Le scelte controcorrente del primo mnistro inglese ai tempi della pandemia hanno trasformato Boris Johnson in un vero leader o nel primo ministro che sta sfidando alla roulette russa il suo popolo?

Quello che sin d’ora è certo è che BoJo sta giocando una partita solitaria ad alto rischio, contro tutto (perché diverge dalle scelte degli altri Paesi europei e declina le indicazioni dell’Oms sulla base delle teorie che sposato) e contro tutti (perché non accontenta subito chi, dal basso, chiede un cambio di passo, subito).

La sua strategia, che molti definiscono spericolata, è perfettamente in linea con un personaggio che è e resta un “gambler” – un giocatore d’azzardo – ed è saldamente ancorata a due principi base: scienza ed evidenza. Boris Johnson da lì non si muove.

Il giornalista dalla penna puntuta che è stato il sindaco-gaffeur di Londra e il protagonista della battaglia sulla Brexit, oggi cambia abito e linguaggio e da “buffone clownesco”, come veniva definito dai suoi detrattori, assume un tono che si spoglia dell’ironia fatta di provocazioni irriverenti e sfida a muso duro la pandemia globale con la sua ricetta. Unica.

La gestione della crisi è affidata ai cosiddetti Cobra meeting, incontri sempre più frequenti che Boris Johnson presiede nell’ufficio di Gabinetto (Cabinet Office Briefing Rooms) per coordinare le azioni di tutti i corpi governativi e dettare la linea in casi di crisi gravi come questa.

L’input arriva rigorosamente dai suoi due consiglieri tecnici, quelli che lo accompagnano nelle conferenze stampa organizzate per informare il Paese. Parla solo lui, parlano solo loro.

In queste ultime occasioni Boris Johnson è apparso naturalmente molto provato, ma anche molto più lento, totalmente privo di retorica e drammaticamente schietto.

La scienza e il primato della politica

Boris Johnson si è affidato senza se e senza ma alle parole della scienza fatta di ricerca, di matematica, di statistica e di calcoli previsionali. Un linguaggio di numeri e grafici anche duro, che non risparmia nulla e poco concede alle emozioni.

Ha puntato tutto sulle teorie dei consulenti a cui ha affidato l’incarico,  epidemiologi e virologi “che sanno quello che fanno”, per dirlo con le parole della professoressa Eunice Goes della Richmond University di Londra.

E la comunicazione di Downing Street questo messaggio lo manifesta plasticamente ponendo di fronte a microfoni e telecamere un leader politico che si attiene rigorosamente al copione e che divide la scena con i due esperti, Chris Whitty, l’Ufficiale Medico e Patrick Vallace, consigliere scientifico.

Politica, sanità e scienza schierate insieme dove la prima è protagonista e si rafforza come il luogo della sintesi. La scienza analizza e valuta, chi si occupa di salute raccomanda e prescrive, il capo del governo ascolta e si assume la responsabilità di scelte che devono salvare il salvabile.

Le parole di Johnson sono suonate violente, sicuramente più in Italia che in patria, ma la sua schiettezza aveva ed ha una ratio.

Una comunicazione così delicata e grave per il Paese, che lo costringeva ad ammettere che la scienza e il sistema sanitario faranno quanto possibile per rispondere all’emergenza, ma che bisogna mettere in conto che “molte famiglie perderanno i loro cari prima di quando si sarebbero aspettati”, è un modo franco e onesto di metterla giù.

Affidandosi ad un paradosso comunicativo, Johnson nella sua crudezza innanzitutto vuole rassicurare persone, economie e mercati, cercando di rispondere all’isteria globale affidandosi al senso di realtà. Il primo ministro si rivolge al suo Paese senza filtri “trattandolo da adulto”, come ha scritto il Guardian.

La strategia inglese

Il piano d’azione inglese si fonda su un assunto così semplificato: il Coronavirus è pandemico, non conosce confini quindi non si può negare la realtà, ovvero che questa situazione durerà a lungo e causerà sofferenza e gravi disagi per tante persone anche in Gran Bretagna, ma – il concetto espresso da Johnson – faremo di tutto per rallentare l’arrivo del picco cercando di salvare più vite possibile. Non sarà però possibile salvarle tutte.

L’invito fermo espresso nella comunicazione di giovedì 12 marzo, giorno in cui il livello di allerta è stato innalzato passando dalla fase di “contenimento” alla fase di “rallentamento”, è rivolto alla responsabilità personale dei singoli,  dove ognuno è chiamato a fare la sua parte.

Ai soggetti più fragili e agli anziani è chiesto l’isolamento, se possibile anche nella abitazione che condividono con i loro cari, così come a chi manifesta qualsiasi sintomo, compreso il raffreddore, è chiesto di stare a casa, ai familiari il sacrificio di evitare ogni contatto anche con i luoghi di cura, a tutti è richiesta la massima solidarietà.

Anche se “adesso sembra difficile e pesante, ne usciremo – promette Johnson – come questo Paese ha sempre fatto uscendo sempre anche da esperienze peggiori e più difficili di questa. Ma – la conclusione del suo ragionamento – questo sarà possibile se ci prenderemo cura di noi reciprocamente impegnandoci con tutto il cuore ad un grande sforzo nazionale”.

Pochi concetti che cercano di tagliare le gambe “all’isteria” – come la definisce il Times – che una situazione così enorme sta generando e che lui, affidandosi alla scienza e confidando nella cultura pragmaticamente britannica, sta cercando di dominare e calmierare. Se il Paese lo seguirà.

Il populismo e la pandemia

Il vecchio richiamo dal sapore populista dell’io e del noi “contro i nemici” ora cambia focus e avversario, abdica alle sue ragioni originarie che avevano tentato di demolire le élite (mettendoci dentro l’establishment compresi “gli esperti” che, come scrive il Times, “ora sono tornati di moda”) e trasforma l’unità di intenti nella più forte arma contro il nuovo nemico che si chiama Covid-19.

“Nessun altro politico hai mai preso posizioni così rischiose”, scriveva Boris Johnson nella sua biografia di Winston Churchill, ma tra i due rimane una grande differenza, “Churchill non avrebbe mai usato quelle parole” spiega Gianfranco Pasquino della John’s Hopkins University.

Sicuramente, nonostante la grande ammirazione per l’illustre predecessore e l’indiscussa abilità comunicativa che lo ha portato a scalare i vertici istituzionali del Regno Unito, Boris Johnson non ha trascinato in alto il sentimento dei britannici con immagini evocative o discorsi degni del suo mito, ma la sua cruda schiettezza ha sicuramente dato uno schiaffo in faccia a tutti e ha saputo parlare al suo Paese, ancora una volta, con un linguaggio comprensibile e diretto.

Magari non lo ha detto con toni ispirati o ispiranti ma, breve ed essenziale, ha dato voce alla sua scelta di trasformare il suo ruolo politico in quello di chi ascolta tutte le voci e decide a cui affidarsi in un difficilissimo gioco di equilibri.

In Gran Bretagna non saranno i medici a trovarsi davanti alla scelta più drammatica che si possa fare, quando si deve decidere chi si deve salvare non potendo salvare tutti, ma è il capo politico del Paese (il Paese che nell’800 con Charles Darwin teorizzò la selezione della specie) che oggi prepara la nazione all’idea che i più deboli devono proteggersi ed essere protetti dalla rete sociale di solidarietà perché la medicina e il sistema sanitario non avranno la capacità di farlo per tutti in egual misura.

Un calcolo freddamente realistico, senz’altro agghiacciante e che presenterà inevitabilmente il conto più salato ai più fragili.

Boris è un vero leader?

Queste scelte estreme, proprio perché poste in questi termini, secondo quanto argomentato da Iain Martin sulle pagine del Times, di fatto mostrano l’esercizio di leadership di Boris Johnson.

La scelta di optare per il concreto e britannico “Keep calm and carry on” e ascoltiamo cosa ci dice la scienza per frenare il delirio collettivo che può fare solo danni, si attiene al piano contro le influenze pandemiche pubblicato nel 2013 dai medici più accreditati del Paese: “Pandemic flu planning information for England and the devolved administrations, including guidance for organizations and businesses”.

Alla base del lungo documento che mette insieme tutte le azioni da attuare su larga scala in caso di pandemia c’è la scommessa sulla quale Johnson ha puntato tutto: allungare il processo.

Appiattire il picco del contagio su una scala di mesi, anziché di settimane, per il governo inglese agevolerà il sistema sanitario nella gestione delle conseguenze del Coronavirus che, comunque, non può essere fermato finché non sarà scoperto e diffuso un vaccino.

Prima di quel giorno inevitabilmente molte persone lo contrarranno ma, proteggendo i più deboli come possibile, con l’isolamento, il rischio di contagio toccherà quelli considerati “più resistenti” e che teoricamente mostreranno solo sintomi lievi, sviluppando la cosiddetta immunità di gregge. Al momento non esisterebbero certezze in merito e neanche sul suo contrario, ma questa è la teoria illustrata dal consulente scientifico Vallace che, al di là di tutto, tante perplessità suggerisce: etiche morali e scientifiche.

Ma il Coronavirus è nuovo, mutevole e nessuno può scientificamente fornire alcuna garanzia

Ma quale alternativa ha il primo ministro, si domanda  il Times, per evitare critiche e/o scelte azzardate se non quella di fare affidamento sulla scienza?

La conclusione è che alla fine, nelle emergenze, la tecnocrazia si è dimostrata la strada più sicura, quella che ha fatto declinare il populismo in una leadership forte che si assume una grande responsabilità perché se la scienza avrà sbagliato chi ne pagherà il prezzo sarà la politica di Boris Johnson.

La pragmatica cultura inglese ha capito perfettamente che le morti sono inevitabili, certo è l’evidenza che lo sta dimostrando in tutto il mondo, forse Johnson avrebbe potuto usare parole meno dure, ma anche i suoi detrattori hanno ammesso che non era quello il punto. “E’ la triste realtà”, scrive il Daily Mail.

“La chiarezza  – ci spiega un medico molto stimato che vive nella zona di Chelsea a Londra – è sempre la scelta migliore; la sua spietatezza serve a colpire duro e gli inglesi quel colpo lo sanno incassare e da lì son chiamati a reagire”.

Piuttosto in Inghilterra, le polemiche sono per lo più legate al dubbio sull’efficacia della strategia scelta dagli scienziati di riferimento del governo, alla scommessa di disallineare il Paese dal resto del mondo, ma per ora ancora nessuno è in grado di dire chi avrà avuto ragione.

Il Paese che spinge dal basso e si auto-regolamenta

Nel Regno Unito la pressione dell’opinione pubblica, progressivamente, cerca di costringere Johnson a forzare i tempi della sua pianificazione strategica adottando misure che sarebbero state volentieri rimandate a tempi prossimi e non così immediati.

La grave mancanza di posti letto negli ospedali è nota a tutti. Il leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, intervenendo nella House of Commons, contava il drammatico divario rispetto alla Germania che ha quattro volte la capacità di accoglienza rispetto all’Inghilterra. Ed è anche e sopratutto per questo che il governo sta cercando in tutti i modi di spostare il picco dell’epidemia a Maggio, quando finito il ciclo dell’influenza di stagione ci sarà più disponibilità all’accoglienza da parte del sistema sanitario nazionale (NHS). Non solo, in questo modo gli esperti sperano che se e quando ci sarà una eventuale ricaduta, le ricerche avranno già consegnato al mondo un vaccino efficace per combattere il Covid-19.

Ma gli inglesi non ci stanno.

Per spiegare le aspettative del Paese basta pensare alla questione del cosiddetto social distancing, che in pratica significa aumentare le distanze tra le persone a cominciare dai grandi raduni come quelli sportivi.

Con uno strappo in avanti gli altri stati hanno preso decisioni a scacchiere fregandosene dei tempi e delle strategie di Johnson e dando immediatamente alle persone quello che chiedevano, Scozia e Irlanda hanno chiuso scuole e detto no agli eventi che chiamano a raccolta più di 500 persone; per cominciare.

Ciò nonostante Johnson continua a tenere il freno a mano tirato e a procrastinare.

Diverse sono le petizioni che arrivano dal basso a chiedere un cambio di marcia a Downing Street. Al primo posto la questione della chiusura delle scuole, visto che per il resto, i fatti dimostrano che il Paese si auto-regolamenta da solo, esattamente come ha fatto la Premiere League, che non ha aspettato un decreto per chiudere baracca e burattini.

Allo stesso modo le persone stanno organizzando le loro vite e le loro paure svuotando gli scaffali dei rivenditori che non hanno più mascherine, disinfettanti e saponi per le mani, riso né tanto meno la carta igienica.

Tutto questo mentre il grande luna park londinese lento ma inesorabile si avvia a spegnere pian piano le sue luci.

Ma ancora una volta è il tentativo di mediazione tra scienza ed economia a spiegare la scelta attendista di Johnson. Solo per citare alcune argomentazioni: chiudere le scuole troppo presto significherebbe molte cose. Il governo inglese vuole limitare il più possibile il rischio che i genitori non possano andare a lavorare considerando che il picco è atteso dopo 10-14 settimane a partire dal 12 Marzo.

Il Primo Ministro non vuole nemmeno che l’assistenza dei bambini passi nelle mani dei nonni considerati scientificamente i soggetti più a rischio.

E cosa dire del secondo ritornello che i consulenti scientifici di Johnson ripetono ossessivamente e cioè che adottare misure draconiane troppo precocemente rispetto al momento in cui il picco si manifesterà porterà le persone a stancarsi troppo presto delle privazioni e dei disagi a cui saranno soggetti e a non rispettare più le regole?

L’immagine è quella degli inglesi stufi che tornano orgogliosamente a popolare i pub.

L’esempio è quello dell’Italia: per quanto tempo potranno ancora resistere gli italiani segregati in casa da quando l’intero territorio nazionale si è chiuso in un’unica grande zona rossa?

Quello che sta facendo Boris Johnson conferma in realtà il suo stile forte, scioccante ma ostinato e inarrestabile.

Il Paese che ha vissuto anni di divisioni per via della Brexit oggi è chiamato a ritrovare l’unità e la forza che ha sempre saputo dimostrare anche in passato e dovrà farlo guidato da un populista sui generis che facendo appello ad una sorta di realpolitik affidata alla scienza e all’evidenza sta giocando la sua partita più ardita che avrà conseguenze dirette sulla pelle del suo popolo. Solo il tempo potrà dire chi ha avuto ragione e se  Johnson riuscirà a portare avanti la sua strategia.

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