Le tensioni generate dall’uccisione di Qassem Soleimani in Iraq, con la conseguente minaccia di ritorsioni da parte dei vertici iraniani in risposta al raid statunitense del 3 gennaio scorso, hanno avuto come effetto più che prevedibile il rimbalzo del prezzo del petrolio, con il Brent che ha superato negli ultimi giorni i 70 dollari al barile.

Ma a pagare il prezzo del rinnovato nervosismo sullo scacchiere mediorientale è stato anche il gigante petrolifero Saudi Aramco che, dopo la quotazione record sulla Borsa di Riad, avvenuta lo scorso 12 dicembre, questa settimana ha visto le proprie azioni crollare al prezzo più basso mai registrato dal giorno del debutto.

La notizia della morte di Soleimani arriva proprio nel momento in cui il titolo della major petrolifera iniziava a stabilizzarsi dopo il record dell’initial public offer, o Ipo, da ben 25,6 miliardi di dollari (ad oggi la più alta del mondo) che aveva consacrato Saudi Aramco nel pantheon delle più grandi società quotate.

Per questo, l’uccisione del generale iraniano e il riaccendersi delle tensioni nel Golfo potrebbero compromettere per sempre i piani del “gioellino” su cui il principe Mohammed Bin Salman aveva scommesso il futuro dell’Arabia Saudita

La “vittoria di Pirro” di Saudi Aramco: dall’Ipo al crollo in borsa

Lo scorso mese, appena quattro giorni dopo l’Ipo “storico” e la quotazione sulla Saudi Stock Exchange (la borsa di Riad conosciuta anche come Tadawul), gli investitori provenienti da tutto il mondo avevano spinto la capitalizzazione di mercato del colosso petrolifero a oltre 2mila miliardi di dollari, un valore molto più alto del target di 1.700 miliardi di dollari fissato durante la sua offerta pubblica iniziale.

Nella prima settimana di scambi, le azioni di Saudi Aramco si erano portate per diverse sedute al massimo del rialzo previsto dal regolamento della borsa saudita, pari al 10% su base giornaliera, e avevano fatto lievitare il prezzo del titolo della company controllata dalla famiglia reale a oltre dieci dollari.

Un traguardo, quello raggiunto da Saudi Aramco nelle prime fasi dell’esordio borsistico di dicembre, che aveva fatto ben sperare per il futuro del colosso petrolifero e per i progetti e gli investimenti collegati al suo successo finanziario. I traders sembravano infatti aver dato ragione, almeno per il momento, alle ambizioni del principe ereditario, fiducioso che il fiore all’occhiello della casa saudita avrebbe raggiunto un market value di 2mila miliardi di dollari e avrebbe permesso di sbloccare nuove risorse per la modernizzazione dell’Arabia Saudita e avrebbe aiutato così il Paese ad allontanarsi dalla sua storica dipendenza dai giacimenti di petrolio.

Il raggiungimento della valutazione da record era stato infatti il principale obbiettivo di Mohammed Bin Salman sin da quando, quattro anni fa, aveva lanciato per la prima volta l’idea di quotare in borsa la più grande compagnia petrolifera del mondo.

Tuttavia, come riportato dal New York Times, ad eccezione dei broker sauditi, i quali  sostengono con convinzione che gli investitori locali reputino ancora che la compagnia petrolifera nazionale possa avere un futuro brillante, le loro controparti negli Stati Uniti e in Europa sembrano sempre meno convinte riguardo alle prospettive di Saudi Aramco.

Per questo, nonostante il traguardo record raggiunto nei primi giorni di contrattazione, il principe sembra aver fallito nel suo intento di attrarre nel Paese le risorse degli investitori stranieri, necessarie per finanziare l’ambizioso progetto del Regno di diversificare l’economia della penisola.

“La vittoria è stata in qualche modo di Pirro, con gli investitori istituzionali sauditi anziché esteri che hanno partecipato all’iniziale Ipo”, hanno commentato gli analisti della società di ricerche di mercato Bernstein, in una nota ripresa dal quotidiano newyorkese.

Non a caso, la stessa Berstein, poco dopo il boom della quotazione sul Tadawul, ha posto il rating “underperform” sul titolo di Saudi Aramco, giudicando l’impennata di prezzo iniziale “troppo affrettata” e consigliando agli investitori di disfarsi il prima possibile delle azioni della azienda petrolifera.

Il futuro della major saudita e il ruolo di Riad

Sebbene la parabola discendente di Saudi Aramco fosse stata ampiamente prevista dagli analisti finanziari e, in parte, anche anticipata dagli investitori – tanto è vero che il prezzo delle azioni stava già calando prima dell’attacco a Soleimani – il riaccendersi delle tensioni con l’Iran ha dato un forte contraccolpo alla major saudita, portandone il prezzo delle azioni a circa 9,2 dollari ciascuna, ossia ai minimi dall’esordio borsistico.

La volatilità del titolo della più grande compagnia quotata al mondo era certamente cosa nota e il suo essere strettamente legata al prezzo del petrolio costituisce senza ombra di dubbio un pericoloso punto debole. Adesso però, lo spettro di un possibile nuovo scontro in Medio Oriente, a seguito dell’uccisione del generale iraniano, rischia di compromettere seriamente il destino di Saudi Aramco e con esso quello di tutti gli investimenti e i progetti pianificati dalla casa reale saudita per dar via alla modernizzazione del Paese.

In attesa di conoscere la prossima mossa di Teheran, il futuro di Saudi Aramco sembra dunque già improntato verso un percorso non facile e, proprio per questo, ogni mossa di Riad dovrà tenere conto sia degli interessi strategici e militari, sia di quelli economici e finanziari. Una scelta dalla quale dipenderà il futuro ruolo dell’Arabia Saudita non solo a livello regionale ma anche e soprattutto nel mercato globale.