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Un anno fa, il 4 agosto 2020, un’enorme esplosione scuoteva il porto di Beirut e i quartieri limitrofi, uccidendo più di 200 persone e lasciandone altre 300 mila senza casa. Una deflagrazione così potente da essere avvertita persino in Israele e a Cipro, finendo nel triste record delle esplosioni più grandi della storia. Quel 4 agosto è stato segnato dal lutto e dalla disperazione, ma anche dalla solidarietà e dalla speranza in un cambio di passo della classe politica, già alle prese da tempo con le proteste di una popolazione desiderosa di costruire un nuovo Libano. Ad un anno dall’esplosione del porto nulla è in realtà cambiato. O almeno non per il meglio.

Lo stallo nelle indagini

Le indagini avviate subito dopo l’esplosione hanno portato ben pochi risultati, nonostante l’impegno dei giudici. Ministri, parlamentari, funzionari governativi e membri dell’intelligence continuano infatti a rifiutarsi di rispondere alle domande dei pm facendo appello all’immunità che la Costituzione garantisce loro, ostacolando così il lavoro d’indagine. Ad oggi restano quindi senza risposta domande chiave circa le cause dell’esplosione, sul perché 2750 tonnellate di ammonio si trovassero ancora nei depositi del porto, così come sull’identità dell’acquirente, su cui sta tuttora indagando il magistrato Tarek Bitar.

Quest’ultimo ha preso a dicembre il posto di Fadi Sawan, rimosso a fine dello scorso anno dopo aver accusato di negligenza il premier Diab e tre ex ministri, tutti a conoscenza della presenza del nitrato nel porto e del rischio che esso rappresentava per la sicurezza della capitale. Sotto Bitar le indagini sono proseguite e il nuovo magistrato ha chiamato in causa anche alti funzionari dell’esercito, tra cui l’ex capo Jean Kahwaji. Nonostante l’impegno dei due giudici, però, avere un quadro completo di quanto accaduto resta molto difficile fintanto che la politica continuerà a fare ostruzionismo e a non collaborare alle indagini.

La crisi politica

L’esplosione del porto di Beirut aveva portato alle dimissioni del governo guidato da Diab, ma un anno dopo il Libano non ha ancora un nuovo esecutivo. Già prima di questo incidente la popolazione libanese stava da tempo manifestando per le strade del Paese chiedendo un cambiamento politico radicale. I manifestanti volevano l’istituzione di un governo di tecnici privo della classica connotazione settaria e religiosa che contraddistingue la politica libanese ed in grado di approvare le riforme di cui il Paese ha tuttora bisogno. Le loro richieste però non sono mai state ascoltate. Come successore di Diab è stato inizialmente scelto Saad Hariri, ex primo ministro dimessosi a causa delle proteste di piazza e tornato successivamente alla ribalta. Hariri però non è mai riuscito a formare il Governo a causa della differenza di vedute con il presidente Michel Aoun, legato al partito sciita filo-iraniano Hezbollah. Le accuse mosse da Hariri al capo di Stato hanno tra l’altro contribuito alla scelta del Fondo monetario internazionale di non continuare a fornire aiuti economici al Paese, già fortemente indebitato. Alla fine, lo stallo politico ha costretto il premier incaricato a rimettere il mandato che gli era stato affidato, creando l’ennesimo vuoto di potere.

Dopo un nuovo periodo di incertezza, il Parlamento ha scelto come primo ministro incaricato il miliardario Najib Mikati, già premier nel 2005 dopo l’assassinio di Rafiq Hariri e nuovamente dal 2011 al 2013. Mikati, un sunnita della città di Tripoli, ha ottenuto il sostegno della maggior parte dei parlamentari, tra cui quelli di Hezbollah, ma non può contare sull’appoggio dei partiti cristiani, uno dei quali è guidato proprio dal presidente Aoun. Un dettaglio non da poco e che potrebbe portare ad un nuovo stallo politico, soprattutto nel caso in cui il presidente continuasse ad insistere nello scegliere parte dei ministri. 

Ancora una volta la scelta del premier è stata effettuata sulla base degli Accordi di Taif, secondo cui il primo ministro deve essere un sunnita, il capo di Stato un cristiano e lo speaker del Parlamento uno sciita. Eppure tra le richieste delle piazze vi era proprio il superamento di un modello settario che ha ampiamente contribuito all’aumento della corruzione e del clientelismo nel Paese, mettendo al primo posto l’appartenenza religiosa e non la prosperità dell’intera comunità. Alla luce di ciò, non sorprende che le aspettative nei confronti di Mikati sia relativamente basse. Difficilmente il magnate, parte integrante dell’establishment, sarà l’uomo delle riforme che i cittadini libanesi e la comunità internazionale aspettano da tempo.

I problemi economici

L’esplosione del 4 agosto 2020 ha anche aggravato la situazione economica del Paese. Secondo le stime del World Bank, l’incidente ha causato tra i 3,8 e i 4,5 miliardi di danni e inflitto un duro colpo al commercio del Paese, che fa affidamento per il 90% sullo scalo di Beirut.

La deflagrazione ha anche distrutto la maggior delle riserve di grano del Paese, aggravando le condizioni di vita di una popolazione che a causa dell’inflazione non è più in grado di assicurarsi cibo, medicine, gasolio o di accedere alle cure mediche. Ad oggi, un milione di persone si trova in una condizione di insicurezza alimentare mentre gli standard di vita dei libanesi si avvicinano sempre di più a quelli dei rifugiati che si trovano nel Paese. A pesare sono principalmente la perdita di valore della lira libanese e l’incapacità del governo di fornire acqua potabile, elettricità e altri servizi base alla popolazione a causa della mancanza di liquidità. L’impossibilità per molti libanesi di accedere al servizio sanitario o di procurarsi le medicine è ancora più rilevante nel momento in cui i casi di Covid-19 nel Paese continuano ad aumentare. Solo il 15% della popolazione ad oggi ha ricevuto entrambe le dosi di vaccino, mentre gli ospedali sono sempre più al collasso. A ciò si aggiunge anche l’aumento dell’abbandono scolastico, con 1.3 milioni di minori che hanno interrotto il percorso di studi nell’ultimo anno.

Speranze tradite

La soluzione alla crisi politico-economica del Libano è ancora lontana. La comunità internazionale e la Francia hanno promesso di aiutare finanziariamente il Paese, ma i soldi sono bloccati in attesa di riforme strutturali che tardano ad arrivare e che difficilmente verranno approvate nel breve periodo.

L’iniziale successo delle proteste di piazza e l’esplosione del porto di Beirut sembravano aver creato le condizioni per affrontare i problemi sociali, politici ed economici del Paese a partire dal superamento del sistema settario, ma così non è stato. La crisi economica e il fallimento dello Stato hanno costretto molti a fare ancora più affidamento sulla propria comunità di appartenenza e sui partiti che ne sono espressione e a mettere da parte le speranze nel cambiamento. Il Libano continua così ad essere preda dell’immobilismo di una classe politica troppo impegnata a salvaguarda i propri interessi per pensare al bene del Paese, mentre i suoi cittadini si trovano a vivere tra povertà e incertezza per il futuro.

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