La guerra dei dazi tra Cina e Stati Uniti dietro gli incendi in Amazzonia. Il disastro ambientale che sta divorando il polmone del mondo ha cause ben più profonde di quanto vorrebbero far credere alcuni, convinti che l’unico colpevole della catastrofe sia Jair Bolsonaro. Il presidente brasiliano, in passato, ha rilasciato dichiarazioni sprezzanti nei confronti dell’ambiente, e questo non ha certo contribuito a renderlo simpatico agli occhi dell’opinione pubblica. Ma, come dimostrano vari report, il problema della deforestazione amazzonica esiste da decenni, e con la Cina sempre più affamata di prodotti agroalimentari è destinato a crescere sempre di più.

La Cina ha fame di soia

La Cina non ha un ruolo diretto collegabile con le fiamme che stanno distruggendo l’Amazzonia, eppure Pechino non è del tutto esente da colpe. Anzi, è vero il contrario, perché il governo cinese ha praticato una politica economica nociva e sprezzante per la tutela ambientale del Brasile. Qui torniamo alla guerra dei dazi: un anno fa gli Stati Uniti hanno imposto tariffe fino al 25% su 250 miliardi di prodotti made in China, provocando la risposta del Dragone, che a sua volta ha introdotto dazi della stessa percentuale su 110 miliardi di beni statunitensi, compresi i semi di soia. La soia è fondamentale per alimentare gli allevamenti intensivi, a loro volta necessari per sfamare gli uomini del futuro. Il 70% della soia coltivata sulla superficie terrestre si trova nelle Americhe ed è utilizzata per la produzione di mangimi da destinare agli allevamenti. La Cina importa il 60% di semi di soia commercializzati in tutto il mondo, e fino a pochi anni fa lo faceva per lo più rivolgendosi agli Stati Uniti e a vari paesi dell’America Latina. Secondo quanto riferito dall’American Farm Bureau, nel 2018 la Cina ha più che dimezzato le importazioni dei prodotti agricoli americani: tutta colpa della Trade War.

La soia brasiliana sostituisce quella americana

Il problema è che la Cina ha bisogno di soia quindi – ragionano i piani alti di Pechino – se non saranno gli Stati Uniti a rifornire Pechino, sarà qualche altro paese a farlo. Detto, fatto: la domanda agricola cinese si è orientata in modo molto aggressivo verso nuovi soggetti, in particolare il Brasile. Johnny Chi, presidente della società cinese di commodities agricole, Cofco International, posseduta dallo Stato cinese, si è presentato davanti al Congresso agroalimentare brasiliano e non poteva essere più chiaro: “Cofco aumenterà del 5% all’anno, nei prossimi cinque anni, gli acquisti di soia dal Brasile”. La domanda di soia della Cina è troppo alta per il Brasile, i cui fornitori interni non intendono però perdere un’occasione unica per riempirsi le tasche d’oro. Considerando che nel 2016 la Cina aveva importato da Washington quasi 38 milioni di tonnellate di soia, qualcuno – il Brasile – dovrà riempire questo vuoto che nel frattempo è presumibilmente aumentato.

Ottenere nuovi campi dalla foresta amazzonica

Ci sono vari report che avvisano di un pericolo imminente: il Brasile, che dal 2016 ha fornito quasi la metà delle importazioni cinesi di semi di soia e ha le infrastrutture – sempre prodotte da Pechino – per espandere rapidamente la produzione, potrebbe spingere sul pedale dell’acceleratore per produrre ancora più soia da esportare. Per produrre di più, servono nuovi terreni. Molti agricoltori brasiliani, nel tentativo di aumentare la produzione, rubano appezzamenti alla foresta amazzonica deforestando o appiccando incendi. È questa la via più semplice da percorrere per i fornitori, perché praticare un’agricoltura più intensiva è complicato a causa della conformità dei terreni tropicali, poveri di nutrienti. Già diversi mesi fa erano stati lanciati i primi allarmi derivanti dalla crescita della domanda cinese di soia brasiliana; le stime parlavano di 13 milioni di ettari di Amazzonia e Cerrado a rischio distruzione per fare spazio a nuovi terreni coltivabili.

Il Brasile sotto pressione

L’anno scorso il 75% delle importazioni cinesi di semi di soia provenivano dal Brasile. Un dato, questo, che conferma come il paese carioca abbia sostituito quasi del tutto la soia precedentemente acquistata dagli Stati Uniti. Dal 2000 a oggi le importazioni della Cina di materie prime dal Brasile sono aumentate del 2000%, e se la pressione dell’offerta aumenterà ulteriormente, la foresta più grande del mondo rischia di collassare. Un articolo pubblicato su Nature propone alcune soluzioni per evitare il disastro. Intanto Stati Uniti e Cina dovrebbero rimuovere le tariffe sulla soia, evitando così di costringere il Brasile a fare straordinari; in un secondo momento Pechino dovrebbe diversificare i fornitori e non puntare solo sul governo brasiliano. Infine la comunità internazionale dovrebbe incoraggiare il Brasile a rafforzare le tutele ambientali, fin qui troppo sacrificate in nome del profitto. Doveri, per il momento, solo teorici.