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Un collettivo israelo-palestinese ha vinto al festival del cinema La Berlinale con un docufilm che racconta la brutalità degli sfratti israeliani in Cisgiordania. A Masafer Yatta, zona collinare al sud di Hebron, i bulldozer israeliani demoliscono intere abitazioni con i coloni dietro le colline che fremono per poterle occupare una a una.

Il film è stato acclamato dalla critica e dal pubblico portando alla ribalta una tematica che passa in sordina ormai da decenni. Dietro il clamore si è aperta però una voragine di critiche e minacce di morte.

Masafer Yatta: la resistenza non violenta palestinese contro le demolizioni

Masafer Yatta è una regione semidesertica situata nel distretto meridionale di Hebron, in Cisgiordania. Comprende 12 villaggi e migliaia di residenti. Il 4 maggio 2022 la Corte Suprema israeliana aveva respinto i ricorsi dei residenti palestinesi che avevano aperto una lunga battaglia legale per evitare lo sfratto collettivo. È una storia lunga che risale agli anni ’80, quando l’esercito israeliano rivendicò quel territorio come suo per scopi militari, e volendo costruire un grande poligono di tiro dell’esercito. Da quel momento Masafer Yatta è stata presa di mira e resa teatro di sfratti massivi. Dopo aver perso la battaglia legale durata venti anni, la situazione è precipitata. La Corte Suprema ha respinto i ricorsi dei residenti sentenziando così lo sfratto di 1300 persone da otto villaggi, dei quali 500 sono bambini. Si sta infatti assistendo a una delle più grandi espulsioni di massa di palestinesi dal 1967, quando Israele vinse la Guerra dei sei giorni e occupò Cisgiordania, Gaza e Golan iniziando il processo di colonizzazione.

Qui si è creata una forma di resistenza non violenta, formata da attivisti palestinesi e israeliani. Tra questi anche il collettivo di quattro giovani: l’avvocato e giornalista palestinese Basel Adra, il fotografo e agricoltore palestinese Hamdan Ballal, il giornalista israeliano Yuval Abraham e la direttrice della fotografia israeliana Rachel Szor – che hanno dato vita al doc film “No Other Land”.

L’amicizia come lotta

Basel Adra è nato e cresciuto Masafer Yatta e vive il processo di pulizia etnica da quando era bambino. Insieme alla sua famiglia e ai suoi vicini, registra tutto quello che succede nei villaggi in questione, procurando un enorme archivio di video girati nel corso di 20 anni. Registra la graduale, lenta e inesorabile distruzione della sua terra, la violenza dei soldati israeliani che con i loro bulldozer demoliscono casa e sfrattano con la forza gli abitanti. Un processo lungo di disumanizzazione e privazioni volto ad allontanare gli abitanti della circoscrizione in qualsiasi modo.

Alcuni attivisti israeliani sono accorsi in aiuto della popolazioni di Masafer Yatta, tra i quali Yuval Abraham e Rachel Szor. Yuval inizia a scrive articoli di denuncia e filma ininterrottamente. In cinque anni tra Yuval e Basel nasce una forte amicizia scandita dalle riprese e la lotta non violenta contro i soldati israeliani e i coloni. Da qui la creazione del film “No Other Land”, un doc film che unisce la documentazione di archivio di Basel e il lavoro degli attivisti.

Il documentario si apre con l’arresto del padre di Basel, quando i soldati israeliani hanno fatto irruzione a casa loro. Le demolizioni sono visibili da subito, accompagnate dalle urla disperate dei palestinesi che vedono la propria casa distrutta. Il film si snoda attraverso il rapporto tra Basel e Yuval, divisi solo dalla loro identità. L’israeliano libero di muoversi e il palestinese completamente confinato. L’amicizia così come le profonde differenze, sono le protagoniste del film che si interroga sull’inesorabile destino dei palestinesi costretti a vivere in un regime di apartheid, privati di ogni diritto, pure quello alla sopravvivenza. Durante il corso delle riprese Basel è stato picchiato e arrestato dalle forze israeliane che sono entrare in casa sua due volte per confiscargli telecamere e computer.

Il film è stato accolto dalla critica in un momento cruciale e disperato come quello a cui assistiamo da cinque mesi. Il terribile attacco di Hamas del 7 ottobre e la scellerata risposta di Israele a Gaza che hanno fatto da eco tra le colline aride di Masafer Yatta.

Il successo alla Berlinale e le accuse di antisemitismo

Il film è arrivato fino alla 74esima edizione della Berlinale, Festival internazionale del cinema di Berlino, dove ha vinto come miglior documentario. Il docu film è stato apprezzato da critici e pubblico che ha applaudito l’annuncio della vittoria. Sul palco Yuval e Basel hanno ringraziato e hanno ricordato il messaggio del documentario. In particolare Yuval ha detto “io e Basel abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo uguali. Io vivo sotto una legge civile e Basel sotto una legge militare. Viviamo a 30 minuti l’uno dall’altro, io ho diritto di voto e Basel no. Sono libero di muovermi liberamente dove voglio mentre Basel, come milioni di palestinesi, è confinato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid tra di noi è disuguaglianza. Deve finire”. Un discorso che sapeva avrebbe fatto scalpore e avrebbe avuto conseguenze.

Lo stesso governo tedesco ha preso le distanze affermando che ogni intervento non può prescindere dalle ragioni di questo nuovo conflitto, ovvero l’attacco di Hamas del 7 ottobre. Anche il sindaco di Berlino dello stesso avviso dichiarando in un tweet che “l’antisemitismo non ha posto a Berlino, e questo vale anche per la scena artistica”. La Ministra della Cultura tedesca, Claudia Roth ha espresso preoccupanti considerazioni, annunciando un’indagine “per capire se il festival ha fatto abbastanza per essere uno spazio di dialogo”. La Germania ha applicato rigide restrizioni contro ogni forma di protesta contro la guerra a Gaza. Sono vietate le manifestazioni e la bandiera palestinese. Per primo il cancelliere Olaf Scholz ha mostrato sin da subito una posizione abbastanza timida nei confronti di Tel Aviv non condannando quasi mai gli attacchi sulla popolazione civile palestinese e utilizzando la carta dell’antisemitismo più volte, rievocando il tragico passato nazista.

Le critiche più aspre e violente sono arrivate da Israele. Il discorso di Yuval Abraham è stato tagliato e trasmesso sul canale 11 di Israele che lo ha definito fortemente antisemita. Da quel momento il regista e la sua famiglia hanno ricevuto minacce di morte.

Ne scrive direttamente sul suo profilo Instagram: “Ieri una folla di estremisti israeliani di destra si è recata a casa della mia famiglia per cercarmi, l’hanno minacciata ed è stata costretta a lasciare la città nel cuore della notte. Ho ricevuto continue minacce di morte e ho dovuto cancellare il mio volo di ritorno. Poiché la maggior parte della mia famiglia è stata assassinata dai tedeschi durante l’Olocausto, trovo particolare indignante che i politici tedeschi nel 2024 abbiano l’audacia di usare questo termine come arma contro di me, mettendo in pericolo la mia famiglia.”

Se tutto è antisemita, la parola perde il suo significato“, ha aggiunto Abraham riferendosi ai commenti degli esponenti tedeschi.

Il film, così come la valanga di critiche ricevute, ci pongono inevitabilmente un interrogativo: perché è così difficile parlare della causa palestinese senza essere accusati di antisemitismo? L’uso, e di questi tempi, l’abuso di questa parola rischia di trasformarsi in uno strumento di censura, mettendo a tacere qualsiasi critica nei confronti della politica israeliana. Tale narrativa censoria interpreta così la resistenza palestinese come antisemita.

Come dice lo stesso Yuval: “Lo spaventoso uso improprio di questa parola, non solo mette a tacere le critiche palestinesi, ma anche gli israeliani come me”.

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