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Dalla Primavera Araba a oggi, in quasi tutte le proteste di piazza in Egitto, Tunisia, Siria, Iran, Algeria, Libano, una delle maggiori debolezze che accomunano i manifestanti è l’assenza di leader carismatici e organizzazioni capaci davvero di poter prendere il posto delle classi politiche corrotte o dittatoriali di cui chiedevano la fine. Quello che accomunava le proteste era la rabbia sociale per la mancanza di libertà, la corruzione e la cattiva gestione economica. Ma una volta fatto cadere un governo bisogna sostituirlo. E per farlo bisogna creare una classe dirigente nuova.

Stupisce come nei paesi mediorientali non vi siano molti leader anti governativi democratici o liberali conosciuti internazionalmente. Nella regione, le uniche eccezioni sono la Turchia e l’Iran e i politici curdi turchi, siriani e iracheni.

In Iran per esempio si trovano in carcere tanti leader nuovi o riformisti, un tempo legati al vecchio regime, i cui nomi sono noti internazionalmente, per esempio i politici Mehdi Karroubi e Hossein Moussavi. O ormai all’estero come il filosofo Abdolkarim Soroush, il premio Nobel, l’avocatessa, Shirin Ebady o il giornalista Akbar Ganji.

Il paragone si fa ancora più forte se si pensa che i leader islamisti o terroristi sono noti a tutti. Basti pensare a Osama Bin Laden, Ayman Mohammed Rabie al-Zawahiri, Abu Musab al-Zarqawi, Abu Bakr al-Baghdadi, tutti questi leader, oggi morti, non avevano nelle società per forza più consensi delle masse laiche o moderate e vicine alla società civile. Erano però violenti, ben finanziati e possedevano un chiaro impianto ideologico. Usavano il terrore per accreditarsi.

I moderati invece, come dimostra appieno il caso egiziano o libanese, sanno far cadere i governi, ma non sanno creare nulla di nuovo che si possa votare in quelle breve finestre temporali in cui i vecchi regimi sono deboli.

L’Egitto post Mubarak non ha trovato partiti vicini al movimento di piazza Tahrir da poter votare e piano piano è scivolato nel vecchio binomio Fratelli Musulmani versus militari. Questo perché i due movimenti, pur minoritari, sono gli unici strutturati sul territorio, ben finanziati e con forti ideologie alle spalle.

Anche le manifestazioni libanesi di questi giorni hanno saputo far cadere il governo di Saad Hariri, ma non sono di certo riuscite a creare una nuova classe dirigente che possa sostituire i vecchi gruppi di interesse politico/mafiosi libanesi, legati ai vecchi signori della guerra civile. Ancora di meno sono riuscite a scardinare lo “stato nello stato” creato da Hezbollah.

Molti si chiedono se si possono fare rivoluzioni liberali e che promuovano i diritti civili, avendo leader carismatici o movimenti organizzati. La risposta è assolutamente sì, anzi sono le uniche che hanno funzionato davvero. La Rivoluzione Americana aveva i suoi leader e i suoi filosofi, l’India non sarebbe diventata indipendente e democratica senza Gandhi e la sua filosofia politica pacifista. Il Sud Africa non avrebbe mai sconfitto l’apartheid senza Nelson Mandela e la sua teoria della riconciliazione. Lo stesso Mandela avrebbe forse avuto teorie politiche diverse senza la conoscenza delle battaglie del Mahatma Gandhi, che in Sud Africa faceva l’avvocato per la difesa dei diritti della forte comunità indiana del paese.

Stupisce oggi che gli intellettuali, pensatori politici o leader arabi o mediorientali, che si battono per i diritti che le folle chiedono nelle oceaniche proteste di questi anni, non siano forti ne conosciuti a livello internazionale.

La difficoltà nell’individuarli per le stesse masse arabe o mediorientali è sintomatica dell’incapacità di dare una reale prospettiva di governo alle aspirazioni della gente.

Le rivoluzioni che hanno successo, sia nel caso di rivoluzioni che creano regimi, sia di quelle che creano democrazie, devono avere un sistema di valori, dei pensatori e filosofi, dei leader e soprattutto devono essere organizzate.

La rivoluzione francese poté contare sul sistema di valori dei filosofi illuministi, ma non sull’organizzazione politica, tanto che precipitò nel cosiddetto periodo del “terrore”. Fu poi Napoleone a creare una nuova forma di regno, ben diversa dalle aspirazioni della Rivoluzione.

Ma le idee illuministe rimasero e furono assorbite dalle generazioni future, non solamente in Europa.

In America invece, i rivoluzionari americani, seppero qualche anno prima della rivoluzione francese, attingere alle idee illuministe francesi, mischiandole con quelle dei protestanti che combattevano contro l’egemonia della chiesa anglicana, portando a termine vittoriosamente una rivoluzione contro gli inglesi. Lo stato che ne nacque con il suo sistema politico democratico, con tutte le sue luci e imperfezioni, funziona ancora oggi.

Anche le rivoluzioni non democratiche, come per esempio quelle comuniste sono partite dalle idee del filosofo Karl Marx, per poi svilupparsi in rivoluzioni vincenti, grazie a Lenin o Mao, ma hanno finito per creare regimi non democratici in cui spesso la gente desiderava un cambio di regime. Solamente la Cina, il Vietnam e Cuba sono riusciti a cambiare pelle senza far cadere il partito comunista.

Ma le proteste di Hong Kong di quest’anno ed i modelli democratici e capitalistici di Taiwan e della Corea del Sud fanno pensare che Pechino abbia dei contendenti ideologici piuttosto concorrenziali nel lungo termine.

Anche gli islamisti hanno avuto i loro filosofi, politologi, ideologi, rivoluzionari come Khomeini. Hanno conquistato il potere in molti paesi con organizzazioni come i Fratelli Musulmani o con movimenti di riforma sociale islamista, come i Salafiti. Hanno anche avuto molte derive terroristiche come Al Qaeda o l’Isis. Anche i nazionalisti laici arabi, turchi o iraniani hanno avuto i loro pensatori o leader, basti pensare al partito siriano e iracheno Bath, grande protettore delle minoranze, ma anche capace di regimi feroci. Si possono poi citare Kemal Atatürk in Turchia o la dinastia Pahlavi in Iran. Ma nessuno di questi attori, islamisti o laici, oggi è considerato un modello a cui ispirarsi dai manifestanti che dagli anni delle Primavere Arabe continuano con regolarità sorprendente ad affacciarsi nelle piazze arabe o mediorientali.

Eppure, se si tolgono parzialmente solo i casi iraniano, turco e curdo, in cui sono individuabili un certo numero di pensatori, filosofi, attivisti e politici con una certa capacità di creare un sistema di valori e un’organizzazione che possa portare ad un “regime change” democratico, negli altri paesi questo non avviene. Se la maggioranza di chi scende in piazza aspira ad una maggiore libertà, non sono però presenti chiari movimenti filosofici e politici che abbiano la forza di poter competere con i soldi e la violenza ideologica e in alcuni casi fisica degli islamisti o degli nazionalisti. Eppure basterebbe attingere al patrimonio filosofico e politico dei califfati Abbaside, Omayyade o Andaluso per rendersi conto che in quegli anni i filosofi e scienziati avevano più considerazione e potere dei religiosi o teologi e che ogni minoranza intellettuale o religiosa aveva uno spazio nel sistema politico, se accettava il potere del Califfo. Paradossalmente gli islamisti, più che rifarsi, come sostengono, alle origini dell’Islam, hanno come basi ideologiche i movimenti totalitari europei degli anni Venti, come il fascismo o il comunismo. Basta leggere i testi scritti in quegli anni dagli ideologi di gruppi come i Fratelli Musulmani, per comprendere come l’idea del partito politico che deve, in modo totalizzante, essere il custode della morale pubblica, sia di derivazione fascista o comunista.

Così come l’idea che questa morale debba essere difesa contro le teorie libertarie o democratiche che invece considerano il singolo libero di scegliere la propria filosofia di vita. L’islamismo riprende dal comunismo e dal fascismo l’idea che il singolo possa essere schiacciato in nome di una presunta morale pubblica.

Un’idea del tutto estranea all’Islam dei primi califfati per due ragioni. La prima è che la maggior parte delle popolazioni dei primi califfati nell’odierna Siria, Iraq ed Egitto non erano islamiche. Il califfo pretendeva il riconoscimento del suo ruolo politico, ma non convertiva a forza. Nella maggior parte dei casi al massimo incentivava la conversione all’Islam attraverso incentivi fiscali. I non musulmani infatti pagavano una tassa in più, che i convertiti non avevano. Il secondo motivo è invece puramente teologico, nell’islam non vi né un Papa né un clero strutturato, quindi l’interpretazione è libera e personale. Inoltre, chiunque studia per anni il Corano può formare una sua cerchia di studenti che apprendono da lui. Da sempre l’Islam, anche all’interno degli sciiti e sunniti, ha infinite scuole giuridiche e sotto gruppi. È solo nel Novecento, che gli islamisti, ispirati dal fascismo e dal comunismo, tentano di arrogarsi il diritto di creare un’interpretazione unica della legge islamica messa nelle mani del loro partito. Partito o gruppo di potere che poi tenta di diventare il partito unico, o come nel caso iraniano, l’unica burocrazia ideologica, che può gestire il potere.

Ecco quindi che i libertari e democratici mediorientali possono attingere, non solamente dalla storia occidentale o da quella di Gandhi e Mandela, per crearsi un nuovo sistema valoriale, ma anche alla storia dei primi califfati, con la loro libertà religiosa e filosofica e a gran parte dell’antica giurisprudenza islamica, che rendeva l’individuo libero di scegliere a quale interpretazione del Corano volesse aderire. Rimettere l’uomo e la sua libertà al centro del pensiero filosofico mediorientale, creare correnti di pensiero e politiche ben strutturate nei territori, che possano creare un equilibrio tra la libertà del singolo e il bene della comunità, sarà l’unico modo per dare speranza di riuscita alle tante proteste di massa che periodicamente infiammano il Medio Oriente e Nord Africa.

 

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