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Il 12 marzo le forze israeliane hanno colpito una roccaforte di Hezbollah vicino al confine sud con Israele. Questo attacco, con conseguente risposta di Hezbollah, si somma agli altri, innumerevoli, dallo scoppio della guerra contro Hamas, quando Hezbollah si è attivato per sostenere la lotta dell’alleato a Gaza. Uno sviluppo al quale gli Usa avevano risposto inviando due portaerei al largo delle coste libanesi a supporto dell’ingaggio israeliano. Ma, allo stesso tempo, avevano frenato un attacco preventivo delle forze israeliane contro il Libano.

La preoccupazione statunitense, come quella del resto del mondo, è che il conflitto si allarghi. Gli Usa hanno fatto capire in ogni modo che non vogliono tale sviluppo. E il segnale più significativo in tal senso è stato il ritiro della Gerald Ford, una delle due portaerei schierate al largo del Libano a inizio guerra, avvenuto lo scorso gennaio, quando il fronte libanese aveva visto un’escalation. Ma la possibilità dell’apertura del nuovo fronte resta.

Il fronte Libanese e le preoccupazioni degli Stati Uniti

Tale possibilità si è fatta più concreta negli ultimi giorni, quando Israele ha condotto un attacco aereo massivo tra l’11 e il 12 marzo. I jet israeliani hanno preso di mira compound militari e posti di comando di Hezbollah nella zona di Baalbek, lasciando sul campo una vittima e molti feriti.

In risposta Hezbollah ha lanciato almeno 100 razzi verso le alture del Golan. L’attacco più massivo dall’inizio della guerra, come annotato dai media libanesi e israeliani.

Sembrava quindi che la situazione stesse precipitando. Ma proprio mentre si registrava tale escalation, gli Usa hanno ritirato tre portaerei dal Mediterraneo, che torneranno a Norfolk, in Virginia (la Bataan, la Carter Hall e la Mesa Verde). Un disimpegno che fa pensare a un rinnovato segnale verso Israele simile a quella inviato col ritiro della Gerald Ford. Peraltro, tale segnale arrivava in concomitanza della notizia che Israele avrebbe inviato un ultimatum al Libano.

Ultimatum sì, ultimatum no: cosa succederà?

Un giornale libanese, al Akhbar, infatti, aveva lanciato la notizia di un ultimatum israeliano diretto a Hezbollah: raggiungere un accordo entro il 15 marzo o sarà guerra. Secondo al Akhbar, a Hezbollah era stato chiesto di cessare le ostilità e di allontanare i suoi uomini dal confine.

Ma Israele ha smentito: ’’La notizia non è vera – ha detto una fonte israeliana alla radio statale Kan – non c’è una dead-line del genere’’. 

Resta che il 12 marzo, cioè a ridosso della scadenza dell’ultimatum, navi da guerra russe, cinesi e iraniane hanno condotto un’esercitazione congiunta al largo delle coste dell’Oman. Segnale di deterrenza o meno, la coincidenza temporale interpella.

Ma, anche al di là della veridicità o meno dell’ultimatum, la tensione rimane altissima. Le forze israeliane stanno infatti preparando i residenti del Nord del Paese a un eventuale conflitto. Sono stati approntati rifugi nei parcheggi sotterranei e immagazzinati alimenti. Si tratta di un piano di emergenza che forse non verrà mai adottato, ma che non lascia tranquilli.

In occasione dell’inizio del Ramadan, il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha dichiarato che la resistenza libanese sta esercitando una pressione su Israele tale che ne scoraggia un attacco contro il Libano. Parole che, unite ai 100 razzi lanciati martedì, appaiono insieme un monito e un messaggio. Peraltro, i 100 razzi lanciati da Hezbollah non avevano lo scopo di distruggere o colpire obiettivi ben precisi. Nessun missile di precisione, solo uno sciame di missili come mai prima: un messaggio, appunto.

Nessuno tranne Tel Aviv sembra voler aprire il fronte libanese, ma se ciò avvenisse sarebbe catastrofico. Per il Libano, certo, ma anche per Israele. E potrebbe incendiare l’intera regione (e oltre).

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