Con il crollo del mercato petrolifero le principali agenzie di rating stanno iniziando a declassare il debito sovrano dei Paesi produttori e ora le prospettive per le ricchissime potenze del Golfo Persico, fortemente dipendenti dall’oro nero, non sembrano più così rosee come un tempo.

I Paesi che fanno parte del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), ovvero Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, stanno vedendo sgretolarsi rapidamente le loro finanze pubbliche a causa dei ribassi del prezzo del greggio: un fenomeno che non è certo passato inosservato davanti agli occhi sempre vigili delle più importanti agenzie di rating.

Come ha riportato in un recente studio Fitch Ratings, gli accordi dell’Opec Plus per ridurre la produzione di petrolio e gli ulteriori tagli annunciati dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dal Kuwait spingeranno i bilanci dei paesi del GCC verso un deficit ancora più acuto a causa del crollo dei prezzi.

Secondo Fitch, inoltre, i tagli alla produzione di greggio contribuiranno anche a una forte contrazione della produzione economica nel suo complesso, insieme a una recessione “senza precedenti” nelle economie non petrolifere che fanno parte del gruppo GCC.

I bond di Oman e Bahrain sono al livello “spazzatura”

Sulla scia di un semestre da incubo per l’industria del prezioso fossile, alla fine del mese scorso il rating dell’Oman è stato tagliato per la seconda volta dall’inizio del 2020 da parte di Moody’s Investor Service. L’agenzia di rating ha infatti declassato il debito sovrano del Paese a Ba3, ovvero il terzo livello più basso nella sua scala di non investimento, e ha rivisto le sue prospettive in negativo ritenendo che uno scenario di prezzi bassi per il petrolio inciderà fortemente sulle entrate del sultanato.

Già a marzo, Moody’s aveva messo l’Oman sotto la sua lente d’ingrandimento per un possibile declassamento, affermando che la scarsa forza fiscale di Mascate avrebbe inciso pesantemente sulla sua situazione finanziaria. Ora la valutazione di Moody’s si affianca alla stessa indicata in precedenza da Standard & Poor’s e risulta di un gradino inferiore rispetto a quella di Fitch Ratings.

Come si legge nel report dell’agenzia newyorkese, “Il declassamento riflette la conclusione che in un contesto di prezzo del petrolio più basso – che Moody’s ora suppone continuerà nel medio termine – è improbabile che il governo sarà in grado di compensare in modo significativo la perdita di entrate petrolifere ed evitare un deterioramento esteso e duraturo del debito e delle sue metriche di accessibilità o l’erosione dei suoi buffer fiscali e in valuta estera”.

Moody ha infatti rivisto le sue stime sul prezzo del Brent per il 2020 a una media di 35 dollari al barile e di 45 dollari al barile per il 2021. Livelli lontanissimi dai prezzi che l’Oman e gli altri Paesi del Golfo erano abituati a vedere prima della crisi innescata dal Covid-19.

C’è però da sottolineare che, sebbene l’Oman sia l’economia più debole del gruppo GCC, non è l’unica nazione del Golfo ad aver subito la “scure” delle agenzie di rating.

Tra le petro-economie che si affacciano sul Golfo Persico, le cose non vanno meglio neppure per il Barhain, anch’esso retrocesso nell’area di non investimento secondo il giudizio di Moody’s, S&P e Fitch.

Sia i titoli di Stato del Bahrain che quelli dell’Oman risultano quindi classificati come “spazzatura” dai tre principali valutatori di credito e non c’è da stupirsene visto che il Fondo monetario internazionale prevede che il loro deficit di bilancio supererà quest’anno il 15% del prodotto interno lordo.

Il problema è che, per coprire i loro debiti ed evitare di pesare sull’economia dell’intera regione, anche le prospettive per le nazioni più forti del Golfo stanno ora peggiorando agli occhi delle agenzie.

Anche l’Arabia Saudita trema

Già a marzo le tre big del rating avevano avvertito che il forte calo dei prezzi dell’oro nero, se sostenuto, avrebbe causato un’ondata di declassamenti sui titoli sovrani e pesanti tagli di rating sulle compagnie petrolifere.

Il principal analyst di Fitch per il Medio Oriente e l’Africa, Jan Friederich, ha riferito a Reuters che “I paesi che si trovano in una posizione più debole e hanno un tasso di cambio fisso sono ovviamente particolarmente vulnerabili”.

Ma per quanto concerne i singoli Paesi, l’analista ha anche fatto notare che pure la ricchissima Arabia Saudita potrebbe presto trovarsi in difficoltà. Friederich ha spiegato che, nonostante le riserve finanziarie di Riyadh e il suo miliardario fondo sovrano costituiscano un importante “cuscinetto” di protezione, non vi è comunque un “margine di manovra infinito” all’interno del rating assegnato al Paese e anche questo buffer, come viene definito in termini più tecnici, potrebbe venire meno.

Che la situazione per l’Arabia Saudita non sia più così florida come un tempo lo si intende poi dal fatto che le prospettive per il regno siano state ridotte a negative da stabili da parte di Moody’s a causa del crollo dei prezzi del petrolio e della pandemia che ha fatto precipitare le riserve della monarchia saudita al minimo in quasi un decennio.

La società di rating (che aveva declassato l’Arabia Saudita per l’ultima volta nel 2016) ha comunque mantenuto il rating sovrano ad A1, il suo quinto grado più alto, dando una valutazione lievemente più ottimista di quelle fornite dalle colleghe Fitch e S&P.

Come hanno scritto gli analisti di Moody’s guidati da Lucie Villa “Le prospettive negative riflettono un aumento dei rischi al ribasso per la forza fiscale dell’Arabia Saudita derivante dal grave shock della domanda mondiale di petrolio e dei prezzi innescati dalla pandemia di coronavirus”.

Nella motivazione della revisione dell’outlook da parte di Moody’s, gli analisti mettono poi in guardia sul fatto che “un brusco rallentamento della crescita del PIL deprimerà anche le entrate del settore non petrolifero”.

I conti pubblici dipendono dal petrolio

Per i Paesi del Golfo l’industria petrolifera non è solo il settore trainante dell’economia. Si tratta di nazioni che necessitano delle entrate garantite dal petrolio per ripagare la spesa pubblica e bilanciare il loro budget fiscale. Per questo la crisi dell’oil market si riflette direttamente anche nei conti Statali e, di conseguenza, nel giudizio inflessibile delle agenzie di rating sul debito sovrano.

Basti pensare che con il prezzo del Brent crollato a marzo e aprile e attualmente a circa 43 dollari al barile, l’Arabia Saudita è lontanissima dal livello di prezzo che servirebbe per bilanciare il proprio budget, stimato in circa 76 dollari al barile secondo le cifre fornite dal Fondo monetario internazionale.

Per il Bahrain, l’FMI indica che il prezzo del petrolio per raggiungere il fiscal breakeven nel 2020 dovrebbe essere pari ad addirittura 95,6 dollari al barile e di 84,4 per il 2021, mentre all’Oman servirebbe un prezzo al barile di 86,8 dollari quest’anno e di 79,8 il prossimo per bilanciare il proprio budget.

Ma come ha anche rivelato Frank Gill, uno dei maggiori analisti di S&P, nessun paese del Golfo è davvero in grado di bilanciare il proprio budget con il petrolio a 40 dollari al barile e solo il Qatar e il Kuwait riescono a far quadrare i conti pubblici con il prezzo del greggio ad almeno 50 dollari al barile.

“Tranne nel caso degli esportatori con riserve fiscali molto basse, ciò che conta è dove i prezzi del petrolio si andranno a stabilizzare il prossimo anno, e ciò dipende dal fatto che l’economia globale possa riprendersi in modo significativo”, ha affermato Gill.

Si tratta di un problema comune a tutti quei Paesi che dipendono fortemente dalle esportazioni di petrolio e i cui bilanci sono legati direttamente al valore di questa preziosa materia prima.

Così, la crisi petrolifera innescata dal Covid-19 ha dato un primo assaggio di un futuro sempre meno dipendente dall’oro nero, la cui domanda è destinata a ridursi notevolmente nei prossimi decenni. Una situazione che spingerà ancora di più le benestanti nazioni del Golfo a diversificare le loro economie e ad accelerare quel processo di transizione che molti, in primis l’Arabia Saudita, vedono come fondamentale per non rimanere impantanati nel deserto mentre il resto del mondo va avanti.

Ciò che però emerge con ancora più chiarezza dopo gli ultimi downgrade delle agenzie di rating è che il conto da pagare per la stretta dipendenza dal greggio è già arrivato e probabilmente rimarrà piuttosto salato ancora per parecchi mesi.