Zhenia e l’acqua: un rifugio dalla guerra
Un tuffo per riemergere: La storia di Zhenia tra guerra e speranza

Riemergere: la storia di Zhenia

Allegra Filippi

Dal 24 febbraio 2022 l’Ucraina è in guerra. Esattamente in quel giorno, le truppe russe hanno invaso il suo territorio, mettendo in scena un conflitto che ha definitivamente cambiato l’ordine mondiale, sconvolgendo il mondo intero. La popolazione è stata costretta a lasciare le proprie case e a fuggire nelle terre limitrofe. In milioni si sono riversati lungo le frontiere europee, quasi un quarto della popolazione totale del Paese. Si stima che, da allora, 6 milioni di ucraini abbiano trovato rifugio nei vari Paesi europei, tra cui l’Italia. 

Come in tutti gli esodi a causa di conflitti, il momento più difficile diventa quello dell’integrazione. I tempi burocratici sono lunghi e inspiegabilmente complicati. Diventa così ordinario passare delle ore negli uffici amministrativi,. La scuola per i bambini e il mercato del lavoro per gli adulti si trasformano in un muro invalicabile e qualcosa di astratto, costringendo alcuni, forse quelli più fragili e più traumatizzati, ad allontanarsi dalla società e a chiudersi nel ricordo della vita che hanno lasciato, della loro identità smarrita. 

È in Italia che Zhenia, abbreviazione di Yevhenii, e sua madre Olga hanno trovato rifugio. Il 15 marzo hanno lasciato Zaporizhzhia alla volta dell’Ucraina occidentale. Si sono ricongiunti con la mamma di Olga, Raissa, che fa la badante per un’anziana signora di Livorno. Sono stati accolti a casa di quest’ultima, che non poteva più sopportare le lacrime di Raissa di fronte alle immagini dei combattimenti e dei tank russi che avanzavano rapidamente.

Si sono arrangiati come potevano, approfittando delle agevolazioni per i rifugiati ucraini e cercando di ricreare quel nucleo familiare interrotto. Così, tra una carezza al gatto e gite fuori porta, riescono a soppesare il macigno che comporta la diaspora. Qui ritrovano, e continuano a sperimentare, quel senso di appartenenza perduto.

Una costante nostalgia che lascia scorrere i giorni senza un reale obiettivo, perché l’unico proposito resta quello di tornare a casa il prima possibile. Si tratta di quel limbo in cui scendono a patti tutti coloro che fuggono. Olga e Zhenia si sono ritrovati in un altro Paese, con usi e costumi diversi. In poche settimane hanno dovuto lasciare una vita che, fino ad allora, sembrava intoccabile, imperturbabile. 

Olga lavorava come responsabile delle vendite di un’azienda che produceva illuminazione industriale, suo marito Vadim, laureato in Medicina, ha praticato per qualche anno la professione di medico per poi aprire una sua azienda che si occupava di redigere progetti di gestione del territorio. La loro vita era piena e felice, l’eco della guerra era lontano, anche se lontanamente presente. In breve tempo si è tutto polverizzato, Olga è dovuta scappare con Zhenia e Vadim è stato reclutato in un organo che si occupa di distribuire medicinali per i militari al fronte.

In fretta e furia hanno preparato i bagagli e si sono allontanati da casa loro a Zaporizhzhia, lasciandosi dietro tutto: gli amici, la scuola, il lavoro. Sono stati catapultati in un’altra realtà, non del tutto affine ai programmi di vita che si erano prefissati, perché mai avrebbero immaginato che le bombe russe potessero arrivare così vicino. Da Zaporizhzhia, Vadim rassicura che la guerra non durerà a lungo, che la vittoria è dietro la porta e che presto torneranno a casa, parole di conforto a cui forse nessuno di loro crede.

Profughi, loro malgrado, ma con la speranza dalla loro parte. La nostalgia li accompagna ogni giorno e raccontano della vita persa. Raccontano delle gite in campagna a casa della nonna, mamma di Vadim, in provincia di Zaporizhzhia, dove coltivavano l’orto e dove Zhenia giocava con la grassa gatta di cui mostra divertito le foto. Oppure raccontano dei parenti e delle loro attività, che adesso sono in sospeso a causa della guerra. Per finire con la descrizione dell’appartamento abbandonato di cui sentono enormemente la mancanza, del lettino di Ikea di Zhenia ritrovato nel negozio in una giornata d’inverno a Pisa. 

Zhenia ha, però, dalla sua parte la sua passione e ragione di vita: il nuoto. La piscina è sempre stata il suo luogo sicuro. E così, una volta arrivato a Livorno, prima di tutto ne ha cercato una in cui potersi allenare, dove poter continuare a essere lo stesso bambino che era a Zaporizhzhia. Ha iniziato a frequentare la piscina comunale di Livorno, dove è stato seguito in modo eccelso. Gli allenatori hanno mostrato pazienza e grande senso di inclusione, tra questi Alessandro, che allena ogni giorno i bambini e riesce a portarli a ottimi risultati, riuscendo a fargli vincere un gran numero di gare disputate. 

Dopo i primi difficili mesi di integrazione e di barriera linguistica con gli altri bambini, Zhenia è diventato parte integrante della squadra degli esordienti. Da subito si è fatto notare per la sua velocità e diligenza, diventando infatti uno dei punti di riferimento. La sua passione la si vede sempre, la racconta non solo a parole ma anche col viso. La guerra e la perdita della propria identità lo accompagnano da quando è arrivato.

I primi segni di trauma si sono manifestati sotto forma di tic nervosi. Visibilmente scosso, arriccia il naso, strizza vigorosamente gli occhi e cammina sulle punte dei piedi, movimento che gli provoca successivamente dolori muscolari. Sul volto si legge il suo disorientamento, la sua paura. C’è però un posto dove tutto questo si arresta, ed è proprio la piscina. Entrando nello spogliatoio riesce a svestirsi di ogni cosa, la paura di non essere incluso, i traumi della separazione da casa sua. Una volta entrato in piscina, una volta inalato il cloro, indossa la sua seconda pelle e tutto si placa. Racconta di come il nuoto lo aiuti a integrarsi.

“È il luogo in cui riesco a sentirmi come a casa”. Qui a Livorno è tutto diverso e Zhenia percepisce un calore che lo rende felice, non più vulnerabile, non più solo. Riesce a comunicare nonostante la carenza linguistica.  Anche la vicinanza al mare lo aiuta. Le estati passate a nuotare per ore nel mare, all’ombra degli occhi vigili di sua mamma, sono la medicina per recuperare la parte di sé che suo malgrado è rimasta in Ucraina. Tutto quello che riguarda l’acqua per Zhenia è fonte di gioia e di distensione. Nuotare lo rigenera e ha la capacità di lasciare poco spazio al ricordo di ciò che ha perduto.

E non conta troppo se gli altri bambini non lo capiscono, se il futuro è incerto, se Trump ha lasciato cadere la causa ucraina e se Putin riuscirà a prendere anche la sua città. Quel che importa è entrare in acqua, sguazzare tra le corsie e dimostrare agli altri, ma anche a se stesso, del suo valore come nuotatore. In piscina diventa un piccolo campione, dimenticando le bombe che cadono sul suo Paese e l’alienazione di trovarsi in un luogo non suo. Il nuoto ha salvato l’innocenza di Zhenia, lo ha fatto restare a galla quando tutto attorno a lui stava crollando. Come si torna alla superficie dopo un’immersione, Zhenia sta riemergendo dall’oscurità della guerra e della diaspora per mezzo della piscina.