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Fare fondo alle riserve per pagare gli stipendi e continuare a mandare avanti l’attività amministrativa ed istituzionale. L’incubo del premier libico Fayez Al Sarraj potrebbe materializzarsi a breve per via del blocco petrolifero imposto dallo scorso 17 gennaio dal generale Khalifa Haftar. A Tripoli le casse del governo iniziano ad essere vuote, la situazione potrebbe farsi ben presto molto difficile ed anche l’ordinario, in un paese già provato dal conflitto, potrebbe non essere garantito.

L’allarme sui conti di Tripoli

Il problema centrale del dossier libico, riguarda del resto quel paradosso spesso sottolineato in passato e che è venuto a galla dopo il blocco delle esportazioni di petrolio. Anzi, il generale Haftar probabilmente ha attuato questa misura proprio per far emergere quella che, secondo la sua prospettive e di molte tribù dell’est della Libia, potrebbe rappresentare una vera contraddizione. In particolare, l’attuale situazione sul campo vede l’esercito di Haftar avere in mano gran parte del territorio libico ma non avere accesso invece al “portafoglio”. Dall’altro lato, il governo di Al Sarraj riesce a fatica a controllare Tripoli ma è l’unico che gestisce le entrate economiche. Gran parte di queste derivano, com’è noto, dall’estrazione ed esportazione del petrolio.

Un’attività curata in massima parte dalla Noc, l’azienda di Stato presieduta da Mustafa Sanallah. Così come già accadeva ai tempi di Gheddafi, la società non ha però autonomia nella gestione dei fondi. Tutte le entrate vengono infatti versate alla banca centrale, che ha ovviamente sede a Tripoli e che risponde al governo di Fayez Al Sarraj. Il blocco delle esportazioni del greggio ha quindi fatto drasticamente calare le entrate nelle casse dell’esecutivo riconosciuto dall’Onu, con conseguente prime gravi difficoltà sia economiche che di gestione dell’ordinario. Lo ha fatto presente lo stesso Al Sarraj in un’intervista al The Times dei giorni scorsi. La perdita, dal 17 gennaio ad oggi, ammonterebbe a circa 1.5 miliardi di Dollari per via di una produzione scesa da 1.2 milioni di barili al giorno ad appena 160.000. 

E così, fanno presente alcune fonti diplomatiche da Tripoli, a breve anche per pagare gli stipendi il governo potrebbe mettere mani alle riserve. Queste ultime non sarebbero affatto poche, tuttavia dover iniziare ad attingere da fondi extra darebbe un segnale di grave difficoltà sia all’interno che agli avversari politici e militari.

Le richieste delle tribù per sbloccare la situazione

Intanto, così come confermato dall’inviato speciale dell’Onu, Ghassan Salamé, sono pervenute nella sede della missione delle Nazioni Unite per la Libia le richieste espresse da alcune tribù per far tornare alla normalità la situazione sul fronte petrolifero. Il blocco infatti è stato sì voluto in primo luogo da Haftar, ma ha ricevuto l’appoggio di milizie e gruppi dell’est e del sud che vorrebbero una maggiore attenzione circa le condizioni economiche che si vivono in alcune aree periferiche della Libia. Così come riportato da AgenziaNova, le tribù che hanno firmato il documento inviato a Salamé hanno rivendicato una più equa ripartizione delle risorse e la fine del monopolio di Tripoli nella gestione degli introiti petroliferi.

“Le tribù mi hanno inviato le loro condizioni – ha dichiarato nelle scorse ore Salamé – ma bisogna dire che quelle condizioni sono molto generali e devono essere trattate nel quadro della pista economica”. Per il momento la questione rimane in sospeso, mentre giorno dopo giorno la situazione rischia di peggiorare. Un’impressione questa confermata la settimana scorsa anche dall’amministratore delegato dell’Eni, Claudio Descalzi, il quale ha parlato di un contesto in cui si potrebbe anche giungere a breve alla “paralisi”. 

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