In un Paese dove sulla memoria del genocidio si è creato un presente di apparente progresso e democrazia, un uomo solo al comando gestisce un macchinoso sistema di oppressione e oggi verrà rieletto per l’ennesima volta presidente. È il Ruanda del presidente Paul Kagame che, anche grazie al benestare e ai fondi che arrivano dall’Occidente riesce a controllare una nazione intera.
Oggi il Ruanda tiene le sue quarte elezioni presidenziali. Scontato il risultato. La vittoria sarà di Paul Kagame che è al potere dal 1994, ovvero dalla fine del genocidio ruandese, uno dei più atroci della storia umana. A tutte le tornate elettorali, Kagame raggiunge più del 95% dei voti: il suo peggiore risultato nel 2010, il 93% dei voti con un’affluenza dell’88%. Per oggi è difficile immaginare uno scenario diverso.
Da vent’anni il Paese è governato da un solo partito e da un solo uomo. Paul Kagame nasce in Ruanda da una famiglia nobiliare e fugge in Uganda in tenera età per scappare dalle persecuzioni razziali che affliggono la minoranza etnica tutsi. I campi profughi pesano come un macigno sul suo futuro da dittatore. È qui che da rifugiato, apolide e reietto, cresce in lui la rabbia. Negli anni si affilia all’Esercito di Resistenza Nazionale, gruppo ribelle che poi si trasformerà nel Fronte Patriottico Ruandese. Il Fpr nel 1990 attacca il regime ruandese governato dalla maggioranza etnica hutu scatenando una feroce guerra civile che sfocia e termina, per l’appunto col genocidio del 1994, dove rimangono uccisi indiscriminatamente più di 800.000 mila tutsi tra uomini, donne e bambini. Un crimine dei crimini, un genocidio commesso a distanza ravvicinata, tra vicini, sotto il naso di una comunità internazionale colpevolmente passiva.
Da quel momento Paul Kagame è unico e imprescindibile capo di Stato. La sua figura diventa la metamorfosi del Paese stesso che deve rinascere dalle macerie dell’orrore. Sapendo sfruttare il sangue versato e il senso di colpa della comunità internazionale, Kagame attua un piano ben preciso per la rifondazione del Paese. Al centro di tutto il progresso tecnologico e la responsabilità dello Stato nei confronti degli investitori, dei partner e delle istituzioni finanziarie internazionali. La creazione di una giovane “guardia” tecnocratica grazie al ritorno dei rifugiati dalla diaspora lo ha portato a un certo prestigio. Il cambiamento si è tradotto in pochissima corruzione, sicurezza nelle strade e norme severissime, turismo di lusso, istruzione e sanità pubblica e finanza verde. Un modello ipercentralizzato che funziona. Un Paese povero sì, ma con un grande potenziale e un indice di crescita importante. Ma a quale prezzo?
La formula perfetta per una dittatura
Intimidazioni, incarcerazioni, omicidi, sistemi di sorveglianza e repressione dei giornalisti. Questa la formula adottata dal regime di Kagame. Una deriva autoritaria che nemmeno la macchia indelebile del genocidio è riuscito a frenare. Per rimanere ben saldo al potere, il presidente ruandese ha incarcerato e assassinato alcuni dei pesi massimi del Rpf in disaccordo con lui e confinato gli altri pochi partiti in un’opposizione farlocca, per salvaguardare una facciata democratica. L’unico vero partito di opposizione, il Partito Verde Democratico del Ruanda, ha avuto nel 2010 il suo vicepresidente ritrovato morto decapitato in una palude e il suo leader, Frank Habineza, è stato costretto a fuggire in Svezia dopo aver ricevuto minacce di morte
I giornalisti scompaiono o vengono trovati uccisi per le strade della capitale Kigali. Si tratta di Victoire Ingabire, condannata nel 2013 a quindici anni di carcere per “cospirazione per destabilizzare il governo” e per “negazione del genocidio” o di Dieudonné Niyonsenga, giornalista e conduttore di un canale YouTube, conosciuto come Cyuma Hassan, in carcere dal 2021 in gravi condizioni igienico sanitarie, o ancora del giornalista investigativo John Williams Ntwali, trovato morto in circostanze sospette nel 2023. Per monitorare i suoi oppositori, il Ruanda ha potuto contare sul software Pegasus, un programma di spionaggio altamente sofisticato ideato e fabbricato dalla società israeliana NSO Group.
Il controllo del regime si espande a macchia d’olio su tutti gli aspetti del Paese. Il Fpr domina e gestisce la vita dei ruandesi sotto tutti i punti di vista, da quello politico a quello amministrativo fino a quello economico. Le più grandi aziende sono legate allo Stato come la Crystal Ventures che è presente in vari settori come quello della finanza, delle miniere e della produzione agroalimentare. Quello che lo contraddistingue da altri Paesi autoritari è che un dibattito politico esiste ma rimane confinato entro le discussioni che riguardano le strategie per raggiungere lo sviluppo economico. Inoltre c’è un’enorme trasparenza sull’operato di ogni ministero: ogni dipendente pubblico, che sia un ministro o altro, deve rendere conto ogni anno degli obiettivi raggiunti, in caso contrario verrà sostituito. Un sistema che rende possibile il funzionamento della macchina ruandese controllando i suoi dipendenti. Tutti tranne il Presidente che monitora questo sistema dal 2000 senza mai essersi fermato.
Un regime finanziato con i nostri soldi
Un Paese che ha saputo rialzarsi facendo anche leva sul senso di colpa, soprattutto occidentale. Quell’Occidente che adesso non si cura della deriva autoritaria sempre più pressante ma che al contrario, la finanzia. Nel dicembre del 2023 Kagame ha incontrato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen per discutere sul partenariato Ue-Ruanda. L’Ue infatti sta investendo più di 900milioni di euro in Ruanda con il programma di investimenti dell’Europa a livello mondiale, una strategia chiamata Global Gateway. Ma è proprio nell’ambito del Global Gatway che sono venute alla luce le responsabilità di Kigali nei conflitti che colpiscono le popolazioni dell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Il Ruanda sarebbe uno dei protagonisti della corsa ai minerali nella Rdc che sta alimentando da anni sanguinosi conflitti. Alcune organizzazioni si sono appellate all’Ue per sospendere l’accordo multimilionario.
Il Regno Unito di Sunak per primo ha stipulato un controverso accordo con il Paese. Il Rwanda Bill, come è chiamato l’accordo, prevede la deportazione di chiunque sia arrivato illegalmente in Gran Bretagna dopo il 1° gennaio 2022. Un accordo che prevede lo stanziamento di 370milioni di sterline alle casse di Kigali. Londra ha già versato 240milioni e con la vittoria dei laburisti, e il conseguente ritiro dell’accordo, Kigali ha annunciato di non voler restituire il denaro. Secondo le dichiarazione del vice portavoce del governo ruandese Alain Mukuralinda alla televisione di Stato, l’accordo non prevede alcuna restituzione.

