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Grazie all’Ong britannica Earthsight sappiamo come i giganti del fast fashion utilizzino cotone “sporco” per produrre i vestiti. Gli stessi vestiti che in Occidente ingurgitiamo alla velocità della luce perché a basso costo. Il cotone usato dalle grandi catene di fast fashion ha origini drammatiche. Arriva direttamente dal Cerrado, una zona del Brasile a Nord della capitale ricca di biodiversità, che è soggetta a una massiccia deforestazione e all’allontanamento delle popolazioni autoctone. Earthsight dopo un lavoro di inchiesta durato un anno, durante il quale ha analizzato registri di spedizione, elenchi dei fornitori e molto altro, è riuscita a ricostruire la rete delle filiera del cotone individuando i responsabili di un mercato che inquina e abusa dei diritti dei lavoratori.

L’inchiesta mette alla luce il circolo senza fine di un materiale che parte dal Brasile, passerebbe dall’Asia e arriva nei negozi occidentali, pronto per essere acquistato a prezzi esigui. Niente di nuovo certo, da anni siamo a conoscenza del fenomeno, questa però è un’inchiesta importantissima che svela l’infinito ciclo produttivo della moda del fast fashion e dell’enorme costo ambientale e umano che ne deriva. 

L’inchiesta

L’Ong che si è occupata del caso è la Earthsight, un’organizzazione no-profit britannica specializzata in inchieste e indagini di denuncia di crimini ambientali e sociali. I risultati delle ricerche di Earthsight sono stati oggetto di grande attenzione e hanno portato a cambiamenti nelle politiche di governi, aziende e istituzioni finanziarie. Le aziende coinvolte sono numerose e vanno dalla produzione alla lavorazione fino alla vendita. Il cotone prodotto dalle due più grandi e importanti imprese agricole brasiliane, SLC Agrícola e da Horita Group, non viene venduto direttamente ai gruppi di abbigliamento bensì ad aziende manifatturiere in Asia. Earthsight ha individuato l’azienda indonesiana PT Kahatex, il gruppo bengalese Jamuna Group e il pachistano Interloop. Dall’Indonesia sono stati venduti pantaloni, calzini e pantaloncini, dal Bangladesh jeans e altri prodotti denim e dal gruppo pachistano calzini di cotone. Tutti questi prodotti sono finiti nei negozi degli Stati Uniti e di tutti i Paesi europei, tra i quali l’Italia. Sarebbero 816mila le tonnellate individuate da Earthsight coltivate nel Cerrado e rivendute a una decina di aziende asiatiche. Queste, tra il 2014 e il 2023 avrebbero prodotto più di 250milioni di prodotti per i brand che tutti noi acquistiamo abitualmente. C’è però un’aggravante. I prodotti citati avrebbero avuto la certificazione di Better Cotton (Bc), gruppo di governance senza scopo di lucro impegnato a garantire e promuovere una produzione di cotone nel rispetto dell’ambiente e delle condizioni dei lavoratori. Better Cotton rappresenta a oggi il 22% della produzione globale di cotone. Il percorso della lavorazione del cotone però è complesso da tracciare. 

Il percorso del cotone e le falle della filiera

Per essere sicure di adottare un processo etico e sostenibile, gran parte delle aziende  di tutto il mondo si rivolgono a Better Cotton. Nelle sue policy BC dichiara di lavorare a stretto contatto con i coltivatori di cotone rispettando tutti gli standard ambientali e lavorativi.  Seguire la filiera del cotone però non è affatto semplice, sia per la dimensione globale della filiera sia per la diversità degli standard condivisi tra i Paesi produttori. 

Gli step sono numerosi e altrettanto numerose sono le vie nel quale si perde la tracciabilità. Il cotone viene coltivato e raccolto, dopodiché viene venduto al commerciante che lo acquista come grezzo e spesso lo mescola o lo sostituisce con altro cotone. Il cotone grezzo viene poi trasferito in impianti per estrarre i semi che poi vengono puliti, ne vengono estratte le fibre che vengono trasformate in filo. Le bobine di filo poi vengono acquistate dal commerciante che le fornisce alle fabbriche che producono tessuto. Un processo lungo che vede nelle sue numerose fasi il mescolarsi del cotone grezzo con altro cotone, rendendone quasi impossibile la tracciabilità

Ecco che il sistema di monitoraggio di Better Cotton non può essere sufficiente e mostra molte zone grigie. La certificazione BC non assicura al 100% un prodotto fabbricato con cotone totalmente biologico poiché il sistema di monitoraggio non è del tutto funzionale. L’inchiesta di Earthsight pone inevitabilmente molti quesiti rispetto a un sistema che necessiterebbe di un processo decisamente diverso non solo per rispettare l’ambiente ma la vita dei lavoratori del settore e delle aree del mondo sfruttate da questo circolo vizioso.

La deforestazione che mette in ginocchio il Brasile

Oltre alla mancata trasparenza sulle materie usate, l’inchiesta si è concentrata sullo sfruttamento del territorio che ha portato alla deforestazione di enormi aree di foresta. I gruppi SLC Agrícola e Horita Group sono le più grandi e le più ricche aziende agricole del Brasile e dispongono di immense aree. SLC dispone di 440 chilometri quadrati di piantagioni di cotone, mentre Horita di 1400 chilometri quadrati spalmati in tutto il Paese. 

Nell’inchiesta pubblicata sul suo sito, Earthsight accusa le due aziende di avere una storia torbida quando si parla di deforestazione illegale e infrazioni ambientali. Già nel 2014  l’Agenzia per l’ambiente di Bahia ha rilevato 25.153 ettari di deforestazione illegale nelle aziende agricole di Horita a Estrondo e qualche anno dopo non era riuscita a ricevere dalla stessa azienda i documenti per i permessi della deforestazione di 11.000 ettari avvenuta tra il 2010 e il 2018. Horita è stata multata molte volte. SLC ha un curriculum altrettanto preoccupante. L’azienda è stata accusata di aver deforestato 1.300 ettari di vegetazione a Palmares nel 2022.

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