Il 2020 non era certo partito nel migliore dei modi per i mercati globali. Tra le crescenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente, le guerre commerciali tra Usa e Cina, l’incognita Brexit e indicatori macroeconomici poco promettenti, l’epidemia di coronavirus è arrivata come una tempesta perfetta al momento sbagliato.

Nei primi mesi dell’anno i mercati finanziari hanno visto uno dei ribassi più marcati in assoluto, in particolare a febbraio e marzo, quando ormai l’epidemia aveva portato le principali economie del mondo a imporre le misure di lockdown, azzerando, di fatto, tutti i guadagni recuperati dalla crisi finanziaria del 2008-2009.

In molti, però, si aspettavano una rapida ripartenza dopo la fase più critica dell’epidemia, con l’allentamento delle misure di blocco che almeno sulla carta avrebbero dovuto garantire la ripresa dei consumi e la rapida ripartenza delle attività economiche.

Ma la cosiddetta ripresa a “V”, ovvero un rapido recupero dopo un profondo declino economico, non si è verificata. Anzi, guardando i dati attuali e le previsioni degli esperti, la speranza di un ritorno alla situazione pre-coronavirus appare davvero lontanissima dalla realtà e potrebbe non esserci un vero e proprio miglioramento almeno fino al 2021.

Perché la ripresa economica non sarà facile

Il crollo delle attività economiche causato dallo stop globale per contenere il coronavirus ha avuto effetti devastanti sui mercati finanziari, con le principali piazze d’affari mondiali che hanno perso oltre il 30% in poco più di un mese.

Oltre al cedimento degli indici azionari, la chiusura o comunque il forte rallentamento di interi settori e le misure restrittive per la popolazione hanno influenzato negativamente anche il mercato petrolifero, con il crollo “storico” alla fine di aprile.

Al contrario l’oro, bene rifugio per eccellenza, ha registrato ottimi risultati quest’anno compensando parzialmente il calo delle attività a rischio.

C’è comunque da precisare che recentemente i mercati azionari e obbligazionari hanno segnato una rapida correzione. Questo è accaduto anche grazie a importanti misure di stimolo fiscali e monetarie messe a disposizione da governi e banche centrali in tutto il mondo.

Secondo alcune stime, a livello globale, i governi hanno messo in campo uno stimolo fiscale corrispondente a circa il 4%-6% del Pil offrendo inoltre prestiti su larga scala alle aziende più colpite.

Decisiva anche la “potenza di fuoco” fornita dalle banche centrali che hanno spremuto al massimo tutti gli strumenti di politica monetaria a loro disposizione.

Come spiega Generali Investments nel suo report mensile “La Fed, la Bce e la Bank of Japan hanno eliminato il tetto massimo per gli acquisti di asset, inondato le banche e i mercati di liquidità e sostenuto le obbligazioni societarie non finanziarie attraverso acquisti diretti e requisiti meno stringenti per il collaterale”.

I tassi di interesse sono stati portati allo zero negli Stati Uniti e nel Regno Unito, con le banche centrali che hanno riavviato i programmi di quantitative easing e pompato liquidità nei mercati come nel caso dell’Eurozona e del Giappone.

Proprio il quantitative easing è stato uno dei principali fattori alla base della ripresa dei mercati azionari e obbligazionari, mentre lo stimolo fiscale è destinato ad essere molto più determinante nel prevenire danni permanenti alle economie sul lungo periodo.

I danni all’economia reale

Già, perché anche se nelle ultime settimane si è verificato un rimbalzo dei mercati, la situazione rimane ancora critica per quanto riguarda le condizioni dell’economia reale. In questo caso la ripresa sembra infatti destinata ad essere molto più affannata e ricca di ostacoli.

Il punto non è solo che, stando alla realtà dei fatti, l’emergenza Covid-19 non è ancora del tutto alle nostre spalle, nonostante il recente allentamento delle misure di lockdown a livello mondiale. Il vero problema, ora, è che il tessuto economico, dopo mesi di blocco totale, è stato fortemente danneggiato e non sarà facile per tutti riprendersi e tornare ai numeri precedenti alla pandemia.

Come fa notare Vincent Chaigneau, head of research di Generali Insurance Asset Management: “Mentre il mondo occidentale inizia a uscire dal lockdown e il supporto delle banche centrali e dei governi continua senza sosta, l’economia può iniziare la ripresa. Tuttavia, le speranze di un recupero a forma di V sono fuori luogo”.

“Le fasi a forma di V sono simmetriche: la produzione, l’occupazione e gli utili aziendali, tutti crollati a un ritmo record, non torneranno presto ai livelli pre-crisi”

Secondo l’esperto è innanzitutto questione delle difficoltà sul lato dell’offerta, dato che “il distanziamento sociale rimarrà una caratteristica chiave dei prossimi mesi, forse trimestri, e questo danneggerà la produttività”.

C’è poi un’altra questione da considerare, ovvero il fatto che anche la domanda subirà gli effetti del cosiddetto “secondo tempo” dell’epidemia.

“Le aziende hanno assunto più debiti, il che porterà le imprese ad accumulare liquidità e, di conseguenza, a tagliare sulle assunzioni e sugli investimenti” afferma Chaigneau.

E’ proprio il taglio il taglio dei posti di lavoro e delle spese delle aziende a spaventare di più nel post-Covid-19.

Quello che adesso in molti si chiedono è: senza lavoro e investimenti ci saranno ancora le condizioni per il tanto sperato boom dei consumi e la ripresa a V dell’economia?

Le prospettive per il 2020

Come nel caso della crisi del 2008-2009, anche questa “recessione da pandemia” si preannuncia come un evento di portata storica, tanto che Bloomberg riporta già una lista di possibili nomi per aiutare a identificarla. Dal Great Lockdown, come indicato dal Fondo Monetario Internazionale, alla “Great Covid-19 Recession”, o GCR, come delineato da Morgan Stanley, passando per la Great Virus Crisis o addirittura una Pandession.

Tuttavia a spaventare, più che i nomi altisonanti e anche un po’ fantasiosi, sono soprattutto i recenti dati macro di alcune delle maggiori economie mondiali che hanno toccato minimi storici, così come le prospettive per la crescita del loro prodotto interno lordo che non lasciano intravedere davvero nulla di buono.

Si calcola infatti che il PIL globale quest’anno potrebbe scendere tra il 3% e il 3,5%, registrando la peggiore contrazione dal dopoguerra

Negli Stati Uniti (al momento la nazione più colpita dal Covid-19) il calo del Pil nel primo trimestre dell’anno ha toccato il meno 4,8% e c’è chi stima addirittura un crollo del 30% nel secondo trimestre.

Anche il Giappone è ufficialmente entrato in recessione, sebbene il governo di Shinzo Abe abbia approvato un robusto pacchetto di stimoli fiscali e la Bank of Japan abbia di nuovo allentato la sua politica monetaria.

In Cina, dopo che il Pil del primo trimestre 2020 ha registrato un calo del 6,8%, la produzione industriale è rimbalzata con la riapertura, ma la domanda domestica e internazionale rimane ancora molto debole.

E nell’Eurozona? Secondo le stime del Consiglio direttivo della BCE, la produzione dell’area della moneta unica potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 5% e il 12% quest’anno, con il rischio di scoprire ancora di più le fragilità strutturali del blocco e riaccendere le tensioni politiche già messe in luce dalla crisi.

Oltremanica, infine, il Pil del Regno Unito potrebbe scendere del 25-30% nel secondo trimestre, anche se la Bank of England prevede una contrazione del 14% nel 2020 nel suo complesso: il calo più grande dal 1700.

In quest’ottica, il recente rimbalzo nei mercati azionari appare quantomeno sopravvalutato se non addirittura “esagerato”, come hanno suggerito alcuni analisti

Sembra infatti abbastanza improbabile che l’attività economica torni ai livelli pre-Covid alla fine del prossimo anno. Anzi il rischio sembra piuttosto essere che potrebbe volerci ancora più tempo del previsto.

Le banche centrali credono nella ripresa a “V”

Negli ambienti economici sono anche i banchieri centrali a non ritenere plausibile l’ipotesi della cosiddetta ripresa a “V”

Negli ultimi “meeting minutes”, ovvero i verbali dell’ultima riunione della Banca centrale europea, l’istituto di Francoforte ha ribadito che non prevede un repentino rimbalzo dell’economia dell’Eurozona.

“Un rapido recupero a forma di V può essere già escluso”, si legge nel resoconto del meeting del 30 aprile scorso.

Il board guidato da Christine Lagarde ha infatti precisato che lo scenario più atteso è quello di uno shock economico “grave” e ha ribadito che la Bce è disposta ad implementare “tutte le misure necessarie” per affrontare la crisi.

Secondo il numero uno della Federal Reserve, Jerome Powell, l’entità della ripresa dipenderà in massima parte dalla messa in commercio del vaccino contro il Covid-19. Un evento che alcuni ritengono improbabile si avveri prima della metà del 2021, anche se dal Regno Unito il gigante farmaceutico AstraZeneca ha fatto sapere che, in collaborazione con l’Univeristà di Oxford, ritiene di poter procedere con la distribuzione del vaccino già a settembre.

Il Financial Times fa invece notare che Andrew Bailey, il nuovo governatore della Bank of England, (succeduto recentemente al canadese Mark Carney) è stato recentemente accusato di aver prodotto “previsioni eccessivamente rosee” dopo che la banca centrale ha dichiarato di aspettarsi una ripresa economica a forma di V dalla crisi del coronavirus.

“Gli economisti hanno messo in dubbio le previsioni della BoE secondo cui dopo la peggiore recessione degli ultimi 300 anni nel 2020, l’economia sarebbe tornata ai livelli precedenti nel 2021 senza subire danni significativi e persistenti” spiega il Ft.

Ma le smentite sul fatto che l’economia britannica potrebbe riprendersi rapidamente dalla crisi pandemica sono giunte anche dallo stesso governo britannico, in particolare dal cancelliere dello scacchiere, Rishi Sunak, che in audizione alla Camera dei Lord ha invitato a non fare affidamento sulla ripresa a “V”, evidenziando che non è per nulla scontato che ci sia “un rimbalzo immediato”.

“Ovviamente l’impatto sarà grave”, ha detto Sunak, ricordando come il Regno Unito dovrà affrontare una recessione “mai vista prima”.

In questo scenario, la speranza di un rapido ritorno alle condizioni economiche precedenti appare davvero lontanissima e a non crederci sono, in primis, governi e istituzioni “di peso” come le banche centrali. Con la fine della pandemia, i fondamentali di molte economie sembrano infatti destinati a presentarsi profondamente mutati, specialmente per quei Paesi che non si erano mai del tutto ripresi dalla crisi del 2008-2009. Il miraggio di una rapida e “indolore” ripresa forma di V, invece, è destinato a rimanere tale.

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