All’inizio di questa settimana il prezzo del petrolio è sceso al livello più basso mai registrato negli ultimi 18 anni, trascinato dal continuo calo della domanda dovuto all’impatto del coronavirus sulla produzione industriale globale e, in contemporanea, dall’aumento dell’offerta generato dalla “oil war” tra Arabia Saudita e Russia.

Il prezzo del West Texas Intermediate, o WTI, uno dei benchmark di riferimento per il mercato del greggio, è sceso addirittura sotto i 20 dollari al barile, mentre il petrolio del Mare del Nord, meglio conosciuto come Brent, è passato sotto l’asticella dei 22 dollari al barile.

Ma, secondo alcuni analisti, nonostante i lievi recuperi registrati nelle ultime ore, il prezzo potrebbe scendere ancora a causa del sovraccarico dei siti di stoccaggio e dal prolungamento della guerra dei prezzi tra Riad e Mosca.

La crisi della domanda

Come in ogni mercato, anche in quello petrolifero la legge della domanda e dell’offerta stabilisce il livello dei prezzi e determina gli scambi che avvengono quotidianamente nel trading dell’oro nero.

La pandemia di coronavirus a livello globale, bloccando di fatto la produzione industriale e rallentando il settore dei trasporti, con diverse compagnie aeree che hanno fermato i voli e riportato a terra intere flotte, ha avuto un fortissimo impatto sulla domanda di greggio mondiale.

La International Energy Agency (IEA) ha addirittura stimato che il calo della domanda di petrolio potrebbe essere di 20 milioni di barili al giorno nel 2020, mentre secondo alcuni esperti, un calo di circa 5 milioni di barili nella domanda giornaliera di greggio deriverebbe solo dalla messa a terra degli aerei a livello globale.

L’eccesso di offerta

Dall’altra parte, un deciso aumento dell’offerta sta ulteriormente facendo crollare la struttura del mercato petrolifero.

Dopo il mancato accordo tra Russia e Arabia Saudita sul taglio alla produzione proposto dall’Opec e che ha visto il Cremlino “disertare”, di fatto, le riunioni dell’Opec Plus (la versione allargata del cartello petrolifero di cui la Russia è il principale produttore), Riad ha annunciato un aumento della produzione di greggio.

Una sfida, quella dei sauditi, che punta a mettere forte pressione alla Russia, ma che, nel frattempo, sta danneggiando soprattutto quei Paesi in cui i costi di estrazione sono maggiori, in primis gli Stati Uniti, dove i produttori di shale oil stanno già accusando il colpo.

Non a caso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, a inizio settimana ha fatto sapere di aver chiamato Vladimir Putin per discutere riguardo al crollo dei prezzi, che ha posto il settore dell’Oil & Gas americano sotto assedio.

Trump ha infatti dichiarato che non vuole vedere il settore dell’energia “spazzato via” per i bassi prezzi del petrolio generati dalla disputa tra Russia e Arabia Saudita e giovedì, in un Tweet ha detto di aver parlato anche con il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, ribadendo che si aspetta che i due Paesi taglino la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno.

La Russia, dal canto suo, non sembra troppo preoccupata dalla sfida e anzi, con il greggio degli Urali scambiato al minimo di nove anni, il Paese prevede di aumentare le sue esportazioni a livelli record nel mese di maggio.

Più problematica, invece, la situazione dell’Arabia Saudita. Qui, stando a quanto riferito dal Wall Street Journal, ci sono già navi cisterna ferme nei porti del Paese che non hanno ancora una meta dove dirigersi poichè l’eccesso di offerta ha portato al limite la capacità di immagazzinamento da parte di moltissimi Paesi.

Il vero problema ora inizia infatti ad essere quello dello stoccaggio del prezioso fossile, con moltissimi siti di raccolta che hanno già superato, o sono vicini a superare, la loro capacità massima.

Il problema dello stoccaggio

Il rischio per il mercato petrolifero è proprio quello dell’esaurimento dei siti di stoccaggio che su larga scala potrebbe mandare completamente in corto circuito tutta la filiera produttiva dell’oro nero. Una spirale negativa che, secondo alcuni esperti, potrebbe trascinare il prezzo del greggio ancora più in basso rispetto ai livelli visti finora.

Il crollo della domanda ha infatti già portato alla chiusura di diverse raffinerie in varie parti del mondo, dal Sudafrica al Canada, fino all’India, il terzo più grande importatore al mondo, che ha annunciato il dimezzamento dei processi di raffinazione, incrementando ulteriormente l’eccesso di barili nel mercato.

Nel centro di stoccaggio americano di Cushing, in Oklahoma, conosciuto come “The Pipeline Crossroads of the World”, solo nell’ultima settimana le scorte di greggio sono aumentate di 4 milioni di barili, mentre crescono i timori per il raggiungimento dei limiti massimi di raccolta.

L’hub di Cushing è il principale centro di immagazzinamento di crude oil degli Stati Uniti ed è connesso all’intera rete di oleodotti americani che pompano petrolio da una parte all’altra del Paese. Il sito vanta una capacità di raccolta di circa 90 milioni di barili ed è da qui che si valutano i prezzi dei futures e dei contratti options sul WTI scambiati sul New York Mercantile Exchange.

A preoccupare gli investitori è proprio il calo dei futures sul greggio americano, che da inizio anno hanno visto il proprio valore più che dimezzato. Per i traders, infatti, il surplus di petrolio dato dalla combinazione di una domanda ridotta di oltre un quarto e dall’aumento dell’offerta scatenato dalla “guerra” tra Arabia Saudita e Russia, ammonterebbe a circa 25 milioni di barili in eccesso sul mercato nel mese di aprile. Un livello che potrebbe saturare la capacità di stoccaggio a livello globale nel giro di appena qualche settimana.

Secondo alcune stime riportate da Rystad Energy, in media i livelli di stoccaggio del petrolio in tutte le strutture del mondo sono già saliti a circa tre quarti della capacità massima a partire da gennaio, quando le principali raffinerie in Cina (il primo importatore di petrolio al mondo) hanno dovuto chiudere per lo scoppio dell’epidemia di coronavirus.

Rystad Energy prevede che l’industria petrolifera continuerà a immagazzinare petrolio nelle settimane e nei mesi a venire, portando i siti di stoccaggio al loro limite massimo e pronostica che proprio il mese di aprile sarà quello più duramente colpito

In questa situazione, secondo l’analista di Rystad Thomas Liles, il prezzo del greggio potrebbe addirittura scendere fino a 10 dollari al barile.

Uno scenario che spaventa, e non poco, le principali major petrolifere occidentali, che stanno iniziando a tagliare fortemente spese e investimenti al fine di ammortizzare il pesantissimo calo dei prezzi sui loro bilanci.

Se l’aumento di offerta provocato dalla oil war tra Arabia Saudita e Russia non si adeguerà al nuovo livello di domanda imposto dal lockdown globale per il Covid-19 (come spera di ottenere Trump) il mercato petrolifero potrebbe subire la più grave crisi dell’ultimo secolo, con effetti potenzialmente devastanti anche per i mercati globali.