Il Libano si trova di fronte alla tempesta perfetta. La peggiore crisi dopo la guerra civile. Il paese sta affrontando più crisi intrecciate drammaticamente l’una con l’altra. Una crisi politica, dopo che a seguito di mesi di proteste, è nato il primo governo non di unità nazionale della sua storia, ma molto più legato all’Iran (e all’alleanza con la Siria). Il paese è poi andato in bancarotta, cosa mai accaduta prima ed è piombato nella crisi sanitaria provocata dal coronavirus.

Il tutto essendo metaforicamente attraversato da una faglia che separa pericolosamente due placche della “geopolitca terrestre”, quella che divide il mondo legato agli Stati Uniti, Israele e all’Arabia Saudita e quella legata all’Iran, la Siria e la Russia. Una faglia che crea spesso terribili terremoti politici. Il sistema politico non ha alcuna credibilità tra i cittadini che per tutto l’autunno hanno chiesto un ricambio della classe politica corrotta e la fine del sistema settario in cui tutto viene filtrato da gruppi di potere vicino ai vari rappresentanti dei gruppi religiosi. Alla fine hanno ottenuto il peggior risultato possibile, un governo con gli stessi politici di prima, ma non di unità nazionale e controllato da Hezbollah, Il fronte che più di tutti rappresenta il settarismo e l’idea dello stato confessionale. Un vero disastro.

Il nuovo primo ministro, Hassan Diab, pur essendo formalmente un tecnico sunnita, in realtà non ha quasi nessuna credibilità tra i sunniti. Si appoggia a una maggioranza parlamentare formata da Hezbollah, Amal, i partiti cristiani suoi alleati, legati al fronte cristiano del presidente Michel Aoun e pochi parlamentari sunniti. Il fronte di Saad Hariri, formato dalla maggioranza dei sunniti e dagli altri partiti cristiani non fa parte del nuovo governo. Inoltre, nessun nuovo partito che rappresenti la maggior parte della borghesia libanese o dei giovani di Beirut è nato a seguito delle proteste d’autunno.

Il nuovo governo di Hassan Diab non ha un importante sostegno internazionale. Il risultato è stato la prima bancarotta di un paese che un tempo era considerato la Svizzera del Medio Oriente, proprio per il suo sistema bancario. La corruzione dei politici, che per decenni hanno redistribuito i proventi dello Stato, ha distrutto il sistema. I vari governi di unità nazionale chiudevano gli occhi sul fatto che ogni gruppo politico ha creato i suoi sistemi di redistribuzione a chi aderiva al sistema settario. La comunità internazionale ha continuato a comprare il debito libanese e fornire nuovi prestiti fino a quando il paese era considerato troppo nevralgico per farlo cadere e fino quando i fragili governi nazionali univano sia i partiti alleati degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita, che quelli alleati dell’Iran e della Siria. Ora che il paese è in mano alla Mezzaluna sciita, i cordoni della borsa sono stati chiusi e non è rimasto altro che dichiarare la bancarotta. La crisi del debito si è subito riversata sulla popolazione, già stremata da mesi di crisi economica e dal coronavirus.

Tra il sistema bancario privato e il nuovo governo si è creata, inoltre, un vera e propria frattura. Le banche private hanno infatti approfittato della chiusura di tutti gli uffici e attività commerciali non necessarie, dichiarato dal governo per la crisi del coronavirus, per chiudere anche esse fino al 29 marzo. Il ministro delle Finanze libanese, Ghazi Wazmi, ha quindi esortato il sistema giudiziario ad agire contro le banche del paese, questo perché nel decreto del governo, è stato deciso di lasciare aperti i negozi alimentari, le farmacie, le banche e gli altri esercizi fondamentali per i cittadini. Il ministro delle Finanze ha invitato i pubblici ministeri ad “agire rapidamente alla luce della decisione affrettata dell’Associazione delle banche di chiudere senza prestare attenzione agli interessi delle persone”. In Libano l’economia è controllata dai politici e le banche non fanno eccezione, sono quindi diventate l’ultimo fronte dello scontro politico.

Secondo uno studio del 2015 di Jad Chaaban, professore di economia presso l’Università americana di Beirut, il 40% delle attività bancarie sono di proprietà di politici, di loro famigliari o collaboratori stretti. Gli stessi politici che nominano la magistratura del paese, il che renderà dubbie le decisioni della magistratura sulle banche.

Inoltre, in mancanza di leggi nazionali, le banche, appena hanno riaperto, hanno congelato i fondi dei propri correntisti e limitato la quantità di dollari americani che si possono prelevare o trasferire all’estero. Il paese, infatti, ha avuto per decenni due monete: il dollaro americano e la lira libanese. Negli ultimi mesi i dollari americani hanno incominciato a scarseggiare creando una crisi di liquidità. Il sistema bancario sostiene di aver dovuto intraprendere queste limitazioni informali per salvare il sistema bancario privato dal collasso, visto che i politici non hanno il coraggio di passare leggi nazionali per farlo.

Il primo ministro Diab ha affermato che il governo sta cercando di ristrutturare il settore bancario e ha ripetutamente promesso di proteggere i piccoli depositi, un’indicazione che per alcuni analisti significa che i grandi depositi potrebbero essere soggetti a un prelievo forzato per far fronte alla probabile insolvenza di molte banche private. Si parla anche di una possibile legge per la trasformazione di una parte dei depositi dei correntisti in azioni delle banche stesse, in modo tale che siano obbligati a prestare soldi agli istituti che rischiano il fallimento. Per ora però sono solo progetti di legge.

Alla crisi politica e finanziaria si aggiunge quella sanitaria e economica provocata dal coronavirus. Il paese non ha assolutamente un sistema sanitario tale da far fronte a una crisi simile. Esistono ottimi ospedali, ma sono privati. I più poveri e soprattutto il milione e 700mila rifugiati siriani e palestinesi sono lasciati completamente a loro stessi. I più poveri, inoltre, sono costretti ad andare a lavorare per non perdere il posto di lavoro. Come se non bastasse tutto questo, gli ospedali libanesi non hanno abbastanza posti in rianimazione. Il che renderà la crisi sanitaria e sociale ancora più devastante. Anche l’economia privata libanese ne uscirà molto danneggiata.

Tutti i settori legati allo Stato e alla legislazione statale sono in pessime condizioni. Le infrastrutture quasi non esistono, se si escludono le strade. Non ci sono treni, né traghetti. L’aeroporto di Beirut è completamente inadeguato e i progetti per ampliarlo non decollano. Il paese ha una cronica mancanza di elettricità, e lo Stato si è arreso alla mafia dei venditori di elettricità prodotta con generatori privati, invece che pianificare la costruzione di grandi centrali. Così come manca un piano per gasificare il paese.

La digitalizzazione dell’economia è una delle priorità per la Repubblica dei Cedri. I libanesi sono grandi esperti di nuove tecnologie ma la strada è lunga, perché mancano leggi per favorire e regolare il settore, nonostante il vecchio governo di Hariri avesse un ministro per le nuove tecnologie. I privati però sono molto avanti, grazie a un gran numero di libanesi della diaspora che lavorano nel settore delle nuove tecnologie. Anche settori come il design e i servizi erano in rapida crescita fino a pochi mesi fa.

L’agricoltura ha molto potenziale, ma negli ultimi anni ha sofferto per la diminuzione delle esportazioni per la guerra in Siria e le altre problematiche regionali. Solo le cantine vinicole sono cresciute moltissimo. Rimane la speranza del petrolio e del gas scoperto davanti alle coste libanesi. Eni e Total hanno già investito nel paese. Anche se rimane complesso immaginare come un governo controllato dalle sole forze politiche del fronte di Hezbollah possa sfruttare dei giacimenti di gas e petrolio che sono in comune con Israele, che a sua volta non ha interesse a scendere a patti con Partito di Dio. I giacimenti infatti sono proprio nel bel mezzo del confine e quindi per sfruttarli serve per forza una certa collaborazione e una divisione in quote, sia delle quantità da estrarre, che dei guadagni, tra i due paesi. Non sarà facile immaginare una via d’uscita, ma la Repubblica dei Cedri ci ha abituato a miracoli impossibili da prevedere.