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	<title>Allegra Filippi Archives - InsideOver</title>
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	<title>Allegra Filippi Archives - InsideOver</title>
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		<title>&#8220;Tante gocce assieme creano il mare&#8221;: la partenza della Global Sumud Flotilla da Genova</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 Aug 2025 18:23:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra di Gaza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/OVERCOME_20250831201959898_d38469c979431f939f88f30986ca2bfc-600x400.jpg 600w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>È iniziata oggi la più grande missione umanitaria civile degli ultimi decenni portata avanti dalla Global Sumud Flotilla. Si tratta, per l’appunto, di una missione internazionale nata con l’obiettivo di rompere simbolicamente e materialmente l’assedio imposto da Israele sulla Striscia. Composta da oltre cinquanta imbarcazioni provenienti da più Paesi, la Flotilla si presenta come un’azione &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/tante-gocce-assieme-creano-il-mare-la-partenza-della-global-sumud-flotilla-da-genova.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/tante-gocce-assieme-creano-il-mare-la-partenza-della-global-sumud-flotilla-da-genova.html">&#8220;Tante gocce assieme creano il mare&#8221;: la partenza della Global Sumud Flotilla da Genova</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>È iniziata oggi la più grande missione umanitaria civile degli ultimi decenni portata avanti dalla <strong>Global Sumud Flotilla</strong>. Si tratta, per l’appunto, di una missione internazionale nata con l’obiettivo di rompere simbolicamente e materialmente l’assedio imposto da Israele sulla Striscia. Composta da oltre cinquanta imbarcazioni provenienti da più Paesi, la Flotilla si presenta come un’azione di solidarietà civile e internazionale, promossa da attivisti, ONG, associazioni, giornalisti, personaggi del cinema e dello spettacolo e da singoli cittadini impegnati per la giustizia e la liberazione della Palestina dall’occupazione israeliana.</p>



<p>Il termine &#8220;<strong>Sumud</strong>&#8220;, parola araba che significa &#8220;resilienza&#8221;, è stato scelto per evidenziare il legame profondo tra la resistenza non-violentata e la determinazione delle reti di solidarietà internazionale. La Flotilla si propone non solo di portare aiuti umanitari, ma anche di lanciare un messaggio politico chiaro, ovvero che gran parte della società civile non accetta più l’immobilismo difronte a <a href="https://it.insideover.com/guerra/le-chiacchiere-non-fermeranno-il-genocidio-di-gaza.html">un genocidio in mondovision</a>e. Il convoglio navale vuole rompere l’indifferenza internazionale, riportando l’attenzione sui crimini dell’occupazione israeliana e sul dramma umanitario che si consuma da decenni. A ribadire quello che ci ha detto <strong>Maria Elena Delia</strong>, referente per l’Italia di del Global Movement per Gaza e del progetto Global Sumud Flotilla “perché le persone, gli uomini e le donne di tantissimi paesi vogliono dire, coi loro corpi a bordo di queste barche, che non sono più d’accordo coi loro governi che sostengono la barbarie dello sterminio palestinese”.</p>



<p>A <strong>Genova</strong>, la tappa italiana della Flotilla ha avuto un significato particolare. Nelle giornate precedenti alla partenza si è svolta una raccolta di beni di prima necessità, promossa in collaborazione con <strong>Music for Peace</strong>, storica organizzazione umanitaria genovese impegnata da anni nella distribuzione di aiuti in contesti di emergenza, e con il <strong>Calp</strong> (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), noto per aver chiuso il <a href="https://it.insideover.com/difesa/da-rotterdam-a-genova-i-porti-europei-diventano-anche-basi-militari.html">porto </a>numerose volte a navi cariche di armi destinate a Israele e presente sulla scena genovese da decenni. È dalla grande sede di Music for Peace a Genova, che sabato 30 agosto si è mossa una macchina impressionante di umanità. L’organizzazione, insieme alla Flotilla e al Calp, è riuscita a smuovere Genova e l’Italia intera arrivando a raccogliere 300 tonnellate di generi alimentari, superando di gran lunga le aspettative e la capacità delle barche, dimostrando che la società civile c’è e riesce a muoversi in modo indipendente. Sin dal mattino la sede di via Belleydier è stata animata da volontari, attivisti, lavoratori portuali e semplici cittadini accorsi a partecipare all’evento.</p>



<p>La giornata si è conclusa con un corteo simbolico che ha visto la partecipazione di oltre <strong>40mila persone</strong> fino al molo dove erano ormeggiate le imbarcazioni della Flotilla. Tra canti, slogan, bandiere palestinesi e luci che hanno illuminato tutta la sopraelevata genovese, un’infinita fiumana di gente ha portato la sua solidarietà ai membri dell’equipaggio ormeggiati al Porto Antico della città. Durante la mattina del 31 agosto il rito finale. Music for Peace ha caricato i pacchi con i generi alimentari nelle barche pronte alla partenza e una ad una sono uscite dal porto alla volta del porto di Augusta in Sicilia, da cui poi salperanno per il viaggio verso Gaza insieme alle imbarcazioni partite oggi dalla Spagna e a quelle che dovranno partire dalla Sicilia, dalla Tunisia e dalla Grecia.</p>



<p>La Global Sumud Flotilla è, in definitiva, un atto di speranza attiva che senza l’unione di associazioni, volontari e società civile non avrebbe visto la luce. “Se una goccia è nulla, tante gocce insieme creano il mare e il mare è una forza devastante”, ci ha ripetuto più volte <strong>Stefano Rebora</strong> di Music for Peace. E allora <strong>Buon vento</strong> Flotilla della disobbedienza civile!</p>



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		<title>Riemergere: la storia di Zhenia</title>
		<link>https://it.insideover.com/reportage/guerra/riemergere-la-storia-di-zhenia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Vivaldelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 07:00:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra in Ucraina]]></category>
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<p>Come si torna alla superficie dopo un’immersione, Zhenia sta riemergendo dall’oscurità della guerra e della diaspora per mezzo della piscina.</p>
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                        Come si torna alla superficie dopo un’immersione, Zhenia sta riemergendo dall’oscurità della guerra e della diaspora per mezzo della piscina.
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<p>Dal 24 febbraio 2022 l’Ucraina è in guerra. Esattamente in quel giorno, le truppe russe hanno invaso il suo territorio, mettendo in scena un conflitto che ha definitivamente cambiato l’ordine mondiale, sconvolgendo il mondo intero. La popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case e a fuggire nelle terre limitrofe. In milioni si sono riversati lungo le frontiere europee, quasi un quarto della popolazione totale del Paese. Si stima che, da allora, 6 milioni di ucraini abbiano trovato rifugio nei vari Paesi europei, tra cui l’Italia. </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-465174" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2-1536x1536.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/2.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p>Come in tutti gli esodi a causa di conflitti, il momento più difficile diventa quello dell’integrazione. I tempi burocratici sono lunghi e inspiegabilmente complicati. Diventa così ordinario passare delle ore negli uffici amministrativi,. La scuola per i bambini e il mercato del lavoro per gli adulti si trasformano in un muro invalicabile e qualcosa di astratto, costringendo alcuni, forse quelli più fragili e più traumatizzati, ad allontanarsi dalla società e a chiudersi nel ricordo della vita che hanno lasciato, della loro identità smarrita. </p>


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<p>È in Italia che Zhenia, abbreviazione di Yevhenii, e sua madre Olga hanno trovato rifugio. Il 15 marzo hanno lasciato Zaporizhzhia alla volta dell’Ucraina occidentale. Si sono ricongiunti con la mamma di Olga, Raissa, che fa la badante per un’anziana signora di Livorno. Sono stati accolti a casa di quest’ultima, che non poteva più sopportare le lacrime di Raissa di fronte alle immagini dei combattimenti e dei tank russi che avanzavano rapidamente. </p>



<p>Si sono arrangiati come potevano, approfittando delle agevolazioni per i rifugiati ucraini e cercando di ricreare quel nucleo familiare interrotto. Così, tra una carezza al gatto e gite fuori porta, riescono a soppesare il macigno che comporta la diaspora. Qui ritrovano, e continuano a sperimentare, quel senso di appartenenza perduto. </p>


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<p>Una costante nostalgia che lascia scorrere i giorni senza un reale obiettivo, perché l’unico proposito resta quello di tornare a casa il prima possibile. Si tratta di quel limbo in cui scendono a patti tutti coloro che fuggono. Olga e Zhenia si sono ritrovati in un altro Paese, con usi e costumi diversi. In poche settimane hanno dovuto lasciare una vita che, fino ad allora, sembrava intoccabile, imperturbabile. </p>


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<p>Olga lavorava come responsabile delle vendite di un’azienda che produceva illuminazione industriale, suo marito Vadim, laureato in Medicina, ha praticato per qualche anno la professione di medico per poi aprire una sua azienda che si occupava di redigere progetti di gestione del territorio. La loro vita era piena e felice, l’eco della guerra era lontano, anche se lontanamente presente. In breve tempo si è tutto polverizzato, Olga è dovuta scappare con Zhenia e Vadim è stato reclutato in un organo che si occupa di distribuire medicinali per i militari al fronte. </p>


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<p>In fretta e furia hanno preparato i bagagli e si sono allontanati da casa loro a Zaporizhzhia, lasciandosi dietro tutto: gli amici, la scuola, il lavoro. Sono stati catapultati in un’altra realtà, non del tutto affine ai programmi di vita che si erano prefissati, perché mai avrebbero immaginato che le bombe russe potessero arrivare così vicino. Da Zaporizhzhia, Vadim rassicura che la guerra non durerà a lungo, che la vittoria è dietro la porta e che presto torneranno a casa, parole di conforto a cui forse nessuno di loro crede. </p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-465180" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9-1536x1536.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/9.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>Profughi, loro malgrado, ma con la speranza dalla loro parte. La nostalgia li accompagna ogni giorno e raccontano della vita persa. Raccontano delle gite in campagna a casa della nonna, mamma di Vadim, in provincia di Zaporizhzhia, dove coltivavano l’orto e dove Zhenia giocava con la grassa gatta di cui mostra divertito le foto. Oppure raccontano dei parenti e delle loro attività, che adesso sono in sospeso a causa della guerra. Per finire con la descrizione dell’appartamento abbandonato di cui sentono enormemente la mancanza, del lettino di Ikea di Zhenia ritrovato nel negozio in una giornata d’inverno a Pisa. </p>


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<p>Zhenia ha, però, dalla sua parte la sua passione e ragione di vita: il nuoto. La piscina è sempre stata il suo luogo sicuro. E così, una volta arrivato a Livorno, prima di tutto ne ha cercato una in cui potersi allenare, dove poter continuare a essere lo stesso bambino che era a Zaporizhzhia. Ha iniziato a frequentare la piscina comunale di Livorno, dove è stato seguito in modo eccelso. Gli allenatori hanno mostrato pazienza e grande senso di inclusione, tra questi Alessandro, che allena ogni giorno i bambini e riesce a portarli a ottimi risultati, riuscendo a fargli vincere un gran numero di gare disputate. </p>


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<p>Dopo i primi difficili mesi di integrazione e di barriera linguistica con gli altri bambini, Zhenia è diventato parte integrante della squadra degli esordienti. Da subito si è fatto notare per la sua velocità e diligenza, diventando infatti uno dei punti di riferimento. La sua passione la si vede sempre, la racconta non solo a parole ma anche col viso. La guerra e la perdita della propria identità lo accompagnano da quando è arrivato. </p>


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<p>I primi segni di trauma si sono manifestati sotto forma di tic nervosi. Visibilmente scosso, arriccia il naso, strizza vigorosamente gli occhi e cammina sulle punte dei piedi, movimento che gli provoca successivamente dolori muscolari. Sul volto si legge il suo disorientamento, la sua paura. C’è però un posto dove tutto questo si arresta, ed è proprio la piscina. Entrando nello spogliatoio riesce a svestirsi di ogni cosa, la paura di non essere incluso, i traumi della separazione da casa sua. Una volta entrato in piscina, una volta inalato il cloro, indossa la sua seconda pelle e tutto si placa. Racconta di come il nuoto lo aiuti a integrarsi.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img onerror="this.onerror=null;this.srcset='';this.src='https://it.insideover.com/wp-content/themes/insideover/public/build/assets/image-placeholder-7fpGG3E3.svg';" loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-465184" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-1024x1024.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-300x300.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-100x100.jpg 100w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-600x600.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-150x150.jpg 150w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-768x768.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14-1536x1536.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/04/14.jpg 1920w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<p>“È il luogo in cui riesco a sentirmi come a casa”. Qui a Livorno è tutto diverso e Zhenia percepisce un calore che lo rende felice, non più vulnerabile, non più solo. Riesce a comunicare nonostante la carenza linguistica.  Anche la vicinanza al mare lo aiuta. Le estati passate a nuotare per ore nel mare, all’ombra degli occhi vigili di sua mamma, sono la medicina per recuperare la parte di sé che suo malgrado è rimasta in Ucraina. Tutto quello che riguarda l’acqua per Zhenia è fonte di gioia e di distensione. Nuotare lo rigenera e ha la capacità di lasciare poco spazio al ricordo di ciò che ha perduto. </p>



<p>E non conta troppo se gli altri bambini non lo capiscono, se il futuro è incerto, se Trump ha lasciato cadere la causa ucraina e se Putin riuscirà a prendere anche la sua città. Quel che importa è entrare in acqua, sguazzare tra le corsie e dimostrare agli altri, ma anche a se stesso, del suo valore come nuotatore. In piscina diventa un piccolo campione, dimenticando le bombe che cadono sul suo Paese e l’alienazione di trovarsi in un luogo non suo. Il nuoto ha salvato l’innocenza di Zhenia, lo ha fatto restare a galla quando tutto attorno a lui stava crollando.  Come si torna alla superficie dopo un’immersione, Zhenia sta riemergendo dall’oscurità della guerra e della diaspora per mezzo della piscina. </p>


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                            Allegra Filippi
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		<title>Il cotone del fast fashion: deforestazione in Brasile, sfruttamento in Pakistan, prezzi bassi in Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/il-cotone-del-fast-fashion-deforestazione-in-brasile-sfruttamento-in-pakistan-prezzi-bassi-in-europa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jul 2024 08:17:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
		<category><![CDATA[Moda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1536x1023.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalle grandi aziende brasiliane, più volte sotto inchiesta, ai laboratori tessili dell'Asia per arrivare nelle nostre vetrine. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1279" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="fast fashion" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1024x682.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240718004349593_71e97af511f4ff78837f2812e9193f76-1536x1023.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Grazie all’Ong britannica <strong>Earthsight</strong> sappiamo come i giganti del <em>fast fashion</em> utilizzino<strong> cotone “sporco” per produrre i vestiti</strong>. Gli stessi vestiti che in Occidente ingurgitiamo alla velocità della luce perché a basso costo. Il cotone usato dalle grandi catene di <em>fast fashion</em> ha origini drammatiche. Arriva direttamente dal <a href="https://it.insideover.com/ambiente/quel-ruolo-indiretto-della-cina-dietro-la-deforestazione-in-amazzonia.html"><strong>Cerrado</strong>, </a>una <strong>zona del Brasile</strong> a Nord della capitale ricca di biodiversità, che è soggetta a una massiccia deforestazione e all’allontanamento delle popolazioni autoctone. Earthsight dopo un lavoro di inchiesta durato un anno, durante il quale ha analizzato registri di spedizione, elenchi dei fornitori e molto altro, è riuscita a ricostruire<strong> la rete delle filiera del cotone individuando i responsabili di un mercato che inquina e abusa dei diritti dei lavoratori.</strong></p>



<p>L’inchiesta mette alla luce il circolo senza fine di un materiale che parte dal Brasile, passerebbe dall’Asia e arriva nei negozi occidentali, pronto per essere acquistato a prezzi esigui. Niente di nuovo certo, da anni siamo a conoscenza del fenomeno, questa però è un’inchiesta importantissima che svela l’<strong>infinito ciclo produttivo della moda del fast fashion e dell’enorme costo ambientale e umano che ne deriva.&nbsp;</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">L&#8217;inchiesta </h2>



<p>L’Ong che si è occupata del caso è la Earthsight, un’<strong>organizzazione no-profit britannica </strong>specializzata in inchieste e indagini di denuncia di crimini ambientali e sociali. I risultati delle ricerche di Earthsight sono stati oggetto di grande attenzione e hanno portato a cambiamenti nelle politiche di governi, aziende e istituzioni finanziarie. Le aziende coinvolte sono numerose e vanno dalla produzione alla lavorazione fino alla vendita. Il cotone prodotto dalle due più grandi e importanti imprese agricole brasiliane,<strong> SLC Agrícola</strong> e da<strong> Horita Group</strong>, non viene venduto direttamente ai gruppi di abbigliamento bensì ad <strong>aziende manifatturiere in Asia</strong>. Earthsight ha individuato l’azienda <strong>indonesiana PT Kahatex</strong>, il gruppo <strong>bengalese Jamuna Group</strong> e il <strong>pachistano Interloop</strong>. Dall’Indonesia sono stati venduti pantaloni, calzini e pantaloncini, dal Bangladesh jeans e altri prodotti denim e dal gruppo pachistano calzini di cotone. Tutti questi prodotti sono finiti nei negozi degli Stati Uniti e di tutti i Paesi europei, tra i quali l’Italia. Sarebbero <strong>816mila le tonnellate individuate da Earthsight coltivate nel Cerrado</strong> e rivendute a una decina di aziende asiatiche. Queste, tra il 2014 e il 2023 avrebbero prodotto più di 250milioni di prodotti per i brand che tutti noi acquistiamo abitualmente. C’è però un’aggravante. I prodotti citati avrebbero avuto la certificazione di <strong>Better Cotton (Bc)</strong>, gruppo di governance senza scopo di lucro impegnato a garantire e promuovere una produzione di cotone nel rispetto dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori. Better Cotton rappresenta a oggi il 22% della produzione globale di cotone. Il percorso della lavorazione del cotone però è complesso da tracciare.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il percorso del cotone e le falle della filiera</h2>



<p>Per essere sicure di adottare un processo etico e sostenibile, <strong>gran parte delle aziende&nbsp; di tutto il mondo si rivolgono a Better Cotton</strong>. Nelle sue policy BC dichiara di lavorare a stretto contatto con i coltivatori di cotone <strong>rispettando tutti gli standard ambientali e lavorativi</strong>.&nbsp; Seguire la filiera del cotone però non è affatto semplice, sia per la dimensione globale della filiera sia per la diversità degli standard condivisi tra i Paesi produttori.&nbsp;</p>



<p>Gli step sono numerosi e altrettanto numerose sono le vie nel quale si perde la tracciabilità. Il cotone viene coltivato e raccolto, dopodiché viene venduto al commerciante che lo acquista come grezzo e spesso lo mescola o lo sostituisce con altro cotone. Il cotone grezzo viene poi trasferito in impianti per estrarre i semi che poi vengono puliti, ne vengono estratte le fibre che vengono trasformate in filo. Le bobine di filo poi vengono acquistate dal commerciante che le fornisce alle fabbriche che producono tessuto. Un processo lungo che vede nelle sue numerose fasi il <strong>mescolarsi del cotone grezzo con altro cotone, rendendone quasi impossibile la tracciabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ecco che<strong> il sistema di monitoraggio di Better Cotton non può essere sufficiente</strong> e mostra molte zone grigie. La certificazione BC <strong>non assicura al 100% un prodotto fabbricato con cotone totalmente biologico</strong> poiché il sistema di monitoraggio non è del tutto funzionale. L’inchiesta di Earthsight pone inevitabilmente molti quesiti rispetto a un sistema che necessiterebbe di un processo decisamente diverso non solo per rispettare l’ambiente ma la vita dei lavoratori del settore e delle aree del mondo sfruttate da questo circolo vizioso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">La deforestazione che mette in ginocchio il Brasile</h2>



<p>Oltre alla mancata trasparenza sulle materie usate, l’inchiesta si è concentrata sullo<strong> sfruttamento del territorio che ha portato alla deforestazione di enormi aree di foresta</strong>. I gruppi <strong>SLC Agrícola e Horita Group sono le più grandi e le più ricche <a href="https://it.insideover.com/societa/perche-lamazzonia-e-diventata-una-bomba-sanitaria.html">aziende agricole del Brasile</a></strong> e dispongono di immense aree. SLC dispone di 440 chilometri quadrati di piantagioni di cotone, mentre Horita di 1400 chilometri quadrati spalmati in tutto il Paese.&nbsp;</p>



<p>Nell’inchiesta pubblicata sul suo sito, Earthsight accusa le due aziende di avere una storia torbida quando si parla di deforestazione illegale e infrazioni ambientali. Già nel 2014&nbsp; l&#8217;Agenzia per l&#8217;ambiente di Bahia ha rilevato 25.153 ettari di deforestazione illegale nelle aziende agricole di Horita a Estrondo e qualche anno dopo non era riuscita a ricevere dalla stessa azienda i documenti per i permessi della deforestazione di 11.000 ettari avvenuta tra il 2010 e il 2018. Horita è stata multata molte volte. SLC ha un curriculum altrettanto preoccupante. L’azienda è stata accusata di aver deforestato 1.300 ettari di vegetazione a Palmares nel 2022.</p>
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		<title>Ruanda, un voto finto e la dittatura vera di Kagame che piace tanto all&#8217;Europa</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/ruanda-un-voto-finto-e-la-dittatura-vera-di-kagame-che-piace-tanto-alleuropa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 12:20:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[genocidio ruanda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Ruanda" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/07/OVERCOME_20240715125830324_0025982f0c031c242c2dbd454f44f96f-1536x1024.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Giornalisti scomparsi, oppositori in fuga, controllo sociale. Da vent'anni Paul Kagame governa con il pugno di ferro. E le elezioni... </p>
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<p>In un Paese dove sulla memoria del genocidio si è creato un presente di apparente progresso e democrazia, un uomo solo al comando gestisce un macchinoso sistema di oppressione e oggi verrà rieletto per l’ennesima volta presidente. È il <strong>Ruanda del presidente Paul Kagame</strong> che, anche grazie al benestare e ai fondi che arrivano dall’Occidente riesce a controllare una nazione intera.</p>



<p><strong>Oggi il Ruanda tiene le sue quarte elezioni presidenziali</strong>. Scontato il risultato. La vittoria sarà di <strong>Paul Kagame</strong> che è <strong>al potere dal 1994</strong>, ovvero dalla fine del genocidio ruandese, uno dei più atroci della storia umana. A tutte le tornate elettorali, Kagame raggiunge <strong>più del 95% dei voti</strong>: il suo peggiore risultato nel 2010, il 93% dei voti con un’affluenza dell’88%. Per oggi è difficile immaginare uno scenario diverso.&nbsp;</p>



<p>Da vent’anni il Paese è governato da un solo partito e da un solo uomo. Paul Kagame nasce in Ruanda da una famiglia nobiliare e fugge in Uganda in tenera età per scappare dalle persecuzioni razziali che affliggono la minoranza etnica tutsi. I campi profughi pesano come un macigno sul suo futuro da dittatore. È qui che da rifugiato, apolide e reietto, cresce in lui la rabbia. Negli anni si affilia all’<strong>Esercito di Resistenza Nazionale</strong>, gruppo ribelle che poi si trasformerà nel Fronte Patriottico Ruandese. Il Fpr nel 1990 attacca il regime ruandese governato dalla maggioranza etnica hutu scatenando una feroce guerra civile che sfocia e termina, per l’appunto col <strong>genocidio del 1994</strong>, dove rimangono uccisi indiscriminatamente più di <strong>800.000 mila tutsi</strong> tra uomini, donne e bambini. Un crimine dei crimini, un genocidio commesso a distanza ravvicinata, tra vicini, sotto il naso di una comunità internazionale colpevolmente passiva.&nbsp;</p>



<p>Da quel momento Paul Kagame è unico e imprescindibile capo di Stato. La sua figura diventa la <strong>metamorfosi del Paese stesso che deve rinascere dalle macerie dell’orrore</strong>. Sapendo sfruttare il sangue versato e il senso di colpa della comunità internazionale, Kagame attua un <strong>piano ben preciso</strong> per la rifondazione del Paese. Al centro di tutto il<strong> progresso tecnologico e la responsabilità dello Stato nei confronti degli investitori</strong>, dei partner e delle istituzioni finanziarie internazionali. La creazione di una giovane “guardia” tecnocratica grazie al ritorno dei rifugiati dalla diaspora lo ha portato a un certo prestigio. Il cambiamento si è tradotto in pochissima corruzione, sicurezza nelle strade e norme severissime, turismo di lusso, istruzione e sanità pubblica e finanza verde. Un modello ipercentralizzato che funziona. Un Paese povero sì, ma con un grande potenziale e un indice di crescita importante. <strong>Ma a quale prezzo?</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">La formula perfetta per una dittatura </h2>



<p>Intimidazioni, incarcerazioni, omicidi, sistemi di sorveglianza e repressione dei giornalisti. Questa la formula adottata dal regime di Kagame. Una <strong>deriva autoritaria che nemmeno la macchia indelebile del genocidio è riuscito a frenare</strong>. Per rimanere ben saldo al potere, il presidente ruandese ha<strong> incarcerato e assassinato</strong> alcuni dei pesi massimi del Rpf in disaccordo con lui e confinato gli altri pochi partiti in un’opposizione farlocca, per salvaguardare una facciata democratica. L’unico vero partito di opposizione, il Partito Verde Democratico del Ruanda, ha avuto nel 2010 il suo vicepresidente ritrovato morto decapitato in una palude e il suo leader, <strong>Frank Habineza</strong>, è stato costretto a fuggire in Svezia dopo aver ricevuto minacce di morte</p>



<p><strong>I giornalisti scompaiono o vengono trovati uccisi per le strade della capitale Kigali</strong>. Si tratta di Victoire Ingabire, condannata nel 2013 a quindici anni di carcere per &#8220;cospirazione per destabilizzare il governo&#8221; e per &#8220;negazione del genocidio” o di <strong>Dieudonné Niyonsenga</strong>, giornalista e conduttore di un canale YouTube, conosciuto come <strong>Cyuma Hassan</strong>, in carcere dal 2021 in gravi condizioni igienico sanitarie, o ancora del giornalista investigativo <strong>John Williams Ntwali</strong>, trovato morto in circostanze sospette nel 2023. Per monitorare i suoi oppositori, il Ruanda ha potuto contare sul software Pegasus, un programma di spionaggio altamente sofisticato ideato e fabbricato dalla società israeliana NSO Group.</p>



<p>Il <strong>controllo del regime si espande a macchia d’olio</strong> su tutti gli aspetti del Paese. Il Fpr domina e gestisce la vita dei ruandesi sotto tutti i punti di vista, da quello politico a quello amministrativo fino a quello economico. Le più grandi aziende sono legate allo Stato come la <strong>Crystal Ventures</strong> che è presente in vari settori come quello della finanza, delle miniere e della produzione agroalimentare. Quello che lo contraddistingue da altri Paesi autoritari è che un <strong>dibattito politico esiste ma rimane confinato entro le discussioni che riguardano le strategie per raggiungere lo sviluppo economico</strong>. Inoltre c’è un’enorme trasparenza sull’operato di ogni ministero: ogni dipendente pubblico, che sia un ministro o altro, deve rendere conto ogni anno degli obiettivi raggiunti, in caso contrario verrà sostituito. Un sistema che rende possibile il funzionamento della macchina ruandese controllando i suoi dipendenti. Tutti tranne il Presidente che monitora questo sistema dal 2000 senza mai essersi fermato.&nbsp;</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un regime finanziato con i nostri soldi</h2>



<p>Un Paese che ha saputo rialzarsi facendo anche leva sul senso di colpa, soprattutto occidentale. Quell’<strong>Occidente che adesso non si cura della deriva autoritaria sempre più pressante ma che al contrario, la finanzia</strong>. Nel dicembre del 2023 Kagame ha incontrato la presidente della Commissione europea <strong>Ursula von der Leyen </strong>per discutere sul partenariato Ue-Ruanda. L’Ue infatti sta investendo più di <strong>900milioni di euro</strong> in Ruanda con il programma di investimenti dell&#8217;Europa a livello mondiale, una strategia chiamata<strong> Global Gateway</strong>. Ma è proprio nell’ambito del Global Gatway che sono venute alla luce le responsabilità di Kigali nei conflitti che colpiscono le popolazioni dell’Est della <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>. Il Ruanda sarebbe uno dei protagonisti della corsa ai minerali nella Rdc che sta alimentando da anni sanguinosi conflitti. Alcune organizzazioni si sono appellate all’Ue per sospendere l’accordo multimilionario.&nbsp;</p>



<p>Il <strong>Regno Unito di Sunak</strong> per primo ha stipulato un controverso accordo con il Paese. Il <strong>Rwanda Bill</strong>, come è chiamato l’accordo, prevede la deportazione di chiunque sia arrivato illegalmente in Gran Bretagna dopo il 1° gennaio 2022. Un accordo che prevede lo stanziamento di <strong>370milioni di sterline</strong> alle casse di Kigali. <strong>Londra ha già versato 240milioni</strong> e con la vittoria dei <strong>laburisti</strong>, e il conseguente ritiro dell’accordo, Kigali ha annunciato di non voler restituire il denaro. Secondo le dichiarazione del vice portavoce del governo ruandese Alain Mukuralinda alla televisione di Stato, <strong>l’accordo non prevede alcuna restituzione</strong>.&nbsp;</p>
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		<title>Intifada in facoltà: la rivolta pro-Palestina dei campus europei</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/intifada-in-facolta-la-rivolta-pro-palestina-dei-campus-europei.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 May 2024 09:22:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1271" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95-600x397.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95-300x199.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95-1024x678.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95-768x508.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/05/OVERCOME_2024051716345442_8867f699a230621d17b357b89924dc95-1536x1017.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Sempre più numerosi, in Europa i campus che si sono schierati contro le operazioni militari di Israele e per la Palestina. Una mappa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/intifada-in-facolta-la-rivolta-pro-palestina-dei-campus-europei.html">Intifada in facoltà: la rivolta pro-Palestina dei campus europei</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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<p>Da settimane le università di tutti gli Stati Uniti sono teatro di enormi proteste. Gli studenti hanno occupato i campus per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e l’interruzione delle partnership universitarie con gli istituti israeliani e i forti rapporti che queste hanno con le lobby americane delle armi. <strong>L’eco di queste proteste è arrivato fino in Europa</strong>. Nella maggior parte delle città universitarie europee il clima pro-palestinese si sta alimentando vertiginosamente. Da Amsterdam, passando per Madrid fino ad arrivare a Roma, <strong>gli studenti europei chiedono a gran voce un’inversione di rotta</strong> e la condanna per la brutalità delle azioni belliche israeliane a Gaza. Da decenni non si registravano proteste così sentite ed estese in tutta la regione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Da Nord a Sud, universitari con Gaza</h2>



<p>Gli <strong>atenei</strong> <strong>italiani</strong> sono stati occupati da Nord a Sud. Con lo slogan “Intifada universitaria”, i comitati studenteschi contro la guerra si sono riuniti in numerose città come Milano, Torino, Napoli, Bologna, Pisa, ma in prima fila c’è la Sapienza di Roma dove è stata allestita una tendopoli e gli slogan pro-palestinesi sono ovunque. </p>



<p>In <strong>Olanda</strong> le proteste sono iniziate il 6 maggio e da lì si sono diffuse a macchia d’olio arrivando fino a Maastricht, Nimega, Eindhoven, Utrecht, Groninga e Leida. Le università olandesi hanno raggruppato decine di migliaia di persone in marce, occupazioni di locali e tendopoli diramandosi tra le strade delle città, oltre i campus universitari. Ad Amsterdam è stato occupato un edificio universitario dove dai balconi fuoriuscivano bandiere palestinesi seguiti da cori che recitavano “Ogni volta che mentono, un bambino muore a Gaza”, riferendosi alle università. La città è stata teatro di forti scontri con la polizia che più volte ha caricato la folla e ha effettuato decine di arresti.</p>



<p>In <strong>Germania</strong> la prima grande manifestazione avvenuta ha avuto luogo all&#8217;Università Humboldt di Berlino il 3 maggio dove la polizia ha fatto 37 arresti ed è riuscita ad allontanare oltre 200 studenti. In Germania le<strong> manifestazioni in sostegno alla Palestina sono vietate</strong> e ogni forma di critica verso Israele viene considerata antisemita. Sin dall’inizio della guerra la violenza della polizia nei confronti dei manifestanti è stata degna di nota. Adesso si è acceso un dibattito dopo che alcuni accademici hanno pubblicato un documento a sostegno del diritto degli studenti di manifestare pacificamente, anche occupando i campus. La lettera ha provocato durissime critiche soprattuto da parte di alcuni giornali che hanno descritto gli accademici come sostenitori di Hamas e accusati di antisemitismo. Anche i politici si sono schierati contro gli accademici e gli studenti che dicono avere “odio contro Israele e gli ebrei”.&nbsp;</p>



<p>All’Università di <strong>Vienna</strong> invece gli studenti non sono nemmeno riusciti a montare le prime tende che la polizia li ha evacuati nel giro di poco tempo. La stessa presidente dell’associazione studentesca Nora Hasan si è scagliata contro gli studenti accusando alcuni di loro di antisemitismo. La politica austriaca, come in Germania, non tollera nessuna forma di protesta contro Israele e ritiene il movimento pro-palestinese non in linea con i principi austriaci. </p>



<p>Nei <strong>Paesi del Nord Europa</strong> la situazione rimane la stessa. I campus vengono occupati e le manifestazioni continuano. In <strong>Svezia</strong> il governo di destra critica fortemente tutte le forme di protesta e ci sono stati numerosi arresti, tra cui quello dell’attivista Greta Thunberg a Malmo che protestava contro la partecipazione di Israele all’Eurovision che si è tenuto proprio in Svezia. L’aria si sta facendo molto tesa tanto che decine di ricercatori dell’Università di Lund hanno pubblicato un articolo in cui denunciano le autorità di ritorno al fascismo. A <strong>Copenaghen</strong> gli studenti sono accampati fuori dall’università dal 6 maggio. Pure ad Helsinki l’università è stata occupata.&nbsp;</p>



<p>Anche in un paese come la <strong>Svizzera</strong>, spesso lontano dai movimenti di protesta, è arrivato il movimento studentesco globale per la Palestina e i campus di Friburgo, Basilea e Berna si stanno mobilitando. Dal 7 maggio un edificio dell’università di Ginevra è stato occupato. A Losanna l’occupazione è durata ben quattro giorni e a Zurigo è partita il 14 maggio.&nbsp;</p>



<p>In <strong>Spagna</strong> e in <strong>Irlanda</strong>, gli unici paesi dell’Ue che sostengono la creazione di uno stato palestinese, le manifestazioni si sono svolte senza scontri o limitazioni. In Spagna sono sorti accampamenti nei campus di Barcellona, Madrid, Pamplona, Siviglia, Bilbao e Valencia. In Irlanda la prestigiosa università Trinity College. </p>



<p>Diversa la situazione in <strong>Regno Unito</strong> dove il governo di destra del conservatore <strong>Rishi Sunak</strong> chiede ai campus universitari più polso duro contro quello che lui definisce antisemitismo. I rettori hanno però sottolineato la libertà accademica e di espressione. La rettrice Sally Mapstone, dell&#8217;Università di St Andrews in Scozia, ha affermato che lo smantellamento degli accampamenti non è una misura necessaria. Le università coinvolte sono almeno undici tra Newcastle, Leeds, Lancaster, Cambridge, Oxford, Edimburgo e Goldsmiths a Londra. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Stop collaborazioni: cosa chiedono gli studenti</strong></h2>



<p>Quel che accomuna tutti questi movimenti studenteschi è la<strong> volontà di recedere dai numerosi e diffusi accordi di collaborazione che le università hanno stipulato nel tempo con Israele</strong>. Alla Sapienza di Roma ad esempio si chiede alla rettrice <strong>Antonella Polimeni</strong> di ritirare la presenza dell’università da una fondazione che viene finanziata da Leonardo, la quale fornisce una grandissima mole di armi a Israele.&nbsp;</p>



<p>In alcuni di questi Paesi sono stati raggiunti i risultati sperati come in Irlanda, dove la direzione dell<strong>&#8216;università di Dublino ha promesso di porre fine ai suoi impegni finanziari con Israele</strong>, in particolare agli investimenti in aziende con sede nei territori occupati. In Spagna molti atenei hanno promesso di <strong>rivedere o sospendere alcuni accordi di collaborazione con centri di ricerca e università israeliane</strong> che non hanno mostrato un fermo impegno per la pace e il rispetto del diritto internazionale umanitario. Anche in <strong>Norvegia</strong>, dove il governo ha da subito condannato i bombardamenti su Gaza, cinque università hanno deciso di sospendere tutte le collaborazioni in corso con le università israeliane, in articolare l’università di Bergen.&nbsp;</p>



<p>In altri Paesi invece i <strong>dialoghi</strong> diventano sempre più <strong>difficili</strong> e le operazioni della polizia più insistenti.&nbsp;</p>



<p>La corrente partita dagli Stati Uniti ha raggiunto l’Europa e non sembra ancora pronta a fermarsi. Al contrario sembra che stia nascendo un n<strong>uovo senso di consapevolezza</strong> e una nuova ma anche antica insofferenza nei confronti delle interferenze occidentali nelle guerre in Medio Oriente e dell’illimitato e cieco sostegno a Israele.&nbsp;</p>
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		<title>Netzah Yehuda, il battaglione israeliano troppo feroce anche per gli Usa</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/netzah-yehuda-il-battaglione-israeliano-troppo-feroce-anche-per-gli-usa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Apr 2024 14:58:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[guerra a gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1304" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8-600x408.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8-300x204.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8-1024x695.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8-768x522.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/04/OVERCOME_20240424193129726_4cbce7c4189214c9b83b3e4c63cb40b8-1536x1043.jpg 1536w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Per la prima volta gli Usa pensano di sanzionare un battaglione delle forze armate di Israele. È il Netzah Yehuda e qui raccontiamo cos'è e che cosa fa.</p>
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<p>Una parte dell’esercito israeliano rischia di non ricevere più fondi dagli Stati Uniti. Si tratta del battaglione <strong>Netzah Yehuda</strong>, un’unità delle Forze di difesa israeliane (Idf) che da anni è accusata di <strong>violazione dei diritti umani</strong> nei confronti dei civili palestinesi. La Casa Bianca, decidendo di sanzionare il Netzah Yehuda, ha infastidito il premier  <strong>Benyamin Netanyahu</strong> e ha aperto la strada a un nuovo fenomeno perché mai prima d’ora gli Stati Uniti avevano ipotizzato di sanzionare una sezione dell’esercito israeliano. Per ora la decisione Usa è in sospeso ma il battaglione rimane sotto la lente d&#8217;ingrandimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Le possibili sanzioni e la reazione israeliana</h2>



<p><strong>Il Congresso degli Stati Uniti</strong>, ha approvato un nuovo <strong>pacchetto di aiuti militari</strong>. Si tratta di 95 miliardi destinati a Ucraina, Taiwan e Israele. 26 miliardi andranno proprio a Tel Aviv. Da questi <strong>26 miliardi</strong> però sarà forse escluso il battaglione Netzah Yehuda. Infatti il Segretario di Stato americano <strong>Anthony Blinken</strong> in conferenza stampa al G7 di Capri, ha annunciato che sta per imporre sanzioni proprio contro il battaglione. Questo significa che nel caso non potrà più ricevere qualsiasi tipo di assistenza o addestramento militare statunitense. È una legge del <strong>1997</strong>, scritta dall&#8217;allora senatore <strong>Patrick Leahy</strong>, che proibisce che gli aiuti statunitensi vadano a unità o gruppi militari che commettono gravi violazioni dei diritti umani. Attraverso questa legge <strong>Washington ha imposto sanzioni a diversi gruppi paramilitari in molti Paesi stranieri</strong>, come Kenya, Messico, Libia e molto altro. Solo Israele, per quanto accusata svariate volte di violazione dei diritti umani, non è mai stata soggetta alla “Leahy Law”.&nbsp;</p>



<p>I leader israeliani hanno criticato le sanzioni e <strong>Netanyahu</strong> ha reagito direttamente sui social scrivendo un <strong>post</strong> in cui dichiara che lavorerà “contro l’imposizione di sanzioni ai cittadini israeliani. In un momento in cui i nostri soldati combattono i mostri del terrore, l’intenzione di imporre una sanzione a un’unità dell’Idf è il massimo dell’assurdità e una bassezza morale”, ha concluso, annunciando che il suo governo “agirà con tutti i mezzi contro queste mosse”. Secondo l’ex ministro della Difesa <strong>Benny Gantz</strong> il battaglione “è parte inseparabile dell’Idf”. Ma cos’è il Netzah Yehuda e cosa ha fatto per venire sanzionato?</p>



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<h2 class="wp-block-heading">Che cos&#8217;è il Netzah Yehuda</h2>



<p>Netzah Yehuda, precedentemente noto come <strong>Nahal Haredi</strong> è un battaglione della <strong>Brigata Kfir</strong> delle Forze di Difesa Israeliane nato nel <strong>1999</strong>. Il suo nome significa “<strong>Giudea per sempre</strong>” e con Giudea si intende il nome biblico con cui gli israeliani si riferiscono a gran parte della <strong>Cisgiordania occupata</strong>. Il battaglione è un reparto militare creato appositamente per <strong>consentire agli ultraortodossi di arruolarsi nell’esercito</strong>, creando condizioni compatibili con le loro attività religiose nella stretta osservanza della <strong>Halakha</strong>, ovvero quell’insieme di leggi religiose ebraiche che derivano dalla Torah scritta e orale.&nbsp;</p>



<p>Dalla sua creazione il battaglione è campo fertile per attirare <strong>estremisti di destra</strong>, perlopiù coloni che portano avanti le ideologie religiose e nazionaliste alla base del <strong>sionismo religioso</strong>. Tra questi il gruppo estremista “<strong>Giovani della Collina</strong>” noto per aver creato colonie illegali in Cisgiordania. All’inizio contava solo 30 soldati ma a partire dal 2009 è cresciuto fino ad arrivare a <strong>1.000 soldati</strong>.</p>



<p>Il battaglione gode di leggi speciali e accoglie le <strong>numerose esigenze religiose dei soldati.</strong> Vengono seguite le rigorose<strong> leggi alimentari ebraiche</strong> e <strong>non sono ammesse donne oltre alle mogli dei soldati </strong>che comunque sono divise dal complesso maschile. Ai soldati viene dato tempo extra per le preghiere e le lezioni quotidiane della Torah. Il carattere religioso lo si ritrova anche nella strategia con cui gestire e controllare i palestinesi. Secondo il sionismo religioso infatti, l’appropriazione della terra è riconosciuta come una<strong> missione santa e questo giustifica l’uso della violenz</strong>a. Il battaglione si è macchiato di diversi episodi di brutalità e di violazione dei diritti umani, tanto che nel 2005, nel momento del ritiro degli insediamenti da Gaza, l’esercito israeliano scelse di non farlo partecipare per timore che non obbedisse agli ordini. È però in Cisgiordania che agisce con maggiore ferocia.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il caso Omar Abdelmajed Assad</h2>



<p>Uno dei casi per cui è tragicamente famoso il battaglione è quello del <strong>78enne Omar Abdelmajed Assad</strong>. Nel gennaio del <strong>2022</strong>, durante un’incursione nel villaggio di <strong>Jiljilya</strong> in Cisgiordania, membri di Netzah Yehuda hanno arrestato Assad nel cuore della notte, dopodiché lo hanno imbavagliato e lasciato tutta la notte al freddo per terra.<strong> È stato ritrovato dopo alcune ore privo di vita</strong>, probabilmente per un infarto. Tre dei comandanti sono stati ritenuti colpevoli di cattiva condotta ma non sono stati puniti né processati dal tribunale militare in quanto la morte di Assad non era riconducibile all’arresto effettuato dal battaglione.&nbsp;</p>



<p>Il caso Omar Assad è solo uno dei tanti abusi di potere perpetrati dal battaglione che in queste ore è nel mirino statunitense. Se dovesse essere sanzionato segnerebbe la fine della totale impunità a cui è soggetta Israele.&nbsp;</p>
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		<title>Parli di Palestina? Sei antisemita!</title>
		<link>https://it.insideover.com/media-e-potere/no-other-land-il-docu-film-israelo-palestinese-accusato-di-antisemitismo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Mar 2024 07:10:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Media e Potere]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA["No other land"]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Berlinale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="554" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12-600x277.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12-300x139.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12-1024x473.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240327120138235_4f8462ca4359b8afa249837ff6b42003-12-768x355.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>"No other land" racconta la brutalità degli sfratti israeliani in Cisgiordania  e vince al festival di Berlino tra le accuse di antisemitismo </p>
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<p>Un collettivo israelo-palestinese ha vinto al festival del cinema <strong>La Berlinale </strong>con un docufilm che racconta la brutalità degli sfratti israeliani in Cisgiordania. A <strong>Masafer Yatta</strong>, zona collinare al sud di Hebron, i bulldozer israeliani demoliscono intere abitazioni con i coloni dietro le colline che fremono per poterle occupare una a una.</p>



<p>Il film è stato acclamato dalla critica e dal pubblico portando alla ribalta una tematica che passa in sordina ormai da decenni. Dietro il clamore si è aperta però una voragine di <strong>critiche e minacce di morte</strong>.</p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="NO OTHER LAND | Il trailer del documentario | HOT CORN" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/1lTHJvcfIbA?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_1lTHJvcfIbA");</script>
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<h2 class="wp-block-heading">Masafer Yatta: la resistenza non violenta palestinese contro le demolizioni</h2>



<p>Masafer Yatta è una regione semidesertica situata nel distretto meridionale di <strong>Hebron</strong>, in <strong>Cisgiordania</strong>. Comprende 12 villaggi e migliaia di residenti. Il 4 maggio 2022 la Corte Suprema israeliana aveva respinto i ricorsi dei residenti palestinesi che avevano aperto una lunga battaglia legale per evitare lo sfratto collettivo. È una storia lunga che risale agli anni ’80, quando l’esercito israeliano rivendicò quel territorio come suo per <strong>scopi militari</strong>, e volendo costruire un grande poligono di tiro dell’esercito. Da quel momento Masafer Yatta è stata <strong>presa di mira e resa teatro di sfratti massivi</strong>. Dopo aver perso la battaglia legale durata venti anni, la situazione è precipitata. La Corte Suprema ha respinto i ricorsi dei residenti sentenziando così lo sfratto di 1300 persone da otto villaggi, dei quali 500 sono bambini. Si sta infatti assistendo a <strong>una delle più grandi espulsioni di massa di palestinesi dal 1967</strong>, quando Israele vinse la Guerra dei sei giorni e occupò Cisgiordania, Gaza e Golan iniziando il processo di colonizzazione.</p>



<p>Qui si è creata una forma di resistenza non violenta, formata da attivisti palestinesi e israeliani. Tra questi anche il collettivo di quattro giovani: l&#8217;avvocato e giornalista palestinese <strong>Basel Adra</strong>, il fotografo e agricoltore palestinese <strong>Hamdan Ballal</strong>, il giornalista israeliano <strong>Yuval Abraham </strong>e la direttrice della fotografia israeliana <strong>Rachel Szor </strong>&#8211; che hanno dato vita al doc film “No Other Land”.</p>



<h2 class="wp-block-heading">L’amicizia come lotta</h2>



<p><strong>Basel Adra </strong>è nato e cresciuto Masafer Yatta e vive il processo di pulizia etnica da quando era bambino. Insieme alla sua famiglia e ai suoi vicini, r<strong>egistra tutto quello che succede nei villaggi in questione, </strong>procurando un enorme archivio di video girati nel corso di 20 anni. Registra la graduale, lenta e inesorabile distruzione della sua terra, la violenza dei soldati israeliani che con i loro bulldozer demoliscono casa e sfrattano con la forza gli abitanti. Un processo lungo di disumanizzazione e privazioni volto ad allontanare gli abitanti della circoscrizione in qualsiasi modo.</p>



<p>Alcuni <strong>attivisti israeliani </strong>sono accorsi in aiuto della popolazioni di Masafer Yatta, tra i quali <strong>Yuval Abraham e Rachel Szor</strong>. Yuval inizia a scrive articoli di denuncia e filma ininterrottamente. In cinque anni tra Yuval e Basel nasce una <strong>forte amicizia </strong>scandita dalle riprese e la lotta non violenta contro i soldati israeliani e i coloni. Da qui la creazione del film “<strong>No Other Land</strong>”, un doc film che unisce la documentazione di archivio di Basel e il lavoro degli attivisti.</p>



<p>Il documentario si apre con l’arresto del padre di Basel, quando i soldati israeliani hanno fatto irruzione a casa loro. Le demolizioni sono visibili da subito, accompagnate dalle urla disperate dei palestinesi che vedono la propria casa distrutta. Il film si snoda attraverso il rapporto tra Basel e Yuval, divisi solo dalla loro identità. L’israeliano libero di muoversi e il palestinese completamente confinato. L’amicizia così come le <strong>profonde differenze</strong>, sono le protagoniste del film che si interroga sull’inesorabile destino dei palestinesi costretti a vivere in un <strong>regime di apartheid</strong>, privati di ogni diritto, pure quello alla sopravvivenza. Durante il corso delle riprese Basel è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane che sono entrare in casa sua due volte per confiscargli telecamere e computer.</p>



<p>Il film è stato accolto dalla critica in un momento cruciale e disperato come quello a cui assistiamo da cinque mesi. Il terribile <strong>attacco di Hamas del 7 ottobre </strong>e la scellerata <strong>risposta di Israele a Gaza </strong>che hanno fatto da eco tra le colline aride di Masafer Yatta.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il successo alla Berlinale e le accuse di antisemitismo</h2>



<p>Il film è arrivato fino alla <strong>74esima edizione della <a href="https://www.berlinale.de/en/2024/programme/202409761.html">Berlinale</a></strong>, Festival internazionale del cinema di Berlino, dove ha vinto come <strong>miglior documentario</strong>. Il docu film è stato apprezzato da critici e pubblico che ha applaudito l’annuncio della vittoria. Sul palco Yuval e Basel hanno ringraziato e hanno ricordato il messaggio del documentario. In particolare <strong>Yuval </strong>ha detto “io e Basel abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo uguali. Io vivo sotto una legge civile e Basel sotto una legge militare. Viviamo a 30 minuti l’uno dall’altro, io ho diritto di voto e Basel no. Sono libero di muovermi liberamente dove voglio mentre Basel, come milioni di palestinesi, è confinato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid tra di noi è disuguaglianza. Deve finire”. Un discorso che sapeva avrebbe fatto scalpore e avrebbe avuto conseguenze.</p>



<p>Lo stesso <strong>governo tedesco </strong>ha preso le distanze affermando che ogni intervento non può prescindere dalle ragioni di questo nuovo conflitto, ovvero l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Anche il <strong>sindaco di Berlino </strong>dello stesso avviso dichiarando in un tweet che “l&#8217;antisemitismo non ha posto a Berlino, e questo vale anche per la scena artistica”. La <strong>Ministra della Cultura tedesca, Claudia Roth </strong>ha espresso preoccupanti considerazioni, annunciando un’indagine “per capire se il festival ha fatto abbastanza per essere uno spazio di dialogo”. La Germania ha applicato <strong>rigide restrizioni contro ogni forma di protesta </strong>contro la guerra a Gaza. Sono vietate le manifestazioni e la bandiera palestinese. Per primo il cancelliere Olaf Scholz ha mostrato sin da subito una posizione abbastanza timida nei confronti di Tel Aviv non condannando quasi mai gli attacchi sulla popolazione civile palestinese e utilizzando la carta dell’antisemitismo più volte, rievocando il tragico passato nazista.</p>



<p>Le critiche più aspre e violente sono arrivate da <strong>Israele</strong>. Il discorso di Yuval Abraham è stato tagliato e trasmesso sul <strong>canale 11 di Israele </strong>che lo ha definito fortemente antisemita. Da quel momento il regista e la sua famiglia hanno ricevuto <strong>minacce di morte</strong>. </p>



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<div class="embed-responsive embed-responsive-16by9"><iframe loading="lazy" title="Israeli Director Yuval Abraham receives death threats after calling for ceasefire in Gaza | WION" width="500" height="281" src="https://www.youtube-nocookie.com/embed/o1zkbRKfbes?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe></div><script>ga("set", "video_embed", "youtube_o1zkbRKfbes");</script>
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<p>Ne scrive direttamente sul <strong><a href="https://www.instagram.com/yuval_abraham/">suo profilo Instagram</a></strong>: “Ieri una folla di estremisti israeliani di destra si è recata a casa della mia famiglia per cercarmi, l’hanno minacciata ed è stata costretta a lasciare la città nel cuore della notte. Ho ricevuto continue minacce di morte e ho dovuto cancellare il mio volo di ritorno. Poiché la maggior parte della mia famiglia è stata assassinata dai tedeschi durante <strong>l’Olocausto</strong>, trovo particolare indignante che i politici tedeschi nel 2024 abbiano l’audacia di usare questo termine come arma contro di me, mettendo in pericolo la mia famiglia.&#8221;</p>



<p>&#8220;<strong>Se tutto è antisemita, la parola perde il suo significato</strong>&#8220;, ha aggiunto Abraham riferendosi ai commenti degli esponenti tedeschi.</p>



<p>Il film, così come la valanga di critiche ricevute, ci pongono inevitabilmente un interrogativo: perché è così difficile parlare della causa palestinese senza essere accusati di <strong>antisemitismo</strong>? L’uso, e di questi tempi, l’abuso di questa parola rischia di trasformarsi in uno strumento di censura, mettendo a tacere qualsiasi critica nei confronti della politica israeliana. Tale narrativa censoria interpreta così la resistenza palestinese come antisemita. </p>



<p>Come dice lo stesso Yuval: “Lo spaventoso uso improprio di questa parola, non solo mette a tacere le critiche palestinesi, ma anche gli israeliani come me”.</p>
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		<title>La risoluzione Usa all’Onu su Gaza: un capolavoro di ipocrisia</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-risoluzione-usa-allonu-su-gaza-un-capolavoro-di-ipocrisia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2024 08:54:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[onu]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240323095228798_e1543abce25687ff0515c2ec9355c89d-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Il Segretario di Stato Usa&#160;Antony Blinken, prima di sbarcare a Gerusalemme, aveva annunciato che il suo Paese avrebbe presentato una risoluzione Onu per chiedere un “cessato il fuoco immediato legato al rilascio degli ostaggi” a Gaza e ieri tale risoluzione è stata presentata. La proposta ha raccolto undici i voti a favore, un&#8217;astensione (Guyana) e &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-risoluzione-usa-allonu-su-gaza-un-capolavoro-di-ipocrisia.html">[...]</a></p>
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<p>Il Segretario di Stato Usa&nbsp;Antony Blinken, prima di sbarcare a Gerusalemme, aveva annunciato che il suo Paese avrebbe presentato una risoluzione Onu per chiedere un “cessato il fuoco immediato legato al rilascio degli ostaggi” a Gaza e ieri tale risoluzione è stata presentata.</p>



<p>La proposta ha raccolto undici i voti a favore, un&#8217;astensione (Guyana) e tre contrari (Russia, Cina e Algeria). Russia e Cina hanno esercitato il potere di veto, facendo naufragare la quarta risoluzione dall’inizio del conflitto.</p>



<p>Secondo le due potenze la risoluzione era ambigua, non chiedeva un reale cessate il fuoco e aveva lo scopo di “disorientare” la comunità internazionale, come affermato dall’ambasciatore russo presso le Nazioni Unite, Vassily Nebenzia.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’ambiguità del testo</strong></h2>



<p>Washington, in precedenza, ha votato contro tre risoluzioni che chiedevano un immediato cessate il fuoco. Questa bozza, quindi, rappresenta un cambiamento rispetto alla posizione precedente. È però ancora troppo lontana da una richiesta inequivocabile di un cessate il fuoco immediato. Nel testo si dice solo che la disastrosa situazione di Gaza rende “imperativo” arrivare a un cessate il fuoco immediato e prolungato per proteggere i civili di tutte le parti, ma si ferma qui. Da tale imperativo, infatti, non discende una richiesta chiara ed esplicita per una tregua, ma semplicemente sollecita il mondo a trovare per via diplomatica un modo per raggiungere a un cessate il fuoco e la liberazione di tutti gli ostaggi israeliani.</p>



<p>Non è quindi il cessate il fuoco al centro del testo, ma la necessità di un processo negoziale che deve essere guidato degli Stati Uniti, come ha affermato l’ambasciatrice Usa all’Onu prima del voto, minacciando di fatto un veto a successive risoluzioni discordi dal testo presentato.</p>



<p>Ne scrive Trita Parsi su <a href="https://responsiblestatecraft.org/us-ceasefire-gaza-un/"><strong>Responsibile Statecraft</strong></a>, che aggiunge come il testo sostenga in tutto e per tutto la posizione israeliana, anche perché, di fatto, chiede ad Hamas di rilasciare gli ostaggi in cambio di un cessate il fuoco temporaneo, nonostante questa da tempo chieda che la liberazione degli ostaggi sia legata a un cessate il fuoco duraturo.</p>



<p>Il testo, peraltro, spiega Parsi, è debole anche riguardo l’imminente invasione israeliana di Rafah. Il linguaggio è ambiguo ed esprime solo preoccupazione per i danni che potrebbe causare tale offensiva. Non c’è un minimo cenno alla necessità di impedire l’attacco, laddove le risoluzioni precedenti, bloccate dagli Usa, erano state chiare ed esplicite nella richiesta di evitarlo. Insomma, come accenna Parsi, sebbene il testo evidenzi un cambiamento della posizione americana, non è incisivo come “potrebbe e dovrebbe essere” ed è troppo dipendente dalla posizione israeliana, tanto che nel suo scritto definisce il testo una risoluzione “israelo-americana”</p>



<p>L’intervento dell’ambasciatore israeliano all’Onu Gilard Erdan lo conferma. Così Erdan: “Vorrei esprimere la mia gratitudine agli Stati Uniti. Grazie per la vostra determinazione nel condannare i mostri di Hamas e per la vostra convinzione che il rilascio degli ostaggi non può essere rimandato. Se fosse passata, la risoluzione Usa avrebbe segnato un momento di grande moralità delle Nazioni Unite”.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Russia, Cina e Algeria puntano il dito</strong></h2>



<p>Prima del voto, l’ambasciatore Vasily Nebenzia, aveva già denunciato la misura sostenuta dagli Stati Uniti definendola &#8220;un&#8217;iniziativa ipocrita&#8221; e parlando di &#8220;una formulazione diluita&#8221; sul cessate il fuoco. “La bozza è stata scritta tenendo conto degli interessi politici degli Stati Uniti, per garantire l&#8217;impunità di Israele e per minare l&#8217;autorità del Consiglio”, ha affermato.</p>



<p>Rivolgendosi poi ai membri del Consiglio li ha invitato a opporsi alla risoluzione per evitare di “coprirsi di disonore” e non permettere al Consiglio di diventare uno strumento per “promuovere la politica distruttiva di Washington in Medio Oriente&#8221;.</p>



<p>Secondo l’ambasciatore, Washington ha dato uno “spettacolo ipocrita” perché con tale risoluzione non ha fatto nessuna pressione su Israele, dando di fatto un via libera per l’operazione militare di Rafah.</p>



<p>Anche la Cina, attraverso il suo rappresentante Zhang Jun, ha criticato gli Stati Uniti, affermando che la risoluzione, nella sua ambiguità, “elude la questione principale, quella del cessate il fuoco”.</p>



<p>L’ambasciatore algerino Amar Bendjama, da parte sua, ha ricordato che la risoluzione algerina presentata in precedenza, bloccata dal veto Usa, avrebbe invece potuto salvare vite innocenti. “Dall&#8217;inizio della guerra, nell&#8217;ottobre scorso, sono stati uccisi più di 32.000 palestinesi, soprattutto donne e bambini. Queste cifre rappresentano vite e &#8220;speranze distrutte”, ha dichiarato.</p>



<p>Resta che, come afferma Parsi, da oggi gli Stati Uniti potranno accusare Cina e Russia di aver impedito la soluzione della crisi di Gaza. Da questo punto di vista, l’iniziativa di Washington è stata un capolavoro politico, che ha anche un evidente scopo interno, quello di tentare di placare le proteste contro il sostegno di Washington alle operazione belliche israeliane, che stanno infiammando le piazze americane ponendo criticità alla campagna elettorale di Biden.</p>
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		<title>Il Capo dell&#8217;Agenzia Ue per i diritti umani: Israele non ha fornito prove delle accuse contro l&#8217;Unrwa</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-capo-dellagenzia-ue-per-i-diritti-umani-israele-non-ha-fornito-prove-delle-accuse-contro-lunrwa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 12:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[guerra a gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Le accuse di Israele contro l'Unrwa sarebbero infondate. Lo confermano anche l'Ue e l'intelligence Usa</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="768" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-600x450.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-300x225.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/3194274600_85824592de_b-768x576.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Il<strong> più alto funzionario dell’Unione Europea per gli aiuti umanitari, Janez Lenarcic</strong>, ha dichiarato che Israele non ha inviato <strong>nessuna prova delle accuse che ha mosso contro l’Unrwa</strong>. Tel Aviv infatti, aveva accusato dodici dipendenti dell’agenzia Onu per i palestinesi di aver preso parte all’attacco del 7 ottobre.</p>



<p>A smentire ciò era stata anche <a href="https://it.insideover.com/guerra/unrwa-e-stupri-di-hamas-su-gaza-e-battaglia-a-colpi-di-report-tra-usa-e-israele.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">l’<strong>intelligence Usa</strong></a> che a fine febbraio aveva ritenuto  <strong>poco attendibili le prove fornite da Tel Aviv</strong>. Inoltre, alcune fonti israeliane affermano che le <strong>confessioni</strong> avute dai <strong>dipendenti Unrwa</strong> detenuti sarebbero state <strong>estorte con la tortura dalle forze israeliane</strong>. </p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Israele non ha inviato nessun dossier alla Ue</strong></h2>



<p>A fine gennaio Israele aveva accusato <strong>dodici dipendenti dell’Unrwa</strong>, l’agenzia delle Nazioni Unite che fornisce aiuti e servizi ai rifugiati palestinesi a Gaza e nella regione, di aver preso parte all’attacco del 7 ottobre. Accuse che hanno spinto l’Onu a <strong>licenziare</strong> immediatamente i sospettati e diverse nazioni a sospendere i finanziamenti all’agenzia.&nbsp;</p>



<p>Adesso però arriva la voce di <strong>Janez Lenarcic</strong>, il più alto funzionario dell’Unione Europea per gli aiuti umanitari, a <strong>porre criticità alle<a href="https://it.insideover.com/guerra/lintelligence-usa-hamas-non-puo-essere-distrutto.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> accuse di Tel Aviv</a></strong>. Secondo Lenarcic infatti, Israele non avrebbe fornito né a lui né ad altri membri dell’Ue le prove a sostegno delle accuse contro l’Unrwa. &#8220;L&#8217;Unrwa ha reagito in <strong>modo corretto</strong>, immediato ed efficace. Ha preso diverse misure. C&#8217;è un&#8217;indagine. C&#8217;è una revisione. Finora siamo soddisfatti di tutto questo&#8221;, <a href="https://www.reuters.com/world/no-evidence-israel-back-unrwa-accusations-says-eu-humanitarian-chief-2024-03-14/#:~:text=Janez%20Lenarcic%2C%20the%20head%20of,presented%20with%20evidence%20by%20Israel." target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato Lenarcic</a>.</p>



<p>A rinforzare la critica di Lenarcic, un <strong>rapporto dell’intelligence Usa uscito a fine febbraio</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;intelligence Usa: le accuse israeliane poco credibili</strong></h2>



<p>Infatti, anche il <a href="https://it.insideover.com/difesa/lintelligence-usa-sgonfia-la-minaccia-iraniana-su-programma-nucleare-e-hamas.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>National Intelligence Council</strong>,</a> organismo che coordina le Agenzie di intelligence degli Stati Uniti, lo scorso febbraio aveva messo<a href="https://www.theguardian.com/world/2024/feb/22/us-intelligence-unrwa-hamas" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> in dubbio il dossier con il quale Israele accusava i dipendenti dell&#8217;Unrwa</a>. Come recitava il rapporto redatto dai funzionari governativi americani, le <strong>accuse</strong> contro alcuni dei dodici dipendenti dell&#8217;Unrwa apparivano <strong>infondate</strong>, mentre quelle contro i rimanenti, sebbene apparissero plausibili, non erano corroborate da prove sufficienti.</p>



<p>La smentita più importante, però, riguardava le accuse che Israele, nella stessa sede, aveva mosso più in generale all’Unrwa. <strong>Tel Aviv,</strong> infatti, non aveva solo accusato alcuni dipendenti, ma aveva aggiunto che l’<strong>Agenzia aveva connessioni più generalizzate con Hamas</strong>. Il National Intelligence Council ha <strong>smentito</strong> seccamente tale ricostruzione.</p>



<p>Inoltre, il rapporto dell’intelligence sottolineava l’<strong>avversione di lunga data </strong>di Israele verso l’Unrwa: Lo riferiva al <a href="https://www.wsj.com/world/middle-east/u-s-finds-claims-that-u-n-aid-agency-staff-took-part-in-hamas-attack-credible-957b747e" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em><strong>Wall Street Journal</strong></em></a> una fonte a conoscenza del dossier: &#8220;C&#8217;è una sezione specifica del rapporto, che menziona come il pregiudizio israeliano serva a descrivere in modo errato molte delle loro valutazioni sull&#8217;Unrwa e dice che questo ha portato a distorsioni&#8221;.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La contraccusa dell’Unrwa: confessioni estorte con la tortura</strong></h2>



<p>Le <strong>accuse</strong> di Israele <strong>hanno fatto collassare i finanziamenti</strong> all’unico organo in grado di gestire il flusso di aiuti verso la popolazione palestinese. Ma, nel corso degli anni, molti sono stati i tentativi di ostacolare il lavoro dell’Unrwa e adesso si parla di <strong>tortura contro i dipendenti catturati a Gaza</strong>. Come ha riferito anche il <a href="https://www.haaretz.com/middle-east-news/2024-03-09/ty-article/unrwa-accuses-israel-of-forcing-agency-staff-to-falsely-admit-hamas-links/0000018e-2083-dbcf-abee-39db85560000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">giornale israeliano </a><em><a href="https://www.haaretz.com/middle-east-news/2024-03-09/ty-article/unrwa-accuses-israel-of-forcing-agency-staff-to-falsely-admit-hamas-links/0000018e-2083-dbcf-abee-39db85560000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Haaretz</a>, </em>i membri dell’agenzia sono stati sottoposti a minacce e coercizione e quindi costretti a rilasciare false dichiarazioni sia contro se stessi che contro la stessa agenzia.&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/un-expert-torture-examines-treatment-palestinian-detainees-2024-03-08/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Secondo la <em>Reuters</em></a>, gli abusi contro i dipendenti catturati dalle forze israeliane sono state condensate in un <strong>documento dell’Unrwa non ancora pubblicato</strong>. Il rapporto risale a febbraio e descrive nel dettaglio i maltrattamenti subiti durante la detenzione israeliana: <strong>percosse fisiche</strong>, <strong>waterboarding</strong> e <strong>minacce di ritorsioni contro familiari</strong>.</p>



<p>Di interesse anche un <a href="https://www.haaretz.com/opinion/editorial/2017-01-25/ty-article/israel-must-stop-the-torture/0000017f-e781-df2c-a1ff-ffd12bcc0000" target="_blank" rel="noreferrer noopener">editoriale di Haaretz del gennaio del 2017 </a>nel quale, stigmatizzando le<strong> torture subite dai palestinesi nelle carceri israeliane</strong>, ammoniva: &#8220;In una democrazia non c&#8217;è posto per la tortura nel corso di un interrogatorio. Produce solo <strong>false connessione e distorsioni della giustizia</strong>&#8220;.</p>



<p>Al di là della questione specifica, <strong>la situazione a Gaza resta drammatica con circa 2 milioni di palestinesi sfollati</strong>, provati di cibo, acqua, carburante e aiuti medici.<strong> Solo l&#8217;Unrwa è in grado di aiutare la popolazione gazawi</strong>, dal momento che gli aiuti americano inviati per via aerea, come deciso all&#8217;ultima ora dall&#8217;amministrazione Biden, sono tragicamente insufficienti.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-capo-dellagenzia-ue-per-i-diritti-umani-israele-non-ha-fornito-prove-delle-accuse-contro-lunrwa.html">Il Capo dell&#8217;Agenzia Ue per i diritti umani: Israele non ha fornito prove delle accuse contro l&#8217;Unrwa</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Hezbollah-Israele: l&#8217;ultimatum fantasma e l&#8217;escalation reale</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/hezbollah-israele-lultimatum-fantasma-e-lescalation-reale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Allegra Filippi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 08:58:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[conflitto israelo-palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[guerra a gaza]]></category>
		<category><![CDATA[hezbollah]]></category>
		<category><![CDATA[marina-militare-usa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Il 12 marzo le forze israeliane hanno colpito una roccaforte di Hezbollah vicino al confine sud con Israele. Questo attacco, con conseguente risposta di Hezbollah, si somma agli altri, innumerevoli, dallo scoppio della guerra contro Hamas, quando Hezbollah si è attivato per sostenere la lotta dell’alleato a Gaza. Uno sviluppo al quale gli Usa avevano &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/hezbollah-israele-lultimatum-fantasma-e-lescalation-reale.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="800" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1.jpg 1200w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2024/03/OVERCOME_20240315095727537_a43c4ba8e00d9ef393df440f8cdba7d1-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></p>
<p>Il 12 marzo le <strong>forze israeliane </strong>hanno colpito una roccaforte di <strong>Hezbollah</strong> vicino al confine sud con Israele. Questo attacco, con conseguente risposta di Hezbollah, si somma agli altri, innumerevoli, dallo scoppio della guerra contro Hamas, quando Hezbollah si è attivato per sostenere la lotta dell’alleato a Gaza. Uno sviluppo al quale gli Usa avevano risposto inviando <strong>due portaerei al largo delle coste libanesi</strong> a supporto dell’ingaggio israeliano. Ma, allo stesso tempo, avevano <strong>frenato un attacco preventivo</strong> delle forze israeliane contro il Libano.</p>



<p>La preoccupazione statunitense, come quella del resto del mondo, è che il conflitto si allarghi. Gli <strong>Usa</strong> hanno fatto capire in ogni modo che non vogliono tale sviluppo. E il segnale più significativo in tal senso è stato il <a href="https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2023/12/31/portaerei-gerald-ford-lascera-mediterraneo-orientale-a-giorni_a4dd12bc-83ef-430d-ace0-330caeb68925.html#:~:text=La%20portaerei%20USS%20Gerald%20Ford,che%20cita%20due%20funzionari%20statunitensi.">ritiro della <strong>Gerald Ford</strong></a>, una delle due portaerei schierate al largo del Libano a inizio guerra, avvenuto lo scorso gennaio, quando il fronte libanese aveva visto un’escalation. Ma la possibilità dell’apertura del nuovo fronte resta.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Il fronte Libanese e le preoccupazioni degli Stati Uniti</strong></h2>



<p>Tale possibilità si è fatta più concreta negli ultimi giorni, quando <strong>Israele</strong> ha condotto un <strong><a href="https://www.reuters.com/world/middle-east/least-one-killed-several-injured-after-israeli-strikes-eastern-lebanon-sources-2024-03-11/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">attacco aereo massivo tra l’11 e il 12 marzo</a></strong>. I jet israeliani hanno preso di mira compound militari e posti di comando di Hezbollah nella zona di <strong>Baalbek</strong>, lasciando sul campo una vittima e molti feriti.</p>



<p>In risposta <strong>Hezbollah</strong> ha lanciato almeno <strong>100 razzi verso le alture del Golan</strong>. L’attacco più massivo dall’inizio della guerra, come annotato dai media libanesi e israeliani.</p>



<p>Sembrava quindi che la situazione stesse precipitando. Ma proprio mentre si registrava tale escalation, gli <strong>Usa</strong> hanno <a href="https://www.stripes.com/branches/navy/2024-03-06/bataan-marines-mediterranean-navy-13225124.html?fbclid=IwAR20UC20b9z_skwwkScfr3P9k9ogdMNv9NEn2GsmzqNKv-MQASFUmjh830s" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>ritirato</strong> <strong>tre portaerei dal Mediterraneo</strong></a>, che torneranno a Norfolk, in Virginia (la Bataan, la Carter Hall e la Mesa Verde). Un disimpegno che fa pensare a un rinnovato segnale verso Israele simile a quella inviato col ritiro della Gerald Ford. Peraltro, tale segnale arrivava in concomitanza della notizia che Israele avrebbe inviato un ultimatum al Libano.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Ultimatum sì, ultimatum no: cosa succederà?</strong></h2>



<p>Un giornale libanese, <strong>al Akhbar</strong>, infatti, aveva lanciato la notizia di un <strong>ultimatum israeliano</strong> diretto a Hezbollah: raggiungere un <strong>accordo entro il 15 marzo</strong> <strong>o sarà guerra</strong>. Secondo al Akhbar, a Hezbollah era stato chiesto di cessare le ostilità e di allontanare i suoi uomini dal confine.</p>



<p>Ma<strong> Israele ha smentito</strong>: <a href="https://www.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/nazioni/2024/03/07/media-israele-nega-lultimatum-sul-libano_3a48ad2d-81be-4688-b82b-f939b380bbba.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">’’La notizia non è vera &#8211; ha detto una fonte israeliana alla radio statale Kan &#8211; non c&#8217;è una dead-line del genere’’.</a>&nbsp;</p>



<p>Resta che il 12 marzo, cioè a ridosso della scadenza dell’ultimatum,<strong> navi da guerra russe, cinesi e iraniane</strong> hanno condotto un’<strong>esercitazione congiunta</strong> al largo delle coste dell’<strong>Oman</strong>. Segnale di deterrenza o meno, la coincidenza temporale interpella.</p>



<p>Ma, anche al di là della veridicità o meno dell’ultimatum,<strong> la tensione rimane altissima</strong>. Le forze israeliane stanno infatti preparando i residenti del Nord del Paese a un eventuale conflitto. Sono stati approntati rifugi nei parcheggi sotterranei e immagazzinati alimenti. Si tratta di un <strong>piano di emergenza</strong> che forse non verrà mai adottato, ma che non lascia tranquilli.</p>



<p>In occasione dell’inizio del Ramadan, il leader di Hezbollah, <strong>Sayyed Hassan Nasrallah</strong>, <a href="https://french.almanar.com.lb/2895037" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ha dichiarato </a>che la <strong>resistenza libanese</strong> sta esercitando una <strong>pressione su Israele</strong> tale che ne scoraggia un attacco contro il Libano. Parole che, unite ai 100 razzi lanciati martedì, appaiono insieme un monito e un messaggio. Peraltro, i 100 razzi lanciati da Hezbollah non avevano lo scopo di distruggere o colpire obiettivi ben precisi. Nessun missile di precisione, solo uno sciame di missili come mai prima: <strong>un</strong> <strong>messaggio</strong>, appunto.</p>



<p><strong>Nessuno tranne Tel Aviv sembra voler aprire il fronte libanese</strong>, ma se ciò avvenisse sarebbe catastrofico. Per il Libano, certo, ma anche per Israele. E potrebbe incendiare l’intera regione (e oltre).</p>
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