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L’intelligence Usa non ritiene che l’Iran stia sviluppando un programma atomico capace di portarlo in tempi brevi alla creazione di un ordigno funzionante e non vede la lunga mano di Teheran dietro gli attacchi del 7 ottobre di Hamas in Israele. Parola dell’organo di coordinamento dell’intelligence Usa, l’Office of the Director of National Intelligence presieduto da Avril Haines, membro dell’amministrazione di Joe Biden.

L’Odni coordina le diciassette agenzie di spionaggio americane, dalla celeberrima Cia all’Nsa, passando per le agenzie che si occupano di rilevamento spaziale, il ramo d’intelligence dell’Fbi e i servizi segreti militari. Svolge, in scala moltiplicata e con raggio ben più ampio, quello che in Italia è il compito del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri: creare un raccordo tra decisori politici e agenzie, compensare interessi e obiettivi, declinare le informazioni in linee guida per gestire scenari complessi suggerite alle istituzioni e le strategie politiche in priorità operative per i servizi. Un ruolo decisivo, che si sostanzia nell’Annual Threat Assessment, un documento rinnovato anno dopo anno in cui l’Odni rende edotta l’opinione pubblica delle priorità securitarie per gli Stati Uniti e il loro sistema di alleanze.

Il documento per l’anno 2024 pubblicato nella giornata dell’11 marzo si concentra, chiaramente, sulla sfida di Cina e Russia ma sembra essere attento a non inserire l’Iran nella scala dei rivali maggiormente attenzionati dall’amministrazione Biden.

Nel documento liberamente consultabile sulla Repubblica Islamica la posizione è chiara: competizione senza allarmismo. Un messaggio dell’amministrazione di Joe Biden ai falchi di Teheran ma anche, se non soprattutto, a chi come il governo israeliano di Benjamin Netanyahu vede o suppone la longa manus persiana dietro gli attacchi del 7 ottobre e da tempo conduce una “guerra-ombra” contro l’Iran. Giustificando con la minaccia nucleare in potenza l’idea del confronto muscolare con la Repubblica Islamica.

L’intelligence Usa sembra vederla diversamente. A pagina 19 si legge chiaramente la visione, realista, dell’intelligence sul caso del nucleare iraniano: “L’Iran non sta attualmente intraprendendo le principali attività di sviluppo di armi nucleari necessarie per produrre un dispositivo nucleare testabile”, dice testualmente il rapporto. Aggiungendo che la sfida nucleare dell’Iran è legata alla necessità di valorizzare il potenziale negoziale del Paese in prospettiva di un rilancio dei negoziati sull’accordo nucleare fatto tramontare da Donald Trump.

Per l’intelligence Usa la proiezione iraniana si manifesta in altri modi: “Le operazioni di guerra non convenzionale dell’Iran e la rete di partner militanti e delegati consentono a Teheran di perseguire e mantenere i propri interessi con profondità strategica senza muoversi in prima persona”. Una linea operativa accettata dagli Usa quando hanno, nelle scorse settimane, colpito le milizie sciite in Iraq in risposta ad attacchi contro le basi militari in Giordania. Accettando di fatto le linee rosse di Teheran.

Tra questi proxy, però, l’Odni ricorda non esserci l’Iran. “I leader iraniani non hanno orchestrato né erano a conoscenza” dell’attacco di Hamas del 7 ottobre”, dice il documento a pagina 25, in un certo senso negando quanto il 28 ottobre Benjamin Netanyahu aveva affermato sul rapporto Iran-Hamas: “l’Iran sostiene Hamas, fornisce oltre il 90% del budget di Hamas. Finanzia, organizza, dirige, guida le sue operazioni”, aveva dichiarato il premier israeliano in conferenza stampa. Una presa di posizione, quella dell’intelligence Usa, che sembra orchestrata a quel realismo strategico a cui da tempo la Haines e altri direttori d’agenzia come William Burns, a capo della Cia, la stanno conducendo. Capire il mondo significa evitare colpi di testa come collegare le minacce a un’unica moltiplicazione di fattori o applicare logiche lineari che in passato hanno fuorviato gli Usa e fuorviano oggi la lettura di Tel Aviv sui conflitti mediorientali.

Una chiosa finale, a proposito di Netanyahu. Il documento ricorda che “la sfiducia nella capacità di Netanyahu di governare si è approfondita e ampliata tra l’opinione pubblica israeliana. Era già a livelli elevati prima della guerra, e ci aspettiamo grandi proteste che chiedono le sue dimissioni e nuove elezioni”, dice il documento. “Un governo diverso e più moderato è una possibilità”, aggiunge sibillina la comunità dell’intelligence. Ogni riferimento alla recente visita di Benny Gantz, prossimo premier in pectore dello Stato ebraico nei desideri di Washington, appare più che casuale…

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