rivedere la propria scelta. Downing Street ha proposto agli Stati Uniti di formare un “club” di 10 nazioni in grado di sviluppare la propria tecnologia 5G al fine di eliminare la dipendenza da Huawei ed evitare il rischio di una minaccia cinese alla sicurezza.</p>
<p><a href="https://www.ft.com/content/9e581ace-69ec-4a42-81c3-c28d2bb40aa1">Come riferito dal Financial Times,</a> gli esperti di sicurezza del Regno Unito hanno inoltre fatto sapere che forniranno indicazioni alle società britanniche di telecomunicazioni entro la fine di luglio in merito alla possibilità che Huawei possa essere estromessa totalmente dalla fornitura delle attrezzature necessarie per implementare il 5G. Il che però significa nuove incertezze per i “big” di rete mobile del Paese, come  <strong>EE</strong>, <strong>3</strong> e <strong>Vodafone</strong> che hanno già utilizzato le apparecchiature Huawei nello sviluppo delle rispettive reti 5G e tempi decisamente più lunghi per il lancio effettivo della nuova rete dati “rivoluzionaria”.</p>
<p>Ad aggiungere un ulteriore “paletto” sulla strada di Londra verso il 5G è stata poi la decisione dell&#8217;amministrazione Trump, il mese scorso, di implementare sanzioni ancora più rigide su Huawei che potrebbero compromettere la capacità dell’azienda di produrre i chip necessari per far funzionare la rete dati. Una mossa che ha costretto il governo del Regno Unito a rivedere ancora una volta il suo approccio sul 5G, tanto che Johnson starebbe anche valutando la possibilità di aumentare gli investimenti statali nel settore delle telecomunicazioni al fine di aiutare le aziende britanniche a competere sul mercato della rete veloce.</p>
<h2>La crisi di Hong Kong mette pressione a Londra</h2>
<p>Come se non bastassero le insistenze degli americani, Johnson sta subendo pressioni interne da parte dei membri del partito conservatore per rivalutare i rapporti di Londra con Pechino e, in questo frangente, il capitolo Hong Kong potrebbe rivelarsi come l’ago della bilancia nella questione sul 5G britannico.</p>
<p>La scorsa settimana la Cina ha avvertito il Regno Unito che la sua “interferenza” su Hong Kong si ritorcerà contro il Paese, dopo che Boris Johnson ha promesso di offrire milioni di visti a quei cittadini dell&#8217;ex protettorato britannico che dovessero fuggire una volta approvata<a href="https://it.insideover.com/politica/ecco-la-nuova-hong-kong-della-cina.html"> la fatidica legge sulla sicurezza nazionale</a>. Il primo ministro britannico ed ex giornalista ha affermato che Londra “non si allontanerà&#8221; da Hong Kong e ha anche scritto in una rubrica per il quotidiano <a href="https://www.thetimes.co.uk/article/hong-kong-crisis-we-will-meet-our-obligations-not-walk-away-zv7f70n29">The Times</a> e il <a href="https://www.scmp.com/comment/opinion/article/3087252/hongkongers-fearing-their-way-life-britain-will-provide-alternative">South China Morning Post </a>annunciando che il Regno Unito garantirà i visti per gli abitanti dell’hub finanziario asiatico e darà loro la possibilità di ottenere la cittadinanza britannica.</p>
<p>Dall’altra parte, la risposta cinese non si è fatta attendere e, come nel caso degli avvertimenti americani, non ha lasciato spazio a fraintendimenti.</p>
<p>Il portavoce del ministero degli Esteri cinese <strong>Zhao Lijian</strong> ha affermato che Pechino è “preoccupata” per la posizione di Londra e ha consigliato al Regno Unito di “abbandonare la mentalità della guerra fredda” e riconoscere e rispettare il fatto che Hong Kong sia tornata sotto il controllo della Cina.</p>
<p>E&#8217; chiaro, dunque, che con le nuove tensioni su Hong Kong e l’allargarsi delle crepe nelle relazioni sino-britanniche il percorso di Londra verso il 5G potrebbe certamente prendere un’altra direzione.</p>
<h2>Cosa c’è dietro la scelta sul 5G?</h2>
<p>Ma a partita che si gioca sulla nuova rete dati del Regno Unito va ben oltre la velocità di navigazione degli smartphone e le questioni commerciali. Si tratta di un bivio da cui dipende gran parte del futuro strategico e geopolitico di Londra.</p>
<p>L’accordo con Huawei sul 5G permetterebbe, oltre che un relativo vantaggio “nell’etere” rispetto ai competitors europei, un importante appiglio su cui intessere future relazioni commerciali con Pechino nel panorama post-Brexit. Viceversa, le pressioni americane hanno segnalato un clamoroso precedente: Washington non permetterà al Regno Unito di avere strada libera con la Cina. La posta in gioco messa sul tavolo dagli Usa è un&#8217;alleanza speciale che lega da tantissimi anni le due sponde dell&#8217;Atlantico e a cui Londra guarda come un&#8217;ancora di salvezza dopo l&#8217;addio a Bruxelles.</p>
<p>In mezzo a questi due fuochi Boris Johnson dovrà traghettare il Paese fuori dall’Unione Europea e fare una difficile scelta strategica con la consapevolezza che, come recita un famoso proverbio inglese, <strong>“you can’t have your cake and eat it too”. </strong></p>
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		<title>Perché non ci sarà una &#8220;ripresa a V&#8221; dell&#8217;economia</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/perche-non-ci-sara-una-ripresa-a-v-delleconomia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 May 2020 18:44:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Banca centrale europea (Bce)]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Federal Reserve (Fed)]]></category>
		<category><![CDATA[recessione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il 2020 non era certo partito nel migliore dei modi per i mercati globali. Tra le crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, le guerre commerciali tra Usa e Cina, l’incognita Brexit e indicatori macroeconomici poco promettenti, l’epidemia di coronavirus è arrivata come una tempesta perfetta al momento sbagliato. Nei primi mesi dell&#8217;anno i mercati finanziari hanno &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-non-ci-sara-una-ripresa-a-v-delleconomia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/05/Borse-depressione-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il 2020 non era certo partito nel migliore dei modi per i mercati globali. Tra le crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, le guerre commerciali tra Usa e Cina, l’incognita Brexit e indicatori macroeconomici poco promettenti, l’epidemia di coronavirus è arrivata come una <strong>tempesta perfetta</strong> al momento sbagliato.</p>
<p>Nei primi mesi dell&#8217;anno i mercati finanziari hanno visto uno dei ribassi più marcati in assoluto, in particolare a febbraio e marzo, quando ormai l’epidemia aveva portato le principali economie del mondo a imporre le misure di lockdown, azzerando, di fatto, tutti i guadagni recuperati dalla crisi finanziaria del 2008-2009.</p>
<p>In molti, però, si aspettavano una rapida ripartenza dopo la fase più critica dell&#8217;epidemia, con l’allentamento delle misure di blocco che almeno sulla carta avrebbero dovuto garantire la ripresa dei consumi e la rapida ripartenza delle attività economiche.</p>
<p>Ma la cosiddetta <strong>ripresa a “V”</strong>, ovvero un rapido recupero dopo un profondo declino economico, non si è verificata. Anzi, guardando i dati attuali e le previsioni degli esperti, la speranza di un ritorno alla situazione pre-coronavirus appare davvero lontanissima dalla realtà e potrebbe non esserci un vero e proprio miglioramento almeno fino al 2021.</p>
<h2>Perché la ripresa economica non sarà facile</h2>
<p>Il crollo delle attività economiche causato dallo stop globale per contenere il coronavirus ha avuto effetti devastanti sui mercati finanziari, con le principali piazze d’affari mondiali che hanno <strong>perso oltre il 30%</strong> in poco più di un mese.</p>
<p>Oltre al cedimento degli indici azionari, la chiusura o comunque il forte rallentamento di interi settori e le misure restrittive per la popolazione hanno influenzato negativamente anche il mercato petrolifero, con <a href="https://it.insideover.com/economia/motivi-e-prossime-conseguenze-del-crollo-del-prezzo-del-petrolio.html">il crollo “storico” alla fine di aprile</a>.</p>
<p>Al contrario l&#8217;<strong>oro</strong>, bene rifugio per eccellenza, ha registrato ottimi risultati quest&#8217;anno compensando parzialmente il calo delle attività a rischio.</p>
<p>C’è comunque da precisare che recentemente i mercati azionari e obbligazionari hanno segnato una rapida correzione. Questo è accaduto anche grazie a importanti misure di stimolo fiscali e monetarie messe a disposizione da governi e banche centrali in tutto il mondo.</p>
<p>Secondo alcune stime, a livello globale, i governi hanno messo in campo uno stimolo fiscale corrispondente a circa il <strong>4%-6% del Pil</strong> offrendo inoltre prestiti su larga scala alle aziende più colpite.</p>
<p>Decisiva anche la “<strong>potenza di fuoco</strong>” fornita dalle banche centrali che hanno spremuto al massimo tutti gli strumenti di politica monetaria a loro disposizione.</p>
<p><a href="https://www.generali-investments.com/wp-content/uploads/2020/05/la-bussola-dei-mercati_maggio-2020.pdf">Come spiega Generali Investments nel suo report mensile</a> “La Fed, la Bce e la Bank of Japan hanno eliminato il tetto massimo per gli acquisti di asset, inondato le banche e i mercati di liquidità e sostenuto le obbligazioni societarie non finanziarie attraverso acquisti diretti e requisiti meno stringenti per il collaterale”.</p>
<p>I tassi di interesse sono stati portati allo zero negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con le banche centrali che hanno riavviato i programmi di quantitative easing e pompato liquidità nei mercati come nel caso dell&#8217;Eurozona e del Giappone.</p>
<p>Proprio il<strong> quantitative easing</strong> è stato uno dei principali fattori alla base della ripresa dei mercati azionari e obbligazionari, mentre lo stimolo fiscale è destinato ad essere molto più determinante nel prevenire danni permanenti alle economie sul lungo periodo.</p>
<h2>I danni all&#8217;economia reale</h2>
<p>Già, perché anche se nelle ultime settimane si è verificato un rimbalzo dei mercati, la situazione rimane ancora critica per quanto riguarda le condizioni dell’<strong>economia reale</strong>. In questo caso la ripresa sembra infatti destinata ad essere molto più affannata e ricca di ostacoli.</p>
<p>Il punto non è solo che, stando alla realtà dei fatti, l&#8217;emergenza Covid-19 non è ancora del tutto alle nostre spalle, nonostante il recente allentamento delle misure di lockdown a livello mondiale. Il vero problema, ora, è che il tessuto economico, dopo mesi di blocco totale, è stato fortemente danneggiato e non sarà facile per tutti riprendersi e tornare ai numeri precedenti alla pandemia.</p>
<p>Come fa notare Vincent Chaigneau, head of research di Generali Insurance Asset Management: “Mentre il mondo occidentale inizia a uscire dal lockdown e il supporto delle banche centrali e dei governi continua senza sosta, l’economia può iniziare la ripresa. Tuttavia, le speranze di un recupero a forma di V sono fuori luogo”.</p>
<blockquote><p>“Le fasi a forma di V sono simmetriche: la produzione, l’occupazione e gli utili aziendali, tutti crollati a un ritmo record, non torneranno presto ai livelli pre-crisi”</p></blockquote>
<p>Secondo l’esperto è innanzitutto questione delle difficoltà sul lato dell’<strong>offerta</strong>, dato che “il distanziamento sociale rimarrà una caratteristica chiave dei prossimi mesi, forse trimestri, e questo danneggerà la produttività”.</p>
<p>C’è poi un’altra questione da considerare, ovvero il fatto che anche la <strong>domanda</strong> subirà gli effetti del cosiddetto “secondo tempo” dell’epidemia.</p>
<p>“Le aziende hanno assunto più debiti, il che porterà le imprese ad accumulare liquidità e, di conseguenza, a tagliare sulle assunzioni e sugli investimenti” afferma Chaigneau.</p>
<p>E’ proprio il taglio il taglio dei posti di lavoro e delle spese delle aziende a spaventare di più nel post-Covid-19.</p>
<p>Quello che adesso in molti si chiedono è: senza lavoro e investimenti ci saranno ancora le condizioni per il tanto sperato boom dei consumi e la ripresa a V dell’economia?</p>
<h2>Le prospettive per il 2020</h2>
<p>Come nel caso della <strong>crisi del 2008-2009</strong>, anche questa &#8220;recessione da pandemia&#8221; si preannuncia come un evento di portata storica, tanto che <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-05-22/we-need-a-name-for-the-greatest-economic-crisis-in-a-century">Bloomberg riporta già una lista di possibili nomi per aiutare a identificarla</a>. Dal <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-04-14/imf-says-great-lockdown-recession-likely-worst-since-depression">Great Lockdown</a>, come indicato dal Fondo Monetario Internazionale, alla “Great Covid-19 Recession”, o GCR, come delineato da Morgan Stanley, passando per la Great Virus Crisis o addirittura una <a href="http://www.davidmcwilliams.ie/we-are-living-through-a-pandession-heres-how-we-escape/">Pandession</a>.</p>
<p>Tuttavia a spaventare, più che i nomi altisonanti e anche un po’ fantasiosi, sono soprattutto i recenti dati macro di alcune delle maggiori economie mondiali che hanno toccato minimi storici, così come le prospettive per la crescita del loro prodotto interno lordo che non lasciano intravedere davvero nulla di buono.</p>
<p>Si calcola infatti che il PIL globale quest&#8217;anno potrebbe scendere tra <strong>il 3% e il 3,5%</strong>, registrando la peggiore contrazione dal dopoguerra</p>
<p>Negli <strong>Stati Uniti</strong> (al momento la nazione più colpita dal Covid-19) il calo del Pil nel primo trimestre dell’anno ha toccato il meno 4,8% e <a href="https://www.corriere.it/economia/finanza/20_aprile_29/effetto-coronavirus-crolla-pil-usa-48percento-primo-trimestre-c2ebb702-8a17-11ea-94d3-9879860c12b6.shtml">c’è chi stima addirittura un crollo del 30% nel secondo trimestre.</a></p>
<p>Anche il <strong>Giappone</strong> è ufficialmente entrato in recessione, sebbene il governo di Shinzo Abe abbia approvato un robusto pacchetto di stimoli fiscali e la <strong>Bank of Japan</strong> abbia di nuovo allentato la sua politica monetaria.</p>
<p>In <strong>Cina</strong>, dopo che il Pil del primo trimestre 2020 ha registrato un calo del 6,8%, la produzione industriale è rimbalzata con la riapertura, ma la domanda domestica e internazionale rimane ancora molto debole.</p>
<p>E nell’<strong>Eurozona</strong>? Secondo le stime del Consiglio direttivo della BCE, la produzione dell’area della moneta unica potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 5% e il 12% quest&#8217;anno, con il rischio di scoprire ancora di più le fragilità strutturali del blocco e riaccendere le tensioni politiche già messe in luce dalla crisi.</p>
<p>Oltremanica, infine, il Pil del Regno Unito potrebbe scendere del 25-30% nel secondo trimestre, anche se la Bank of England prevede una contrazione del 14% nel 2020 nel suo complesso: <strong>il calo più grande dal 1700</strong>.</p>
<p>In quest’ottica, il recente rimbalzo nei mercati azionari appare quantomeno sopravvalutato se non addirittura “esagerato”, come hanno suggerito alcuni analisti</p>
<p>Sembra infatti abbastanza improbabile che l&#8217;attività economica torni ai livelli pre-Covid alla fine del prossimo anno. Anzi il rischio sembra piuttosto essere che potrebbe volerci ancora più tempo del previsto.</p>
<h2>Le banche centrali credono nella ripresa a “V”</h2>
<p>Negli ambienti economici sono anche i banchieri centrali a non ritenere plausibile l’ipotesi della cosiddetta ripresa a “V”</p>
<p><a href="https://www.ecb.europa.eu/press/accounts/2020/html/ecb.mg200522~f0355619ae.en.html">Negli ultimi “meeting minutes</a>”, ovvero i verbali dell’ultima riunione della Banca centrale europea, l’istituto di Francoforte ha ribadito che non prevede un repentino rimbalzo dell&#8217;economia dell&#8217;Eurozona.</p>
<p>“Un rapido recupero a forma di V può essere già escluso&#8221;, si legge nel resoconto del meeting del 30 aprile scorso.</p>
<p>Il board guidato da <strong>Christine Lagarde</strong> ha infatti precisato che lo scenario più atteso è quello di uno shock economico “grave” e ha ribadito che la Bce è disposta ad implementare “tutte le misure necessarie” per affrontare la crisi.</p>
<p>Secondo il numero uno della Federal Reserve, <strong>Jerome Powell</strong>, l&#8217;entità della ripresa dipenderà in massima parte dalla messa in commercio del vaccino contro il Covid-19. Un evento che alcuni ritengono improbabile si avveri prima della metà del 2021, anche se dal Regno Unito il gigante farmaceutico AstraZeneca ha fatto sapere che, in collaborazione con l’Univeristà di Oxford, ritiene di poter procedere con la distribuzione del vaccino già a settembre.</p>
<p><a href="https://www.ft.com/content/4fd6f037-ac00-4cb6-9d1e-42283fc4ca31">Il Financial Times fa invece notare</a> che <strong>Andrew Bailey</strong>, il nuovo governatore della Bank of England, (succeduto recentemente al canadese Mark Carney) è stato recentemente accusato di aver prodotto “previsioni eccessivamente rosee” dopo che la banca centrale ha dichiarato di aspettarsi una ripresa economica a forma di V dalla crisi del coronavirus.</p>
<p>“Gli economisti hanno messo in dubbio le previsioni della BoE secondo cui dopo la peggiore recessione degli ultimi 300 anni nel 2020, l&#8217;economia sarebbe tornata ai livelli precedenti nel 2021 senza subire danni significativi e persistenti” spiega il <em>Ft</em>.</p>
<p>Ma le smentite sul fatto che l&#8217;economia britannica potrebbe riprendersi rapidamente dalla crisi pandemica sono giunte anche dallo stesso governo britannico, in particolare dal cancelliere dello scacchiere, <strong>Rishi Sunak</strong>, che in audizione alla Camera dei Lord ha invitato a non fare affidamento sulla ripresa a &#8220;V&#8221;, evidenziando che non è per nulla scontato che ci sia “un rimbalzo immediato&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ovviamente l&#8217;impatto sarà grave&#8221;, ha detto Sunak, ricordando come il Regno Unito dovrà affrontare una recessione “mai vista prima&#8221;.</p>
<p>In questo scenario, la speranza di un rapido ritorno alle condizioni economiche precedenti appare davvero lontanissima e a non crederci sono, in primis, governi e istituzioni “di peso” come le banche centrali. Con la fine della pandemia, i fondamentali di molte economie sembrano infatti destinati a presentarsi profondamente mutati, specialmente per quei Paesi che non si erano mai del tutto ripresi dalla crisi del 2008-2009. Il miraggio di una rapida e “indolore” ripresa forma di V, invece, è destinato a rimanere tale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/perche-non-ci-sara-una-ripresa-a-v-delleconomia.html">Perché non ci sarà una &#8220;ripresa a V&#8221; dell&#8217;economia</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Petrolio, il vero problema sono i siti di stoccaggio</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/petrolio-il-vero-problema-sono-i-siti-di-stoccaggio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 04 Apr 2020 12:40:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Opec]]></category>
		<category><![CDATA[Opec Plus]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[shale oil]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="941" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="oil petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-1024x502.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>All’inizio di questa settimana il prezzo del petrolio è sceso al livello più basso mai registrato negli ultimi 18 anni, trascinato dal continuo calo della domanda dovuto all’impatto del coronavirus sulla produzione industriale globale e, in contemporanea, dall’aumento dell’offerta generato dalla “oil war” tra Arabia Saudita e Russia. Il prezzo del West Texas Intermediate, o &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/petrolio-il-vero-problema-sono-i-siti-di-stoccaggio.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="941" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="oil petrolio" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-300x147.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-768x376.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/raffineria-petrolio-regno-unito-La-Presse-e1581340635468-1024x502.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>All’inizio di questa settimana il prezzo del petrolio è sceso al livello più basso mai registrato negli ultimi 18 anni, trascinato dal continuo calo della domanda dovuto all’impatto del coronavirus sulla produzione industriale globale e, in contemporanea, dall’aumento dell’offerta generato dalla “oil war” tra Arabia Saudita e Russia.</p>
<p>Il prezzo del West Texas Intermediate, o <strong>WTI</strong>, uno dei benchmark di riferimento per il mercato del greggio, è sceso addirittura sotto i 20 dollari al barile, mentre il petrolio del Mare del Nord, meglio conosciuto come <strong>Brent</strong>, è passato sotto l’asticella dei 22 dollari al barile.</p>
<p>Ma, secondo alcuni analisti, nonostante i lievi recuperi registrati nelle ultime ore, il prezzo potrebbe scendere ancora a causa del sovraccarico dei siti di stoccaggio e dal prolungamento della guerra dei prezzi tra Riad e Mosca.</p>
<h2>La crisi della domanda</h2>
<p>Come in ogni mercato, anche in quello petrolifero la legge della domanda e dell’offerta stabilisce il livello dei prezzi e determina gli scambi che avvengono quotidianamente nel trading dell’oro nero.</p>
<p>La pandemia di coronavirus a livello globale, bloccando di fatto la produzione industriale e rallentando il settore dei trasporti, con diverse compagnie aeree che hanno fermato i voli e riportato a terra intere flotte, ha avuto un fortissimo impatto sulla domanda di greggio mondiale.</p>
<p>La <strong>International Energy Agency</strong> <strong>(IEA)</strong> ha addirittura stimato che il calo della domanda di petrolio potrebbe essere di 20 milioni di barili al giorno nel 2020, mentre secondo alcuni esperti, un calo di circa 5 milioni di barili nella domanda giornaliera di greggio deriverebbe solo dalla messa a terra degli aerei a livello globale.</p>
<h2>L’eccesso di offerta</h2>
<p>Dall’altra parte, un deciso aumento dell’offerta sta ulteriormente facendo crollare la struttura del mercato petrolifero.</p>
<p>Dopo il mancato accordo tra Russia e Arabia Saudita sul taglio alla produzione proposto dall’<strong>Opec</strong> e che ha visto il Cremlino “disertare”, di fatto, le riunioni dell’<strong>Opec Plus</strong> (la versione allargata del cartello petrolifero di cui la Russia è il principale produttore), Riad ha annunciato un aumento della produzione di greggio.</p>
<p>Una sfida, quella dei sauditi, che punta a mettere forte pressione alla Russia, ma che, nel frattempo, sta danneggiando soprattutto quei Paesi in cui i costi di estrazione sono maggiori, in primis gli <strong>Stati Uniti</strong>, dove i produttori di shale oil stanno già accusando il colpo.</p>
<p>Non a caso, il presidente degli Stati Uniti <strong>Donald Trump</strong>, a inizio settimana ha fatto sapere di aver chiamato <strong>Vladimir Putin</strong> per discutere riguardo al crollo dei prezzi, che ha posto il settore dell’Oil &amp; Gas americano sotto assedio.</p>
<p>Trump ha infatti dichiarato che non vuole vedere il settore dell&#8217;energia &#8220;spazzato via&#8221; per i bassi prezzi del petrolio generati dalla disputa tra Russia e Arabia Saudita e giovedì,<a href="https://twitter.com/realDonaldTrump/status/1245720677660925952"> in un Tweet</a> ha detto di aver parlato anche con il principe ereditario saudita, <strong>Mohammad bin Salman</strong>, ribadendo che si aspetta che i due Paesi taglino la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno.</p>
<p>La Russia, dal canto suo, non sembra troppo preoccupata dalla sfida e anzi, con il greggio degli Urali scambiato al minimo di nove anni, il Paese prevede di aumentare le sue esportazioni a livelli record nel mese di maggio.</p>
<p>Più problematica, invece, la situazione dell’Arabia Saudita. Qui, <a href="https://www.wsj.com/articles/as-saudi-arabia-boosts-oil-output-some-tankers-have-nowhere-to-go-11585742271">stando a quanto riferito dal Wall Street Journal</a>, ci sono già navi cisterna ferme nei porti del Paese che non hanno ancora una meta dove dirigersi poichè l’eccesso di offerta ha portato al limite la capacità di immagazzinamento da parte di moltissimi Paesi.</p>
<p>Il vero problema ora inizia infatti ad essere quello dello stoccaggio del prezioso fossile, con moltissimi siti di raccolta che hanno già superato, o sono vicini a superare, la loro capacità massima.</p>
<h2>Il problema dello stoccaggio</h2>
<p>Il rischio per il mercato petrolifero è proprio quello dell’esaurimento dei siti di stoccaggio che su larga scala potrebbe mandare completamente in corto circuito tutta la filiera produttiva dell’oro nero. Una spirale negativa che, secondo alcuni esperti, potrebbe trascinare il prezzo del greggio ancora più in basso rispetto ai livelli visti finora.</p>
<p>Il crollo della domanda ha infatti già portato alla chiusura di diverse raffinerie in varie parti del mondo, dal <strong>Sudafrica</strong> al <strong>Canada</strong>, fino all’<strong>India</strong>, il terzo più grande importatore al mondo, che ha annunciato il dimezzamento dei processi di raffinazione, incrementando ulteriormente l’eccesso di barili nel mercato.</p>
<p>Nel centro di stoccaggio americano di <strong>Cushing, in Oklahoma</strong>, conosciuto come “<em>The Pipeline Crossroads of the World</em>”, solo nell’ultima settimana le scorte di greggio sono aumentate di 4 milioni di barili, mentre crescono i timori per il raggiungimento dei limiti massimi di raccolta.</p>
<p>L’hub di Cushing è il principale centro di immagazzinamento di crude oil degli Stati Uniti ed è connesso all’intera rete di oleodotti americani che pompano petrolio da una parte all’altra del Paese. Il sito vanta una capacità di raccolta di circa 90 milioni di barili ed è da qui che si valutano i prezzi dei futures e dei contratti options sul WTI scambiati sul <strong>New York Mercantile Exchange.</strong></p>
<p>A preoccupare gli investitori è proprio il calo dei futures sul greggio americano, che da inizio anno hanno visto il proprio valore più che dimezzato. Per i traders, infatti, il surplus di petrolio dato dalla combinazione di una domanda ridotta di oltre un quarto e dall’aumento dell’offerta scatenato dalla “guerra” tra Arabia Saudita e Russia, ammonterebbe a circa 25 milioni di barili in eccesso sul mercato nel mese di aprile. Un livello che potrebbe saturare la capacità di stoccaggio a livello globale nel giro di appena qualche settimana.</p>
<p><a href="https://www.rystadenergy.com/newsevents/news/press-releases/covid-19-demand-update-oil-seen-down-6point4-jet-fuel-down-26-road-fuel-down-5point5-in-20202/">Secondo alcune stime riportate da Rystad Energy</a>, in media i livelli di stoccaggio del petrolio in tutte le strutture del mondo sono già saliti a circa tre quarti della capacità massima a partire da gennaio, quando le principali raffinerie in Cina (il primo importatore di petrolio al mondo) hanno dovuto chiudere per lo scoppio dell’epidemia di coronavirus.</p>
<p><strong>Rystad Energy</strong> prevede che l&#8217;industria petrolifera continuerà a immagazzinare petrolio nelle settimane e nei mesi a venire, portando i siti di stoccaggio al loro limite massimo e pronostica che proprio il mese di aprile sarà quello più duramente colpito</p>
<p>In questa situazione, secondo l&#8217;analista di Rystad Thomas Liles, il prezzo del greggio potrebbe addirittura scendere <strong>fino a 10 dollari al barile</strong>.</p>
<p>Uno scenario che spaventa, e non poco, le principali major petrolifere occidentali, che stanno iniziando a tagliare fortemente spese e investimenti al fine di ammortizzare il pesantissimo calo dei prezzi sui loro bilanci.</p>
<p>Se l’aumento di offerta provocato dalla oil war tra Arabia Saudita e Russia non si adeguerà al nuovo livello di domanda imposto dal lockdown globale per il Covid-19 (come spera di ottenere Trump) il mercato petrolifero potrebbe subire la più grave crisi dell’ultimo secolo, con effetti potenzialmente devastanti anche per i mercati globali.</p>
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		<title>Le banche centrali sfidano il virus, ma temono il debito pubblico</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/le-banche-centrali-sfidano-il-virus-ma-temono-il-debito-pubblico.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 14:24:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Banca centrale europea (Bce)]]></category>
		<category><![CDATA[Bank of England]]></category>
		<category><![CDATA[Bank of Japan]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Federal Reserve (Fed)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Federal Reserve Chair Jerome Powell" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Le ultime decisioni in materia di politiche monetarie da parte della Banca Centrale Europea, della Federal Reserve americana, della Bank of England e della Bank of Japan, hanno visto uno sforzo pressoché sincronizzato da parte delle principali banche centrali del mondo per contrastare i pesanti effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia globale. Ma, come sottolineano &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/le-banche-centrali-sfidano-il-virus-ma-temono-il-debito-pubblico.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/le-banche-centrali-sfidano-il-virus-ma-temono-il-debito-pubblico.html">Le banche centrali sfidano il virus, ma temono il debito pubblico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Federal Reserve Chair Jerome Powell" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Federal-Reserve-Jerome-Powell-La-Presse-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Le ultime decisioni in materia di politiche monetarie da parte della Banca Centrale Europea, della Federal Reserve americana, della Bank of England e della Bank of Japan, hanno visto uno sforzo pressoché sincronizzato da parte delle principali banche centrali del mondo per contrastare i pesanti effetti della pandemia di <strong>Covid-19</strong> sull’economia globale.</p>
<p>Ma, come sottolineano gli esperti, in questo momento di emergenza è vitale la coordinazione tra gli istituti centrali e i governi per far sì che lo shock economico non si trasformi in una vera e propria <strong>crisi del debito pubblico</strong>.</p>
<h2>Le strategie di Bce, Fed, BoE e BoJ a confronto</h2>
<p><a href="https://it.insideover.com/economia/adesso-la-bce-cambia-idea-piano-da-750-miliardi.html">Il “bazooka” da 750 miliardi di euro</a> annunciato dalla <strong>Bce</strong> la scorsa settimana ha visto l’istituto di Francoforte approvare un piano di acquisto straordinario di titoli obbligazionari sia sul mercato pubblico che privato per far fronte alle problematiche economiche e finanziarie causate dall’emergenza legata al virus.</p>
<p>L&#8217;Eurotower, sebbene non abbia toccato i tassi di interesse (il tasso principale rimane allo 0%), ha annunciato che effettuerà gli acquisti di questi asset nel corso del 2020 per poter sostenere il più possibile l’economia dell’Eurozona. Dal canto suo, la Commissione europea ha fatto poi sapere che sospenderà le norme sui deficit pubblici per consentire ai governi dei Paesi membri di stanziare più fondi per affrontare la situazione generata dal coronavirus, una clausola nota come &#8220;general escape&#8221;.</p>
<p>Oltreoceano la <strong>Federal Reserve</strong> americana ha invece tagliato, praticamente “a sorpresa”, i tassi di interesse portandoli in un range compreso fra lo 0% e lo 0,25% al fine di contrastare gli effetti della pandemia sull’economia a stelle e strisce, operando così un secondo decisivo taglio nel giro di appena una settimana. Anche il Federal Open Market Committee della Fed ha poi reso noto che acquisterà titoli del Tesoro e titoli garantiti da ipoteca per aiutare il mercato.</p>
<p>Una mossa simile a quella annunciata dalla <strong>Bank of Japan</strong>, che invece dovrebbe raddoppiare gli acquisti di Etf e fondi di investimento immobiliare in Giappone. Come la Banca centrale europea, anche la BoJ ha lasciato invariato il suo tasso di interesse principale, in questo caso a meno 0,1%. L’istituto centrale con sede a Tokyo ha optato per l’acquisto di asset pubblici e privati per un totale di oltre 12.000 miliardi di yen, corrispondenti a circa 100 miliardi di euro.</p>
<p>Tra le grandi banche centrali che hanno agito per contenere l’impatto del virus sull’economia c’è poi la <strong>Bank of England</strong>, che ha tagliato il tasso di interesse principale ad un minimo storico dello 0,1%, anche in questo caso a pochissima distanza dal taglio precedente che aveva portato l’interest rate dell’istituto britannico dallo 0,50% allo 0,25%. Anche a Londra, il Monetary Policy Committee della BoE ha poi annunciato un aumento del quantitative easing per l’acquisto di bond statali e corporate.</p>
<h2>Perché le banche centrali sono così importanti in questo momento?</h2>
<p>Come ha scritto l’ex numero uno della Bce, <strong>Mario Draghi</strong>,<a href="https://www.ft.com/content/c6d2de3a-6ec5-11ea-89df-41bea055720b"> in un articolo sul Financial Times</a>, il mondo sta affrontando una vera e propria “guerra” e gli Stati dovranno agire di conseguenza con tutti i mezzi e gli strumenti a loro disposizione, specialmente per salvaguardare l’economia.</p>
<p>“La sfida che ci troviamo ad affrontare è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una serie di valori predefiniti che possono lasciare danni irreversibili sull’economia” ha ammonito Draghi.</p>
<p>Per l’economista italiano, noto per la linea del “<strong>whatever it takes</strong>” quando era al timone dell’Eurotower, è chiaro che la risposta al coronavirus dovrà comportare necessariamente un aumento significativo del debito pubblico.<br />
“La perdita di reddito sostenuta dal settore privato &#8211; e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario &#8211; deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato” ha spiegato Draghi.</p>
<p>Il ruolo dello Stato dovrà quindi essere quello di distribuire il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l&#8217;economia dagli shock che il settore privato non è in grado da solo di assorbire.</p>
<p>Come in passato gli Stati hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali, in particolar modo alle guerre, finanziandole attraverso l’aumento del debito pubblico, così oggi la “guerra” alla pandemia e ai suoi effetti devastanti sul tessuto economico dovranno essere combattuti con l’unica arma che i governi hanno a loro disposizione: l’aumento del deficit.</p>
<p>Tuttavia, <a href="https://www.ft.com/content/b8fa16c6-6d11-11ea-89df-41bea055720b">come spiega sullo stesso quotidiano britannico</a>, <strong>Philipp Hildebrand</strong>, vicepresidente del fondo americano BlackRock, la sfida all&#8217;impatto devastante del coronavirus oltre a essere un momento decisivo per l’attuale classe politica e per gli economisti, vedrà anche una sostanziale rivalutazione dei mandati delle banche centrali.<br />
Mentre i governi lanciano misure fiscali e aumentano il debito per combattere gli effetti economici negativi causati dal Covid-19, uno dei rischi che affrontano è inevitabilmente che i rendimenti sul debito pubblico, quindi sui titoli di Stato, inizino a salire vertiginosamente.</p>
<p>“Se ciò dovesse accadere – avverte Hildebrand &#8211; minerebbe l&#8217;intera risposta di politica pubblica al coronavirus rendendo il debito pubblico più costoso”.</p>
<h2>La sfida del debito pubblico</h2>
<p>Va precisato che, anche se la politica monetaria potrà aiutare ad alleviare i problemi di liquidità del mercato, questa non potrà essere così efficace come nella crisi del 2008. Per prima cosa perché con i tassi di interesse già a livelli così bassi, lo spazio per politiche monetarie è pressoché esaurito. Inoltre, anche se così non fosse, la politica monetaria non ha gli strumenti per affrontare la causa principale dell&#8217;attuale crisi che prescinde dalla solidità del sistema economico.</p>
<p>Tuttavia, l’esperto di BlackRock ribadisce anche che “l&#8217;entità della sfida è tale che la politica fiscale non può nemmeno assumersi il compito da sola”.</p>
<p>Lasciata a se stessa, la vasta spesa pubblica alla fine porterà a un aumento dei rendimenti obbligazionari, rendendo più difficile aumentare il debito sovrano e più costoso da finanziare, e ciò rischierebbe anche di creare una grande crisi del debito pubblico in mezzo all’emergenza Covid-19.</p>
<p>Per questo, stando all’analisi di Hildebrand “ciò che è richiesto ora è un approccio coordinato in cui i governi erogano i fondi necessari per fornire un ponte finanziario alle famiglie e alle società”.</p>
<p>In questo frangente, le banche centrali avranno parallelamente il ruolo vitale di garantire che i tassi di interesse non aumentino in modo incontrollato e ciò comporta (come peraltro già accaduto) acquisti di asset su larga scala da parte degli istituti centrali nel mercato obbligazionario.</p>
<p>L&#8217;obiettivo è quindi quello di tenere sotto controllo i tassi a lungo termine e, allo stesso tempo, garantire la necessaria liquidità in questo momento di emergenza. Una sfida che dovrà vedere per forza di cose uno stretto coordinamento delle banche centrali con le controparti fiscali per far fronte a un tipo di crisi senza precedenti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/le-banche-centrali-sfidano-il-virus-ma-temono-il-debito-pubblico.html">Le banche centrali sfidano il virus, ma temono il debito pubblico</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Coronavirus, l&#8217;Nhs britannico ora teme il tracollo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/coronavirus-lnhs-britannico-ora-teme-il-tracollo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2020 09:28:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[National Health Service (Nhs)]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Nhs (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Nelle ultime settimane diversi esperti hanno messo in luce le criticità del sistema sanitario britannico di fronte all’epidemia di Coronavirus e stimano che se ci sarà l&#8217;ondata di contagi prevista, il National Health Service potrebbe non reggere. Ieri il Guardian ha rivelato che la diffusione del Covid-19 nel Regno Unito potrebbe protrarsi fino al 2021, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/coronavirus-lnhs-britannico-ora-teme-il-tracollo.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/coronavirus-lnhs-britannico-ora-teme-il-tracollo.html">Coronavirus, l&#8217;Nhs britannico ora teme il tracollo</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="999" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Nhs (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Nhs-1024x682.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Nelle ultime settimane diversi esperti hanno messo in luce le criticità del sistema sanitario britannico di fronte all’epidemia di Coronavirus e stimano che se ci sarà l&#8217;ondata di contagi prevista, il <strong>National Health Service</strong> potrebbe non reggere.</p>
<p><a href="https://www.theguardian.com/world/2020/mar/15/uk-coronavirus-crisis-to-last-until-spring-2021-and-could-see-79m-hospitalised">Ieri il Guardian ha rivelato</a> che la diffusione del Covid-19 nel Regno Unito potrebbe protrarsi fino al 2021, e si prevede che quasi 8 milioni di persone dovranno essere ospedalizzate.</p>
<p>La mancanza di posti letto e la carenza di personale negli ospedali britannici potrebbe però trasformarsi in un incubo per Londra. Non a caso questa è una delle principali ragioni che hanno spinto il premier britannico Boris Johnson a optare per il discusso “<a href="https://it.insideover.com/politica/la-scommessa-di-johnson-sul-covid-19.html">piano B”</a> che punta al raggiungimento della cosiddetta immunità di gregge, o herd immunity, attraverso il contagio di almeno il 60% della popolazione, andando in direzione opposta alle misure adottate finora dagli altri Paesi europei.</p>
<p>La scommessa dell’esecutivo britannico sembra infatti essere quella di gestire la diffusione dell’epidemia nel lungo termine in modo che la popolazione diventi immune al virus qualora dovesse ripresentarsi nei prossimi anni. Ma per chi lavora negli ospedali, il sistema potrebbe non riuscire supportare l’urto causato dal boom dei contagi e il tracollo dell’NHS sarebbe più vicino di quello che si pensi.</p>
<h2>Quando ci sarà il picco dei contagi nel Regno Unito?</h2>
<p>La strategia britannica è quella di ritardare l&#8217;insorgenza del picco della malattia fino ai mesi estivi, quando il sistema sanitario nazionale è in genere meno sotto pressione.</p>
<p>Per ora i numeri sono ancora contenuti e giocano a favore di Londra. Gli ultimi dati parlano di quasi 1.400 casi in tutto il Paese e circa 40 decessi.</p>
<p>Cifre lontanissime dai dati allarmanti che arrivano dall’Italia così come quelli sempre più in crescita di Francia e Spagna.</p>
<p>Ma anche per il Regno Unito, la “pandemia”, come l’ha ormai ufficialmente definita l’Organizzazione mondiale della sanità a partire dalla scorsa settimana, è destinata ad espandersi velocemente.</p>
<p><a href="https://www.bbc.co.uk/news/science-environment-51874084">Secondo quanto riportato da BBC</a>, alcune simulazioni al computer indicano che il Regno Unito, pur essendo ancora nelle prime fasi dell’epidemia, dovrebbe vedere il numero dei casi aumentare rapidamente tra circa quattro settimane e raggiungere il picco massimo tra 10 o 14 settimane.</p>
<p>Tuttavia come hanno annunciato il capo consigliere scientifico di Downing Street, <strong>Patrick Vallance</strong> e il capo medico ufficiale <strong>Chris Whitty</strong>, per il momento è ancora “troppo presto per imporre severe restrizioni in questa fase”.<br />
Per i due top-consultant dell’esecutivo britannico, restrizioni simili a quelle adottate in Italia potrebbero durare diversi mesi e causare lo &#8220;stress da isolamento&#8221;, con moltissime persone che alla fine, prese dalla stanchezza per la quarantena, inizierebbero nuovamente a uscire di casa proprio nel momento in cui l&#8217;epidemia è al suo culmine.</p>
<h2>Gli ospedali britannici sono pronti ad affrontare la pandemia?</h2>
<p>Stando ad <a href="https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/22777516">uno studio del 2012 pubblicato sulla rivista scientifica PubMed</a>, il Regno Unito avrebbe una media di 6,6 posti letto per trattamento in terapia intensiva (critical care) ogni 100.000 abitanti. Circa la metà dell’Italia, che invece in base alla ricerca ne ha 12,5 e che risulta, se paragonata con le altre principali economie europee, seconda solo alla Germania, che invece ha una media di quasi 30 posti letto di terapia intensiva ogni 100.000 abitanti.</p>
<p>Per colmare questo divario nel mezzo della crisi causata dal virus Covid-19, gli ospedali britannici stanno triplicando le dimensioni delle loro unità di terapia intensiva e si stanno preparando a sostituire i medici dei reparti di “Accident and Emergency (l’equivalente del nostro Pronto Soccorso) con altri specialisti mentre l’NHS si prepara per un&#8217;ondata di pazienti mai vista prima.</p>
<p>Moltissimi centri ospedalieri hanno già iniziato ad annullare le operazioni ritenute non urgenti, compresi interventi chirurgici e altri trattamenti.</p>
<p>Un alto funzionario<a href="https://www.theguardian.com/world/2020/mar/13/unlike-anything-seen-in-peacetime-nhs-prepares-for-surge-in-covid-19-coronavirus-cases"> citato dal Guardian</a>, ha definito l’attuale situazione che gli ospedali si trovano ad affrontare come &#8220;diverso da qualsiasi cosa mai vista prima in tempo di pace”.</p>
<p>Intanto sono sempre di più i medici che si dicono preoccupati del fatto che il servizio sanitario nazionale non abbia posti letti e personale specializzato a sufficienza per affrontare l&#8217;afflusso di pazienti previsto nelle prossime settimane. Il pericolo è che il sovraffollamento degli istituti ospedalieri aumenti esponenzialmente il rischio di contagi anche tra gli stessi operatori sanitari, provocando una reazione a catena che potrebbe portare il sistema sanitario britannico al crollare su se stesso.</p>
<h2>I medici temono il tracollo dell’NHS</h2>
<p>Come ha rivelato un recente sondaggio, solo otto medici su un campione di oltre 1.600 intervistati ritengono che l’NHS sia pronto ad affrontare l’emergenza Coronavirus.</p>
<p>La stragrande maggioranza dei medici del Regno Unito teme che il servizio sanitario nazionale non sia preparato per l’epidemia e sembra quindi contraddire le rassicurazioni fornite dal premier Boris Johnson sul fatto che il servizio sanitario riuscirà a far fronte all’emergenza.</p>
<p>I medici ritengono che l’NHS sia già oltre i limiti e possa letteralmente “collassare” se sottoposto a ulteriori pressioni.</p>
<p>Il problema non riguarda solo gli ospedali ma anche le General Practice, o “GP”, ovvero gli ambulatori locali che si occupano di visite mediche di base, esami, test, o piccoli interventi, e che costituiscono il primo “fronte” del sistema sanitario britannico.</p>
<p>Tutti i GP locali hanno già annunciato che per il momento non riceveranno alcun paziente affetto da Coronavirus, non essendo adeguatamente attrezzati ad accogliere in sicurezza gli infetti da Covid-19 o verificare i casi sospetti, ma si pensa che anche il sistema degli ambulatori locali dovrà essere implementato per aiutare a salvare più vite possibili.</p>
<h2>I soldi al sistema sanitario potrebbero non bastare</h2>
<p>Nel budget proposto l&#8217;11 marzo scorso a Westminster, <strong>Rishi Sunak</strong>, il nuovo cancelliere dello scacchiere, che ha da poco preso il posto di <strong>Sajid Javid</strong>, ha annunciato ben 5 miliardi di sterline in più per aiutare il servizio sanitario nazionale a gestire l’emergenza virus, facendo intendere che altre risorse potrebbero essere rese disponibili in caso di urgenza.</p>
<p>Sunak ha promesso altri milioni o miliardi se sarà necessario. La domanda però è se questa iniezione di finanziamenti nel sistema sanitario non sia giunta troppo tardi e se porterà effettivamente dei benefici una volta che gli ospedali saranno chiamati a gestire la più grande emergenza che il mondo si trova ad affrontare negli ultimi decenni.</p>
<p>L&#8217;attenzione, quindi, dopo la scommessa di Boris Johnson su come affrontare il Covid-19, è tutta rivolta al National Health Service britannico. Da lì si capirà se la scelta del Nr.10 è stata troppo azzardata, e se il destino di milioni di persone, in quella che potrebbe essere “l’ora più buia” per l’intero Paese, cederà con il tracollo del suo sistema sanitario.</p>
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		<title>Saudi Aramco sfida gli Usa: ora punta allo shale gas</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/saudi-aramco-sfida-gli-usa-ora-punta-allo-shale-gas.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2020 08:39:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Aramco]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[shale gas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1201" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="La quotazione in borsa della saudita Aramco (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-1024x640.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La scorsa settimana, il colosso petrolifero Saudi Aramco ha annunciato il lancio del più grande progetto di sviluppo per l’estrazione di shale gas al di fuori degli Stati Uniti. Secondo quanto ha dichiarato a Reuters l&#8217;amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser, la compagnia ha infatti ricevuto il via libera dal governo di Riad all&#8217;enorme progetto di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/saudi-aramco-sfida-gli-usa-ora-punta-allo-shale-gas.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1201" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="La quotazione in borsa della saudita Aramco (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-300x188.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-768x480.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/La-quotazione-in-borsa-della-saudita-Aramco-1024x640.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La scorsa settimana, il colosso petrolifero <strong>Saudi Aramco</strong> ha annunciato il lancio del più grande progetto di sviluppo per l’estrazione di shale gas al di fuori degli Stati Uniti. <a href="https://www.reuters.com/article/us-saudi-shale-gas/saudi-aramco-launches-largest-shale-gas-development-outside-u-s-idUSKCN20I29A">Secondo quanto ha dichiarato a <em>Reuters</em></a><em> </em>l&#8217;amministratore delegato di Aramco, <strong>Amin Nasser</strong>, la compagnia ha infatti ricevuto il via libera dal governo di Riad all&#8217;enorme progetto di estrazione di gas di scisto nel giacimento di Jafurah, situato in prossimità delle coste del Golfo Persico e poco lontano dal bacino di Ghawar, attualmente il più grande giacimento petrolifero conosciuto al mondo.</p>
<p>Stando alle stime di Aramco il progetto prevede un investimento da <strong>110 miliardi di dollari</strong> e, se dovesse avere successo, sarebbe una vera rivoluzione nell&#8217;ambito dello<strong> shale gas</strong> e del mercato petrolifero.</p>
<p>Una notizia che a Washington ha fatto certamente discutere, dato che l’estrazione del gas di scisto dal sottosuolo dell’Arabia Saudita potrebbe rappresentare un nuovo round della sfida all&#8217;indiscussa leadership degli Stati Uniti nell&#8217;estrazione di gas di scisto e permetterebbe alla più grande compagnia petrolifera al mondo di consolidare ancora di più<a href="https://it.insideover.com/economia/la-morte-di-soleimani-rovina-il-piano-di-saudi-aramco.html"> la sua posizione sui mercati internazionali</a>.</p>
<h2>Il progetto nel giacimento di Jafurah</h2>
<p>La major petrolifera controllata dalla casa reale saudita e considerata il fiore all&#8217;occhiello dell’impero finanziario del principe <a href="https://it.insideover.com/schede/politica/mohammad-bin-salman.html?sad=sad" target="_blank" rel="noopener"><strong>Mohammed Bin Salman</strong></a>, ha speso diversi anni (e miliardi) a trovare un modo per estrarre il gas di scisto dal sottosuolo della penisola araba e adesso, con l’avvio dell’imponente progetto nel giacimento di Jafurah, pare aver trovato finalmente quello che cercava.</p>
<p>Aramco ha perforato circa 150 pozzi dal 2013 al fine di preparare il piano di sviluppo per le attività estrattive nel bacino di Jafurah. Ma per poter procedere alla frantumazione delle rocce nel sottosuolo, il processo noto come fracking, era necessario un elemento essenziale: l’<strong>acqua</strong>.</p>
<p>L’estrazione di scisto attraverso il <strong>fracking</strong> prevede infatti il pompaggio di enormi quantità di acqua e sabbia al fine di frantumare le rocce e poter così estrarre il gas “intrappolato” in profondità. Un motivo, questo, per cui l’Arabia Saudita non era mai riuscita a competere con gli Usa nella corsa allo shale gas.</p>
<p>Aramco è però riuscita a trovare una soluzione a questo problema. Nasser ha infatti rivelato che gli ingegneri della compagnia petrolifera sono riusciti a effettuare i procedimenti di fracking utilizzando l’acqua del mare, rimuovendo così l&#8217;unico grande ostacolo rappresentato proprio dalla mancanza di approvvigionamento idrico nel deserto. &#8220;Sta iniziando una shale revolution in Arabia Saudita”, ha dichiarato Nasser in un&#8217;intervista.</p>
<blockquote><p>&#8220;Molte persone hanno affermato che il fracking non funziona al di fuori degli Stati Uniti perché è un processo che utilizza molta acqua e noi non siamo ricchi di acqua. Ma stiamo usando l&#8217;acqua di mare e questo rende l’estrazione dello shale gas conveniente da un punto di vista commerciale”.</p></blockquote>
<p>La fortuna ha poi giocato una ruolo fondamentale a favore di Saudi Aramco. Il bacino di Jafurah si trova infatti in una posizione estremamente strategica. Oltre ad essere in prossimità delle coste del Golfo e poter disporre dell’accesso preziosissimo all&#8217;acqua, il giacimento è anche situato vicino al più grande bacino petrolifero del mondo, quello di <strong>Ghawar</strong>, gestito dalla stessa Aramco. Un fattore fondamentale, perché significa che lo sviluppo di Jafurah potrà contare sui collegamenti, gli impianti di stoccaggio e buona parte di tutte le altre infrastrutture già esistenti sul territorio e gestite dalla stessa compagnia.</p>
<p>Si intuisce, dunque, perché la scommessa da oltre 110 miliardi di dollari nel progetto parta già con tutte le carte in regola per avere successo.</p>
<h2>Perché lo shale gas è così importante per l’Arabia Saudita?</h2>
<p>Per Saudi Aramco i vantaggi di questo progetto sono chiarissimi. I guadagni derivanti dall&#8217;estrazione dello shale gas aiuterebbe non poco le finanze del gruppo, che dal giorno della quotazione in borsa sta lottando per ottenere uno spazio di manovra sufficiente a stabilizzarne il prezzo sul Tadawul (il principale indice finanziario di Riad) e attirare nuovi investitori esteri.</p>
<p>Il progetto stesso potrebbe infatti essere una buona occasione per iniziare nuove partnership e allacciare preziosi contatti con le compagnie occidentali. Aramco ha fatto sapere che appalterà diversi lavori sui campi a grandi aziende internazionali e che queste saranno probabilmente coinvolte anche nella gestione stessa del giacimento.</p>
<p>Quello che invece risulta meno facile da comprendere è perché il più grande Paese produttore di petrolio sia così interessato a investire miliardi nella complessa estrazione dello shale gas dal sottosuolo.</p>
<p>La risposta è però piuttosto semplice ed è uno dei principi su cui si basa il commercio internazionale: non utilizzare per l&#8217;uso domestico quelle risorse che possono essere rivendute (a caro prezzo) all&#8217;estero.</p>
<p>Ecco perché, per l’Arabia Saudita, incrementare l&#8217;approvvigionamento di gas domestico e porre fine alla combustione del petrolio nei suoi impianti di generazione di energia per soddisfare il fabbisogno interno al Paese, costituisce <strong>un vantaggio commerciale</strong> non indifferente.</p>
<p>Ridurre la quantità di petrolio “bruciato” per produrre l’energia necessaria al Paese, sostituendolo col gas naturale (molto più efficiente dal punto di vista energetico), renderebbe disponibili milioni di barili di greggio per l’esportazione. Allo stesso tempo, permetterebbe all’Arabia Saudita di avere anche un maggior margine di influenza sul prezzo dell’oro nero, eliminando il potenziale effetto di rimbalzo che i rincari del greggio avrebbero sulla spesa pubblica interna.</p>
<p>Con lo sviluppo di Jafurah questa ipotesi non sarebbe più un miraggio, ma una opzione utilizzabile già entro pochi anni. Aramco prevede infatti che la produzione del giacimento, che dovrebbe partire dall&#8217;inizio del 2024, raggiungerà circa 57 milioni di metri cubi standard di gas al giorno già entro il 2036, compresi circa 12 milioni di metri cubi standard al giorno di etano, che rappresentano circa il 40% della produzione attuale.</p>
<h2>La sfida agli Stati Uniti</h2>
<p>Ma la “<strong>shale revolution</strong>” dell’Arabia Saudita, come la definisce Aramco, ha anche a che fare con la necessità per la potenza del Golfo di riacquistare un ruolo predominante nel contesto energetico globale.</p>
<p>Il principale esportatore mondiale di petrolio ha cercato per anni di riprendersi la quota di mercato sottratta dai produttori di petrolio di scisto negli Stati Uniti. L’industria dello shale oil negli States, partita in mezzo a enormi difficoltà, tra costi esorbitanti e criticità ambientali, <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nel-regno-unito-ce-meno-shale-gas-di-quanto-previsto.html">le stesse che hanno recentemente stroncato sul nascere la corsa allo shale gas nel Regno Unito</a>, <span style="font-size: 1rem;">in appena un decennio ha sviluppato la capacità di pompare milioni di barili al giorno dalle formazioni rocciose del sottosuolo americano.</span></p>
<p>A partire dal 2014, lo shale oil ha portato un vero e proprio boom nella produzione domestica degli Stati Uniti e, ad oggi, circa un terzo della produzione on-shore di greggio nel Paese è costituita proprio dal petrolio di scisto.</p>
<p>Da quell&#8217;anno l&#8217;Arabia Saudita ha combattuto una guerra dei prezzi volta a far fallire l&#8217;industria dello scisto americano, ma senza ottenere alcun risultato. Tanto è vero che oggi gli USA sono diventati molto più indipendenti dal punto di vista del fabbisogno di petrolio e ciò ha contribuito a disinnescare quasi totalmente <a href="https://it.insideover.com/economia/ecco-perche-il-petrolio-non-e-piu-un-arma.html">l’arma petrolifera</a> che l’Arabia Saudita insieme alle altre potenze dell’OPEC minacciava di usare contro il mondo occidentale.</p>
<p>Ma ora che Aramco ha adottato con successo le sofisticate tecniche di fracking sviluppate nei campi statunitensi, la sfida allo shale gas americano è ufficialmente riaperta.</p>
<p>Se Aramco dovesse raggiungere i suoi obiettivi di sviluppo nel settore del gas di scisto grazie all&#8217;enorme progetto di Jafurah, l&#8217;Arabia Saudita diventerebbe ufficialmente il terzo produttore di gas al mondo già entro il 2030, appena dietro a Stati Uniti e Russia. A quel punto, anche il ruolo politico di Riad avrebbe certamente un altro peso sullo scacchiere internazionale.</p>
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		<title>Ecco perché il petrolio non è più un&#8217;arma</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/ecco-perche-il-petrolio-non-e-piu-un-arma.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2020 11:49:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Opec]]></category>
		<category><![CDATA[Petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[shale gas]]></category>
		<category><![CDATA[shale oil]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.insideover.com/?p=260791</guid>

					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="854" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gulf Oil petrolio Golfo deserto" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-768x342.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-1024x456.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La sorprendente stabilità del prezzo del petrolio nonostante le ultime crisi mediorientali in Iran a inizio anno e quella più recente in Libia con il blocco petrolifero imposto da Khalifa Haftar, oltre a tranquillizzare i mercati finanziari e i governi occidentali, dimostra ciò che diversi studiosi ed esperti sostenevano da tempo: oggi il petrolio non &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/ecco-perche-il-petrolio-non-e-piu-un-arma.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/ecco-perche-il-petrolio-non-e-piu-un-arma.html">Ecco perché il petrolio non è più un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="854" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Gulf Oil petrolio Golfo deserto" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-300x134.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-768x342.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Petrolio-con-cammello-La-Presse-e1582717675545-1024x456.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La sorprendente stabilità del prezzo del petrolio nonostante le ultime crisi mediorientali in Iran a inizio anno e quella più recente in Libia con <a href="https://it.insideover.com/guerra/libia-situazione-sempre-piu-preoccupante-per-il-blocco-pozzi.html">il blocco petrolifero imposto da Khalifa Haftar</a>, oltre a tranquillizzare i mercati finanziari e i governi occidentali, dimostra ciò che diversi studiosi ed esperti sostenevano da tempo: <strong>oggi il petrolio non è più un arma.</strong></p>
<p>C’è stato un tempo in cui l’oro nero poteva essere utilizzato da una manciata di paesi produttori, quali Arabia Saudita, Iran e Iraq, come uno strumento per fare pressione ai governi di mezzo mondo. Bastava letteralmente “chiudere il rubinetto” della produzione di greggio e il rimbalzo del prezzo avrebbe garantito entro poco tempo vantaggi politici, economici o militari. Il termine &#8220;arma petrolifera&#8221;, non a caso, rimanda inevitabilmente all&#8217;embargo del 1973, con il blocco della produzione da parte dai paesi arabi dell’<strong>Opec</strong> in risposta guerra dello Yom Kippur che generò la famosa <strong>crisi petrolifera</strong>.</p>
<p>Da quell&#8217;epoca le cose sono drasticamente cambiate e, sebbene diversi paesi abbiano usato o minacciato di usare il petrolio come arma politica anche nella storia recente, oggi la “oil weapon”, o “oil option” come viene spesso definita, non sembra spaventare più come una volta.</p>
<h2>Perché il petrolio non è più un’arma?</h2>
<p>A concorrere a questo cambiamento epocale, che ha ovviamente anche importanti risvolti anche nel campo della geopolitica, ci sono diversi fattori emersi negli ultimi anni all&#8217;interno del mercato petrolifero, specialmente sul lato dell’offerta del greggio.</p>
<p>Il primo tra questi si chiama <strong>shale oil</strong> ed è ciò che ha permesso di recente agli Stati Uniti di diventare totalmente indipendenti dalle importazioni di petrolio per il loro fabbisogno energetico. Anni di ricerca, esplorazioni, diversi esperimenti falliti, danni ambientali ed enormi investimenti, alla fine hanno dato i loro frutti e oggi l’America è il primo paese al mondo per l’estrazione del petrolio di scisto dalle rocce, potendosi garantire così un buon margine di autosufficienza. Tanto da riportare gli States nella classifica dei maggiori esportatori, dietro ad Arabia Saudita, Russia e Iraq.</p>
<p>A partire dal 2014 lo shale oil ha infatti creato un vero e proprio boom nella produzione domestica degli Stati Uniti (il primo consumatore di petrolio al mondo) e ad oggi circa un terzo della produzione onshore di greggio negli States è costituita da petrolio di scisto. Un successo che ha spinto anche altre potenze, <a href="https://it.insideover.com/ambiente/nel-regno-unito-ce-meno-shale-gas-di-quanto-previsto.html">come il Regno Unito</a>, a iniziare perforazioni esplorative e sperimentare le tecniche di “fracking” ovvero il processo per rompere le rocce nel sottosuolo e liberare petrolio e gas di scisto.</p>
<p>Bisogna poi considerare che nel corso degli anni ci sono moltissimi altri Paesi produttori che hanno contribuito ad allargare il lato dell’offerta. Basti pensare che nel 1960, quando è stata fondata l’<strong>Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio</strong>, gli Stati membri erano solamente cinque, mentre ad oggi sono ben 13 a farne parte.</p>
<p>Più di recente si sono poi aggiunti alla lista anche i paesi che fanno parte dell’<strong>Opec Plus</strong>, la versione “allargata” del cartello petrolifero che include anche i Paesi produttori non-membri dell’Opec, e di cui la Russia è il principale produttore. L’Opec Plus, <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/approfondimento-oltre-lopec-plus-sempre-piu-russia-medio-oriente-24012">come nota l’Ispi</a><span style="font-size: 1rem;">, nasce in primis proprio come reazione alla crescita della “produzione non convenzionale” degli Stati Uniti, ottenuta grazie allo shale oil. In questo frangente, la <strong>Russia</strong>, rappresenta una pedina importantissima </span>all&#8217;interno<span style="font-size: 1rem;"> del cartello petrolifero, dato che a partire dagli Novanta ha aumentato enormemente le proprie esportazioni di petrolio ed oggi è seconda solamente all’Arabia Saudita.</span></p>
<p>Emerge così un quadro decisamente mutato negli equilibri dell’oil market che rende molto più difficile, se non impossibile, per un singolo attore innescare una guerra petrolifera e utilizzare il greggio, o meglio il controllo sul suo prezzo, come un’arma di ricatto.</p>
<p>Per questo, sebbene l’allargamento dell’Opec abbia creato un gigante che controlla oltre il <strong>70% della produzione mondiale</strong>, l’arma petrolifera oggi fa molta meno paura che in passato.</p>
<p>Come ha sottolineato Stefano Cingolani <a href="https://www.ilfoglio.it/home/2020/01/12/news/il-petrolio-non-e-piu-unarma-295912/?underPaywall=true">in un articolo su <em>Il Foglio</em></a> a proposito della relativa stabilità del prezzo del petrolio dopo la crisi tra Usa e Iran: <span style="font-size: 1rem;">“L’oro nero, che dagli anni Settanta abbiamo imparato a considerare una bomba che l’Opec potrebbe innescare a suo piacimento, non si è trasformato in un petardo, ma anno dopo anno sta perdendo il suo potenziale”.</span></p>
<p>Gli sceicchi e i leader dei paesi arabi hanno certamente ancora un gran potere all&#8217;interno del mercato petrolifero, ma, ribadisce Cingolani, “le sorti del mondo non sono più nelle loro mani come dal 1973 in poi, tanto meno nelle mani degli ayatollah”.</p>
<h2>Il calo della domanda</h2>
<p>A ben vedere, però, la vera novità nel mercato dell’oro nero non è soltanto l’aumento dell’offerta di petrolio, ma anche il sorprendente calo della domanda.</p>
<p>Come stima <a href="https://www.bp.com/en/global/corporate/energy-economics/spencer-dale-group-chief-economist/peak-oil-demand-and-long-run-oil-prices.html">uno studio della major petrolifera britannica BP</a>, “l&#8217;avvento dei veicoli elettrici e le crescenti pressioni per <strong>decarbonizzare</strong> il settore dei trasporti fanno sì che il petrolio stia affrontando per la prima volta una concorrenza significativa all&#8217;interno della sua principale fonte di domanda”.</p>
<p>Secondo lo studio, infatti, saranno proprio le forze combinate del miglioramento dell&#8217;efficienza dei veicoli e della pressione dei Governi per ridurre le emissioni di carbonio che probabilmente freneranno la domanda di petrolio dopo oltre 150 anni di crescita quasi ininterrotta.</p>
<p>In questo senso risulta quindi ancora più determinante il crollo della <strong>domanda</strong> di petrolio che segnala una rottura dal paradigma che ha dominato i mercati petroliferi negli ultimi decenni, ovvero la previsione di un calo o un deficit dell’offerta. <span style="font-size: 1rem;">“La convinzione era che prima o poi ci sarebbe stata una fornitura limitata di petrolio e che, man mano che il petrolio scarseggiava, il suo prezzo sarebbe aumentato”.</span></p>
<p>Proprio questa convinzione di base ha avuto un&#8217;influenza importante sui mercati petroliferi già dagli anni Settanta. I paesi produttori di petrolio hanno iniziato a razionare la loro produzione nella certezza che, col passare del tempo, il prezzo di greggio sarebbe salito a livelli altissimi.</p>
<p>Così non è stato, e, come sottolinea anche lo studio, nel futuro del mercato petrolifero è già previsto un vero e proprio crollo della domanda tra il 2030 e il 2040.</p>
<h2>Quale sarà il ruolo del petrolio nei prossimi anni?</h2>
<p>Certamente il petrolio, anche se la transizione “green” del settore dei trasporti dovesse avvenire a tempi record e la domanda dovesse calare bruscamente, manterrebbe comunque un’enorme importanza all&#8217;interno della nostra società. I campi di <strong>impiego dell’oro nero</strong> ricoprono ancora un ampio spettro della produzione industriale e difficilmente potrà essere rimpiazzato da valide alternative.</p>
<p>Ciò che cambia davvero, è però il ruolo del petrolio all&#8217;interno del panorama geopolitico e nei delicati equilibri internazionali, e lo dimostra il fatto che non possa più essere utilizzato in maniera credibile come arma di ricatto. Senza questo strumento per fare leva sui Paesi occidentali, molte potenze del Medio Oriente dovranno infatti rivedere le proprie <strong>strategie</strong> e, molto probabilmente, anche le alleanze.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/ecco-perche-il-petrolio-non-e-piu-un-arma.html">Ecco perché il petrolio non è più un&#8217;arma</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Il boom del palladio: tra rivoluzione green e speculazione</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/il-boom-del-palladio-tra-rivoluzione-green-e-speculazione.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Battaglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Feb 2020 07:05:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[palladio]]></category>
		<category><![CDATA[Terre rare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Nel bel mezzo delle tensioni politiche mediorientali tra Stati Uniti e Iran e nelle fasi iniziali dell’aggravarsi dell’epidemia di coronavirus in Cina, nelle prime settimane del 2020 è passato in sordina un evento piuttosto rilevante nel campo della geopolitica e della finanza, destinato molto probabilmente a diventare un tema centrale anche nei prossimi mesi. Lo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/il-boom-del-palladio-tra-rivoluzione-green-e-speculazione.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/economia/il-boom-del-palladio-tra-rivoluzione-green-e-speculazione.html">Il boom del palladio: tra rivoluzione green e speculazione</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1278" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-768x511.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/05/LP_8482638-1024x681.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Nel bel mezzo delle tensioni politiche mediorientali tra Stati Uniti e Iran e nelle fasi iniziali dell’aggravarsi dell’epidemia di coronavirus in Cina, nelle prime settimane del 2020 è passato in sordina un evento piuttosto rilevante nel campo della geopolitica e della finanza, destinato molto probabilmente a diventare un tema centrale anche nei prossimi mesi.</p>
<p>Lo scorso 20 gennaio infatti, il <strong>palladio</strong>, uno dei quattro minerali più preziosi al mondo, dopo un’impennata incominciata già nell’autunno del 2019, ha raggiunto il prezzo record di <strong>2.545 dollari l&#8217;oncia</strong>, superando di una volta e mezza il valore dell’oro (fino a qualche mese fa il metallo più costoso) e nettamente davanti a platino e argento.</p>
<p>Per comprendere le ragioni di questo balzo improvviso, però, è necessario prima capire che cos&#8217;è il palladio e perché è diventato un materiale fondamentale da cui potrebbe dipendere buona parte del nostro futuro green.</p>
<h2>Che cos&#8217;è il palladio?</h2>
<p>Il palladio, insieme al platino, al rutenio, al rodio, all&#8217;osmio e all&#8217;iridio è uno dei sei metalli del gruppo del platino (spesso definiti anche <strong>Pgm</strong>), un gruppo di metalli che ha proprietà chimiche e fisiche piuttosto simili e che spesso si trovano anche nei medesimi giacimenti.</p>
<p>Generalmente il palladio viene estratto come un prodotto secondario dalla ricerca  di altri metalli, come ad esempio il nichel o, appunto, lo stesso platino. I principali giacimenti di questo metallo si trovano in Sudafrica, Canada e in Russia, nella regione degli Urali, dove recenti scoperte hanno proiettato il Paese potenzialmente al primo posto sia per riserve sia per le produzioni future, riaprendo così il tema delicatissimo della <a href="https://it.insideover.com/politica/la-guerra-dei-minerali-rari.html">guerra dei minerali rari</a>.</p>
<h2>Perché è diventato così importante?</h2>
<p>Come spiega <em><a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-10-28/why-palladium-is-suddenly-a-more-precious-metal-quicktake-k2ap4ryc">Bloomberg</a></em>, circa l&#8217;85% del palladio estratto è utilizzato nei sistemi di scarico delle auto, all&#8217;interno delle marmitte catalitiche, dove, insieme ad altri metalli rari, serve a trasformare gli inquinanti tossici in anidride carbonica e vapore acqueo.</p>
<p>Sebbene il palladio venga utilizzato ampiamente anche in elettronica, odontoiatria e gioielleria, il suo vero terreno d’uso rimane indubbiamente quello dell’industria automobilistica. E sono proprio i cambiamenti del comparto automotive ad aver contribuito a causare il rimbalzo del prezzo di questo metallo prezioso. Basti pensare che, a seguito dello scandalo del <strong>Dieselgate </strong>in Europa, il conseguente aumento delle vendite di veicoli a benzina a discapito delle auto diesel, ha generato un rapido aumento del prezzo del palladio, utilizzato nei sistemi di scarico delle automobili a benzina, mentre è sceso quello del platino, che è invece usato nei catalizzatori dei veicoli a gasolio.</p>
<p>Sebbene i due metalli abbiano caratteristiche molto simili e possano  potenzialmente essere utilizzati l’uno come alternativa dell’altro, secondo diversi studi potrebbe richiedere diverso tempo prima che il palladio possa essere sostituito dal suo “parente” meno costoso all&#8217;interno delle marmitte catalitiche.</p>
<p>Questa prospettiva, <a href="https://www.forbes.com/sites/timtreadgold/2019/03/06/platinum-in-focus-as-car-makers-switch-from-high-priced-palladium-in-exhaust-systems/#6d5ec678657c">come spiega la rivista economica <em>Forbes</em></a>, sta già spingendo alcuni speculatori a investire nuovamente nel platino in attesa dello “<strong>switch</strong>” nella produzione delle marmitte catalitiche. Tuttavia, a giudicare dall’esorbitante prezzo del palladio, la transizione sembra ancora lontanissima.</p>
<h2>Il fattore green e lo spettro della speculazione</h2>
<p>La relativa scarsità nella disponibilità di palladio, estratto come sottoprodotto di altri metalli, unita alla domanda crescente spinta dalle limitazioni anti-inquinamento, ha contribuito a portare il prezzo di questo metallo alle stelle.</p>
<p>Si calcola infatti che da diversi mesi ci sia un forte divario tra la quantità di materiale prodotto e l’enorme richiesta. Man mano che i governi stringono le normative per reprimere le emissioni di gas inquinanti generate dai veicoli, in quella che molti già definiscono la rivoluzione green, le case automobilistiche si vedono infatti costrette ad aumentare la quantità di metallo prezioso che usano nei sistemi di scarico delle loro auto.</p>
<p>Nonostante il <strong>mercato delle auto elettriche</strong> stia crescendo molto rapidamente e potrebbe presto costituire una forte minaccia per la produzione di marmitte catalitiche e, di conseguenza, per il valore del palladio, l’addio ai motori a combustione sembra ancora piuttosto lontano dalla realtà. Paradossalmente, allo stato attuale è invece molto più probabile che, nella transizione dai motori tradizionali all&#8217;elettrico il prezzo del palladio subirà ulteriori rialzi per i prossimi. Questo grazie ai crescenti volumi di vendita delle auto ibride che proprio al fine di mantenere ancora più bassi i livelli di inquinamento necessitano di maggiori quantità di questo prezioso metallo nei loro tubi di scappamento.</p>
<p>Ad accorgersi dell’aumentata richiesta del palladio e delle buone prospettive legate al suo futuro “green” non sono state però solamente le case automobilistiche e i produttori di catalizzatori, ma anche la semplice criminalità, che ha rapidamente rivolto la propria attenzione al business dei furti di marmitte catalitiche e sul “riciclo” dei metalli preziosi al loro interno.</p>
<p>Oltre all&#8217;estrazione dalle miniere, gran parte della produzione del palladio e del platino che utilizziamo oggi avviene infatti tramite il riciclo dai componenti delle auto o da altri prodotti. Sia il metallo estratto che quello riciclato vengono raffinati e possono essere ridotti in una polvere, nota come ”<strong>sponge</strong>”, che viene utilizzata in varie applicazioni industriali, o più comunemente diventano lingotti che possono essere facilmente trasportati e stoccati.</p>
<p>Tuttavia, ad influenzare il prezzo del palladio potrebbe essere, oltre alla crescente domanda dell’industria automobilistica, anche un altro fattore, in questo caso legato al mondo della finanza. Come spiega l&#8217;istituto <a href="https://www.cmegroup.com/education/courses/introduction-to-precious-metals/understanding-supply-and-demand-precious-metals.html">Cme Group</a>, la produzione da miniere e dal riciclo non è l&#8217;unica fonte di approvvigionamento per il mercato. Una volta fabbricati, i lingotti sono conservate in caveau e lo stock di metallo immagazzinato nelle casseforti, accumulandosi nel corso degli anni, diventa disponibile come fornitura al mercato.</p>
<blockquote><p>“Non ci sono stime attendibili della quantità di metallo prezioso immagazzinato. Alcuni sono di proprietà di banche centrali, altri sono di proprietà di fondi di investimento e altri di investitori e intermediari individuali e aziendali”.</p></blockquote>
<p>Come l’oro, infatti, il palladio, oltre ad essere un materiale utilizzato nell’industria, è un <strong>bene rifugio</strong>, e in questi tempi di tensioni geopolitiche e di incertezze per i mercati globali, si presta a diventare una calamita per investimenti più “sicuri” e, in alcuni casi, per pura speculazione.</p>
<h2>Il nuovo oro</h2>
<p>Così il boom del prezzo del palladio, oltre a travolgere la produzione industriale e, come si è visto, perfino la micro-economia dei ladri di marmitte, apre anche un’altra incognita: in che modo cambierà il mercato dei beni rifugio?</p>
<p><a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/13504851.2014.920471">Come ha dimostrato uno studio del 2015</a> focalizzato sull&#8217;uso dei metalli preziosi come beni rifugio all&#8217;interno dell’economia statunitense, l’oro in alcuni casi viene “rimpiazzato” dagli altri metalli preziosi nella sua funzione di “safe haven”</p>
<p>I risultati raccolti negli Stati Uniti hanno infatti mostrato che, in alcuni periodi, l&#8217;argento, il platino e il palladio fungono da beni rifugio mentre, paradossalmente, l&#8217;oro perde il suo appeal di investimento sicuro agli occhi degli investitori.</p>
<p>Lo studio, oltre a suggerire la maggiore “forza” di questi metalli preziosi rispetto all&#8217;oro nella funzione di beni rifugio, sottolinea anche l’enorme potenziale del loro utilizzo come strumenti di gestione del rischio durante le crisi economiche e finanziarie.</p>
<p>Da qui, ecco allora emergere l’importanza del <strong>sorpasso “storico” del palladio </strong><b>sull&#8217;oro</b>, con la possibilità che il primo, oltre a finire nel ciclo di produzione di veicoli meno inquinanti per il nostro futuro a emissioni zero, possa diventare il nuovo bene rifugio per eccellenza, trasformandosi così nel nuovo oro.</p>
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