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Il volto sorridente di Shahira risplende incorniciato dai suoi capelli castani, cammina per strada con Leila, un’amica, anch’essa dal volto che esprime empatia. Un bel viso incorniciato da un foulard rosso sgargiante. Passeggiando per una via trafficata del Cairo, si sono fermate a prendere un succo di mango e uno di canna da zucchero in uno dei tantissimi piccoli locali sulla strada in cui si beve frutta fresca. Dovunque sono appesi manghi, guava, melograni rossi come il sangue, banane, mentre lunghe canne da zucchero sono poggiate sulla parete. Tre gatti rossi si aggirano tra i tavolini fuori dal locale. Non sembrano indispettiti dal rumore del traffico e dal caos perpetuo della città. La viuzza che parte da Tahrir Avenue ospita un mercato che vende tutte le possibili merci alimentari, dalla frutta e verdura, alle pizze egiziane, ai dolci. Dovunque si alternano piccoli caffè e negozietti.

Per le strade donne senza velo si mescolano a donne che indossano foulard molto sgargianti ed eleganti. Negli ultimi anni al Cairo c’è stata un’inversione di tendenza e si vedono meno veli neri. Sia il regime di Al Sisi, che alcune autorità islamiche, hanno lavorato per ammorbidire la rigida visione del velo che gli islamisti avevano propagandato per anni. Per strada si cominciano a vedere i primi risultati.

Quella del velo è una delle questioni che più tocca l’immaginario collettivo, sia islamico, che occidentale. In fondo c’è molta ironia in questa questione, perché se solo la si spogliasse, da entrambe le parti, dal mantello di ideologia, ci si renderebbe conto che il velo non ha nulla a che fare con la religione, né esiste alcun testo religioso che lo imponga. Nel Corano c’è scritto solamente che le donne devono essere pudiche.

Prendendo delle foto di pochi decenni fa, con signore velate di nero, del Meridione d’Italia, della Spagna, dell’ex Iugoslavia, della Grecia e mischiandole a quelle di donne velate di nero egiziane o iraniane, la maggior parte della gente non capirebbe chi è la musulmana e la cristiana. Anche la tradizione delle donne velate di nero, che dovevano piangere il più possibile ai funerali, è del tutto identica per i cristiani, sia cattolici che ortodossi ed islamici, sia sciiti che sunniti, di quasi tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo e anche in Iran e Iraq.

Così come le differenze tra i flagellanti calabresi e campani e quelli iracheni e iraniani sono poche. I primi si flagellano o battono sul petto o gambe a sangue per Pasqua o in memoria del martirio di un santo, mentre i secondi per commemorare il martirio di Hussein durante l’Ashura.

In fondo, tornando alla questione del velo, le suore cattoliche lo portano anch’esse, perché come tanti islamici, considerano i capelli sensuali. Alcuni antropologi arrivano perfino a trovare molte somiglianze tra le rappresentazioni iconografiche di Gesù, Alì e Zoroastro. Tutti e tre hanno lunghi capelli castani e la barba. Colpisce che queste tradizioni similari, al di là della religione, siano molto simili in tutti i paesi che hanno avuto contatti con la civiltà degli antichi greci.  Un’altra similitudine è rappresentata dai Santi, né la Bibbia né il Corano parlano chiaramente di questo culto, entrambi i testi si concentrano maggiormente sul bisogno di credere e avere fede in un Dio unico, per il cristianesimo vi è il mistero della trinità che forma Dio e per l’Islam Allah. La figura dei primi santi protettori, sulla cui vita si sa pochissimo e specializzati nel proteggere gli ammalati o altre categorie di persone, ricorda a molti antropologi i vecchi dei, anch’essi specializzati in vari settori. Come se il cristianesimo avesse fatte sue determinate usanze molte radicate nella popolazione, inglobandole nel nuovo culto.

La questione del velo, più che vista come un dovere religioso, dovrebbe essere quindi inquadrata in una questione antropologica e che va rivista nell’ottica della liberazione della donna. Oggi, anche nel mondo dell’Islam, stanno tornando quelle voci che ricordano tutto questo. Certo sono ancora voci timide, ma cominciano ad avere la forza di dire che il velo è diventato negli ultimi decenni un simbolo ideologico che gli islamisti hanno utilizzato per cambiare una società che era molto aperta alle influenze occidentali. Basti pensare che negli anni Sessanta e Settanta in Medio Oriente non lo portava quasi più nessuno nelle città.

Nei decenni successivi, per bisogno di smarcarsi ideologicamente dall’occidente, le donne del mondo islamico sono state obbligate dalla società a indossare il velo. Ora le società islamiche cominciano a essere pronte, dopo aver sperimentato sulla loro pelle le conseguenze dell’islamismo, a vedere questa questione in modo meno ideologico. Certo si tratta ancora di piccoli segnali e non di un’ondata inarrestabile, ma qualche piccolo passo in questo senso si comincia a vedere in molti paesi. In Iran o in Libano la maggioranza delle donne islamiche della borghesia, non usa il velo. In Iran, sfidando la legge che ne obbliga l’uso. Anche nelle società molto più conservatrici come l’Egitto, qualcosa comincia a cambiare.

In Egitto il mutamento più grande, è stato il venire meno dei veli neri che coprivano completamente i capelli e la comparsa di foulard molto colorati che lasciano intravedere i capelli. Anche le donne islamiche che non lo usano sono tornate ad aumentare. Certo in Egitto l’élite non lo ha mai usato, ma si tratta di una fascia molto piccola della popolazione.

Piano piano per le strade, però si tornano a vedere donne della media borghesia che hanno smesso di utilizzarlo. Non si tratta di donne appartenenti all’enorme comunità cristiano copta, ma di donne islamiche. Certo le donne islamiche della media borghesia che non portano il velo sono ancora poche, ma sono un timido segnale che qualcosa sta mutando lentamente. Il vero cambiamento di massa per ora è rappresentato dalla forte diminuzione dei veli neri e l’uso sempre più diffuso di foulard sgargianti che fanno vedere i capelli. Piano piano si sta allentando quella dicotomia tipica della società egiziana, in cui in televisione, al cinema e nelle pubblicità le donne sono tutte senza velo, mentre per strada lo portano tutte. Quella pressione sociale per cui una donna senza velo per strada si sarebbe sentita a disagio, comincia finalmente a diminuire e il velo non viene più visto come qualcosa che rappresenta l’Islam contro l’occidente. Un falso mito che ha abbagliato sia gli islamici, che i nazionalisti laici mediorientali, che gli occidentali e che hanno pagato a caro prezzo le donne. È ora di tornare a vedere il velo come una questione antropologica, che appartiene alle tradizioni di tanti popoli mediterranei e asiatici e che deve oggi essere visto come qualcosa che va indossato per scelta o per moda, non di certo per costrizione.

La folla continua a riempire il mercato, gli odori dei cibi e della frutta inondano l’aria, il vociare degli ambulanti e la luce del sole riempiono lo spazio attorno a Sharia e Leila che bevono i loro succhi di frutta, mentre accarezzano un gatto rosso sotto il tavolo. Accanto dei ragazzi fumano un narghilè.

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