Nel bel mezzo delle tensioni politiche mediorientali tra Stati Uniti e Iran e nelle fasi iniziali dell’aggravarsi dell’epidemia di coronavirus in Cina, nelle prime settimane del 2020 è passato in sordina un evento piuttosto rilevante nel campo della geopolitica e della finanza, destinato molto probabilmente a diventare un tema centrale anche nei prossimi mesi.

Lo scorso 20 gennaio infatti, il palladio, uno dei quattro minerali più preziosi al mondo, dopo un’impennata incominciata già nell’autunno del 2019, ha raggiunto il prezzo record di 2.545 dollari l’oncia, superando di una volta e mezza il valore dell’oro (fino a qualche mese fa il metallo più costoso) e nettamente davanti a platino e argento.

Per comprendere le ragioni di questo balzo improvviso, però, è necessario prima capire che cos’è il palladio e perché è diventato un materiale fondamentale da cui potrebbe dipendere buona parte del nostro futuro green.

Che cos’è il palladio?

Il palladio, insieme al platino, al rutenio, al rodio, all’osmio e all’iridio è uno dei sei metalli del gruppo del platino (spesso definiti anche Pgm), un gruppo di metalli che ha proprietà chimiche e fisiche piuttosto simili e che spesso si trovano anche nei medesimi giacimenti.

Generalmente il palladio viene estratto come un prodotto secondario dalla ricerca  di altri metalli, come ad esempio il nichel o, appunto, lo stesso platino. I principali giacimenti di questo metallo si trovano in Sudafrica, Canada e in Russia, nella regione degli Urali, dove recenti scoperte hanno proiettato il Paese potenzialmente al primo posto sia per riserve sia per le produzioni future, riaprendo così il tema delicatissimo della guerra dei minerali rari.

Perché è diventato così importante?

Come spiega Bloomberg, circa l’85% del palladio estratto è utilizzato nei sistemi di scarico delle auto, all’interno delle marmitte catalitiche, dove, insieme ad altri metalli rari, serve a trasformare gli inquinanti tossici in anidride carbonica e vapore acqueo.

Sebbene il palladio venga utilizzato ampiamente anche in elettronica, odontoiatria e gioielleria, il suo vero terreno d’uso rimane indubbiamente quello dell’industria automobilistica. E sono proprio i cambiamenti del comparto automotive ad aver contribuito a causare il rimbalzo del prezzo di questo metallo prezioso. Basti pensare che, a seguito dello scandalo del Dieselgate in Europa, il conseguente aumento delle vendite di veicoli a benzina a discapito delle auto diesel, ha generato un rapido aumento del prezzo del palladio, utilizzato nei sistemi di scarico delle automobili a benzina, mentre è sceso quello del platino, che è invece usato nei catalizzatori dei veicoli a gasolio.

Sebbene i due metalli abbiano caratteristiche molto simili e possano  potenzialmente essere utilizzati l’uno come alternativa dell’altro, secondo diversi studi potrebbe richiedere diverso tempo prima che il palladio possa essere sostituito dal suo “parente” meno costoso all’interno delle marmitte catalitiche.

Questa prospettiva, come spiega la rivista economica Forbes, sta già spingendo alcuni speculatori a investire nuovamente nel platino in attesa dello “switch” nella produzione delle marmitte catalitiche. Tuttavia, a giudicare dall’esorbitante prezzo del palladio, la transizione sembra ancora lontanissima.

Il fattore green e lo spettro della speculazione

La relativa scarsità nella disponibilità di palladio, estratto come sottoprodotto di altri metalli, unita alla domanda crescente spinta dalle limitazioni anti-inquinamento, ha contribuito a portare il prezzo di questo metallo alle stelle.

Si calcola infatti che da diversi mesi ci sia un forte divario tra la quantità di materiale prodotto e l’enorme richiesta. Man mano che i governi stringono le normative per reprimere le emissioni di gas inquinanti generate dai veicoli, in quella che molti già definiscono la rivoluzione green, le case automobilistiche si vedono infatti costrette ad aumentare la quantità di metallo prezioso che usano nei sistemi di scarico delle loro auto.

Nonostante il mercato delle auto elettriche stia crescendo molto rapidamente e potrebbe presto costituire una forte minaccia per la produzione di marmitte catalitiche e, di conseguenza, per il valore del palladio, l’addio ai motori a combustione sembra ancora piuttosto lontano dalla realtà. Paradossalmente, allo stato attuale è invece molto più probabile che, nella transizione dai motori tradizionali all’elettrico il prezzo del palladio subirà ulteriori rialzi per i prossimi. Questo grazie ai crescenti volumi di vendita delle auto ibride che proprio al fine di mantenere ancora più bassi i livelli di inquinamento necessitano di maggiori quantità di questo prezioso metallo nei loro tubi di scappamento.

Ad accorgersi dell’aumentata richiesta del palladio e delle buone prospettive legate al suo futuro “green” non sono state però solamente le case automobilistiche e i produttori di catalizzatori, ma anche la semplice criminalità, che ha rapidamente rivolto la propria attenzione al business dei furti di marmitte catalitiche e sul “riciclo” dei metalli preziosi al loro interno.

Oltre all’estrazione dalle miniere, gran parte della produzione del palladio e del platino che utilizziamo oggi avviene infatti tramite il riciclo dai componenti delle auto o da altri prodotti. Sia il metallo estratto che quello riciclato vengono raffinati e possono essere ridotti in una polvere, nota come ”sponge”, che viene utilizzata in varie applicazioni industriali, o più comunemente diventano lingotti che possono essere facilmente trasportati e stoccati.

Tuttavia, ad influenzare il prezzo del palladio potrebbe essere, oltre alla crescente domanda dell’industria automobilistica, anche un altro fattore, in questo caso legato al mondo della finanza. Come spiega l’istituto Cme Group, la produzione da miniere e dal riciclo non è l’unica fonte di approvvigionamento per il mercato. Una volta fabbricati, i lingotti sono conservate in caveau e lo stock di metallo immagazzinato nelle casseforti, accumulandosi nel corso degli anni, diventa disponibile come fornitura al mercato.

“Non ci sono stime attendibili della quantità di metallo prezioso immagazzinato. Alcuni sono di proprietà di banche centrali, altri sono di proprietà di fondi di investimento e altri di investitori e intermediari individuali e aziendali”.

Come l’oro, infatti, il palladio, oltre ad essere un materiale utilizzato nell’industria, è un bene rifugio, e in questi tempi di tensioni geopolitiche e di incertezze per i mercati globali, si presta a diventare una calamita per investimenti più “sicuri” e, in alcuni casi, per pura speculazione.

Il nuovo oro

Così il boom del prezzo del palladio, oltre a travolgere la produzione industriale e, come si è visto, perfino la micro-economia dei ladri di marmitte, apre anche un’altra incognita: in che modo cambierà il mercato dei beni rifugio?

Come ha dimostrato uno studio del 2015 focalizzato sull’uso dei metalli preziosi come beni rifugio all’interno dell’economia statunitense, l’oro in alcuni casi viene “rimpiazzato” dagli altri metalli preziosi nella sua funzione di “safe haven”

I risultati raccolti negli Stati Uniti hanno infatti mostrato che, in alcuni periodi, l’argento, il platino e il palladio fungono da beni rifugio mentre, paradossalmente, l’oro perde il suo appeal di investimento sicuro agli occhi degli investitori.

Lo studio, oltre a suggerire la maggiore “forza” di questi metalli preziosi rispetto all’oro nella funzione di beni rifugio, sottolinea anche l’enorme potenziale del loro utilizzo come strumenti di gestione del rischio durante le crisi economiche e finanziarie.

Da qui, ecco allora emergere l’importanza del sorpasso “storico” del palladio sull’oro, con la possibilità che il primo, oltre a finire nel ciclo di produzione di veicoli meno inquinanti per il nostro futuro a emissioni zero, possa diventare il nuovo bene rifugio per eccellenza, trasformandosi così nel nuovo oro.