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	<title>Luca Fortis Archives - InsideOver</title>
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	<title>Luca Fortis Archives - InsideOver</title>
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		<title>Libano, Tracy Chamoun scende in campo</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/libano-tracy-chamoun-scende-in-campo.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Oct 2021 07:53:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="681" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1-768x511.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Il Libano è in una crisi politica e sociale sempre più profonda e nonostante la formazione del nuovo governo, composto da tecnici vicini ai vecchi partiti politici, non sarà affatto facile uscirne. Per comprendere cosa sta accadendo abbiamo intervistato Tracy Chamoun ex diplomatico e politico libanese. Tracy è la nipote dell&#8217;ex presidente del Libano, Camille Chamoun. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/libano-tracy-chamoun-scende-in-campo.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="681" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1.jpeg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1-300x200.jpeg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2021/10/WhatsApp-Image-2021-10-09-at-11.59.40-1-768x511.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p><p>Il Libano è in una crisi politica e sociale sempre più profonda e nonostante la formazione del nuovo governo, composto da tecnici vicini ai vecchi partiti politici, non sarà affatto facile uscirne. Per comprendere cosa sta accadendo abbiamo intervistato Tracy Chamoun ex diplomatico e politico libanese. Tracy è la nipote dell&#8217;ex presidente del Libano, Camille Chamoun. Suo padre era un politico e fu assassinato nel 1990 con sua moglie e i due fratelli di Tracy, che all&#8217;epoca avevano 5 e 7 anni. Fu uno dei crimini più brutali associati alla guerra civile libanese. Tracy Chamoun è una politica libanese e attivista per la pace. È stata fondatrice e prima presidente del Partito Liberal Democratico libanese (LDP) dal 2012 al 2016. Tracy è la prima donna fondatrice nella storia di un partito politico arabo. È un&#8217;attivista per la pace e sostiene il dialogo e i principi della risoluzione non violenta dei conflitti. Come tale, è una sostenitrice dell&#8217;apertura verso tutti i gruppi politici al fine di costruire consenso e combattere la sfiducia tra le fazioni. Chamoun sta portando avanti, in vista delle prossime elezioni parlamentari, una battaglia a favore del voto di coscienza, slegato dal sistema clientelare e affaristico libanese e intende candidarsi alle prossime elezioni presidenziali.</p>
<p><strong>Cosa sta accadendo in Libano?</strong></p>
<p>I vecchi partiti corrotti hanno creato nuove formule per rimanere al potere e continuare ad approfittare del sistema. Questo grazie al fatto che mancano veri leader tra i movimenti della società civile che hanno portato avanti la rivoluzione degli ultimi anni. In una prima fase avevano tentato di cambiare qualcosa in apparenza, per far in modo che in realtà non cambiasse nulla. Per esempio avevano messo qualche donna in alcuni ministeri. Ma ora hanno rinunciato pure all’apparenza e stanno attaccati al loro potere.</p>
<p><strong>I nuovi movimenti che speranze hanno di cambiare la politica libanese?</strong></p>
<p>Riuscire a portare avanti una transizione tra il vecchio sistema e uno nuovo non sarà affatto semplice. Il problema è che la maggior parte dei rivoluzionari sono professionisti che non hanno saputo trasformarsi in leader politici e questo, in un sistema come quello libanese, non è un problema da poco. Infatti, solo le città sono figlie di una cultura liberale, ma i paesi e le campagne sono figlie di un sistema tradizionale, ancora clientelare, in cui si comprano voti in cambio di lavoro e altri benefit. I gruppi della società civile pensano di potere cambiare il sistema attraverso le prossime elezioni parlamentari, ma per sconfiggere un sistema del genere serve molto radicamento sul territorio ed essere conosciuti. Alle ultime elezioni parlamentari vi sono stati tantissimi candidati nuovi, ma non li conosceva nessuno e l’unica parlamentare indipendente eletta è stata la giornalista Paula Yacoubian perché era un volto conosciuto. I rivoluzionari hanno quindi un grande svantaggio. L’unica cosa che è veramente cambiata e che potrebbe giocare a vantaggio dei rivoluzionari e dei nuovi partiti politici, è la grande rabbia sociale dovuta alla crisi drammatica che il paese sta vivendo. Sarà soprattutto nella comunità cristiana che ci saranno forti spinte a favore di nuovi partiti, ma se la giocheranno con il vecchio partito delle Forze Libanesi che probabilmente avrà molti voti. Tra i sunniti si vede una certa voglia di cambiamento a Tripoli e a Saida, ma sarà molto più difficile tra l’elettorato sciita. Perché è una comunità gestita tra Amal e Hezbollah e avere candidati indipendenti che si candidino e possano vincere in una comunità controllata in modo perfino più clientelare delle altre sarà molto difficile.</p>
<p><strong>Vi sono politici della vecchia guardia che potrebbero allearsi con le forze che chiedono il cambiamento?</strong></p>
<p>Alcuni politici del vecchio mondo e che ne sono usciti in tempo, potrebbero dare una mano ai nuovi movimenti, facendo da traino nei collegi fuori dalle grandi città. Alcuni movimenti nati dalla rivoluzione stanno pensando a inserirne alcuni come capi lista.</p>
<p><strong>Il Libano è starò sempre considerato un paese benestante, è ancora così?</strong></p>
<p>Non sono d’accordo con chi dice che il Libano sia un paese ricco, la ricchezza è apparente, vi sono moltissimi poveri, l’industria non è molto sviluppata, l’agricoltura è molto arretrata, importiamo quasi tutto, abbiamo perso il porto di Beirut a seguito dell’esplosione. Basti poi pensare agli accordi che Israele ha raggiunto con gli Emirati e altri paesi della regione, per capire la debolezza economica del Libano in confronto ad altre nazioni. Non abbiamo risorse naturali, eccetto per il gas e il petrolio, che però non sono ancora sfruttati. La ricchezza del paese è quindi un mito e ora lo si vede chiaramente. Tutti hanno perso i soldi, congelati dalle banche. È chiaro che non vi è alcuno sforzo del governo per trovare, dopo un anno e mezzo, un accordo con le istituzioni internazionali per risolvere il problema. In più manca ormai l’elettricità per molte ore al giorno a causa della politica scellerata dei politici che non hanno mai sviluppato il settore dell’energia elettrica e hanno sempre favorito piccoli interessi di parte. Manca la benzina perché non abbiamo più dollari per comprarla e le multinazionali non accettano pagamenti in lire libanesi che non hanno più alcun valore nei mercati internazionali. Siamo in balìa di tante piccole mafie che si sono appropriate dello stato. Stato che ha deciso di lasciarli spazio. Anche la pubblica amministrazione è completamente inefficiente, i dipendenti sono assunti solo per motivi clientelari. Oggi non ci sono più nemmeno i soldi per pagare i loro stipendi o per intraprendere qualunque progetto. Ormai lo stato è allo sbando più totale.</p>
<p><strong>Che riforme si potrebbero fare?</strong></p>
<p>Ci sono tantissime piccole riforme costituzionali e non, che si potrebbero fare. Per esempio si potrebbe creare un Senato eletto su basi confessionali e un Parlamento eletto senza alcuna restrizione. C’è molta volontà nel paese di smontare la cultura del capo clan legato alle comunità religiose. Oggi c’è molta voglia di non aver più paura delle differenze, ma di celebrarle perché sono una ricchezza del Libano che non impedisce affatto di cercare dei punti in comune su cui ricostruire lo Stato. Per esempio l’efficienza della pubblica amministrazione, una buona capacità di dare servizi pubblici o di attrarre investimenti internazionali. Qualunque cittadino libanese sarebbe felicissimo di avere uno stato che gli dia servizi e lo protegga. Se questo stato ci fosse non avrebbero più bisogno della protezione di un capo clan. La paura dell’altro è l’arma che questi capi clan utilizzano per mette benzina al motore del sistema settario. In più, paesi come l’Iran giocano una partita geopolitica armando Hezbollah, ma questo non deve essere utilizzato come scusa per non fermare la corruzione, il disfacimento dello Stato, la povertà, gli scandali. Si può iniziare da qui, in attesa di risolvere i conflitti geopolitici regionali.</p>
<p><strong>Il fattore religioso è superato o rimane divisivo?</strong></p>
<p>Molte delle divisioni religiose sono istigate per creare crisi geopolitiche utili a varie potenze regionali e internazionali o a politici di turno, servono per fratturare la società. Basti pensare a quello che è avvenuto in Siria. Molti temevano che il Libano potesse precipitare anch’esso in guerra. Ma per fortuna allo scoppiare della guerra civile siriana c’era ancora una forte memoria collettiva della guerra civile libanese e questo ha impedito al paese di essere trascinato nel caos dei paesi confinanti. Noi libanesi di terza generazione abbiamo ormai un’identità, un vissuto comune che ci rende libanesi al di là della religione, anche se i politici fanno di tutto di per non farcelo credere.</p>
<p><strong>Bisogna creare un nuovo pensiero politico?</strong></p>
<p>Non serve nemmeno creare nuove ideologie o filosofie politiche per salvare il paese, basterebbe una politica delle piccole cose, una politica che renda presente ed efficiente lo Stato, una politica che protegga i suoi cittadini. Bisogna garantire i diritti di cittadinanza e la competenza. Anche con Hezbollah, bisogna avere posizioni forti, chiarendo che non deve trascinare il paese in conflitti con o nei paesi confinanti e che deve rispettare la volontà di pace dei libanesi. Se accetta questo, io non ho alcun problema a parlare con i suoi dirigenti. Soprattutto bisogna parlare con i cittadini di religione sciita, che considero una parte fondamentale del paese, come tutte le altre comunità. Hezbollah deve però evitare di prendere in modo isolato posizioni che possano mettere in pericolo l’esistenza stessa dello Stato.  Dopo la guerra civile siamo rimasti prigionieri dei signori della guerra che hanno monopolizzato anche la politica del dopo guerra, ora però il sistema si è decomposto. Probabilmente è una fase necessaria perché la situazione possa cambiare. Non sono né ottimista né pessimista, vivo di giorno in giorno.</p>
<p><strong>Quali sono le prime riforme che farebbe?</strong></p>
<p>Principalmente bisogna uscire da questa tremenda crisi economica e finanziaria, bisogna avere una strategia di salvezza e difesa nazionale. Una strategia contro la povertà, di rinascita economica, di politica estera. Il rilancio dell’economia, attraverso l’apertura del paese agli investimenti stranieri e grazie al ritorno della fiducia internazionale verso il Libano, è la prima sfida da vincere. Poi servono riforme costituzionali, non serve riformare tutto in modo radicale, bastano piccole riforme per rimettere in moto il motore del paese. Bisogna per esempio evitare i periodi di vuoto di potere, situazione che paralizza la politica libanese da sempre o che il parlamento possa allungare il suo mandato oltre la scadenza. I problemi sono grandi ma noti e quindi vanno solo risolti. Non servono riforme radicali, ma semplicemente implementare in modo efficiente quello che si decide, evitando che interessi oscuri blocchino tutto attraverso un esteso sistema di corruzione e di clientelarismo.</p>
<p><strong>Il vecchio sistema politico e clientelare lo permetterà?</strong></p>
<p>Ci sono persone dei vecchi partiti e del vecchio sistema che hanno capito che il vento è cambiato. Credo che alcuni di loro siano pronti a lasciare il potere se glielo si fa capire in modo rispettoso ma netto e franco. Anche se non sarà affatto semplice farlo capire all’intero vecchio sistema di potere, si tratta di una partita aperta.</p>
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		<title>L&#8217;incubo senza fine deI Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/lincubo-senza-fine-dei-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Oct 2021 14:25:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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<p>Le auto si susseguono una dopo l’altra, sembrano quasi formare un domino dalle misteriose geometrie. Qualcuno addirittura legge un libro per ingannare l’attesa, molti guardano il cellulare o parlano al telefono. Le file per far rifornimento possono raggiungere qualche chilometro. Arrivati alla pompa di benzina, soldati dell’esercito pattugliano, armati di Kalashnikov, che non scoppino risse &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/lincubo-senza-fine-dei-libano.html">[...]</a></p>
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<p>Da quando nel paese non vi è più la doppia circolazione <strong>dollari</strong> e lire libanesi e da quando il <strong>Libano</strong> è andato in <strong>bancarotta</strong> e i soldi nelle banche sono stati congelati, i dollari scarseggiano e senza di essi è difficile comprare molti dei beni importanti. La moneta libanese è talmente inflazionata che non viene infatti accettata quasi più da nessuna delle multinazionali che importano beni nel paese, beni come medicine o appunto la benzina. La mancanza di <strong>benzina</strong> ha creato danni collaterali enormi. Non è infatti solamente il settore dei trasporti ad essere paralizzato per assenza di carburante. Il risultato più evidente di tale penuria è l’assenza di <strong>elettricità</strong> per molte ore al giorno. In Libano, infatti si brucia ancora petrolio per produrla.</p>
<h2>Gli errori della politica</h2>
<p>Non solo, da anni Eléctricité du Liban, non riesce a garantire più di poche ore al giorno di corrente elettrica e tutti si sono affidati ai generatori privati che riforniscono i quartieri di elettricità. Una vera lobby che sono in parte responsabili dei mancati investimenti nel settore. La politica infatti, legata a rapporti clientelari di ogni tipo, non ha, dal dopo guerra in poi, investito in nessuno dei settori tipici di uno Stato. Non vi sono ferrovie, traghetti e la rete nazionale non riesce a garantire che poche ore di elettricità. Così facendo i politici hanno permesso alle loro clientele di riempire, in modo estremamente costoso e deleterio, il gap dovuto all’assenza dello Stato. Il denaro speso dalla Repubblica dei Cedri per alimentare questo sistema del tutto inefficiente e corrotto è responsabile di una parte consistente del debito pubblico libanese e della conseguente bancarotta. Con questi soldi si sarebbe potuto tranquillamente costruire una rete elettrica nazionale efficiente e anche impianti elettrici da fonti rinnovabili.</p>
<p><strong>Eléctricité du Liban</strong> è ormai talmente indebitata da non essere più considerata solvente dai fornitori di petrolio. I politici libanesi, in primis l’ex ministro degli Esteri e genero del Presidente della Repubblica Aoun, <strong>Gebran Bassil,</strong> sono considerati i veri responsabili di questo spreco immenso di soldi pubblici per finanziare un sistema elettrico ormai del tutto decotto. In particolare Bassil, quando era ministro dell’Energia, aveva presentato un piano per ridurre tutti gli sprechi e rimettere in carreggiata la rete elettrica entro il 2014 e renderla addirittura un settore che avrebbe generato profitti entro il 2015. Il totale fallimento del suo piano lo hanno reso uno dei politici più detestati del paese. L’unica parte del piano che è stata davvero implementata, è stato quella di far arrivare delle navi turche che producono elettricità, anch’esse da pagare in dollari. Questo spreco di dollari per bruciare benzina per produrre elettricità, in un paese ricco di sole e senza dollari a seguito della bancarotta di due anni fa, ha creato il mix esplosivo che ha portato alla situazione attuale.</p>
<p>Quando <strong>Hezbollah</strong> e l’ex Primo Ministro sunnita, <strong>Hassan Diab</strong> hanno creato il primo governo libanese non di unità nazionale e che non coinvolgeva più i partiti filo sauditi e occidentali, la comunità internazionale ha smesso di sovvenzionare l’economia libanese a forza di prestiti che rispondevano ad interessi geopolitici e non richiedevano di riformare il sistema corrotto. Quando il vento è cambiato e l’interesse non era di certo finanziare un governo controllato principalmente da Hezbollah, l’economia libanese è crollata come un castello costruito senza alcuna fondamenta. Di colpo ci si è accorti che il paese viveva da anni al disopra le sue reali possibilità solamente perché pompato di prestiti per motivi geopolitici. Prestiti che erano necessari perché il sistema era completamente inefficiente e in mano a gruppi politici corrotti, di fatto vecchi gruppi armati della guerra civile libanese. Fino a quando i dollari continuavano ad affluire, nessun gruppo di potere ha voluto cambiare alcunché. Quando tutto è crollato, e la verità è stata evidente agli occhi di tutti, il sistema bancario ha congelato i fondi dei privati cittadini per evitare che anche la ricchezza privata lasciasse il paese.</p>
<h2>Le incognite in vista del voto</h2>
<p>La gente a quel punto si è ritrovata con i propri soldi congelati, con il frigo senza elettricità e senza benzina. Questa rabbia ha creato le manifestazioni di massa degli ultimi anni, manifestazioni a cui Hezbollah ha messo fine mandando per strada gente che ha minacciato i manifestanti. Se questo metodo brutale ha posto fine alle manifestazioni, il governo di Hassan Diab non è però sopravvissuto alla drammatica <a href="https://it.insideover.com/politica/la-crisi-politica-del-libano-ad-un-anno-dallesplosione-di-beirut.html">esplosione del <strong>nitrato di ammonio</strong> stoccato nel porto di <strong>Beirut</strong></a>, probabilmente da Hezbollah. Non ci sarà mai una verità giudiziaria, perché gli attuali partiti politici libanesi non hanno alcun interesse a scoprire la verità. Il governo però è caduto di fronte alla rabbia popolare seguita alla distruzione o danneggiamento di interi quartieri cristiani del centro storico di Beirut e sotto la pressione internazionale. Dopo uno stallo politico lungo un anno, è nato un nuovo governo di unità nazionale che vede coinvolti, oltre che il fronte di Hezbollah e del Presidente cristiano Aoun, di nuovo anche i partiti filo occidentali e sauditi.</p>
<p>Ma si tratta per ora di pura ingegneria geopolitica, perché tutti questi partiti sono considerati dai libanesi corrotti e causa del disastro. In assenza però di elezioni politiche, la comunità internazionale ha scommesso di nuovo su di loro, in attesa di vedere cosa accadrà alle prossime parlamentari. <strong>Elezioni</strong> in cui si presenteranno moltissimi nuovi partiti nati dai movimenti rivoluzionari. Movimenti, che almeno nelle grandi città, potrebbero riscuotere un certo successo. Sempre che alcune forze politiche non giochino la carta della paura degli scontri settari o religiosi. Molto più difficile, ma non impossibile, che i nuovi partiti riescano invece nelle campagne, dove i partiti tradizionali hanno creato fittissime reti clientelari. Bisogna poi vedere se gli attivisti sapranno trasformarsi in leader.</p>
<h2>Il futuro tra incognita energetica e giochi di potere</h2>
<p>In attesa di vedere cosa accadrà, molti libanesi benestanti, stanno investendo i loro dollari per montare <strong>pannelli solari</strong>. Il costo medio dell’operazione è sui 5000 dollari. Una cifra molto alta per la maggioranza della gente, ma che non ha impedito un autentico boom dei pannelli solari, forse anche grazie ai soldi provenienti dalla diaspora libanese nel mondo. L’energia solare infatti è la soluzione a molti problemi, perché non dipende da altro, se non dal sole.</p>
<p>Anche la<strong> geopolitica</strong> ha ricominciato a giocare le sue carte e nel breve tempo potrebbe alleviare un po&#8217; la situazione. Hezbollah, pur avendo perso il suo governo e essendo stata costretta a entrare in un governo di unità nazionale, ha fatto arrivare due <strong>navi</strong> di<strong> benzina</strong>, sfidando le <strong>sanzioni internazionali</strong> su Iran e Siria, nei porti siriani e da lì via terra ha portato la benzina in Libano. Una terza nave sta partendo. L’arrivo dei camion di carburante, accolti con petali di rose, dai sostenitori del partito, ha aperto nuova una partita geopolitica nuova. Il governo americano, per non esacerbare gli animi e forse per non rovinare una futura trattativa con il governo iraniano sul nucleare, non ha fermato le navi. Ma allo stesso tempo ha lanciato un piano alternativo, che però coinvolge comunque la Siria, l’importazione di gas dall’Egitto e di elettricità dalla Giordania, attraverso una rete che attraversi Giordania e Siria. Ecco che la Siria, sotto sanzioni statunitensi, torna di fatto centrale, anche per gli stessi americani, che non possono permettersi di perdere il Libano.</p>
<p>Probabilmente, il nuovo governo, in cambio di alcune riforme strutturali, ma soprattutto giocando la carta degli interessi geopolitici, riuscirà a ottenere nuovamente dollari e a rallentare la mostruosa <strong>inflazione</strong> della moneta locale libanese, il cui valore non solo è crollato, ma cambia più volte al giorno sul mercato nero. Mercato utilizzato dall’intero paese per cambiare valuta straniera, visto i tassi molto più convenienti di quelli delle banche.</p>
<p>Bisognerà vedere se si troverà una quadratura del cerchio tra gli interessi americani, sauditi e israeliani da una parte e quelli iraniani, siriani e russi dall’altra. Certo se la geopolitica riaprisse i rubinetti finanziari, senza chiedere alla classe politica libanese di diventare efficienti e non corrotta, la crisi sarebbe solo rimandata e nel lungo termine ci troveremmo davanti a una vittoria di Pirro. Bisognerà vedere quello che accadrà alle prossime parlamentari e quali interessi la comunità internazionale vedrà come prioritari.</p>
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		<title>Teheran underground</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/teheran-underground.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2020 12:24:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="786" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-bandiera-a-Teheran-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran bandiera (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-bandiera-a-Teheran-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-bandiera-a-Teheran-La-Presse-300x157.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-bandiera-a-Teheran-La-Presse-768x402.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Iran-bandiera-a-Teheran-La-Presse-1024x537.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il venditore abusivo di verdure staziona fuori dal bazar di Tajrish, esponendo verdure di ogni colore. Quando Leila gli chiede quanto deve per i pomodori appena comprati, lui le dice il prezzo e tira fuori il pos per pagare con il bancomat. Ecco questa scena forse racconta meglio di tante altre i mille volti di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/teheran-underground.html">[...]</a></p>
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<p>In un paese tagliato fuori da praticamente tutti i circuiti bancari internazionali a seguito delle sanzioni americane, si paga tutto, anche una sola sigaretta, con il bancomat. E soprattutto, anche gli abusivi accettano il pagamento con il pos. Immaginatevi un parcheggiatore abusivo o un venditore abusivo di calzini che porgono il pos in Italia. Rimarremmo esterrefatti. In Iran invece, a seguito dell’iperinflazione, causata dalle sanzioni economiche e dalla mala gestione economica, ha fatto sì che le persone, invece di girare con mazzi di soldi da migliaia di rial in tasca, preferiscano usare la carta di credito. Il fatto poi che il sistema fiscale iraniano sia molto più leggero, fa sì che gli abusivi non abbiano paura di avere un pos.</p>
<p>Teheran è la <strong>megalopoli underground</strong> per eccellenza, dopo più di quarant’anni di regime Khomeinista, la città vive di bugie, veli metaforici che coprono la reale vita delle persone. La megalopoli è come un’enorme teatro in cui tutti giocano mille ruoli a seconda del luogo in cui si trovano o delle persone con cui parlano. La città si veste di una strana atmosfera gotica, quasi &#8220;dark&#8221;, in cui la polizia e i mille gruppi e sottoculture cittadine, a volte anche piuttosto estreme, giocano una tragica partita a guardie e ladri.</p>
<p>La corruzione allenta le rigidissime regole e lo stesso potere politico alterna fasi in cui chiude gli occhi per allentare la tensione politica, a fasi in cui riempie i carceri.</p>
<p>Anche visivamente la città è estrema. Inizia a sud, con <strong>quartieri popolari</strong>, in cui vivono tradizionalisti, ma anche gangs quasi mafiose, dedite allo smercio di droghe e alcol, come tanta gente semplicemente con pochi soldi. Arrivati verso il centro cittadino, si trova quel che resta delle architetture degli ultimi anni del potere della dinastia Qajar e poi dei quella dei Pahlavi. Palazzi ormai molto decaduti ed attorniati da brutte costruzioni nate dopo la rivoluzione del 1979. Anche se negli anni il centro sta tronando di moda, soprattutto tra i creativi.</p>
<p>Piano piano la città sale ed ecco prima il magnifico arco di trionfo fatto costruire dallo Shah Palahvi per i 2500 anni di Ciro il grande. L’arco è un mix di architettura anni settanta, europea e tradizionale persiana. Salendo le montagne i quartieri si fanno più ricchi, le strade sopraelevate più audaci e lo smog comincia a diradarsi. A un certo punto ecco apparire la torre delle telecomunicazioni di Teheran. Il monumento fatto costruire dagli ayatollah per soppiantare nel cuore degli iraniani l’arco per Ciro il Grande fatto costruire da Mohammad Reza Shah. Per ironia della sorte la torre delle telecomunicazioni è in stile completamente americano, sembra un inno allo stile di vita statunitense.</p>
<p>Le strade si fano più ripide, le montagne piene di neve appaiono a picco sui grattacieli e le ricchissime palazzine bianche dei quartieri alto borghesi. Palazzine costruite in uno strano stile haussmanniano reso persiano. Sopra ecco le montagne della catena dell’Elburz. In un’ora, se si è fortunati con il traffico, si è sulle <strong>piste</strong> da <strong>sci</strong>. Le stesse che i giovani iraniani frequentano, in alcuni casi sotto lsd o funghi allucinogeni.</p>
<p>La droga è molto presente nella società iraniana, da quelle tradizionali come l’oppio, hashish e marijuana, a quelle per i poveri come eroina, crystal meth e black crack, a quelle utilizzate dagli studenti e classe media, che amano moltissimo le psichedeliche, ma anche i derivati delle anfetamine. I manager e i più ricchi, in modo globalizzato usano la cocaina.</p>
<p>Il rapporto con le <strong>droghe</strong> psichedeliche è dovuto, sia al fatto che provocano stati affini a quelli dell’oppio, ma anche al fatto che aiutano i giovani a scappare mentalmente dalla durissima quotidianità che li circonda.</p>
<p>In teoria in Iran ci sarebbe la <strong>pena</strong> di <strong>morte</strong> per chi spaccia droga. Le esecuzioni tragicamente sono anche molte, ma c’è talmente tanta droga che viene da pensare che vengano arrestati e uccisi solamente gli spacciatori che non fanno parte del sistema. I giovani iraniani non amano solamente le <strong>feste</strong>, spesso estreme, nelle case. Adorano anche le feste con musica psichedelica nel deserto o sul mare. Anche queste vietate, ma proprio per questo ancora più radicali. Se si rischia, tanto vale farlo bene.</p>
<p>Anche il <strong>vino</strong> e l’arak, la grappa tradizionale, sono onnipresenti nella società iraniana. Per tradizione l’aperitivo si fa con la grappa, poi si mangia senza bere e si ricomincia a bere dopo cena. L’arak di solito è di qualità migliore del vino. Fare il vino richiede molto più lavoro che per un buon arak, ecco che i vini fatti illegalmente spesso sono un po&#8217; acetosi. Lo spacciatore di arak, spesso arriva con bidoni simili a quelli della benzina, pieni di grappa.</p>
<p>Anche il<strong> sesso </strong>è ben radicato nella cultura iraniana, pensare che i ragazzi arrivino vergini al matrimonio è una pia illusione. Così come, nonostante vi sia la pena di morte per i gay, nei quartieri alla moda di Teheran non si è alla “page” se non si ha un amico omosessuale e la comunità gay organizza anche feste private in segreto.</p>
<p>Se nei quartieri ricchi si è gay perché lo si è, nei quartieri più popolari, dove vi sono più ragazze che arrivano al matrimonio vergini, i minorenni che non hanno soldi per andare a prostitute, hanno spesso le prime esperienze sessuali con ragazzi. Anche se nei quartieri più poveri, al contrario che nei quartieri più borghesi, i rapporti omossessuali vengono taciuti. I gay che finiscono impiccati sono spesso vittime di denunce di familiari, vicini o colleghi di lavoro. In questi casi, se non si hanno soldi per corrompere il sistema, lo stato potrebbe non chiudere gli occhi e aprire le porte dei carceri e se va male, tirare fuori la forca.  Stranamente in Iran è invece legale cambiare sesso, perché tragicamente i gay sono visti come un errore della natura.  Di conseguenza il regime pensa che la chirurgia sia utile a correggere l’errore. Per tutti gli altri non rimane che l’inferno.</p>
<p>Gli iraniani amano molto anche la<strong> pornografia</strong>. I film porno che vengono chiamati “super” vengono venduti dagli abusivi per strada. Anche la prostituzione è diffusa in tutti gli strati della popolazione. Celebre la storia che pur essendo proibito prostituirsi, è possibile sposare una ragazza a ore.</p>
<p>Gli iraniani hanno imparato a essere estremi anche nei vestiti. Per strada donne con chador neri, camminano una accanto all’altra, con ragazze con tacchi vertiginosi e capelli che escono da tutte le parti del piccolo foulard. I ragazzi spesso vestono di nero, ma si radono la barba per non sembrare islamisti. I capelli, con i loro tagli occidentali, sono stati poi per anni uno dei terreni di scontro preferito dai censori khomeinisti. La <strong>chirurgia plastica</strong> è poi diffusissima, tanto che purtroppo è diventato uno status symbol girare con il cerotto sul naso, fieri di averlo rifatto. A scapito dello splendido e caratteristico naso aquilino tipico degli iraniani.</p>
<p>Anche l’<strong>arte</strong> in Iran un tempo era quasi tutta underground, perché considerata immorale. Oggi la situazione è più complessa. L’arte iraniana è di moda in tutto il mondo e il regime ha compreso che non può lasciarla nelle mani degli oppositori. Cosi permette a chi fa arte più criptica di poter esporre. Molti artisti hanno quindi imparato a nascondere il vero significato delle loro opere e Teheran è un fiorire di gallerie d’arte moderna. Altri artisti invece scappano all’estero.</p>
<p>Anche i muri di Teheran sono il campo di battaglia di uno scontro artistico. Su di essi si fronteggiano gli <strong>streets artists</strong> illegali, la cui arte di protesta viene cancellata subito dal regime e sopravvive solo sui social media e gli artisti che hanno fatto un patto con il governo e che espongono sulle facciate dei palazzi opere dal genere spesso naif o surreale. Tra i murales poi spuntano le immagini dei martiri della guerra Iran-Iraq e la propaganda del regime. Il tutto ormai immerso tra le pubblicità commerciali, perché Teheran è una citta rampante ed estremamente capitalistica. Questo fenomeno è raccontato magistralmente dal <strong>Keyvan Karimi </strong>nel bellissimo documentario “Scrivere sulla città”.</p>
<p>Oggi lo stato, pur sotto le sanzioni, guarda a un modello di capitalismo islamico totalitario, simile al modello cinese. Se non protesti politicamente, puoi anche infrangere le regole senza rivendicarlo, se lo fai, ti incarcerano e forse impiccano.</p>
<p>Anche il <strong>cinema</strong> è nel Dna degli iraniani, non c’è festival europeo a cui non partecipano registi iraniani censurati dal governo. Molti di loro sono in esilio o entrano ed escono dai tribunali. Nonostante l&#8217;occhio censorio degli ayatollah, i film americani sono venduti dagli ambulanti in tutti i quartieri della città, ricchi come poveri. Così come ogni casa ha illegalmente la parabolica per vedere i canali tv della comunità persiana statunitense, europea e di Dubai. Canali che trasmettendo in lingua farsi sono comprensibili da tutti.</p>
<p>La <strong>metropolitana</strong> forse è uno dei luoghi underground per eccellenza e quella di Teheran non fa eccezione. Si possono vedere tutte le sotto <strong>tribù cittadine</strong>.</p>
<p>In Iran non sono solo gli studenti o i borghesi ad avere culture underground. Nei quartieri più popolari ve ne sono di ogni sorta e tradizioni, dalle palestre tradizionali, ai guappi di quartiere dallo stile fascinoso, alla meno vistosa, ma altrettanto viva lotta delle donne per avere il loro spazio. Perché non sono solo le iraniane che non usano il velo, lontano degli occhi della polizia, ad avere culture underground, perfino le più tradizionaliste spesso hanno le loro. In Iran la ragazza punk potrebbe camminare con una donna in chador. Nonstante l&#8217;occhio del regime, tutto è fluido.</p>
<p>Una vita estrema che nasce forse dalla tragica ebbrezza di chi rischia tutto e non ha più nulla da perdere.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Omar Khayyam, poeta medievale persiano</p>
<p>Bevi Vino, ché vita eterna è questa vita mortale,</p>
<p>e questo è tutto quel ch&#8217;hai della tua giovinezza;</p>
<p>ed ora che c&#8217;è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d&#8217;ebbrezza,</p>
<p>sii lieto un istante ora, ché questa, questa è la Vita.</p>
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		<title>L&#8217;Egitto di fronte alla bomba natalità e il coronavirus</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/legitto-di-fronte-alla-bomba-natalita-e-il-coronavirus.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 16:35:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1069" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giza Egitto (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-300x167.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-768x428.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-1024x570.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>L’Egitto è uno dei paesi più antichi al mondo e nonostante la sua grandezza geografica è legato a doppio filo con il Nilo e le oasi. Senza l’acqua il paese, che è completamente desertico, morirebbe. Non a caso la popolazione egiziana è concentrata sulle rive del Nilo e intorno alle oasi. Ma la grande natalità &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/legitto-di-fronte-alla-bomba-natalita-e-il-coronavirus.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1069" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Giza Egitto (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-300x167.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-768x428.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Giza-Egitto-La-Presse-e1585154102387-1024x570.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>L’<strong>Egitto</strong> è uno dei paesi più antichi al mondo e nonostante la sua grandezza geografica è legato a doppio filo con il <strong>Nilo</strong> e le oasi. Senza l’acqua il paese, che è completamente desertico, morirebbe. Non a caso la popolazione egiziana è concentrata sulle rive del Nilo e intorno alle oasi. Ma la grande natalità sta creando una bomba a orologeria pronta a esplodere.</p>
<p>A febbraio è nato il centomilionesimo egiziano. Un vero problema per un paese con poco suolo coltivabile e poca capacità di creare condizioni di lavoro accettabili per la popolazione. La rabbia dei giovani che non trovano lavoro è stata il motore della Primavera Araba e il governo di <strong>Abdel Fatah al Sisi</strong> ne è ben consapevole. Tanto che il presidente ha dichiarato che l’alto tasso di natalità rappresenta il maggiore pericolo per il paese insieme al terrorismo.</p>
<p>Il governo militare ha lanciato un programma il cui slogan è: “Due figli sono abbastanza!”. Fino a oggi però i risultati sono stati scarsi e non hanno impedito che il paese raggiungesse i cento milioni di abitanti.</p>
<p>Come se non bastasse il problema della demografia, il <strong>coronavirus</strong> sta creando non poche fibrillazioni e lo dimostra il nervosismo che il governo sta mostrando nei confronti dei giornalisti stranieri che affrontano il tema.</p>
<p>L’Egitto ha revocato le credenziali di stampa di una giornalista britannica, Ruth Michaelson, del quotidiano inglese <em>The Guardian</em> e ha censurato il capo dell&#8217;ufficio cairota del <em>New York Times</em>, Declan Walsh, per &#8220;malafede&#8221; riferendo sui casi di coronavirus del paese. Il Servizio Informazioni Statale (Sis) ha sostenuto che &#8220;a fretta dei corrispondenti di promuovere dati errati non li giustifica, basandosi su uno studio inedito e scientificamente non riconosciuto&#8221; e che ciò &#8220;dimostra la loro malafede intenzionale e la volontà di danneggiare gli interessi egiziani&#8221;.</p>
<p>Il Sis, quando parla di studi non scientifici, fa riferimento allo studio di epidemiologi canadesi che hanno stimato che le infezioni egiziane da Covid-19 abbiano superato i <strong>19mila casi</strong>. Gli egiziani continuano invece a sostenere che i malati siano solo alcune centinaia. Le forze di sicurezza egiziane hanno anche arrestato il romanziere Ahdaf Soueif, sua sorella Laila Soueif, l&#8217;attivista Mona Seif e Rabab El-Mahdi, professore di scienze politiche, dopo che avevano tenuto una piccola manifestazione nel centro del Cairo chiedendo il rilascio di<strong> prigionieri</strong> per il timori di possibili focolai di coronavirus nelle carceri sovraffollate del paese.</p>
<p>L’Egitto per ora ha preso decisioni molto blande contro il covid-19, chiudendo i negozi non essenziali solamente di notte. La guerra delle cifre dei contagiati dimostra però come il governo tema ogni forma di notizia che possa creare inquietudine tra la gente e possa portare la popolazione a dubitare della capacità del governo di gestire la situazione. Certamente il <strong>sistema ospedaliero</strong> egiziano rischierebbe di collassare di fronte a un’espansione del virus come quella avvenuta in Italia, Cina, Corea del Sud e Iran.</p>
<p>È dubbio però che lo sminuire la situazione possa tranquillizzare i già inquieti egiziani. Anche il settore del<strong> turismo</strong>, una delle colonne portanti dell’economia egiziana, risentirà tantissimo del crollo dei viaggi causato dalla pandemia del coronavirus. Il rallentamento globale dell’economia seguito a questa tragedia finirà per ricadere come una valanga sulla già povera popolazione egiziana. Gestire politicamente questa fase non sarà affatto facile per al Sisi.</p>
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		<title>La tempesta perfetta si abbatte sul Libano in bancarotta</title>
		<link>https://it.insideover.com/economia/la-tempesta-perfetta-si-abbatte-sul-libano-in-bancarotta.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 13:29:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Economia e Finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="813" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libano coronavirus (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-768x416.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-1024x555.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Il Libano si trova di fronte alla tempesta perfetta. La peggiore crisi dopo la guerra civile. Il paese sta affrontando più crisi intrecciate drammaticamente l’una con l’altra. Una crisi politica, dopo che a seguito di mesi di proteste, è nato il primo governo non di unità nazionale della sua storia, ma molto più legato all&#8217;Iran &#8230; <a href="https://it.insideover.com/economia/la-tempesta-perfetta-si-abbatte-sul-libano-in-bancarotta.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="813" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libano coronavirus (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-300x163.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-768x416.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Libano-crisi-coronavirus-La-Presse-e1585056583525-1024x555.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Il <strong>Libano</strong> si trova di fronte alla tempesta perfetta. La peggiore crisi dopo la guerra civile. Il paese sta affrontando più crisi intrecciate drammaticamente l’una con l’altra. Una crisi politica, dopo che a seguito di mesi di proteste, è nato il primo governo non di unità nazionale della sua storia, ma molto più legato all&#8217;Iran (e all&#8217;alleanza con la Siria). Il paese è poi andato in<strong> bancarotta</strong>, cosa mai accaduta prima ed è piombato nella crisi sanitaria provocata dal coronavirus.</p>
<p>Il tutto essendo metaforicamente attraversato da una faglia che separa pericolosamente due placche della &#8220;geopolitca terrestre&#8221;, quella che divide il mondo legato agli Stati Uniti, Israele e all’Arabia Saudita e quella legata all’Iran, la Siria e la Russia. Una faglia che crea spesso terribili terremoti politici. Il sistema politico non ha alcuna credibilità tra i cittadini che per tutto l’autunno hanno chiesto un ricambio della classe politica corrotta e la fine del sistema settario in cui tutto viene filtrato da gruppi di potere vicino ai vari rappresentanti dei gruppi religiosi. Alla fine hanno ottenuto il peggior risultato possibile, un governo con gli stessi politici di prima, ma non di unità nazionale e controllato da Hezbollah, Il fronte che più di tutti rappresenta il settarismo e l’idea dello stato confessionale. Un vero disastro.</p>
<p>Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, pur essendo formalmente un tecnico sunnita, in realtà non ha quasi nessuna credibilità tra i sunniti. Si appoggia a una maggioranza parlamentare formata da Hezbollah, Amal, i partiti cristiani suoi alleati, legati al fronte cristiano del presidente Michel Aoun e pochi parlamentari sunniti. Il fronte di <strong>Saad Hariri</strong>, formato dalla maggioranza dei sunniti e dagli altri partiti cristiani non fa parte del nuovo governo. Inoltre, nessun nuovo partito che rappresenti la maggior parte della borghesia libanese o dei giovani di Beirut è nato a seguito delle proteste d’autunno.</p>
<p>Il nuovo governo di Hassan Diab non ha un importante sostegno internazionale. Il risultato è stato la prima <strong>bancarotta</strong> di un paese che un tempo era considerato la Svizzera del Medio Oriente, proprio per il suo sistema bancario. La corruzione dei politici, che per decenni hanno redistribuito i proventi dello Stato, ha distrutto il sistema. I vari governi di unità nazionale chiudevano gli occhi sul fatto che ogni gruppo politico ha creato i suoi sistemi di redistribuzione a chi aderiva al sistema settario. La <strong>comunità internazionale</strong> ha continuato a comprare il debito libanese e fornire nuovi prestiti fino a quando il paese era considerato troppo nevralgico per farlo cadere e fino quando i fragili governi nazionali univano sia i partiti alleati degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, che quelli alleati dell’Iran e della Siria. Ora che il paese è in mano alla Mezzaluna sciita, i cordoni della borsa sono stati chiusi e non è rimasto altro che dichiarare la bancarotta. La<strong> crisi del debito</strong> si è subito riversata sulla popolazione, già stremata da mesi di crisi economica e dal coronavirus.</p>
<p>Tra il sistema bancario privato e il nuovo governo si è creata, inoltre, un vera e propria frattura. Le <strong>banche private</strong> hanno infatti approfittato della chiusura di tutti gli uffici e attività commerciali non necessarie, dichiarato dal governo per la crisi del<strong> coronavirus</strong>, per chiudere anche esse fino al 29 marzo. Il ministro delle Finanze libanese, Ghazi Wazmi, ha quindi esortato il sistema giudiziario ad agire contro le banche del paese, questo perché nel decreto del governo, è stato deciso di lasciare aperti i negozi alimentari, le farmacie, le banche e gli altri esercizi fondamentali per i cittadini. Il ministro delle Finanze ha invitato i pubblici ministeri ad &#8220;agire rapidamente alla luce della decisione affrettata dell&#8217;Associazione delle banche di chiudere senza prestare attenzione agli interessi delle persone&#8221;. In Libano l’economia è controllata dai politici e le banche non fanno eccezione, sono quindi diventate l’ultimo fronte dello scontro politico.</p>
<p>Secondo uno studio del 2015 di <strong>Jad Chaaban</strong>, professore di economia presso l&#8217;Università americana di Beirut, il 40% delle attività bancarie sono di proprietà di politici, di loro famigliari o collaboratori stretti. Gli stessi politici che nominano la magistratura del paese, il che renderà dubbie le decisioni della magistratura sulle banche.</p>
<p>Inoltre, in mancanza di leggi nazionali, le banche, appena hanno riaperto, hanno congelato i fondi dei propri <strong>correntisti</strong> e limitato la quantità di dollari americani che si possono prelevare o trasferire all&#8217;estero. Il paese, infatti, ha avuto per decenni due monete: il dollaro americano e la lira libanese. Negli ultimi mesi i dollari americani hanno incominciato a scarseggiare creando una <strong>crisi</strong> <strong>di liquidità</strong>. Il sistema bancario sostiene di aver dovuto intraprendere queste limitazioni informali per salvare il sistema bancario privato dal collasso, visto che i politici non hanno il coraggio di passare leggi nazionali per farlo.</p>
<p>Il primo ministro Diab ha affermato che il governo sta cercando di ristrutturare il settore bancario e ha ripetutamente promesso di proteggere i piccoli depositi, un&#8217;indicazione che per alcuni analisti significa che i grandi depositi potrebbero essere soggetti a un prelievo forzato per far fronte alla probabile insolvenza di molte banche private. Si parla anche di una possibile legge per la trasformazione di una parte dei depositi dei correntisti in azioni delle banche stesse, in modo tale che siano obbligati a prestare soldi agli istituti che rischiano il fallimento. Per ora però sono solo progetti di legge.</p>
<p>Alla crisi politica e finanziaria si aggiunge quella sanitaria e economica provocata dal <strong>coronavirus</strong>. Il paese non ha assolutamente un sistema sanitario tale da far fronte a una crisi simile. Esistono ottimi ospedali, ma sono privati. I più poveri e soprattutto il milione e 700mila <strong>rifugiati</strong> siriani e palestinesi sono lasciati completamente a loro stessi. I più poveri, inoltre, sono costretti ad andare a lavorare per non perdere il posto di lavoro. Come se non bastasse tutto questo, gli ospedali libanesi non hanno abbastanza posti in rianimazione. Il che renderà la crisi sanitaria e sociale ancora più devastante. Anche l’economia privata libanese ne uscirà molto danneggiata.</p>
<p>Tutti i settori legati allo Stato e alla legislazione statale sono in pessime condizioni. Le <strong>infrastrutture</strong> quasi non esistono, se si escludono le strade. Non ci sono treni, né traghetti. L’aeroporto di Beirut è completamente inadeguato e i progetti per ampliarlo non decollano. Il paese ha una cronica mancanza di elettricità, e lo Stato si è arreso alla mafia dei venditori di elettricità prodotta con generatori privati, invece che pianificare la costruzione di grandi centrali. Così come manca un piano per gasificare il paese.</p>
<p>La digitalizzazione dell’economia è una delle priorità per la Repubblica dei Cedri. I libanesi sono grandi esperti di nuove tecnologie ma la strada è lunga, perché mancano leggi per favorire e regolare il settore, nonostante il vecchio governo di Hariri avesse un ministro per le <strong>nuove tecnologie</strong>. I privati però sono molto avanti, grazie a un gran numero di libanesi della diaspora che lavorano nel settore delle nuove tecnologie. Anche settori come il design e i servizi erano in rapida crescita fino a pochi mesi fa.</p>
<p>L’<strong>agricoltura</strong> ha molto potenziale, ma negli ultimi anni ha sofferto per la diminuzione delle esportazioni per la guerra in Siria e le altre problematiche regionali. Solo le cantine vinicole sono cresciute moltissimo. Rimane la speranza del <strong>petrolio</strong> e del <strong>gas</strong> scoperto davanti alle coste libanesi. Eni e Total hanno già investito nel paese. Anche se rimane complesso immaginare come un governo controllato dalle sole forze politiche del fronte di Hezbollah possa sfruttare dei giacimenti di gas e petrolio che sono in comune con Israele, che a sua volta non ha interesse a scendere a patti con Partito di Dio. I giacimenti infatti sono proprio nel bel mezzo del confine e quindi per sfruttarli serve per forza una certa collaborazione e una divisione in quote, sia delle quantità da estrarre, che dei guadagni, tra i due paesi. Non sarà facile immaginare una via d’uscita, ma la Repubblica dei Cedri ci ha abituato a miracoli impossibili da prevedere.</p>
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		<title>Egitto, il velo diventa meno centrale nella società</title>
		<link>https://it.insideover.com/donne/egitto-il-velo-diventa-meno-centrale-nella-societa.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2020 10:53:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Donne]]></category>
		<category><![CDATA[Egitto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1000" height="669" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donna con il velo (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-768x514.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p>
<p>Il volto sorridente di Shahira risplende incorniciato dai suoi capelli castani, cammina per strada con Leila, un’amica, anch’essa dal volto che esprime empatia. Un bel viso incorniciato da un foulard rosso sgargiante. Passeggiando per una via trafficata del Cairo, si sono fermate a prendere un succo di mango e uno di canna da zucchero in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/donne/egitto-il-velo-diventa-meno-centrale-nella-societa.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1000" height="669" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Donna con il velo (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo.jpg 1000w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-300x201.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/12/Donna-con-il-velo-768x514.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></p><p>Il volto sorridente di Shahira risplende incorniciato dai suoi capelli castani, cammina per strada con Leila, un’amica, anch’essa dal volto che esprime empatia. Un bel viso incorniciato da un foulard rosso sgargiante. Passeggiando per una via trafficata del<strong> Cairo</strong>, si sono fermate a prendere un succo di mango e uno di canna da zucchero in uno dei tantissimi piccoli locali sulla strada in cui si beve frutta fresca. Dovunque sono appesi manghi, guava, melograni rossi come il sangue, banane, mentre lunghe canne da zucchero sono poggiate sulla parete. Tre gatti rossi si aggirano tra i tavolini fuori dal locale. Non sembrano indispettiti dal rumore del traffico e dal caos perpetuo della città. La viuzza che parte da Tahrir Avenue ospita un mercato che vende tutte le possibili merci alimentari, dalla frutta e verdura, alle pizze egiziane, ai dolci. Dovunque si alternano piccoli caffè e negozietti.</p>
<p>Per le strade donne senza <strong>velo</strong> si mescolano a donne che indossano foulard molto sgargianti ed eleganti. Negli ultimi anni al Cairo c’è stata un’inversione di tendenza e si vedono meno veli neri. Sia il regime di Al Sisi, che alcune autorità islamiche, hanno lavorato per ammorbidire la rigida visione del velo che gli islamisti avevano propagandato per anni. Per strada si cominciano a vedere i primi risultati.</p>
<p>Quella del velo è una delle questioni che più tocca l’immaginario collettivo, sia islamico, che occidentale. In fondo c’è molta ironia in questa questione, perché se solo la si spogliasse, da entrambe le parti, dal mantello di ideologia, ci si renderebbe conto che il velo non ha nulla a che fare con la religione, né esiste alcun testo religioso che lo imponga. Nel <strong>Corano</strong> c’è scritto solamente che le donne devono essere pudiche.</p>
<p>Prendendo delle foto di pochi decenni fa, con signore velate di nero, del Meridione d’Italia, della Spagna, dell’ex Iugoslavia, della Grecia e mischiandole a quelle di donne velate di nero egiziane o iraniane, la maggior parte della gente non capirebbe chi è la musulmana e la cristiana. Anche la tradizione delle donne velate di nero, che dovevano piangere il più possibile ai funerali, è del tutto identica per i cristiani, sia cattolici che ortodossi ed islamici, sia sciiti che sunniti, di quasi tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e anche in Iran e Iraq.</p>
<p>Così come le differenze tra i <strong>flagellanti</strong> calabresi e campani e quelli iracheni e iraniani sono poche. I primi si flagellano o battono sul petto o gambe a sangue per Pasqua o in memoria del martirio di un santo, mentre i secondi per commemorare il martirio di Hussein durante l’Ashura.</p>
<p>In fondo, tornando alla questione del velo, le suore cattoliche lo portano anch’esse, perché come tanti islamici, considerano i capelli sensuali. Alcuni antropologi arrivano perfino a trovare molte somiglianze tra le rappresentazioni iconografiche di Gesù, Alì e Zoroastro. Tutti e tre hanno lunghi capelli castani e la barba. Colpisce che queste tradizioni similari, al di là della religione, siano molto simili in tutti i paesi che hanno avuto contatti con la civiltà degli antichi greci.  Un’altra similitudine è rappresentata dai Santi, né la Bibbia né il Corano parlano chiaramente di questo culto, entrambi i testi si concentrano maggiormente sul bisogno di credere e avere fede in un Dio unico, per il cristianesimo vi è il mistero della trinità che forma Dio e per l’Islam Allah. La figura dei primi santi protettori, sulla cui vita si sa pochissimo e specializzati nel proteggere gli ammalati o altre categorie di persone, ricorda a molti antropologi i vecchi dei, anch’essi specializzati in vari settori. Come se il cristianesimo avesse fatte sue determinate usanze molte radicate nella popolazione, inglobandole nel nuovo culto.</p>
<p>La questione del velo, più che vista come un dovere religioso, dovrebbe essere quindi inquadrata in una questione antropologica e che va rivista nell’ottica della liberazione della donna. Oggi, anche nel mondo dell’Islam, stanno tornando quelle voci che ricordano tutto questo. Certo sono ancora voci timide, ma cominciano ad avere la forza di dire che il velo è diventato negli ultimi decenni un simbolo ideologico che gli<strong> islamisti</strong> hanno utilizzato per cambiare una società che era molto aperta alle <strong>influenze occidentali</strong>. Basti pensare che negli anni Sessanta e Settanta in Medio Oriente non lo portava quasi più nessuno nelle città.</p>
<p>Nei decenni successivi, per bisogno di smarcarsi ideologicamente dall’occidente, le donne del mondo islamico sono state obbligate dalla società a indossare il velo. Ora le società islamiche cominciano a essere pronte, dopo aver sperimentato sulla loro pelle le conseguenze dell’islamismo, a vedere questa questione in modo meno ideologico. Certo si tratta ancora di piccoli segnali e non di un’ondata inarrestabile, ma qualche piccolo passo in questo senso si comincia a vedere in molti paesi. In <strong>Iran</strong> o in<strong> Libano</strong> la maggioranza delle donne islamiche della borghesia, non usa il velo. In Iran, sfidando la legge che ne obbliga l’uso. Anche nelle società molto più conservatrici come l’<strong>Egitto</strong>, qualcosa comincia a cambiare.</p>
<p>In Egitto il mutamento più grande, è stato il venire meno dei veli neri che coprivano completamente i capelli e la comparsa di foulard molto colorati che lasciano intravedere i capelli. Anche le donne islamiche che non lo usano sono tornate ad aumentare. Certo in Egitto l’élite non lo ha mai usato, ma si tratta di una fascia molto piccola della popolazione.</p>
<p>Piano piano per le strade, però si tornano a vedere donne della media borghesia che hanno smesso di utilizzarlo. Non si tratta di donne appartenenti all’enorme comunità cristiano copta, ma di donne islamiche. Certo le donne islamiche della media borghesia che non portano il velo sono ancora poche, ma sono un timido segnale che qualcosa sta mutando lentamente. Il vero cambiamento di massa per ora è rappresentato dalla forte diminuzione dei veli neri e l’uso sempre più diffuso di <strong>foulard sgargianti</strong> che fanno vedere i capelli. Piano piano si sta allentando quella dicotomia tipica della società egiziana, in cui in televisione, al cinema e nelle pubblicità le donne sono tutte senza velo, mentre per strada lo portano tutte. Quella pressione sociale per cui una donna senza velo per strada si sarebbe sentita a disagio, comincia finalmente a diminuire e il velo non viene più visto come qualcosa che rappresenta l’Islam contro l’occidente. Un falso mito che ha abbagliato sia gli islamici, che i nazionalisti laici mediorientali, che gli occidentali e che hanno pagato a caro prezzo le donne. È ora di tornare a vedere il velo come una questione antropologica, che appartiene alle tradizioni di tanti popoli mediterranei e asiatici e che deve oggi essere visto come qualcosa che va indossato per scelta o per moda, non di certo per costrizione.</p>
<p>La folla continua a riempire il mercato, gli odori dei cibi e della frutta inondano l’aria, il vociare degli ambulanti e la luce del sole riempiono lo spazio attorno a Sharia e Leila che bevono i loro succhi di frutta, mentre accarezzano un gatto rosso sotto il tavolo. Accanto dei ragazzi fumano un narghilè.</p>
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		<title>Medio Oriente, quando i manifestanti non sanno farsi classe dirigente</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/medio-oriente-quando-i-manifestanti-non-sanno-farsi-classe-dirigente.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Feb 2020 21:23:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="778" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libano, proteste" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-300x122.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-768x311.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-1024x415.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Dalla Primavera Araba a oggi, in quasi tutte le proteste di piazza in Egitto, Tunisia, Siria, Iran, Algeria, Libano, una delle maggiori debolezze che accomunano i manifestanti è l’assenza di leader carismatici e organizzazioni capaci davvero di poter prendere il posto delle classi politiche corrotte o dittatoriali di cui chiedevano la fine. Quello che accomunava &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/medio-oriente-quando-i-manifestanti-non-sanno-farsi-classe-dirigente.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="778" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Libano, proteste" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-300x122.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-768x311.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/10/Proteste-in-Libano-continuano-La-Presse-e1571995528373-1024x415.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Dalla Primavera Araba a oggi, in quasi tutte le proteste di piazza in Egitto, Tunisia, Siria, Iran, Algeria, Libano, una delle maggiori debolezze che accomunano i manifestanti è l’assenza di leader carismatici e organizzazioni capaci davvero di poter prendere il posto delle classi politiche corrotte o dittatoriali di cui chiedevano la fine. Quello che accomunava le proteste era la rabbia sociale per la mancanza di libertà, la corruzione e la cattiva gestione economica. Ma una volta fatto cadere un governo bisogna sostituirlo. E per farlo bisogna creare una classe dirigente nuova.</p>
<p>Stupisce come nei paesi mediorientali non vi siano molti leader anti governativi democratici o liberali conosciuti internazionalmente. Nella regione, le uniche eccezioni sono la Turchia e l’Iran e i politici curdi turchi, siriani e iracheni.</p>
<p>In <strong>Iran</strong> per esempio si trovano in carcere tanti leader nuovi o riformisti, un tempo legati al vecchio regime, i cui nomi sono noti internazionalmente, per esempio i politici Mehdi Karroubi e Hossein Moussavi. O ormai all’estero come il filosofo Abdolkarim Soroush, il premio Nobel, l’avocatessa, Shirin Ebady o il giornalista Akbar Ganji.</p>
<p>Il paragone si fa ancora più forte se si pensa che i <strong>leader islamisti o terroristi</strong> sono noti a tutti. Basti pensare a Osama Bin Laden, Ayman Mohammed Rabie al-Zawahiri, Abu Musab al-Zarqawi, Abu Bakr al-Baghdadi, tutti questi leader, oggi morti, non avevano nelle società per forza più consensi delle masse laiche o moderate e vicine alla società civile. Erano però violenti, ben finanziati e possedevano un chiaro impianto ideologico. Usavano il terrore per accreditarsi.</p>
<p>I <strong>moderati</strong> invece, come dimostra appieno il caso egiziano o libanese, sanno far cadere i governi, ma non sanno creare nulla di nuovo che si possa votare in quelle breve finestre temporali in cui i vecchi regimi sono deboli.</p>
<p>L’Egitto post Mubarak non ha trovato partiti vicini al movimento di piazza Tahrir da poter votare e piano piano è scivolato nel vecchio binomio <strong>Fratelli Musulmani</strong> versus militari. Questo perché i due movimenti, pur minoritari, sono gli unici strutturati sul territorio, ben finanziati e con forti ideologie alle spalle.</p>
<p>Anche le manifestazioni libanesi di questi giorni hanno saputo far cadere il governo di <strong>Saad Hariri</strong>, ma non sono di certo riuscite a creare una nuova classe dirigente che possa sostituire i vecchi gruppi di interesse politico/mafiosi libanesi, legati ai vecchi signori della guerra civile. Ancora di meno sono riuscite a scardinare lo “stato nello stato” creato da Hezbollah.</p>
<p>Molti si chiedono se si possono fare rivoluzioni liberali e che promuovano i diritti civili, avendo leader carismatici o movimenti organizzati. La risposta è assolutamente sì, anzi sono le uniche che hanno funzionato davvero. La Rivoluzione Americana aveva i suoi leader e i suoi filosofi, l’India non sarebbe diventata indipendente e democratica senza Gandhi e la sua filosofia politica pacifista. Il Sud Africa non avrebbe mai sconfitto l’apartheid senza Nelson Mandela e la sua teoria della riconciliazione. Lo stesso Mandela avrebbe forse avuto teorie politiche diverse senza la conoscenza delle battaglie del Mahatma Gandhi, che in Sud Africa faceva l’avvocato per la difesa dei diritti della forte comunità indiana del paese.</p>
<p>Stupisce oggi che gli <strong>intellettuali</strong>, pensatori politici o leader arabi o mediorientali, che si battono per i diritti che le folle chiedono nelle oceaniche proteste di questi anni, non siano forti ne conosciuti a livello internazionale.</p>
<p>La difficoltà nell’individuarli per le stesse masse arabe o mediorientali è sintomatica dell’incapacità di dare una reale prospettiva di governo alle aspirazioni della gente.</p>
<p>Le <strong>rivoluzioni</strong> che hanno successo, sia nel caso di rivoluzioni che creano regimi, sia di quelle che creano democrazie, devono avere un sistema di valori, dei pensatori e filosofi, dei leader e soprattutto devono essere organizzate.</p>
<p>La rivoluzione francese poté contare sul sistema di valori dei filosofi illuministi, ma non sull’organizzazione politica, tanto che precipitò nel cosiddetto periodo del “terrore”. Fu poi Napoleone a creare una nuova forma di regno, ben diversa dalle aspirazioni della Rivoluzione.</p>
<p>Ma le<strong> idee illuministe</strong> rimasero e furono assorbite dalle generazioni future, non solamente in Europa.</p>
<p>In America invece, i rivoluzionari americani, seppero qualche anno prima della rivoluzione francese, attingere alle idee illuministe francesi, mischiandole con quelle dei protestanti che combattevano contro l’egemonia della chiesa anglicana, portando a termine vittoriosamente una rivoluzione contro gli inglesi. Lo stato che ne nacque con il suo sistema politico democratico, con tutte le sue luci e imperfezioni, funziona ancora oggi.</p>
<p>Anche le rivoluzioni non democratiche, come per esempio quelle comuniste sono partite dalle idee del filosofo Karl Marx, per poi svilupparsi in rivoluzioni vincenti, grazie a Lenin o Mao, ma hanno finito per creare regimi non democratici in cui spesso la gente desiderava un cambio di regime. Solamente la Cina, il Vietnam e Cuba sono riusciti a cambiare pelle senza far cadere il partito comunista.</p>
<p>Ma le proteste di Hong Kong di quest’anno ed i modelli democratici e capitalistici di Taiwan e della Corea del Sud fanno pensare che Pechino abbia dei contendenti ideologici piuttosto concorrenziali nel lungo termine.</p>
<p>Anche gli islamisti hanno avuto i loro filosofi, politologi, ideologi, rivoluzionari come Khomeini. Hanno conquistato il potere in molti paesi con organizzazioni come i Fratelli Musulmani o con movimenti di riforma sociale islamista, come i Salafiti. Hanno anche avuto molte derive terroristiche come Al Qaeda o l’Isis. Anche i nazionalisti laici arabi, turchi o iraniani hanno avuto i loro pensatori o leader, basti pensare al partito siriano e iracheno Bath, grande protettore delle minoranze, ma anche capace di regimi feroci. Si possono poi citare <strong>Kemal Atatürk</strong> in Turchia o la dinastia Pahlavi in Iran. Ma nessuno di questi attori, islamisti o laici, oggi è considerato un modello a cui ispirarsi dai manifestanti che dagli anni delle Primavere Arabe continuano con regolarità sorprendente ad affacciarsi nelle piazze arabe o mediorientali.</p>
<p>Eppure, se si tolgono parzialmente solo i casi iraniano, turco e curdo, in cui sono individuabili un certo numero di pensatori, filosofi, attivisti e politici con una certa capacità di creare un sistema di valori e un’organizzazione che possa portare ad un “regime change” democratico, negli altri paesi questo non avviene. Se la maggioranza di chi scende in piazza aspira ad una maggiore libertà, non sono però presenti chiari movimenti filosofici e politici che abbiano la forza di poter competere con i soldi e la violenza ideologica e in alcuni casi fisica degli islamisti o degli nazionalisti. Eppure basterebbe attingere al <strong>patrimonio filosofico e politico dei califfati</strong> Abbaside, Omayyade o Andaluso per rendersi conto che in quegli anni i filosofi e scienziati avevano più considerazione e potere dei religiosi o teologi e che ogni minoranza intellettuale o religiosa aveva uno spazio nel sistema politico, se accettava il potere del Califfo. Paradossalmente gli islamisti, più che rifarsi, come sostengono, alle origini dell’Islam, hanno come basi ideologiche i movimenti totalitari europei degli anni Venti, come il fascismo o il comunismo. Basta leggere i testi scritti in quegli anni dagli ideologi di gruppi come i Fratelli Musulmani, per comprendere come l’idea del partito politico che deve, in modo totalizzante, essere il custode della morale pubblica, sia di derivazione fascista o comunista.</p>
<p>Così come l’idea che questa morale debba essere difesa contro le teorie libertarie o democratiche che invece considerano il singolo libero di scegliere la propria filosofia di vita. L’islamismo riprende dal comunismo e dal fascismo l’idea che il singolo possa essere schiacciato in nome di una presunta morale pubblica.</p>
<p>Un’idea del tutto estranea all’Islam dei primi califfati per due ragioni. La prima è che la maggior parte delle popolazioni dei primi califfati nell’odierna Siria, Iraq ed Egitto non erano islamiche. Il califfo pretendeva il riconoscimento del suo ruolo politico, ma non convertiva a forza. Nella maggior parte dei casi al massimo incentivava la conversione all’Islam attraverso incentivi fiscali. I non musulmani infatti pagavano una tassa in più, che i convertiti non avevano. Il secondo motivo è invece puramente teologico, nell’islam non vi né un Papa né un <strong>clero strutturato</strong>, quindi l’interpretazione è libera e personale. Inoltre, chiunque studia per anni il Corano può formare una sua cerchia di studenti che apprendono da lui. Da sempre l’Islam, anche all’interno degli sciiti e sunniti, ha infinite scuole giuridiche e sotto gruppi. È solo nel Novecento, che gli islamisti, ispirati dal fascismo e dal comunismo, tentano di arrogarsi il diritto di creare un’interpretazione unica della legge islamica messa nelle mani del loro partito. Partito o gruppo di potere che poi tenta di diventare il partito unico, o come nel caso iraniano, l’unica burocrazia ideologica, che può gestire il potere.</p>
<p>Ecco quindi che i libertari e democratici mediorientali possono attingere, non solamente dalla storia occidentale o da quella di Gandhi e Mandela, per crearsi <strong>un nuovo sistema valoriale</strong>, ma anche alla storia dei primi califfati, con la loro libertà religiosa e filosofica e a gran parte dell’antica giurisprudenza islamica, che rendeva l’individuo libero di scegliere a quale interpretazione del Corano volesse aderire. Rimettere l’uomo e la sua libertà al centro del pensiero filosofico mediorientale, creare correnti di pensiero e politiche ben strutturate nei territori, che possano creare un equilibrio tra la libertà del singolo e il bene della comunità, sarà l’unico modo per dare speranza di riuscita alle tante proteste di massa che periodicamente infiammano il Medio Oriente e Nord Africa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/medio-oriente-quando-i-manifestanti-non-sanno-farsi-classe-dirigente.html">Medio Oriente, quando i manifestanti non sanno farsi classe dirigente</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;incerto futuro degli yazidi dopo il genocidio</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/lincerto-futuro-degli-yazidi-dopo-il-genocidio.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2020 08:01:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Yazidi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Guerra all&#039;Isis, i curdi a Sinjar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli yazidi sono una minoranza etnica e religiosa con una cultura che risale a oltre 6mila anni fa, vivono principalmente nelle parti settentrionali dell&#8217;Iraq e della Siria, con comunità di migranti in Europa e Nord America. Nell&#8217;estate del 2014, il cosiddetto Stato islamico ha lanciato un attacco sistematico contro i civili in Siria e nel &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/lincerto-futuro-degli-yazidi-dopo-il-genocidio.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/lincerto-futuro-degli-yazidi-dopo-il-genocidio.html">L&#8217;incerto futuro degli yazidi dopo il genocidio</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Guerra all&#039;Isis, i curdi a Sinjar (LaPresse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Sinjar-una-citt%C3%A0-distrutta-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Gli <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/storia-futuro-degli-yazidi-la-minoranza-sopravvissuta-allisis.html" target="_blank" rel="noopener"><strong>yazidi</strong></a> sono una minoranza etnica e religiosa con una cultura che risale a oltre 6mila anni fa, vivono principalmente nelle parti settentrionali dell&#8217;<strong>Iraq</strong> e della <strong>Siria</strong>, con comunità di migranti in Europa e Nord America.</p>
<p>Nell&#8217;estate del 2014, il cosiddetto <a href="https://it.insideover.com/schede/guerra/cos-e-l-isis-genesi-della-rete-del-terrore.html" target="_blank" rel="noopener">Stato islamico</a> ha lanciato un attacco sistematico contro i civili in Siria e nel nord dell&#8217;Iraq. Il 3 agosto, la campagna di sterminio raggiunse <strong>Sinjar</strong>, che all&#8217;epoca ospitava la maggior parte degli yazidi del mondo, una minoranza etnico-religiosa con secoli di storia in tutto il Medio Oriente. La commissione internazionale indipendente d&#8217;inchiesta delle Nazioni Unite sulla Repubblica araba siriana, nel suo rapporto sui crimini commessi contro gli yazidi, ha osservato: &#8220;<span style="font-size: 1rem;">La data del 3 agosto 2014 è diventata una linea di demarcazione, delimitante quando una vita è finita e per coloro che sono sopravvissuti, quando è iniziata un&#8217;altra, infinitamente più crudele&#8221;.</span></p>
<p>Nelle settimane che seguirono, ricorda la Yazda Global Organisation, circa 12mila yazidi furono assassinati o rapiti da Daesh. Si stima che 6.800 yazidi, soprattutto donne e bambini, siano stati rapiti e sottoposti ad abusi sessuali, psicologici e fisici prolungati. I militanti dell&#8217;ISIS hanno anche costretto gli yazidi a convertirsi all&#8217;Islam e hanno separato i ragazzi più giovani dalle loro famiglie, mandandoli nei campi di rieducazione e poi in prima linea come bambini soldato. Il genocidio ha preso di mira anche il ricco e antico patrimonio culturale del popolo yazidi. Alcuni dei siti religiosi e culturali più importanti sono stati sistematicamente distrutti dal gruppo. Daesh ha anche posto trappole esplosive nelle case degli yazidi, impedendo completamente agli yazidi di tornare in patria, anche molto tempo dopo che il cosiddetto &#8220;Califfato&#8221; è stato ampiamente sconfitto in Iraq.</p>
<p>Le Nazioni Unite, il Parlamento europeo, il Consiglio d&#8217;Europa, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti d&#8217;America e i parlamenti di Armenia, Australia, Canada, Francia, Scozia e Regno Unito hanno tutti riconosciuto che i crimini commessi da Daesh contro gli yazidi equivalgono a un genocidio. Tuttavia, fino ad oggi ricorda la Yazda Global Organisation, a cinque anni dall&#8217;inizio del <strong>genocidio</strong>, non vi è ancora stata giustizia e quasi 3mila donne e bambini rimangono dispersi, con molti sospettati di essere ancora in cattività.Gli yazidi non sono ancora stati in grado di tornare alle loro case e non sono state prese misure significative per risolvere le questioni politiche e di sicurezza in Sinjar e in altre aree in cui vivono le minoranze. Oltre 400mila persone rimangono sfollate e incapaci di tornare nelle loro case, vivendo in condizioni molto difficili negli Idp e nei campi profughi in Medio Oriente ed Europa.</p>
<p>Da un punto di vista religioso, secondo gli esperti, gli yazidi “credono in un Dio primordiale, che ha creato o è divenuto l&#8217;universo, manifestandosi nei Sette Grandi Angeli, il principale dei quali è Melek Ṭāʾūs, un angelo dalle sembianze di un pavone”. <em>Melek</em> vuol dire appunto Angelo e <em>Ṭāʾūs</em> significa Pavone, essenza attiva di Dio.</p>
<p>L&#8217;Angelo Pavone, “padrone del mondo, è l&#8217;origine del bene e del male. Il compito degli uomini è di aiutare il bene a prevalere. Secondo gli yazidi, anche il male è stato creato da Dio, ma ugualmente Dio vuole la vittoria del Bene. Gli uomini possono inavvertitamente compiere azioni malvagie, atte a favorire la vittoria del Male. Immagini di pavoni, in bronzo o ferro, sono oggetti rituali devozionali”.</p>
<p>Per fare il punto sulla tragedia degli yazidi, <em>InsideOver</em> ha sentito la “business” e “peace building” libanese di origini armene e italiane, Lynn Zovighian, che lavora a fianco dei leader della comunità yazidi  per far in modo che la comunità internazionale non si dimentichi di questa tragedia ancora in corso. Lynn vive tra il Libano e l’Arabia Saudita dove si occupa di progetti per lo sviluppo economico e sociale delle comunità.</p>
<p><strong>L’Islam cosa pensa degli yazidi?</strong></p>
<p>Quando ho cominciato a studiare la storia degli yazidi e le fatwe su di loro fatte da  Daesh, ho compreso subito che gli estremisti utilizzavano come fonti per le nuove fatwe, quelle antiche che mal intrepretavano completamente, decontestualizzandole. Per altro l’odierno Iraq, con la sua antichissima popolazione yazidi, si trova al centro del territorio dei primi califfati. Bagdad fu infatti la capitale del secondo califfato, quello abbaside.</p>
<p><strong>Il mondo islamico sta prendendo posizione contro le fatwe dei terroristi?</strong></p>
<p>Per fortuna sì, vi è molto dibattito su questi temi. Anche in Arabia Saudita dove vivo si sta portando avanti un interessantissimo dibattito su questi errori di interpretazione delle antiche fatwe e molto sta cambiando. Daesh e gli islamisti in generale sono molto deboli proprio sulle loro basi teologiche. È incredibile che l’Occidente non abbia attaccato Daesh su questo e anzi, in un certo qual modo, abbia permesso loro di portare avanti questa falsa narrativa. È proprio grazie alla loro debolezza teologica che oggi può partire un grande movimento, non solamente contro Daesh, ma contro tutti gli estremismi che usano l’Islam come scusa per le loro idee.</p>
<p><strong>Gli yazidi che sono sopravvissuti al genocidio di Daesh hanno lasciato l’Iraq o hanno deciso di restare?</strong></p>
<p>Molti hanno lasciato il Medio Oriente, forse per sempre. Alcuni sono andati negli Stati Uniti, in Nebraska, altri in Canada, Australia e Francia. Hanno deciso che l’Iraq e la Siria non possono più essere la loro casa. Non si può giudicarli perché ci si sente a casa dove si ha la sicurezza di poter vivere in pace. Altri sono rimasti in Iraq e vivono in campi profughi in condizioni atroci. Sono gestiti molto male, sia per quanto riguardo la sicurezza, che per problemi sanitari e logistici. Mancano le infrastrutture mediche e spesso scoppiano epidemie. L’Onu e l’Unhcr dovrebbero porsi molte domande sulla gestione dei campi. Girano la tubercolosi e altre infezioni. Molti degli abitanti dei campi, sopravvissuti a Daesh, mi hanno confessato che mai avrebbero pensato che i campi sotto l’egida internazionale fossero pure peggio della vita da schiavi sotto gli islamisti. Si tratta di luoghi senza alcuna dignità. Poi vi è un terzo gruppo che è tornato a Synjar, anche se non ci sono infrastrutture e Daesh ne ha uccisi nuovamente alcuni poco tempo fa. Noi pensiamo che il genocidio sia finito, ma non è così. Infatti, non vi sono né sicurezza, né infrastrutture. Daesh oltre che aver portato avanti un genocidio, ha anche distrutto tutti i loro luoghi di culto. Siti che sono fondamentali per la loro comunità. Infine, gli yazidi che vivevano in Siria, nella zona di Aleppo, sono scappati in Libano dopo che i gruppi come Al Nusra li avevano minacciati di fare la stessa cosa di Daesh. Anche il governo Libanese ha quindi oggi delle responsabilità sul futuro di questo popolo.</p>
<p><strong>Quest’estate si è tenuta una conferenza a Baghdad sul genocidio degli yazidi</strong></p>
<p>Sì ed è stato un punto di svolta. Ero presente ed è stato un momento unico, perché molti politici iracheni hanno detto che pur non avendo nulla a che fare con Daesh, tutti sono responsabili, perché bisogna rendere chiaro che le loro non sono idee islamiche. Alcuni hanno anche detto che “bisogna creare un senso di cittadinanza per far capire che siamo tutti iracheni. Infatti, Daesh ha giustificato il genocidio dicendo che gli yazidi non sono monoteisti, ma questo popolo è stato il collante del mosaico della società irachena e l’Iraq è un paese monoteistico e quindi vanno protetti”. Se si attaccano gli yazidi si attaccano quindi gli iracheni.</p>
<p><strong>Le persone che sono state schiavizzate sono tornate tutte?</strong></p>
<p>Assolutamente no, stiamo commemorando un genocidio ancora in atto. La metà di quelli che furono resi schiavi non sappiamo ancora che fino abbiano fatto e non se ne parla mai, si tratta di quasi 3mila persone. Alcuni sono nelle mani di persone legate a Daesh che chiedono migliaia di dollari per rilasciarli, con tutti i problemi che comporta pagare gruppi terroristici, sapendo che uso faranno dei soldi dei riscatti.</p>
<p><strong>Le donne utilizzate come schiave sessuali quando vengono liberate hanno problemi a ritornare in famiglia e nella società yazide?</strong></p>
<p>Ho lavorato molto con i leader della comunità per organizzare dei pellegrinaggi spirituali a Lalish per le donne che tornavano nella società yazide dopo essere state rapite e rese schiave sessuali di Daesh. Le cerimonie erano sia di riconversione, che un “ben tornati” nella società. Il messaggio dei leader religiosi yazidi è stato: “Non vi abbiamo mai dimenticato e siete sempre state importanti per noi”. Si è trattato di un passaggio fondamentale per il loro rientro in famiglia. Purtroppo invece non c’è stato tempo e risorse per aiuti psicologici seri e duratori. Parliamo di donne che sono state vendute come schiave sessuali, non potranno mai più essere quelle di prima. Per altro anche il loro presente è difficile, perché sono finite nei campi profughi, ma parliamo di donne molto forti. Se vogliamo parlare di riconciliazione, prima la comunità internazionale deve fermare questo genocidio ancora in corso e risolvere i problemi dei campi profughi che sono luoghi inumani.</p>
<p><strong>Quali sono le priorità da affrontare per risolvere i problemi irrisolti dalla comunità internazionale e dal governo iracheno?</strong></p>
<p>Bisogna cambiare la filosofia con cui vengono distribuiti i fondi, devono diventare investimenti per progetti a lungo termine che permettano di ricostruire una società yazide in Iraq. Bisogna poi comprendere che la sicurezza è vitale, senza di questa non ci sarà nessun ritorno degli yazidi. Anche su questo punto la comunità internazionale latita.</p>
<p>Bisogna poi mettere intorno a un tavolo i rappresentanti della società internazionale, il governo, i donatori privati e i rappresentanti degli yazidi per capire come ricostruire Sinjar. Sarebbe poi utile se le Ong internazionali prendessero in carico la ricostruzione dei luoghi sacri degli yazidi e degli ospedali, non costerebbe molto e sarebbe un passo fondamentale per la ricostruzione della loro società. Infine, bisogna portare avanti l’energia positiva nata con la conferenza di Baghdad di questa estate e rendere sempre più chiaro che chi attacca gli yazidi attacca l’Iraq.</p>
<p><strong>Il riconoscimento del genocidio degli yazidi da parte di molti parlamenti in giro per il mondo è positivo?</strong></p>
<p>È un bene, ma non deve diventare un semplice atto per salvarsi la coscienza senza cambiare la situazione sul campo. Non serve a nulla se non va di pari passo con politiche a lungo termine per migliorare la situazione dei sopravvissuti in Medio Oriente.</p>
<p><strong>Dopo tanti anni di lavoro con gli yazidi, c’è qualcosa di inaspettato che ha appreso da loro? Che le ha cambiato la vita?</strong></p>
<p>Certamente, sono maestri di vita brillanti e sono stata fortunata a poter lavorare con loro. Per esempio hanno avuto la capacità di non condannare tutti i musulmani o gli iracheni per quello che Daesh ha fatto loro. Hanno sempre detto che quello che facevano i terroristi non aveva nulla a che fare con l’Islam.</p>
<p>Inoltre, molti yazidi che vivevano negli Stati Uniti e i Gran Bretagna prima del genocidio e avevano ottimi lavori, sono tornati subito in Iraq per aiutare i loro correligionari allo scoppiare della crisi. Ma soprattutto mi hanno permesso di comprendere fino in fondo cosa vuol dire essere armena. La storia del mio popolo ha infatti molte analogie con quello che è accaduto agli yazidi. Grazie alle loro storie e alla loro tenacia, ho compreso meglio le mie radici armene.</p>
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		<title>Iran, il mito di Soleimani traballa. Le proteste incendiano Teheran</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/iran-il-mito-di-soleimani-traballa-le-proteste-incendiano-teheran.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jan 2020 17:42:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[Proteste in Iran]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="926" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran proteste" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-768x371.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-1024x494.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Gli iraniani hanno accolto la notizia della morte del generale Qasem Soleimani con più indifferenza di quello che può sembrare dalle immagini dell&#8217;imponente funerale di Stato. La maggior parte della gente ha seguito le notizie dalla tv e più che altro era preoccupata che, dopo la rappresaglia iraniana, gli Stati Uniti potessero decidere di attaccare l’Iran. &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/iran-il-mito-di-soleimani-traballa-le-proteste-incendiano-teheran.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/iran-il-mito-di-soleimani-traballa-le-proteste-incendiano-teheran.html">Iran, il mito di Soleimani traballa. Le proteste incendiano Teheran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="926" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Iran proteste" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-300x145.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-768x371.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Proteste-in-Iran-La-Presse-2-e1578850948613-1024x494.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="p1"><span class="s1">Gli iraniani hanno accolto la notizia della morte del generale Qasem Soleimani con più indifferenza di quello che può sembrare dalle immagini dell&#8217;imponente funerale di Stato. La maggior parte della gente ha seguito le notizie dalla tv e più che altro era preoccupata che, dopo la rappresaglia iraniana, gli Stati Uniti potessero decidere di attaccare l’Iran. Non che gli iraniani amino particolarmente il presidente americano Donald Trump e le sue politiche, ma non amano troppo, in molti casi, quelle della Repubblica islamica. Non può essere l’uccisione del generale Soleimani a far dimenticare che nel mese di novembre sono scoppiate sommosse e proteste in tutto il paese. Proteste portate avanti dai più poveri. Persone che fino a poco tempo fa erano lo zoccolo duro del sostegno di un regime che oggi i sondaggi ritengono essere sempre meno amato dalla popolazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le forze dell’ordine hanno risposto in modo feroce alle proteste, uccidendo secondo molte fonti più di cento persone. S</span><span class="s1">ia le sinistre che i vecchi sostenitori dello Shah, fino alle le minoranze azere, curde e arabe o i sufi e altri gruppi sciiti che si oppongono alla centralizzazione dell’interpretazione del Corano fatta dalla Repubblica Islamica, hanno tutti avuto attivisti uccisi dal governo. Lo strato più povero e spesso conservatore, che invece era la base su cui si poggiava il potere del sistema teocratico, ancora non aveva provato sulla sue pelle la repressione della Repubblica Islamica. Ora anche esso ha i suoi morti.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le proteste erano partite a causa del forte rincaro del prezzo della benzina e della diminuzione dei litri che ogni iraniano può acquistare a prezzo calmierato. </span><span style="font-size: 1rem;">Una delle critiche che spesso si sentivano negli ultimi anni era che in piena crisi e sotto le sanzioni, il governo iraniano sprecava soldi per guerre in Iraq, Siria, Yemen e per rafforzare Hezbollah in Libano. </span><span class="s1">Il generale Soleimani era proprio il perno centrale di questa politica che, se da un lato solleticava il nazionalismo iraniano, dall’altro era soggetta a molte critiche per le enormi quantità di risorse che dirottava fuori da un paese già in ginocchio. </span><span style="font-size: 1rem;">Inoltre, se è vero che Soleimani era stimato da molti per la sua capacità di combattere l’Isis, mandando al contrario degli occidentali, uomini sul terreno, era però poco amato dagli iraniani che si oppongono al regime per la sua volontà di esportare l’ideologia khomeinista nei paesi confinanti. </span></p>
<p class="p1"><span style="font-size: 1rem;">Certo, le sue vittorie hanno solleticato il nazionalismo iraniano e hanno generato sentimenti di simpatia o quanto meno di rispetto in molti &#8211; anche tra chi non si è mai considerato un sostenitori dell&#8217;espansione di Teheran. Ma questo non cambia la generale disistima che moltissimi iraniani </span>nutrono<span style="font-size: 1rem;"> verso gli ayatollah. </span><span class="s1">Nemmeno la forte antipatia per Trump e la sua decisione di uscire dall’accordo sul nucleare o la sua politica di uccisione mirata dei nemici riescono a trasformare l’opinione degli iraniani sul regime. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La preoccupazione, chiaramente, è tanta. Le classi più borghesi si sono chiuse in una bolla. Per paura della violenza della repressione o di una guerra con gli Stati Uniti, vivono rinchiudendosi nel proprio mondo. Non protestano formalmente, ma nella vita privata infrangono tutte le leggi. I ricchi, pur essendo in gran parte laici e contro il regime, più che rischiare la vita preferiscono vivere in una bolla, emigrare o almeno investire all&#8217;estero per farsi un doppio passaporto. </span><span class="s1" style="font-size: 1rem;">I più poveri, che invece non hanno più nulla da perdere, ultimamente sono scesi in piazza e scioperano anche a costo di finire in carcere o morire. Fino ad ora la forza dei governi era quella di vedere scendere in piazza gli studenti di sinistra ma non le classi meno abbienti</span><span class="s1" style="font-size: 1rem;">. </span><span class="s1" style="font-size: 1rem;">Ma se i due fronti si dovessero unire, per la Repubblica islamica sarebbe davvero difficile gestire la situazione.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Anche le manifestazioni oceaniche mostrate dalla tv a molti sono apparse abbastanza pilotate. Basta vedere l’abbigliamento delle donne nei loro chador neri per rendersi conto che la maggioranza del paese non era lì. Inoltre, in un Pasese dove gli impiegati pubblici sono milioni, è evidente che basta chiudere gli uffici e le scuole per capire chi non partecipa e perché. </span><span class="s1">Anche la gestione del funerale a Kerman, terra natale di Soleimani e in cui è molto amato, dove sono morte decine di persone schiacciate dalla folla che premeva intorno al feretro, ha lasciato molte persone perplesse. </span><span style="font-size: 1rem;">Molti a Teheran ironizzavano addirittura </span>sull&#8217;accaduto<span style="font-size: 1rem;"> sostenendo che se il regime non era capace di gestire un funerale, figuriamoci una guerra contro gli americani. Lo stesso vale per l’incidente</span><span class="Apple-converted-space" style="font-size: 1rem;"> </span><span style="font-size: 1rem;">che ha causato la morte di tutti i passeggeri del volo dell’Ucraina International Airlines.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La maggior parte degli iraniani non ha creduto da subito alla versione del governo che fosse un incidente ed erano convinti che fosse stato il regime a colpirlo per errore. La sovrapposizione tra la rappresaglia iraniana in Iraq, con l’attacco alla base americana e l’incidente non aveva lasciato molti dubbi tra la gente. Infatti, alla fine lo stesso regime ha finito per ammetterlo. Anche questo incidente ha dato la sensazione che il paese sia piuttosto disorganizzato e debole in questo momento. Sui social network, le famiglie e gli amici si sono divisi e spesso hanno litigato sulla sorte del generale Soleimani o sull&#8217;incidente aereo, il che dimostra che le crepe nell&#8217;unità iraniana esistono. </span></p>
<p class="p1"><span class="s1">La strada che gli ayatollah hanno di fronte si fa sempre più stretta. Proprio per questo la risposta contro gli Stati Uniti è stata più che altro “teatrale”, probabilmente non hanno voluto attaccare in modo frontale gli americani perché consapevoli di non poter affrontare una guerra. </span><span class="s1">Certo anche Trump, visto la debole risposta iraniana, non ha voluto contrattaccare consapevole che una guerra contro l’Iran, pur indebolito, sarebbe comunque più complessa di quello che dice su Twitter, sopratutto in un anno elettorale. L&#8217;esercito iraniano e le forze dei Pasdaran sono perfettamente in grado di resistere, l&#8217;Iran è un Paese ben fortificato e gli iraniani non sono persone che accetterebbero un conflitto. Se nel breve tempo sembra quindi che la propaganda iraniana e i tweet di Trump siano stati più che altro teatrali e un modo per prendere le misure reciproche, nel lungo termine la questione si fa molto più problematica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Le autorità stremate dalle sanzioni e dal malcontento popolare appaiono deboli. Molti pensano ormai che sia del tutto irriformabile e la proverbiale capacità degli ayatollah di trovare soluzioni politiche flessibili alle esigenze del momento sembra essere in crisi. </span><span class="s1">Di fronte a tutto ciò, una parte dei vertici politici e militari potrebbe essere tentata di trasformare il paese in una potenza nucleare, sapendo che in questo caso nessuno lo attaccherebbe. Ma a chi guarda all'&#8221;esempio coreano&#8221;, si contrappone una gran parte del governo e delle forze politiche della Repubblica che non vuole una guerra, vuole raggiungere un accordo e sa benissimo che la coalizione formata dagli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita non aspetta altro che trovare il minimo segnale per scatenare un attacco al cuore di Teheran. Proprio per questo è probabile che<span class="Apple-converted-space">  </span>ci siano divisioni in seno agli ayatollah sulla strada da percorrere. La via per un nuovo accordo con gli americani sembra molto in salita, anche se Trump è spesso imprevedibile. Inoltre, bisogna aspettare e vedere chi vincerà le prossime elezioni negli Stati Uniti. </span><span style="font-size: 1rem;">Certo, anche di fronte alla nuova ondata di sanzioni appena annunciata da Trump, il regime si trova sempre più in difficoltà. Mentre solo il tempo dirà se alla alla fine prevarranno gli iraniani borghesi che vivono estraniati in una metaforica bolla, in attesa che tutto passi o qualcosa accada, o la rabbia degli studenti e dei più poveri che non hanno più nulla da perdere.</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/iran-il-mito-di-soleimani-traballa-le-proteste-incendiano-teheran.html">Iran, il mito di Soleimani traballa. Le proteste incendiano Teheran</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>La contrapposizione tra Hezbollah e i manifestanti in Libano</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/la-contrapposizione-tra-hezbollah-e-i-manifestanti-in-libano.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Luca Fortis]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 15:12:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Medio Oriente]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="984" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-300x154.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-768x394.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-1024x525.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La situazione libanese si fa sempre più complessa e gli scontri di metà dicembre tra i manifestanti e le forze di sicurezza libanesi lo dimostrano. Se per molto tempo l’esercito non aveva toccato i manifestanti, adesso la situazione sembra essere mutata. Le forze dell’ordine hanno lanciato lacrimogeni contro alcuni manifestanti e vi sono stati decine &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/la-contrapposizione-tra-hezbollah-e-i-manifestanti-in-libano.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="984" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-300x154.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-768x394.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/08/Motociclisti-di-Hezbollah-in-Libano-La-Presse-e1566751196197-1024x525.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="p2"><span class="s1">La situazione libanese si fa sempre più complessa e gli scontri di metà dicembre tra i manifestanti e le forze di sicurezza libanesi lo dimostrano. Se per molto tempo l’esercito non aveva toccato i manifestanti, adesso la situazione sembra essere mutata. Le forze dell’ordine hanno lanciato lacrimogeni contro alcuni manifestanti e vi sono stati decine di feriti. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ma l’esercito di cui i manifestanti devono aver paura è un altro ed è quello di <strong>Hezbollah</strong>. Il partito di Dio sciita rimane uno stato dentro lo stato e questo è il maggiore rischio che i manifestanti libanesi, che protestano contro il sistema politico corrotto, settario e che non risponde al voto della gente ma a logiche geopolitiche internazionali, dovranno affrontare. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Il problema è chiaro a tutti, ma le ultime minacce giunte da Teheran rendono ancora più netto un messaggio già molto chiaro.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">&#8220;Se il regime sionista commette il minimo errore contro l&#8217;Iran, distruggeremo Tel Aviv dal Libano&#8221;, ha minacciato <strong>Morteza Ghorbani</strong>, consigliere del comandante delle Guardie Rivoluzionarie in Iran, l&#8217;esercito ideologico della Repubblica islamica.<span class="Apple-converted-space">  </span>Le sue parole hanno subito creato una nuova crisi nel seno della già divisa classe politica libanese. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In una dichiarazione all&#8217;agenzia di stampa iraniana<em> Mizan Online</em>, riportata dal giornale Libanese di lingua francese <em>L’Orient le Jour</em>, il comandante iraniano dei Pasdaran ha affermato che l&#8217;Iran potrebbe distruggere Israele senza dover lanciare missili dal proprio territorio. &#8220;Se il regime sionista commetterà il minimo errore, distruggeremo Tel Aviv dal Libano&#8221;, ha avvertito. &#8220;Se il leader supremo Ayatollah <strong>Ali Khamenei</strong> &#8211; ha aggiunto &#8211; ci ordina di lanciare i nostri missili, tutti gli israeliani si arrenderanno immediatamente&#8221;. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In Libano, riporta <em>L’Orient le Jour</em>, le parole di Ghorbani, hanno avuto l’effetto di una bomba. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1"> Il Libano non è una colonia iraniana, hanno dichiarato molti politici.<span class="Apple-converted-space">  </span>Il Ministro della Difesa uscente, Elias Bou Saab (Free Patriotic Current), ha sottolineato che &#8220;se le parole attribuite a Ghorbani si rivelassero reali, sono angoscianti e inaccettabili&#8221;. Queste parole ha aggiunto, “violano la sovranità del Libano vincolata da relazioni amichevoli con la Repubblica Islamica&#8221;. &#8220;L&#8217;indipendenza libanese non deve in alcun caso essere compromessa&#8221;, ha commentato il Ministro dell&#8217;Informazione uscente, Jamal Jarrah (Corrente del futuro), che ha aggiunto &#8220;parole irresponsabili e pretenziose, che minano la sovranità del Libano e del suo popolo&#8221;.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Le gravi parole di Ghorbani arrivano in un momento delicatissimo per il paese che attualmente non ha più un governo a seguito delle manifestazioni di piazza che in tutto il Libano chiedono da due mesi un totale rinnovo della classe politica e un governo tecnico. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Nonostante il primo ministro Hariri si sia dimesso per venire incontro ai manifestanti, Hezbollah vede come il fumo negli occhi queste manifestazioni. Il partito sciita ha appoggiato l’incarico dato al politico sunnita, Hassan Diab, di formare il nuovo governo. Peccato che pur essendo sunnita, non ha l’appoggio dell’ex premier Hariri e della maggioranza dei politici sunniti. Il nuovo primo ministro è infatti appoggiato da Hezbollah, Amal ed i suoi alleati cristiani. Il che lo rende un pessimo candidato agli occhi dei manifestanti. Diab continua a sostenere che vuole formare un governo solo di tecnici, ma vista la posizione dei partiti che lo sostengono, sarà davvero difficile. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Hezbollah rimane il vero avversario di chi protesta, infatti il partito sciita non potrà mai accettare la fine di quello che i manifestanti considerano un sistema feudale e mafioso perché metterebbe termine al suo sogno di esportazione della Velayat e Faqui, la filosofia di governo inventata dall’Ayatollah Khomeini in Iran. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Oggi in Libano, grazie alla costituzione settaria, ogni comunità religiosa finisce per governare i suoi. Hezbollah accetta una democrazia formale fino a quando la legge gli permette di governare i suoi feudi. Luoghi dove la legge generale dello stato non vale più e dove si vive come se vigesse una repubblica islamica di impianto Khomeinista. Gli sciiti che non vogliono assoggettarsi devono andare a vivere in parti del paese o in zone della città in cui sono in maggioranza i cristiani, i sunniti o i drusi. Hezbollah infatti ha creato uno Stato nello Stato, con le sue forze armate, i suoi ospedali e le sue scuole. Un Stato in cui la legge non è quella statale, ma la volontà di Hezbollah.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Ecco perché un Libano in cui i partiti fossero laici e in cui il settarismo religioso non fosse il perno del potere, non permetterebbe mai a Hezbollah una tale politica antidemocratica. Il partito di Dio può andare avanti solo in questa democrazia di facciata che nasconde poi un mondo di feudi in cui ognuno detta la sua legge. Perfino la capitale Beirut è divisa in quartieri in cui la vita è diversissima a seconda che si viva in zone sciite, sunnite, o cristiane.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">In fondo i politici di oggi sono in gran parte i signori della guerra di ieri. I protagonisti di una guerra che è finita senza una reale riconciliazione, ma con un tacito accordo per tornare a fare business e riunificare zone che erano state separate per quindici anni. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Quello che però non si aspettavano i politici era che una vasta parte della borghesia libanese, ma anche dei poveri, trovasse ormai insopportabili le loro divisioni strumentali, la corruzione e il loro continuo minacciare una nuova guerra civile ogni qual volta qualcuno metta in discussione la loro politica corrotta e settaria.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Certo non sarà facile per i libanesi onesti rompere questo sistema, anche per le ingerenze geopolitiche di Iran e Arabia Saudita che utilizzano il paese come campo di battaglia per le loro diatribe. Per l’Iran il Libano rappresenta lo sbocco sul mare Mediterraneo e la possibilità di attaccare indirettamente Israele. Grazie alla presenza militare in Siria e in Iraq e al controllo di Hezbollah, Teheran si è garantita il controllo di un vasto territorio. Anche se si tratta di un territorio turbolento, a novembre infatti le rivolte in Iran hanno causato forse più di 100 morti, in Iraq 400 e in Libano per fortuna solo la paralisi del paese. La Siria paradossalmente sembra ormai quasi più stabile dei vicini.</span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Anche l’Arabia Saudita, nonostante l’alleanza tattica con Israele, non sembra passarsela troppo bene, è impantanata in un conflitto contro gli Houthi, alleati di Teheran, in Yemen, la sua industria petrolifera ha subito un attacco terroristico, probabilmente per mano iraniana e l’uccisione del giornalista <strong>Jamal Khashoggi</strong> nell’ambasciata saudita ad Ankara, hanno danneggiato molto la sua immagine. Solamente la quotazione in borsa dell’Aramco, la società nazionale del petrolio e gas, è andata molto bene. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Non sarà semplice per i giovani libanesi creare una forza politica che<span class="Apple-converted-space">  </span>sia capace di superare tutte queste problematicità. </span></p>
<p class="p2"><span class="s1">Anche se questa seconda ondata di proteste era stata considerata quasi impossibile da tutti quelli che dichiaravano fallita la Primavera Araba e che pensavano che il collasso libico, la guerra siriana e la situazione egiziana, avessero convinto la gente che era meglio non protestare. Le proteste in Algeria, Sudan, Iran, Iraq e Libano dimostrano che la situazione è più complessa. </span></p>
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