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	<title>Alessandro Lutman Archives - InsideOver</title>
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	<title>Alessandro Lutman Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Ecco perché il conflitto in Etiopia potrebbe coinvolgere (anche) la Somalia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/ecco-perche-il-conflitto-in-etiopia-potrebbe-coinvolgere-la-somalia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Dec 2020 09:13:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>La fase finale del conflitto nel Tigray è terminata con la presa di Mekele, ora il governo federale è pronto a portare sul banco degli imputati i leader del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf). La fine delle operazioni militari, tuttavia, potrebbe non coincidere con la pacificazione della regione e il lancio di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/ecco-perche-il-conflitto-in-etiopia-potrebbe-coinvolgere-la-somalia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Crisi-rifugiati-in-Etiopia-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>La fase finale del conflitto nel Tigray è terminata con la presa di <strong>Mekele</strong>, ora il governo federale è pronto a portare sul banco degli imputati i leader del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (<strong>Tplf</strong>). La fine delle operazioni militari, tuttavia, potrebbe non coincidere con la pacificazione della regione e il lancio di missili sul suolo eritreo sembra una conferma a questa ipotesi. Quanto è accaduto in <strong>Etiopia</strong> e gli strascichi che il conflitto potrebbe avere rischiano di avere ripercussioni nei Paesi in cui lo Stato etiope è coinvolto in mission di <em>peacekeeping</em>, soprattutto in <strong>Somalia</strong>, dove gioca un ruolo primario nella Missione dell’Unione Africana (Amisom).</p>
<h2>L’Etiopia nelle operazioni di peacekeeping in Somalia e Sud Sudan</h2>
<p>Attualmente l’Etiopia è coinvolta in due missioni di peacekeeping: <a href="https://www.reuters.com/article/us-ethiopia-conflict-idUSKBN2850HM">in Somalia e in Sud Sudan</a>. Quest’ultimo si trova in un perenne stato di sconvolgimento e i tre battaglioni forniti dal vicino etiope svolgono un ruolo importante ai fini della protezione dei civili e della costruzione della pace. Cionondimeno, il governo federale ha deciso di richiamare, quindi di sollevare dall’incarico, soldati di etnia tigrina, come dichiarato dal portavoce dalla missione Unmiss,<strong> Kirk Kroeker</strong>.</p>
<p>La situazione è ancora più complessa in Somalia, dove dal 2007 è partita la Missione dell’Unione Africana in Somalia (Amisom), che ha l’obiettivo di garantire la costruzione dello Stato e di ridurre il pericolo rappresentato da <strong>Al-Shabaab</strong> e altri gruppi terroristici. L’Etiopia vi partecipa con circa 19mila soldati, di cui 4mila in seno all’Amisom e 15mila a seguito di accordi bilaterali. Qui Addis Abeba ha ordinato il ritiro di parte delle truppe presenti – le fonti parlano di circa 3000 uomini -, disarmando tra le 200 e 300 militari di etnia tigrina. Il rischio è di fornire un pericoloso assist all’organizzazione terroristica islamica, in un momento molto delicato per il Paese. Ciò detto, bisogna ricordare che l’Etiopia in passato aveva giocato la carta del ritiro ma le circostanze era diverse. Nel 2016, per esempio, fu motivato come risposta allo stanziamento dei fondi dell’Ue alla missione, ritenuto non sufficiente. <a href="https://africa-eu-partnership.org/en/projects/african-union-mission-somalia-amisom">L’Ue, in ogni caso, è il principale sostenitore</a>, avendo destinato circa 1.7 milioni di euro dal 2007 al 2018.</p>
<h2>La ragione dietro il ritiro dei soldati tigrini</h2>
<p>Secondo analisti e fonti diplomatiche, dietro il disarmo dei soldati si celerebbe il fattore etnico. Una fonte della sicurezza ha, infatti, chiesto a <a href="https://www.reuters.com/article/ethiopia-conflict-somalia-exclusive/exclusive-ethiopia-says-disarms-tigrayan-peacekeepers-in-somalia-over-security-idUSKBN27Y1HF">Reuters</a> come fosse possibile andare in battaglia se alcuni degli uomini, tra le 200 e le 300 unità, non si trovano nelle condizioni di poter scendere in campo a causa della loro etnia. Le critiche hanno trovato una pronta risposta dal governo federale etiope che ha motivato il <strong>disarmo</strong> come conseguenza di una indagine interna per comprendere se all’interno dell’esercito vi siano infiltrazioni del Tplf, come comunicato dalla Task Force costituita dopo l’instaurazione dello Stato di Emergenza a causa del conflitto in Tigray. Sul caso, l’<strong>Unione Africana</strong> non si è ancora espressa, mostrando le debolezze dell’organizzazione di fronte a situazioni emergenziali. Simile copione si è avuto in Sud Sudan: da una parte l’ipotesi del richiamo a causa dell’etnia tigrina dei militari, dall’altra la negazione del governo federale.</p>
<h2>Le ripercussioni nella lotta ad Al Shabaab</h2>
<p>Addis Abeba già dal 2006 è alleata di ferro degli <strong>Usa</strong> nel corno d&#8217;Africa. Quando in quell&#8217;anno le corti islamiche hanno preso il controllo della capitale somala Mogadiscio, la Casa Bianca si è avvalsa della collaborazione dell&#8217;appoggio dell&#8217;Etiopia per rimuovere la minaccia islamista dalla Somalia. Oggi il pericolo principale sul fronte terrorismo è rappresentato da Al Shabaab, la formazione sorta proprio sulle ceneri delle corti islamiche. E anche se l&#8217;organizzazione non controlla territori e non ha costituito veri califfati, negli ultimi anni è apparsa tutt&#8217;altro che prossima alla sconfitta. Per questo da Washington, sempre con il supporto etiope, non si è mai abbandonata l&#8217;idea circa la presenza di truppe internazionali nel territorio somalo. Oltre ai soldati a stelle e strisce, a <strong>Mogadiscio</strong> e nelle altre regioni somale sono presenti i contingenti dell&#8217;Unione Africana nell&#8217;ambito della missione cosiddetta Amisom.</p>
<p>L&#8217;Etiopia prima del conflitto esploso il 4 novembre scorso, secondo i dati comunicati dalle forze armate di Addis Abeba, nell&#8217;ambito della missione Amisom aveva schierato in Somalia 4.395 militari. È il terzo contingente dopo quello di <strong>Uganda</strong> e <strong>Burundi</strong>. Ma è senza dubbio quello meglio equipaggiato e che ha più esperienza sul campo. L&#8217;apporto etiope nel contrasto ad Al Shabaab è, in poche parole, fondamentale. Le ultime dinamiche sembrerebbero far propendere verso un ridimensionamento dell&#8217;impegno di Addis Abeba in Somalia. Le conseguenze sono tutt&#8217;altro che prevedibili. In ballo non c&#8217;è soltanto il contrasto ad Al Shabaab, ma anche la stabilità dello strategico Paese africano.</p>
<p><a href="https://www.agenzianova.com/a/5f71aadf0f9028.41974473/3117762/2020-09-28/somalia-premier-roble-entra-in-carica-approvato-anche-l-accordo-elettorale">Qui il 18 settembre scorso si è insediato un nuovo premier</a>, si tratta di <strong>Mohamed Hussein Roble</strong>. A lui il compito di guidare la Somalia verso nuove elezioni all&#8217;inizio del 2021. Ma un ridimensionamento delle forze straniere sul campo potrebbe rendere tutto più complicato.</p>
<h2>Anche Trump pensa a un ritiro dalla Somalia</h2>
<p>Il possibile parziale ridispiegamento etiope è arrivato in un momento in cui, sempre a riguardo delle missioni internazionali in Somalia, anche dagli Stati Uniti non sono mancate voci di ritiri e disimpegni. Il 13 ottobre scorso <em>Bloomberg</em> ha reso nota la volontà del presidente uscente <strong>Donald Trump</strong> di porre fine alla missione Usa in Somalia. Un piano che avrebbe fatto storcere il naso ai vertici del commando Africom in cui sono inquadrati i soldati americani: “Le forze armate somale stanno facendo progressi – <a href="https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/10/14/trump-vuole-gli-usa-dalla-somalia/">è il pensiero espresso sulla rivista <em>Washington Examiner</em> dal colonnello <strong>Chris Karms</strong> </a>– ma la minaccia rappresentata da Shabaab richiede assistenza internazionale”.</p>
<p>Occorre però specificare che il piano di Trump rientra nella sua strategia di ridimensionamento della presenza Usa all&#8217;estero, soprattutto in medio oriente. Le dichiarazioni dello scorso 13 ottobre sono arrivate nel bel mezzo della campagna elettorale, lì dove la promessa di un ritiro dagli scenari più delicati ha rappresentato una delle carte giocate dal tycoon newyorkese per la riconferma. Non è però da escludere che, prima del passaggio di consegne con <strong>Biden</strong> del prossimo 20 gennaio, Trump decida di dar seguito a quella promessa. Replicando di fatto quando già visto in <strong>Afghanistan</strong>. A quel punto lo scenario somalo potrebbe subire drastici mutamenti.</p>
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			</item>
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		<title>Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mauro Indelicato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Nov 2020 10:17:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Corno d'Africa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-2048x1365.jpg 2048w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il conflitto nel Tigray è entrato nella sua ultima fase. Mentre scadono le 72 ore dell&#8217;ultimatum concesso dal primo ministro Abiy Ahmed, le forze nazionali circondano la città di Mekele. Tuttavia, la presa della capitale regionale potrebbe non coincidere con la pacificazione. Il rischio di un prolungamento delle ostilità preoccupa dell&#8217;Unione africana e dell&#8217;Unione europea, &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Abiy-Ahmed-2048x1365.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il conflitto nel Tigray è entrato nella sua ultima fase. </span></span><a href="https://it.insideover.com/guerra/abiy-ahmed-e-pronto-per-lultima-fase-del-conflitto-in-etiopia.html"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Mentre scadono le 72 ore dell&#8217;ultimatum</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> concesso dal primo ministro </span></span><a href="https://it.insideover.com/schede/politica/abiy-ahmed-primo-ministro-etiope-pace-leritrea.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Abiy Ahmed</span></span></strong></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, le forze nazionali circondano la città di </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Mekele</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">. </span><span style="vertical-align: inherit;">Tuttavia, la presa della capitale regionale potrebbe non coincidere con la pacificazione. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il rischio di un prolungamento delle ostilità preoccupa dell&#8217;Unione africana e dell&#8217;Unione europea, in particolare per la possibile destabilizzazione dell&#8217;Africa Orientale, con il coinvolgimento degli Stati vicini. </span><span style="vertical-align: inherit;">Come l&#8217;</span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Eritrea</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> che, per quanto ufficialmente abbia negato ogni interferenza, sembra essere se non parte attiva, almeno una spettatrice a supporto per l&#8217;alleato Abiy Ahmed.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il nemico comune di Abiy Ahmed e Isaias Afewerki</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Le ostilità tra il </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Tplf</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, che ha dominato la politica etiope negli ultimi decenni, e il partito che guida l&#8217;Eritrea, rappresentata dal leader </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Isaias Afewerki</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, risalgono al 1993, anno in cui la popolazione eritrea ha dichiarato la propria indipendenza attraverso la via del referendum. </span><span style="vertical-align: inherit;">La guerra avvenuta tra il 1998 e il 2000, che ha lasciato sul campo 100mila persone, ha inasprito ancora di più i rapporti, per quanto entrambe le fazioni siano perlopiù della stessa etnia.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il dialogo tra i due Paesi è tornato solo dopo la nomina a Primo Ministro di Abiy Ahmed, poi giunto alla firma della pace nel 2018, salutata positivamente dall&#8217;opinione pubblica, tanto da aver portato il leader etiope a ricevere il </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Premio Nobel</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> per la Pace . </span><span style="vertical-align: inherit;">Il riavvicinamento non è casuale. </span><span style="vertical-align: inherit;">Stando alle parole di </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Martin Plaut</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> , esperto dell&#8217;Etiopia, le due figure politiche “sono persone dello stesso tipo”, che ritengono di essere i “visionari che rimoduleranno il Corno d&#8217;Africa”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Cionondimeno, l&#8217;accordo di pace è stato favorito dallo stesso Tplf, avvertito da entrambi come un </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">nemico</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, sebbene per ragioni diverse: per Ahmed risulta un ostacolo alla sua idea di Etiopia, considerata come un&#8217;unica nazione, per Afewerki è visto come una minaccia per il suo territorio.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">L&#8217;Eritrea nel conflitto del Tigray</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Fin dall&#8217;inizio del conflitto nella regione del Tigray, la vicina Eritrea ha negato qualsiasi suo coinvolgimento, contrastando la versione della leadership tigrina. </span><span style="vertical-align: inherit;">Le accuse sono state poi seguite dai fatti. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il 14 novembre il Tplf </span></span><a href="https://www.ilpost.it/2020/11/15/etiopia-tigre-razzi-eritrea-asmara/"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">comunicava di avere lanciato dei razzi contro l&#8217;aeroporto di Asmara</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, affermando che questo veniva usato dall&#8217;esercito etiope come base d&#8217;appoggio. </span><span style="vertical-align: inherit;">Alla &#8220;</span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">provocazione</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">&#8221; non sono seguite rappresaglie. </span><span style="vertical-align: inherit;">Almeno non ufficialmente. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ma se nelle prime settimane risultava impossibile verificare le affermazioni dell&#8217;organizzazione tigrina, adesso la situazione sembra essere parzialmente cambiata.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La testimonianza di alcuni cittadini di </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Himera</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, intervistati solo di recente dai giornalisti </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">dell&#8217;Afp</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, sembrerebbe infatti confermare la partecipazione nell&#8217;assalto alla città da parte di soldati eritrei. </span><span style="vertical-align: inherit;">Per questo motivo, l&#8217;Eritrea ha avuto un ruolo ausiliario nella avanzata da parte dell&#8217;esercito etiope sembra poter corrispondere alla realtà dei fatti, ciò nonostante, come scrive </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Geoffrey York</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> sul </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Globe and Mail</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, risulta difficile accertare “la piena portata della cooperazione”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Infine, c&#8217;è chi sospetta che l&#8217;attacco nei confronti del Tplf sia stato preparato da mesi, come sopra menziona Plaut. </span><span style="vertical-align: inherit;">Una teoria che però non è possibile verificare. </span><span style="vertical-align: inherit;">Certo è che la visita del dittatore Afewerki in una base militare etiope solo tre settimane prima delle operazioni militari potrebbe condurre nella direzione della teoria proposta.</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La preoccupazione degli eritrei</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">“Ho sentito alcuni giorni fa alcuni amici rimasti in Eritrea, sono molto preoccupati”. </span><span style="vertical-align: inherit;">Raggiunto da </span></span><em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">InsideOver</span></span></em><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">,</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> Natnael non ha nascosto al telefono la sua inquietudine. </span><span style="vertical-align: inherit;">Lui, nato in Eritrea, da anni lavora nel nord Italia, ma non ha mai staccato i legami con il suo Paese. </span><span style="vertical-align: inherit;">La testimonianza fa comprendere quanto delicata sia la condizione nel corno d&#8217;Africa. </span><span style="vertical-align: inherit;">La possibilità di un </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">coinvolgimento</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> eritreo nel conflitto etiope non è così remoto secondo gli eritrei sparsi in Italia. </span><span style="vertical-align: inherit;">Forse perché molti di loro sono fuggiti da quel territorio durante il ventennio di guerra con Addis Abeba. </span><span style="vertical-align: inherit;">Il semplice spettro di un riaccendersi delle tensioni in questa parte del continente, non può che riecheggiare lontano nella mente gli scontri di quegli anni.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">&#8220;La vera preoccupazione &#8211; ha poi aggiunto Natnael &#8211; è che la pace fra Eritrea ed Etiopia di due anni fa non ha significato un&#8217;inversione di tendenza tra le due inviati&#8221;. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un accordo di comodo, quella a cui ha fatto riferimento il ragazzo eritreo, che però non ha cancellato quanto accaduto negli ultimi decenni. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ecco perché quando un missile pochi giorni fa è piombato vicino all&#8217;aeroporto di Asmara, gli echi del boato sono arrivati ​​anche tra gli eritrei della diaspora. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un ritorno alle immagini di un passato non così lontano da non essere così attuale. </span><span style="vertical-align: inherit;">Una preoccupazione che in patria è ancora più marcata: permettersi un&#8217;altra guerra per un Paese come l&#8217;Eritrea potrebbe rappresentare una </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">catastrofe</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> .</span></span></p>
<h2><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il timore per gli eritrei nel Tigray</span></span></h2>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">C&#8217;è un altro problema che potrebbe riguardare Asmara. </span><span style="vertical-align: inherit;">Ossia la sorte della popolazione eritrea ospitata nel Tigray. </span><span style="vertical-align: inherit;">Tigrini eritrei rifugiati nel territorio dei tigrini etiopi, che però non possono ricevere più molta solidarietà. </span><span style="vertical-align: inherit;">Del resto, tra il Tplf e il governo di Asmara le tensioni sono sempre state molto alte, questo ha avuto storicamente ripercussioni anche nei rapporti tra tigrini. </span><span style="vertical-align: inherit;">Oggi gli eritrei nel Tigray sarebbero centomila, almeno secondo gli ultimi dati </span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">dell&#8217;</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Oim</span></span><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> . </span><span style="vertical-align: inherit;">Forse potrebbe essere molti di più. </span><span style="vertical-align: inherit;">Alcuni di loro potrebbero scappare per evitare di ritrovarsi nelle zone dei combattimenti. </span><span style="vertical-align: inherit;">Altri ancora per la paura di subire ripercussioni in caso di coinvolgimento dell&#8217;Eritrea nella guerra.</span></span></p>
<p><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Migliaia di persone potrebbero quindi provare a raggiungere il </span></span><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Sudan</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">, </span></span><a href="https://it.insideover.com/migrazioni/adesso-la-guerra-nel-corno-d-africa-rischia-di-far-arrivare-nuovi-migranti.html"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">aggiungendosi alle carovane già partite nei primi giorni del conflitto a novembre</span></span></a><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> . </span><span style="vertical-align: inherit;">L&#8217;alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, ha stimato oltre trentamila gli ingressi in Sudan da parte di persone fuggite dal Tigray. </span><span style="vertical-align: inherit;">Difficile capire quanto tra questi siano eritrei. </span><span style="vertical-align: inherit;">Di certo, l&#8217;attuale tensione non farà altro che alimentare flussi migratori e far crescere la pressione sulla regione. </span><span style="vertical-align: inherit;">Un problema non secondario, che conferma quanti e quali risvolti internazionali potrebbe avere la guerra divampata a inizio novembre.</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/il-possibile-coinvolgimento-dell-eritrea-nel-tigray.html">Che cosa sta facendo davvero l&#8217;Eritrea nel Tigray</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Abiy Ahmed è pronto per l&#8217;ultima fase del conflitto in Etiopia</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/abiy-ahmed-e-pronto-per-lultima-fase-del-conflitto-in-etiopia.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Nov 2020 12:10:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Abiy Ahme Etiopia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-300x146.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-768x374.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-1024x499.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Il conflitto armato nella regione del Tigray si appresta a entrare in quella che il Primo Ministro etiope, Abiy Ahmed, ha definito &#8220;terza e fase finale&#8221;. Le richieste di porre termine alle operazioni in maniera pacifica, mosse da organizzazioni come l&#8217;Unione Europea (Ue) e l&#8217;Unione Africana (Ua) , sono cadute nel vuoto. Anche l&#8217;ultimo tentativo &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/abiy-ahmed-e-pronto-per-lultima-fase-del-conflitto-in-etiopia.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Abiy Ahme Etiopia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-300x146.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-768x374.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/04/Etiopia-Abiy-Ahmed-La-Presse-e1587145282676-1024x499.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Il conflitto armato nella regione del Tigray si appresta a entrare in quella che il Primo Ministro etiope, <strong>Abiy Ahmed</strong>, ha definito &#8220;terza e fase finale&#8221;. Le richieste di porre termine alle operazioni in maniera pacifica, mosse da organizzazioni come l&#8217;<strong>Unione Europea</strong> (Ue) e l&#8217;<strong>Unione Africana</strong> (Ua) , sono cadute nel vuoto. Anche l&#8217;ultimo tentativo messo in atto dall&#8217;Ua non ha avuto alcun esito positivo: la proposta di inviare come mediatori gli ex Presidenti di Sud Africa, Liberia e Mozambico è stata rifiutata e bollata dal governo come una notizia falsa. Il 25 novembre, inoltre, <a href="https://twitter.com/AbiyAhmedAli/status/1331471406144622592">il PM etiope ha pubblicato un comunicato</a> in cui si ricorda che il governo &#8220;considera le preoccupazioni e i consigli dei nostri amici ma rifiuta ogni interferenza negli affari nazionali&#8221;. A questo si aggiunge il fatto che la possibilità di un dialogo con il TPLF non è plausibile, <strong><a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-55043375">come ha spiegato Mamo Mihretu</a>, assistente di Abiy Ahmed, alla Bbc &#8220;noi non negoziamo con i criminali&#8221;</strong>.</p>
<h2>L&#8217;avanzata dell&#8217;esercito nazionale e l&#8217;ultimatum di 72 ore al TPLF</h2>
<p>Stando ai comunicati del governo federale, l’esercito nazionale sembra avere ripreso il controllo dei principali centri urbani della regione, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/11/21/ethiopia-denies-talks-on-tigray-region-growing-conflict">tra cui Adigrat</a>, seconda città più importante dopo la capitale. Il TPLF ha confermato gli scontri, affermando che la città è stata oggetto di bombardamenti ma non ha commentato su chi avesse preso effettivamente il controllo del centro abitato. Comunque, con la chiusura di ogni comunicazione con la regione da una parte e l’impossibilità per i giornalisti di recarsi sul fronte, capire pienamente l’andamento del conflitto appare complesso. Nel frattempo, il Primo Ministro Ahmed è nuovamente intervenuto sull’operazione di imposizione della legge nel Tigray <a href="https://twitter.com/AbiyAhmedAli/status/1330551525324754952">attraverso i canali social</a> in un messaggio destinato a tutta la nazione. In questo il PM ha nuovamente elencato le ragioni del governo a incominciare il conflitto il 4 novembre, <a href="https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sullorlo-di-una-guerra-civile.html">come già spiegato qui su InsideOver</a>, e ha illustrato la terza fase dell’operazione chiedendo in particolare ai cittadini di Mekele di collaborare e di “stare dalla parte dell’esercito nazionale”. Non solo, <strong>Ahmed ha concesso un ultimatum di 72 ore alla leadership del TPLF per arrendersi</strong>, quindi di “astenersi da ulteriori massacri e distruzione di città e di salvare voi stessi dall’essere per sempre condannati nei libri di storia” e di “prendere questa ultima opportunità”. Opportunità che, però, è stata rifiutata dalla controparte. <a href="https://www.bbc.com/news/world-africa-55043375">La guida del TPLF, <strong>Debretsion Gebremichael</strong></a>, ha infatti ricordato al Primo Ministro che i tigrini sono &#8220;<strong>persone di principio e pronte a morire in difesa del nostro diritto di amministrare la nostra regione</strong>&#8220;. Oltre a uno scontro militare, quello nel Tigray è infatti una disputa tra due differenti visioni dell&#8217;Etiopia del futuro: da una parte un leader che vuole mettere fine al federalismo etnico e di conseguenza imporre l&#8217;accentramento del potere ad Addis Abeba, dall&#8217;altra un movimento regionale che si riaggancia a uno dei caposaldi dell&#8217;attuale Costituzione, il sopramenzionato federalismo etnico. E a confermare il rifiuto ad arrendersi è giunta la <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/11/24/tigray-forces-ethiopia-mechanised-division-completely-destroyed">rivendicazione da parte del TPLF</a> di avere &#8220;completamente distrutto&#8221; la 21esima divisione meccanizzata dell&#8217;esercito etiope. Una rivendicazione che, tuttavia, è stata negata dal governo federale, il quale, da parte sua, ha al contrario evidenziato <a href="https://www.reuters.com/article/idUSKBN2840ZM">la resa di diversi combattenti tigrini</a>.</p>
<p>Difficile stabilire quanto ci sia di vero e quanto invece queste dichiarazioni siano da catalogare come materiale di propaganda promossa dalle due fazioni. Ciò che è certo è che i prossimi giorni saranno fondamentali per l&#8217;andamento del conflitto, mentre sull’operazione che verosimilmente partirà allo scadere delle 72 ore gruppi in difesa dei diritti umani, tra cui Amnesty International, <a href="https://apnews.com/article/africa-kenya-ethiopia-efee3e2d869be7be53784bb5cde6e6d9">hanno avvertito </a>che attaccare la popolazione e obiettivi civili sia “proibito dalla legge internazionale e costituisce un crimine di guerra”. Il monito è giunto dopo che il portavoce militare, il <strong>Colonnello Dejene Tsegaye</strong>, ha affermato all’Ethiopia Broadcasting Corporation di “salvare le proprie vite dai colpi dell’artiglieria e di liberarsi dalla giunta” prima dell’ultimatum perché dopo l’inizio dell’attacco “non ci sarà pietà”.</p>
<h2>Le possibili ripercussioni del conflitto sull&#8217;Etiopia</h2>
<p>Se il Primo Ministro Abiy Ahmed sembra essere certo che la presa di Mekele corrisponderà con la fine del conflitto, aggiungendo inoltre che il governo federale impiegherà ogni energia per riportare in Tigray chiunque è fuggito in Sudan, meno ottimisti sono alcuni analisti. Come <strong>Ahmad Soliman</strong>, ricercatore per il <em>think-tank</em> Chatham House, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/11/24/ethiopia-what-next-in-tigray-crisis">che ha dichiarato ad <em>Al Jazeera</em></a> come il “conflitto potrebbe evolversi” radicandosi e, a causa dell’ingente armamento a disposizione del TPLF, “questo potrebbe portare a una guerra prolungata”. A ciò si aggiunge l’ulteriore possibilità che quanto sta avvenendo nella regione settentrionale possa avere conseguenze anche nei paesi limitrofi, come in Eritrea, dove il TPFL ha lanciato dei razzi dopo aver accusato la dittatura eritrea di aiutare il Primo Ministro etiope.</p>
<p>Cionondimeno, un conflitto armato apre sempre ferite che difficilmente si rimarginano in breve tempo, soprattutto in un Paese come l’Etiopia, dove le differenze etniche sono ben marcate. Dall&#8217;inizio del conflitto nella regione si sono verificati <a href="https://www.bloomberg.com/news/articles/2020-11-24/ethiopia-agency-blames-tigray-youth-for-massacre-of-600-people">eventi particolarmente drammatici:</a> stando all’<em>Ethiopian Human Rights Commission</em>, il 9 novembre una milizia composta da tigrini e chiamata Samri avrebbe ucciso circa 600 civili originari delle regioni Amhara e Wolkait nella città di Mai Kadra. Racconti simili arrivano dal Sudan, dove dall’inizio del conflitto sono giunti circa 40mila rifugiati in fuga dalla regione, <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/adesso-la-guerra-nel-corno-d-africa-rischia-di-far-arrivare-nuovi-migranti.html">come spiegato in precedenza su <em>InsideOver</em></a>. Al tempo stesso bisogna ricordare che il Paese convive con tensioni etniche che, in alcune circostanze, esplodono in episodi di violenza, <a href="https://www.thenewhumanitarian.org/news-feature/2020/11/23/ethiopia-tigray-fuel-conflict-hotspots-ethnic-politics">come riportato dal </a><em>The New Humanitarian, </em>tra cui l&#8217;uccisione di almeno 57 persone nel distretto di Guliso da parte del Fronte di Liberazione Oromo l&#8217;1 novembre.<br />
<span style="font-size: 1rem;">Se ciò non bastasse si aggiungono le ripercussioni che il conflitto potrebbe avere da una parte sull’economia nazionale e dall’altra sulla produzione agricola nella regione. I</span><a style="background-color: #ffffff; font-size: 1rem;" href="https://www.theafricareport.com/51493/ethiopias-tigray-region-has-seen-famine-before-will-it-return/">n un articolo pubblicato su <em>The Africa Report</em></a><span style="font-size: 1rem;">, per esempio, vengono evidenziate la fragilità alimentare della regione. </span></p>
<p><span style="font-size: 1rem;">La situazione era già precaria prima del 4 novembre a causa di una serie di fattori che hanno sconvolto vaste aree dell&#8217;Africa Orientale, come la siccità e l&#8217;invasione delle locuste. Le operazioni militari potrebbe aggravare la condizione di chi vive di agricoltura, ovvero circa l&#8217;80% della popolazione, </span>paventando la possibilità di rivivere una carestia simile a quella vissuta tra il 1984 e il 1985<span style="font-size: 1rem;">. L’economia nazionale, invece, a causa della pandemia in corso la condizione traballava fin da prima dell’inizio del conflitto. Già nel rapporto di ottobre </span>il <a href="https://www.imf.org/en/Countries/ETH">Fondo Monetario Internazionale</a> (Fmi) aveva previsto una crescita dell’1,9% per quest’anno e dello zero per il 2021<span style="font-size: 1rem;">. Inoltre, quanto sta accadendo in Tigray e la possibilità di ripercussioni sulla stabilità politica del Paese ha portato gli investitori stranieri a muoversi con più cautela. Questo, per un Paese come l’Etiopia, che nei piani del Primo Ministro Ahmed dovrebbe trasformare la propria economia da agraria a industrializzata entro il 2030, rappresenterebbe un grosso problema, con il rischio di vanificare tutti i progressi compiuti nell’ultimo periodo.</span></p>
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		<title>Adesso il caos invade il Perù</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/adesso-il-caos-invade-il-peru.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Nov 2020 08:53:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Perù, caos e nomina Francisco Sagasti (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Instabilità politica, contrazione dell&#8217;economia nazionale e problema sanitario causato dalla pandemia, è quanto sta vivendo in questo periodo il Perù. In meno di una settimana lo Stato sudamericano vede il Congresso votare il suo terzo Presidente, dopo l&#8217;impeachment nei confronti di Martin Vizcarra e le dimissioni forzate di Manuel Merino. Ora il nuovo incaricato, Francisco &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/adesso-il-caos-invade-il-peru.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Perù, caos e nomina Francisco Sagasti (Getty)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru-caos-e-nomina-presidente-Francisco-Sagasti-Getty-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>Instabilità politica, contrazione dell&#8217;economia nazionale e problema sanitario causato dalla pandemia, è quanto sta vivendo in questo periodo il Perù. In meno di una settimana lo Stato sudamericano vede il Congresso votare il suo terzo Presidente, dopo l&#8217;impeachment nei confronti di <strong>Martin Vizcarra</strong> e le dimissioni forzate di <strong>Manuel Merino</strong>. Ora il nuovo incaricato, <strong>Francisco Sagasti</strong>, si trova di fronte a un compito estremamente arduo: riunire il Paese, sconvolto dalle proteste iniziate lo scorso martedì 10 novembre, rallentare la diffusione del coronavirus, adottare politiche che frenino i danni all&#8217;economia peruviana e, infine, condurre il Paese alle <strong>prossime elezioni generali</strong> che si terranno nell&#8217;aprile del 2021.</p>
<h3>Vizcarra e il &#8220;golpe&#8221; del Congresso</h3>
<p>Il rapporto tra l&#8217;ex Presidente e il Congresso è sempre stato conflittuale fin dal 2018, quando Vizcarra aveva assunto l&#8217;incarico a seguito delle dimissioni di <strong>Predo Pablo Kuczynsi</strong>. Lo scorso luglio l&#8217;allora Presidente aveva annunciato una serie di riforme costituzionali che avrebbe dovuto, tra le altre cose, contrastare la corruzione presente nel Paese. Nei fatti il tentativo ha condotto allo scioglimento del Parlamento, accusato di aver ostacolato il processo riformatore, e a <a href="https://it.insideover.com/politica/le-elezioni-peruviane-potrebbero-rivelarsi-problematiche.html">elezioni anticipat</a>e. Un anno dopo si è presentata una situazione simile a ruoli invertiti: <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/9/12/perus-martin-vizcarra-faces-impeachment-for-moral-incapacity">il 12 settembre il Congresso ha votato per l&#8217;apertura del procedimento di impeachment</a> nei confronti del 57enne Vizcarra per &#8220;incapacità morale&#8221;, da questi commentato come un &#8220;tentativo di destabilizzare il governo&#8221; e il suo lavoro. Il primo tentativo di rimuovere la più alta carica del Perù fallisce sette giorni dopo, quando il Parlamento respinge la mozione. Si è invece concluso diversamente il <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/11/10/turmoil-threatens-peru-as-congress-votes-to-impeach-president">voto del 10 novembre</a>, quando 105 parlamentari hanno votato a votato a favore della rimozione di Vizcarra dalla carica di Presidente dopo la rivelazione di nuove accuse mosse nei suoi confronti: stando ai pubblici ministeri quest&#8217;ultimo aveva ricevuto una tangente di 280mila dollari da una compagnia edile quando ricopriva l&#8217;incarico di governatore.</p>
<p>Le accuse sono state prontamente respinte da Vizcarra che, tuttavia, ha accettato la decisione del Congresso affermando di lasciare l&#8217;incarico &#8220;con la coscienza tranquilla&#8221; e sottolineando come &#8220;ogni volta che tu provi a sconfiggere il virus della corruzione, quello si difende attaccando&#8221;. A ogni modo la mossa del Parlamento non è passata inosservata ai peruviani che fin dal prime ore si sono riversate nelle strade della capitale, Lima, e in altri centri urbani del Paese, in segno di protesta contro una manovra che secondo l&#8217;opinione popolare è stato un vero e proprio <strong>golpe</strong>. Il supporto manifestato dalla popolazione non può stupire. Già in settembre <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/09/19/perus-president-martin-vizcarra-survives-impeachment-vote/">un sondaggio condotto dall&#8217;agenzia Ipsos</a> evidenziava come il 79% dei peruviani fosse d&#8217;accordo sulla conclusione del mandato da parte di Vizcarra.</p>
<h3>Il Perù in protesta, Merino si dimette</h3>
<p>L&#8217;incarico di Presidente è stato automaticamente assunto da <strong>Manuel Merino</strong>, speaker del Parlamento e accusato da Vizcarra di cospirazione dopo il primo tentativo di impeachment. Una figura ritenuta, come scrive <a href="https://www.elmundo.es/internacional/2020/11/15/5fb18fcffc6c83cf1f8b462d.html"><em>El Mundo</em></a>, fin &#8220;dal primo giorno come un politico moribondo in vita attraverso la respirazione assistita della macchina del Congresso&#8221;, senz&#8217;altro poco adatto a far fronte alle necessità del Perù, come dimostrato dalla scelta di reprimere le manifestazioni con la forza. Gli <strong>scontri tra manifestanti e polizia</strong> hanno dato vita a una guerriglia per le strade di Lima e hanno portato alla morte di due giovani e al ferimento di circa 100 persone. La scelta è stata criticata aspramente dall&#8217;ex Presidente ma anche dall&#8217;Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani che ha comunicato l&#8217;apertura di una missione &#8220;<a href="https://www.infobae.com/america/america-latina/2020/11/16/la-onu-enviara-una-mision-a-peru-para-investigar-la-represion-contra-los-manifestantes/">per indagare su possibili violazioni delle libertà fondamentali</a>&#8220;. L&#8217;aggravarsi della situazione nel Paese, a causa perlopiù del modo in cui sono state gestite le proteste, ha portato il Parlamento a spingere per le <strong>dimissioni</strong> di Merino, annunciate brevemente in televisione il 15 novembre e accolte favorevolmente dai peruviani scesi in piazza, come riporta<em> <a href="https://www.elperiodico.com/es/internacional/20201117/que-pasa-en-peru-8206495">El Periodic</a>o</em>.</p>
<h3>Il difficile compito di Francisco Sagasti</h3>
<p>La nomina del nuovo Presidente è stata seguita con particolare interesse sia dai manifestanti che dagli economisti, preoccupati dalla crisi istituzionali che ha spostato l&#8217;attenzione dai problemi che affliggono il Paese. Alla fine la scelta del Congresso è ricaduta su <strong>Francisco Sagasti</strong>, parlamentare con il <em>Partido Morado </em>e ritenuto da &#8220;molti analisti una persona ragionevole&#8221; e adatta a condurre il Paese alle prossime elezioni. A suo favore ha giocato senz&#8217;altro il fatto di essersi espresso contrario alla rimozione di Vizcarra, votando contro la mozione presentata in novembre. Nel suo discorso al Congresso Sagasti ha voluto ribadire come &#8220;oggi non è un giorno di feste, perché abbiamo assistito alla morte di due giovani che stavano protestando&#8221;, manifestando vicinanza a chi nei giorni scorsi è sceso in piazza.</p>
<p>La prima sfida del nuovo Presidente infatti sarà riunire nuovamente il Paese per poi condurlo ad affrontare da una parte la crisi sanitaria e dall&#8217;altra la crisi economica, causate entrambe dall&#8217;attuale pandemia. Quest&#8217;ultima, in ogni caso, ha messo in luce tutte le criticità del sistema sanitario peruviano, evidenziando la mancanza di lungimiranza dell&#8217;attuale e dei precedenti governi. A oggi il Perù, stando ai dati elaborati dalla<a href="https://coronavirus.jhu.edu/data/mortality"> John Hopkins University</a>, è il terzo Paese per il <strong>tasso di mortalità ogni 100mila abitanti</strong>. A ciò si aggiunge la crisi economica: secondo l&#8217;ultimo rapporto stilato dall&#8217;Istituto di Statistica e Informatica del Perù, nel terzo trimestre del 2020 la popolazione occupata è diminuita del 17,2%, con la perdita di lavoro per circa 3 milioni di persone. Affrontata la crisi politica, la strada per il nuovo Presidente sarà ancora in salita.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/adesso-il-caos-invade-il-peru.html">Adesso il caos invade il Perù</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Etiopia sull&#8217;orlo di una guerra civile</title>
		<link>https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sullorlo-di-una-guerra-civile.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Nov 2020 14:02:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Etiopia, scontro sul Tigray (la Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Mentre tutto il mondo continua a seguire con interesse gli sviluppi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il Corno d&#8217;Africa torna a infiammarsi dopo che, mercoledì 4 novembre, il Primo Ministro dell&#8217;Etiopia Abiy Ahmed ha ordinato l&#8217;intervento militare nella regione settentrionale del Tigray, al confine con l&#8217;Eritrea. Lo stesso Abiy Ahmed che poco più di &#8230; <a href="https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sullorlo-di-una-guerra-civile.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sullorlo-di-una-guerra-civile.html">L&#8217;Etiopia sull&#8217;orlo di una guerra civile</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Etiopia, scontro sul Tigray (la Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-1536x1024.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/11/Tigray-Etiopia-scontri-La-Presse-2048x1366.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p style="text-align: left;">Mentre tutto il mondo continua a seguire con interesse gli sviluppi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il Corno d&#8217;Africa torna a infiammarsi dopo che, mercoledì 4 novembre, il Primo Ministro dell&#8217;Etiopia <strong>Abiy Ahmed</strong> ha ordinato l&#8217;intervento militare nella regione settentrionale del <strong>Tigray</strong>, al confine con l&#8217;Eritrea. Lo stesso Abiy Ahmed che poco più di un anno fa riceveva il Premio Nobel per la Pace a seguito dell&#8217;accordo che metteva fine alla guerra con il vicino eritreo e che a Oslo affermava come <a href="https://www.ft.com/content/c1261aea-5217-454a-b266-a3d231231211">&#8220;la guerra è la personificazione del diavolo&#8221;</a>. Il rischio, paventato da analisti e diplomatici, è che l&#8217;operazione militare aggravi una situazione già di per sé poco stabile e conduca a un conflitto civile che avrebbe gravi ripercussioni per il Paese, minando in questo modo i risultati ottenuti in campo economico negli ultimi anni, e l&#8217;intera regione.</p>
<h3>Abiy Ahmed e il Fronte di Liberazione del Tigray</h3>
<p>Due fazioni e due visioni opposte per quanto riguarda ciò che deve essere l&#8217;Etiopia. Da una parte Abiy Ahmed e i suoi sostenitori, che propugnano lo smantellamento dell&#8217;attuale sistema costituzionale basato sul <strong>federalismo etnico</strong>, considerato dall&#8217;attuale Primo Ministro come pericolo per l&#8217;unità nazionale, e la creazione di uno Stato centralizzato e trainato dalla capitale Addis Abeba, basandosi su una sorta di &#8220;<a href="https://www.awashpost.com/2020/11/10/ethiopia-four-factors-complicating-the-war-in-tigray/ -">Etiopianismo</a>&#8220;, un nazionalismo basato sulla lingua amarica e la religione cristiano-ortodossa. Dall&#8217;altra si oppongono il <strong>Fronte dei Liberazione del Tigray</strong> (<strong>Tplf</strong>), un&#8217;organizzazione politica di stampo marxista-leninista, e le forze federaliste presenti anche in altre regioni, che al contrario difendono l&#8217;attuale organizzazione dello Stato.</p>
<p>Al tempo stesso lo scontro tra le parti deve essere letto alla luce degli avvenimenti politici occorsi in Etiopia negli ultimi due anni. Fin dal 1991, infatti, il Tplf aveva giocato un ruolo di primo piano nel governo federale all&#8217;interno della coalizione del <strong>Fronte Democratico Rivoluzionario d&#8217;Etiopia</strong> (<strong>Eprdf</strong>); la situazione, però, è cambiata con la nomina a primo ministro di Abiy Ahmed nel 2018.</p>
<p>Se inizialmente il suo compito era semplicemente di guidare il Paese, attraverso una fase di transizione, verso una maggiore democratizzazione, nei fatti Ahmed ha assunto tratti sempre più autoritari ed è stato da più parti accusato di soffocare le voci che si opponevano al suo potere. Tra queste certamente i leader del Tplf, fin da subito estromessi dalle posizioni chiave dello Stato. Tuttavia il momento spartiacque è rappresentato dalla rinomina dell&#8217;Eprdf in <strong>Partito della Prosperità</strong> (<strong>Pp</strong>) avvenuto nel 2019. Quest&#8217;ultima è una formazione politica totalmente subordinata alla figura di Abiy Ahmed, al cui interno i gruppi etnici non vengono formalmente rappresentati e appare uno strumento per consolidare l&#8217;ideologia anti-federalista sopra menzionata.</p>
<h3>Le elezioni posticipate e la contromossa in Tigray</h3>
<p>A inasprire ulteriormente i rapporti tra maggioranza e opposizione è stata la decisione di posticipare le elezioni generali inizialmente programmate per l&#8217;agosto di quest&#8217;anno. Se ufficialmente la scelta è stata dettata da ragioni sanitarie, a causa della pandemia dovuta al <strong>Covid-19</strong>, le forze di opposizione ma anche analisti l&#8217;hanno ritenuta una scelta puramente politica. Come ha scritto il docente dell&#8217;Università di Kelle Awol Allo, &#8220;Abiy Ahmed riconosceva che il Partito della Prosperità non poteva vincere un&#8217;elezione competitiva 8 mesi dopo dalla sua istituzione&#8221;.</p>
<p>Al contrario nella regione del Tigray le elezioni si sono svolte ugualmente il 9 settembre, che hanno registrato la netta vittoria del Tplf e che sono state considerate illegittime da Abiy Ahmed. I leader del partito dell’<strong>etnia tigrina</strong> hanno fin da subito intrapreso una contesa verbale con il governo federale, affermando che non avrebbero collaborato e riconosciuto l&#8217;autorità dell’attuale Primo Ministro dal mese di ottobre. Conseguentemente, il governo federale ha risposto attraverso il taglio dei finanziamenti alla regione, una mossa che agli occhi del Tpfl è apparsa un verso e proprio atto di guerra.</p>
<h3>L&#8217;annuncio dell&#8217;operazione militare e la possibilità di una guerra civile</h3>
<p>Avvisaglie di possibili operazioni militari nella regione erano evidenti. Già il 2 novembre il presidente regionale tigrino, <strong>Debretsion Gebremichael</strong>, aveva dichiarato che le sue forze armate sarebbe state pronte a vincere un conflitto ritenuto imminente. Due giorni dopo Abiy Ahmed è apparso in televisione per annunciare che era stato impartito l&#8217;ordine per un azione militare nella regione del Tigray, a seguito di un attacco condotto dal Tplf contro un campo di difesa.</p>
<p>&#8220;È stata superata la linea rossa. L&#8217;ultima possibilità di salvare il Paese e il popolo è diventata l&#8217;ultima opzione&#8221; ha scritto Abiy Ahmed in un post su Facebook. Successivamente il Consiglio dei Ministri ha imposto lo stato di emergenza per la durata di sei mesi e bloccato le linee telefoniche e internet isolando la regione dal resto del Paese e del mondo. Quella che nelle intenzioni del primo ministro doveva essere un&#8217;operazione che si sarebbe conclusa celermente, sembra invece che non si risolverà in tempi brevi anche a causa degli armamenti e della forza militare che entrambe le parti possono mettere in campo.</p>
<p>&#8220;Il confronto militare tra il governo federale e il governo regionale del Tigray ha superato la soglia delle forze ordinarie&#8221;, ha spiegato il docente universitario <strong>Awol Allo</strong> a <em>InsideOver</em>, &#8220;quello che vediamo ora è un conflitto armato, o <strong>guerra civile</strong>, combattuto tra due eserciti ben organizzati che utilizzano aerei da combattimento, carri armati e missili&#8221;. Stando a fonti governative, dopo una settimana dall&#8217;inizio del conflitto si parlerebbe già di centinaia di vittime e di un&#8217;avanzata dell&#8217;esercito etiope, notizie che però devono essere ancora conferma al tempo stesso i leader della regione settentrionale hanno denunciato più di dieci attacchi aerei da parte del governo federale. Sebbene a causa della chiusura di internet e delle linee telefoniche risulti estremamente difficile verificare le comunicazioni fornite da entrambe le fazioni e avere un&#8217;idea chiara della situazione, secondo il professor Allo &#8220;affermare che sia in corso una guerra civile non è senza dubbio un&#8217;esagerazione&#8221;.</p>
<h3>Il rischio di un&#8217;ulteriore crisi umanitaria</h3>
<p>Il rischio che il conflitto armato nella regione del Tigrai possa protrarsi a lungo e possa infiammare altre aree del Paese non è da escludere e avrebbe delle ricadute ancora più gravi dello scenario che attori interni ed esterni stanno dipingendo in questi giorni. Al momento sono già centinaia i <strong>rifugiati</strong> che hanno varcato il confine con il <strong>Sudan</strong> per scappare dalla guerra e dalle sue conseguenze, tra questi le autorità sudanesi hanno registrato anche diversi soldati. Il numero, però, sembra essere destinato a crescere nelle prossime settimane se i due governi continueranno con le operazioni militari.</p>
<p>Ad accrescere la preoccupazione è la situazione già precaria all’interno del Tigrai, dove stando <a href="https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/ethiopia_situation_report_no.1_tigray_humanitarian_update_7_november_2020.pdf">all’ultimo rapporto stilato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha)</a> <span style="font-size: 1rem;">sarebbero circa 600mila persone a contare sull’assistenza alimentare. Anche qui, infatti, nell’ultimo periodo il Covid-19 e l’invasione di locuste hanno peggiorato le condizioni economiche, in particolare degli agricoltori, rendendo la vita precaria a larga parte della popolazione. Considerata la possibilità di un prolungarsi del conflitto armato, lo Stato sudanese in collaborazione con l’Onu ha predisposto un campo di accoglienza vicino al confine che almeno inizialmente può ospitare 20mila persone. </span><span style="font-size: 1rem;">Nel frattempo, martedì 10 novembre<strong> Moussa Faki Mahamat</strong>, presidente dell’Unione Africana ha invitato le parti a cessare il fuoco e “a rispettare i diritti umani e ad assicurare la protezione dei civili”, appello che al momento è rimasto inascoltato. Per conto dell’Unione europea ha parlato l’Alto rappresentante <strong>Josep Borrell</strong> che ha invitato di tutte le fazioni a “ridurre la tensione, eliminare il linguaggio aggressivo e astenersi dal dislocare forze armate con l’intento provocatorio”, ribadendo che il fallimento di limitare il conflitto rischierebbe “di destabilizzare il Paese così come tutta la regione”. </span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/guerra/letiopia-sullorlo-di-una-guerra-civile.html">L&#8217;Etiopia sull&#8217;orlo di una guerra civile</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Dall&#8217;Etiopia all&#8217;Arabia Saudita, la migrazione che non fa rumore</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/dalletiopia-allarabia-saudita-la-migrazione-che-non-fa-rumore.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2020 15:07:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1218" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migrante etiope detenuto in Arabia Saudita (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-1024x649.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-1536x974.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-2048x1299.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Più silenziosa della rotta mediterranea ma altrettanto percorsa ogni anno, si tratta della cosiddetta rotta orientale che parte del Corno d&#8217;Africa e raggiunge l&#8217;Arabia Saudita.Dal 2017 secondo l&#8217;Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) sono circa 400mila le persone che hanno intrapreso il viaggio, abbagliate dalla speranza di migliorare la propria condizione economica. Nell&#8217;ultimo anno, il &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/dalletiopia-allarabia-saudita-la-migrazione-che-non-fa-rumore.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/dalletiopia-allarabia-saudita-la-migrazione-che-non-fa-rumore.html">Dall&#8217;Etiopia all&#8217;Arabia Saudita, la migrazione che non fa rumore</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1218" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-scaled.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Migrante etiope detenuto in Arabia Saudita (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-scaled.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-300x190.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-1024x649.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-768x487.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-1536x974.jpg 1536w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Migrante-etiope-detenuto-in-Arabia-Saudita-La-Presse-2048x1299.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>Più silenziosa della rotta mediterranea ma altrettanto percorsa ogni anno, si tratta della cosiddetta rotta orientale che parte del Corno d&#8217;Africa e raggiunge l&#8217;Arabia Saudita.<strong><a href="https://migration.iom.int/reports/yemen-%E2%80%94-flow-monitoring-points-migrant-arrivals-and-yemeni-returns-saudi-arabia-2019?close=true">Dal 2017 secondo l&#8217;Organizzazione Internazionale per le Migrazioni</a> (Oim) </strong>sono circa 400mila le persone che hanno intrapreso il viaggio, abbagliate dalla speranza di migliorare la propria condizione economica. Nell&#8217;ultimo anno, il 2019, in 140mila hanno attraverso il golfo di Aden o lo stretto di Bab el-Mandeb che separa Yemen e Gibuti, di questi una netta maggioranza è di nazionalità etiope (il 92%), mentre il 5% sono minori non accompagnati, la fascia più vulnerabile.</p>
<h2>Il contesto etiope e le ragioni di chi parte</h2>
<p>La pandemia sembra per il momento avere arrestato il flusso, a causa del rafforzamento dei controlli ai confini, al tempo stesso <strong>l&#8217;Oim</strong> tiene a precisare che, se da marzo gli arrivi sono diminuiti drasticamente, non è possibile fare una stima precisa di quanti migranti potrebbero giungere in Yemen. Al tempo stesso nel rapporto pubblicato in agosto si presume che circa 75mila persone affronteranno il viaggio durante l’anno; in ogni caso molto dipende da come evolverà la situazione in Etiopia, già in difficoltà prima della comparsa del Covid-19, <a href="https://www.worldbank.org/en/country/ethiopia/overview">visto che<strong> la Banca Mondiale</strong></a> classifica il Paese africano come <strong>uno degli Stati più poveri,</strong> dove lo stipendio medio annuale si attesta intorno a 665 euro. Sebbene negli ultimi anni l’economia etiope abbia sperimentato una crescita di gran lunga maggiore rispetto i propri vicini, gli ultimi eventi negativi rischiano di provocare <strong>una recessione </strong>che rischia di compromettere un settore, quello agricolo, che già non godeva di ottima salute e che <a href="https://www.afdb.org/en/countries/east-africa/ethiopia/ethiopia-economic-outlook">impiega circa il 70% della manodopera</a>. Questo, infatti, si trova a dover fare i conti con fenomeni che, da una parte si sono acuiti negli ultimi anni, come la siccità, e dall&#8217;altra che si sono presentati di recente, l’invasione delle locuste che ha sconvolto i raccolti dell’Africa centro-orientale. Ed è appunto dalle zone rurali e dalle periferie dei centri urbani da cui provengono la maggioranza di chi lascia irregolarmente l&#8217;Etiopia.</p>
<p>Senza un quadro del contesto etiope è difficile comprendere come mai molti giovani scelgano di intraprendere un viaggio che può risultare mortale e che, molto spesso, è ben differente dall&#8217;immaginario creatosi nella gioventù etiope.<a href="https://www.dw.com/en/into-the-unknown-african-migrants-in-yemen/a-49898774"> Sono gli stessi migranti intervistati</a> da organizzazioni internazionali e giornalisti a invitare di non migrare e lasciare il proprio Paese. Almeno, non illegalmente. Cionondimeno, come spiega a InsideOver in via confidenziale un ricercatore di una Ong che opera in Etiopia, la via regolare risulta impraticabile e ben più costosa:<a href="https://www.passportindex.org/byRank.php"> secondo il Passport Index</a>, infatti, <strong>il passaporto etiope </strong>è tra i più deboli e si colloca assieme a Libano, Eritrea e Libia. Al contrario l&#8217;alternativa irregolare richiede un piccolo investimento iniziale, che tuttavia può aumentare a seconda delle situazioni che si vengono a creare. Consapevoli del fenomeno, il <em>business </em>del traffico di migranti è cresciuto esponenzialmente, in particolare a partire dall&#8217;inizio della guerra civile in Yemen.</p>
<h2>Il viaggio e le sue difficoltà</h2>
<p>Per molti migrare non significa ricerca di un miglioramento della propria condizione economica, bensì l&#8217;unica strada che si prospetta di fronte ai loro occhi ed è vissuta come un vero fallimento. Al tempo stesso, stando ai rapporti dell&#8217;Oim, la decisione viene presa in maniera frettolosa che non tiene conto dei rischi che un migrante può correre durante il percorso: solo il 30% è a conoscenza della guerra che perdura in Yemen, mentre neppure il 50% è conscio dei potenziali <strong>pericoli della traversata</strong>. Chi vuole giungere in Arabia Saudita, infatti, deve necessariamente attraversare il golfo di Aden, partendo o da Bosaso (Somalia) oppure da Gibuti. Una traversata che può rivelarsi fatale, sia a causa delle precarie condizioni delle imbarcazioni su cui vengono ammassati sia a causa delle forze armate che in passato hanno ostacolato brutalmente l’arrivo dei migranti,<a href="https://www.hrw.org/news/2019/08/15/ethiopians-abused-gulf-migration-route"> come ha documentato <strong>Human Right Watch</strong></a> (<strong>Hrw</strong>).</p>
<p>Una volta giunti in Yemen, le difficoltà non diminuiscono: sia per chi decide di permanere nello Stato, che è una netta minoranza, sia per chi vuole raggiungere il regno saudita. I migranti si trovano in balìa dei loro aguzzini trafficanti, che sono l&#8217;unico riferimento e che sfruttano la loro condizione di vulnerabilità per trarre il massimo profitto da ognuno. Ai maltrattamenti e le violenze che subiscono, documentate da <strong>Oim</strong> e <strong>Hrw</strong>, si aggiunge il pregiudizio della popolazione nei confronti dei migranti, questi ultimi considerati portatori del virus che li porta a essere esclusi da qualsiasi tipo di assistenza, anche quella basilare. Ed è per questo motivo che in aprile di quest’anno le forze Houthi hanno fatto espelle celermente il campo di al-Ghar, situato a qualche chilometro dal confine. <a href="https://www.hrw.org/news/2020/08/13/yemen-houthis-kill-expel-ethiopian-migrants">Secondo le testimonianze raccolte da Hrw</a>, i migranti all&#8217;interno del campo sono stati espulsi e mandati verso il confine, uccidendo chi rimaneva e sparando a chi fuggiva. “Molte persone avevano già abbandonato il campo ma io sono rimasta ma dopo due ore, hanno iniziato a sparare. Ho visto due persone uccise”, ha raccontato una donna etiope che è riuscita a salvarsi. Al tempo stesso chi ha camminato si è trovato in mezzo al fuoco saudita e dei militari Houthi, rimanendo in una sorta di limbo infernale che può durare anche per mesi.</p>
<h2>In Arabia Saudita: il sogno che si infrange e i centri della morte</h2>
<p>Raggiungere l’Arabia Saudita non è sinonimo di salvezza. I migranti che vengono fermati dai soldati sauditi perdono ogni avere che possiedono, gli uomini vengono separati dalle donne per poi essere portati ad al-Dayer e in seguito nei centri di detenzione presenti a <strong>Jeddah</strong> e <strong>Jizan</strong>. Luoghi che chi è stato detenuto ha descritto come veri e propri centri della morte. Sul tema è intervenuto <strong>Hrw</strong> denunciando le precarie strutture dei centri: <strong>sovraffollati,</strong> come testimoniato dal rapporto <a href="https://www.middleeasteye.net/news/saudi-arabia-ethiopia-migrants-detention-centre-16000">pubblicato su The Middle East Eye, dove si parla di 16mila detenuti in una sola struttura</a> &#8211;<strong> senza un numero sufficiente di letti e coperte, mancanti delle basilari cure mediche.</strong> Alcuni hanno testimoniato di essere stati colpiti brutalmente per essersi lamentati della situazione in cui si trovavano. Parole che trovano conferma nelle immagini pubblicate <a href="https://www.telegraph.co.uk/global-health/climate-and-people/investigation-african-migrants-left-die-saudi-arabias-hellish/">nell’inchiesta portata avanti dal <em>The Telegraph</em> a fine agosto</a>, il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio: “Migranti africani ‘lasciati a morire’ negli infernali centri di detenzione Covid dell’Arabia Saudita”, nonché nell&#8217;ultimo <a href="https://www.amnesty.org/download/Documents/MDE2331252020ENGLISH.PDF">rapporto pubblicato da Amnesty</a>. Gli autori dell’inchiesta hanno riportato la brutalità con cui i migranti vengono trattati dalle guardie, vessati, colpiti e derisi come ha raccontato una delle persone raggiunta dal quotidiano britannico:</p>
<blockquote><p>“Molti detenuti hanno istinti suicida o soffrono di disturbi mentali come conseguenza del vivere in questa maniera per cinque mesi. Le guardie ci prendono in giro dicendo ‘al tuo governo non interessa, cosa dovremmo fare con voi?”.</p></blockquote>
<p>Ed è appunto sul governo etiope che bisogna richiamare l’attenzione, che se non connivente, al momento non si è mosso per venire incontro alle denunce e testimonianze dei detenuti. Al contrario, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta del The Telegraph, la <a href="https://www.middleeasteye.net/news/ethiopia-muzzle-migrant-workers-stuck-deadly-saudi-camps">testata Middle East Eye</a> ha posto l’attenzione sulla minaccia da parte delle autorità etiopi di ripercussioni legali nei confronti di chi avrebbe continuato ad aumentare la consapevolezza delle condizioni dei centri di detenzione sui social media. Se non bastasse, oltre al pressoché silenzio nei confronti di come vivono migliaia di etiopi sul suolo saudita, sempre a distanza di qualche giorno il governo etiope ha tenuto a ringraziare la monarchia saudita per “accettare i migranti che entrare nel Paese”. Intanto l’Etiopia si avvicina al voto, rimandato al 2021 per via della pandemia in corso. Il tema della migrazione accompagnato alle tensioni sociali dell&#8217;ultimo recente all&#8217;interno dello Stato rischia di mettere in difficoltà il<strong> Primo ministro Abiy Ahmed</strong>, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2019.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/dalletiopia-allarabia-saudita-la-migrazione-che-non-fa-rumore.html">Dall&#8217;Etiopia all&#8217;Arabia Saudita, la migrazione che non fa rumore</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>In America riparte la &#8220;Via Crucis del Migrante&#8221;</title>
		<link>https://it.insideover.com/migrazioni/in-centroamerica-riparte-la-via-crucis-del-migrante.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2020 23:29:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni americane 2020]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Honduras partita la prima carovana di migranti dall’inizio della pandemia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>In America Centrale i governi hanno riaperto i confini dopo la chiusura a causa della pandemia, nel frattempo la cosiddetta Via Crucis del Migrante è tornata sotto i riflettori, a seguito delle voci circolate sui social network di una nuova carovana che si stava radunando in Honduras per raggiungere il confine tra Messico e Stati &#8230; <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/in-centroamerica-riparte-la-via-crucis-del-migrante.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/migrazioni/in-centroamerica-riparte-la-via-crucis-del-migrante.html">In America riparte la &#8220;Via Crucis del Migrante&#8221;</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Honduras partita la prima carovana di migranti dall’inizio della pandemia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/10/Honduras-partita-la-prima-carovana-di-migranti-dall%E2%80%99inizio-della-pandemia-La-Presse-768x512.jpg 768w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>In America Centrale i governi hanno riaperto i confini dopo la chiusura a causa della pandemia, nel frattempo la cosiddetta <strong><em>Via Crucis del Migrante</em></strong> è tornata sotto i riflettori, a seguito delle voci circolate sui social network di una nuova carovana che si stava radunando in Honduras per raggiungere il confine tra Messico e Stati Uniti. Secondo le agenzie giornalistiche che stanno coprendo l&#8217;argomento si tratterebbe di circa duemila migranti, se non tremila, che hanno raggiunto il Guatemala e che ora si apprestano a entrare sul territorio messicano. La rotta per inseguire il sogno americano non è nuova, anzi, nell&#8217;arco degli ultimi anni si è intensificato diventando un ulteriore punto dell&#8217;agenda del Presidente Trump e che, probabilmente, potrebbe tornare all&#8217;ordine del giorno nella campagna elettorale delle presidenziali che si terranno in novembre.</p>
<h3>Scappare dall&#8217;Honduras: povertà e criminalità</h3>
<p style="text-align: left;">La pandemia, il rischio di contagio e la possibilità di essere bloccati dalla polizia o dai militari durante il percorso non ha fermato il gruppo di migranti che dall&#8217;Honduras si sta dirigendo in questi verso il Messico con il fine di entrare negli <strong>Stati Uniti</strong>. Per molti lasciare l&#8217;Honduras significa scegliere tra la povertà, che spesso conduce nel giro della <strong>criminalità</strong>, e la possibilità, seppur remota, di migliorare la propria vita. Remota perché come ha ricordato su Twitter l&#8217;Ambasciata statunitense di Tegucigalpa: &#8220;Ora più che mai, è più difficile oltrepassare la frontiera degli Stati Uniti in maniera illegale&#8221;</p>
<blockquote class="twitter-tweet" data-width="500" data-dnt="true">
<p lang="es" dir="ltr">Ahora más que nunca, es más difícil cruzar la frontera de Estados Unidos de manera ilegal. El viaje se ha hecho aún más peligroso, dada la actual pandemia global de <a href="https://twitter.com/hashtag/COVID19?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#COVID19</a>.<a href="https://twitter.com/hashtag/NoExpongasTusHijos?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#NoExpongasTusHijos</a><a href="https://twitter.com/hashtag/SuFuturoEst%C3%A1Aqu%C3%AD?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#SuFuturoEstáAquí</a> <a href="https://t.co/92Dgdxt1Nq">pic.twitter.com/92Dgdxt1Nq</a></p>
<p>&mdash; U.S. Embassy Tegucigalpa (@usembassyhn) <a href="https://twitter.com/usembassyhn/status/1312746860529016832?ref_src=twsrc%5Etfw">October 4, 2020</a></p></blockquote>
<p><script async src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>
<p>Si tratta di adulti e giovanissimi, tra cui anche minorenni che sono consapevoli sia delle difficoltà in cui si imbatteranno lungo il cammino sia delle problematiche che affliggono il loro Paese; come Edwar Omar Molino, 17enne, che ha deciso di partire perché trovare lavoro è impossibile e questa è l&#8217;unica maniera per aiutare la sua famiglia. Ed è, infatti, la povertà &#8211; <a href="https://www.worldbank.org/en/country/honduras/overview#2">secondo la Banca Mondiale</a> il 48% della popolazione si trova a vivere in uno stato di indigenza &#8211; una delle principali ragioni che portano gli honduregni a intraprendere la <em>Viacrucis</em>. La pandemia e le restrizioni adottate dal governo &#8211; un <strong>lockdown</strong> <strong>parziale</strong> iniziato il 10 marzo &#8211; rischiano di mettere sul lastrico altre famiglie a causa della perdita del lavoro. Secondo l&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro, infatti, sono proprio l&#8217;America Latina e i Caraibi ad aver subito la maggior riduzione delle ore di lavoro. A ciò si aggiunge la criminalità e la violenza che contraddistingue il Centroamerica, come ha ricordato in un&#8217;intervista rilasciata al <em>Financiero</em> Eunice Rendon, coordinatrice di <em>Agenda Migrante,</em> facendo notare che è &#8220;soprattutto il rischio di perdere la vita nel paese di origine&#8221; a spingere molti a lasciare l&#8217;Honduras. Quest&#8217;ultimo, infatti, è considerato tra i Paesi più violenti con un tasso di omicidi incredibilmente elevato, benché in diminuzione rispetto il 2012: 41 omicidi ogni 100mila abitanti.</p>
<h3>Guatemala e Messico si preparano a fermare la carovana</h3>
<p>Il Presidente del Guatemala <strong>Alejandro Giammatei</strong> ha subito comunicato che avrebbe dato ordine di detenere i migranti entrati illegalmente e riportarli in <strong>Honduras</strong>, considerando questi ultimi alla stregua di un pericolo sanitario, <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/10/2/guatemala-vows-to-break-up-migrant-caravan-heading-to-us">come riportato da <em>Al Jazeera</em></a>. L&#8217;ordine ha portato all&#8217;arresto di circa 300 migranti, come riferito anche dalla Procurador de los Derechos Humanos (PDH), la quale ha documentato aggressioni da parte della polizia e dei militari impiegati. Al tempo stesso il dispiegamento al confine non è stato sufficiente a contenere il gruppo di migranti che ha sfondato uno dei posti di blocco, come mostrano le immagini del video diventato virale tra gli utenti di madrelingua spagnola.</p>
<p>Una posizione simile giunge anche dal Messico, il cui Presidente<strong> Andres Manuel Lopez Obrador</strong> <a href="https://www.aljazeera.com/news/2020/10/3/mexico-deploys-army-on-southern-border-to-block-migrant-caravan">ha ordinato il dispiegamento dei militari</a> sul confine meridionale al fine di bloccare l&#8217;arrivo della carovana, che, sempre nelle parole del Presidente messicano si è messa in cammino in un momento particolare: &#8220;È molto strano che questa carovana parta alla vigilia delle elezioni&#8221;. A cui ha aggiunto che &#8220;deve avere a che fare con le elezioni negli Stati Uniti. Non ho tutti gli elementi ma penso ci siano state indicazioni di porli insieme per questo scopo&#8221;.</p>
<h3>Immigrazione: tra la politica di Trump e la posizione di Biden</h3>
<p>Le speculazioni che ci sia un collegamento tra il movimento del gruppo di migranti e l&#8217;appuntamento elettorale negli Stati Uniti è diventato argomento di dibattito tra analisti e leader di governo, tra cui il Presidente messicano come sopra menzionato. Ad alimentare il sospetto è il fenomeno molto simile che si ebbe nel 2018 poco prima delle elezioni di metà mandato, quando circa 7mila migranti si misero in cammino alla volta dello Stato americano. In quell&#8217;occasione l&#8217;argomento venne usato fin da subito per la campagna elettorale repubblicana e sono in molti a credere che il tema dell&#8217;immigrazione tornerà a essere al centro della retorica del presidente Trump, il quale ha sempre posto in primo piano il bisogno di proteggere il Paese dall&#8217;immigrazione illegale, tanto da proporre la costruzione del muro sul confine con il Messico. E fu proprio da Yuma, in Arizona, a qualche chilometro dal confine che <strong>Donald Trump</strong> avvisò il suo elettorato che una vittoria del candidato Biden &#8220;scatenerebbe una marea di immigrazione illegale&#8221;, <a href="https://eu.azcentral.com/story/news/politics/immigration/2020/08/18/president-donald-trump-has-changed-immigration-policy-us/3385980001/">come ricordato dalla testata <em>AzCentral</em></a>.</p>
<p>Una vittoria che, secondo l&#8217;opinione dell&#8217;elettorato di Trump, vanificherebbe le azioni intraprese in questi quattro anni, tra cui: il <em>Travel ban</em> (2017), l&#8217;implementazione del programma per richiedenti asilo i quali avrebbero dovuto attendere in Messico (2019) e la diminuzione del numero di rifugiati ammessi sul territorio statunitense che per l&#8217;anno fiscale 2020 è fissato a 18mila, il livello più basso dal 1980. Al contrario il candidato democratico Joe Biden ha già promesso che in caso di sua elezione i rimpatri verranno fermati nei primi 100 giorni dall&#8217;insediamento alla Casa Bianca, come verranno fermati i lavori del muro al confine con il Messico, mantenendo però i lavori già realizzati. Anche sul Travel ban Biden si pone agli antipodi, tanto da avere già dichiarato di eliminare i divieti, considerati semplicemente un abuso di potere.</p>
<p>Nel frattempo, mentre la campagna elettorale per le presidenziali entra nel vivo, bisognerà capire se la carovana di migranti proveniente dall&#8217;Honduras verrà strumentalizzata dai due candidati, come già accaduto in passato. Questo, tuttavia, non significa che la partenza dei migranti sia collegata direttamente alle elezioni, come ha fatto notare l&#8217;attivista migrante Itsmania Platero al <a href="https://www.latimes.com/world-nation/story/2020-10-02/another-migrant-caravan-is-headed-toward-the-united-states">Los Angeles Times</a>, dato che già in gennaio si erano mosse delle carovana in direzione degli Stati Uniti.</p>
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		<title>Nei Balcani emergono le fragilità sanitarie ed economiche</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/nei-balcani-emergono-le-fragilita-sanitarie-ed-economiche.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 06:31:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Serbia covid (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>Disoccupazione, corruzione, tensioni sociali interne ed economie deboli. È questo il contesto in cui la pandemia si inserisce nell’area probabilmente più povera d’Europa, i Balcani. A oggi il numero dei contagi accertati non è elevato, tuttavia il timore che questo possa cresce è tangibile in particolare tra le autorità e la stessa popolazione. Sono in &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/nei-balcani-emergono-le-fragilita-sanitarie-ed-economiche.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1010" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Serbia covid (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-300x202.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-768x517.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/Serbia-Belgrado-covid-La-Presse-1024x689.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p class="p1"><span class="s1">Disoccupazione, corruzione, tensioni sociali interne ed economie deboli. È questo il contesto in cui la pandemia si inserisce nell’area probabilmente più povera d’Europa, i Balcani. A oggi il numero dei contagi accertati non è elevato, tuttavia il timore che questo possa cresce è tangibile in particolare tra le autorità e la stessa popolazione. Sono in molti a domandarsi come Paesi con sistemi sanitari più fragili possano far fronte al Covid-19 quando Stati meglio equipaggiati sono stati messi in crisi. La speranza è che le restrizioni alla vita sociale e la chiusura dei confini possano avere<span class="Apple-converted-space">  </span>avuto l’effetto di diluire il numero di contagi nel tempo. </span></p>
<h2 class="p1"><span class="s1">Mancanza di personale e tagli alla sanità</span></h2>
<p class="p1"><span class="s1">La preoccupazione è legittima, se si tiene conto che nel <a href="https://healthpowerhouse.com/media/EHCI-2018/EHCI-2018-report.pdf">rapporto del 2018 del Health Consumer Powerhouse</a> tra i peggiori sistemi sanitari figurano proprio quelli dell’area geografica indicata. Fanalini di coda Romania e Albania. La situazione si avrebbe in Serbia, 20esima, dove ogni anno si riscontrano miglioramenti significativi. Non è un caso, quindi, che il 3 marzo 2020 il direttore regionale per l’Europa d</span><span class="s1">ell’Organizzazione Mondiale della Sanità, <strong>Hans Kluge</strong>, <a href="https://covid19.rs/who-regional-director-for-europe-serbia-is-well-prepared-for-covid-19/">abbia affermato che la Serbia</a> sia “ben preparata ad affrontare ogni tipo di pericolo o emergenza inerente alla salute, incluse le epidemie”. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni, il <strong>Presidente della Repubblica Aleksandar Vucic</strong> ha riportato che avrebbe provveduto all’acquisto di altri 500 ventilatori (ai 1008 già presenti) e all’aumento dei posti letto per ospitare i malati di Covid-19. </span><span style="font-size: 1rem;">Ciò non toglie che in generale la situazione sia tutt’altro che ottimale. </span>Come riportato da Afp e rilanciato su <a style="background-color: #ffffff; font-size: 1rem;" href="https://newsinfo.inquirer.net/1248084/short-on-doctors-balkans-brace-for-worst-of-coronavirus"><em>theInquirer</em></a><span style="font-size: 1rem;">, a preoccupare in particolare sono la mancanza di personale e di equipaggiamento sanitario e i pochi investimenti sulla sanità e sulla ricerca. Dalla Romania alla Nord Macedonia, passando per il Kosovo.</span></p>
<p class="p1"><span style="font-size: 1rem;">Dal Kosovo, per esempio, è partito l’allarme del Presidente del sindacato della sanità, Blerim Styla, che ha affermato come la situazione sia allarmante e </span>ha stimato una mancanza di circa 5000 dottori<span style="font-size: 1rem;">. Ma non si tratta di un unicum, la stessa problematica si riscontra in pressoché tutti gli altri Paesi della regione. Le cause sono molteplici ma tra loro collegate: i bassi investimenti su questo settore che portano a numeri di assunzioni non sufficienti per coprire la richiesta nazionale, i bassi salari e le non ottimali condizioni di lavoro. Fattori che conducono molti dottori e infermieri a cercare la propria strada all&#8217;estero, specialmente in Germania.</span></p>
<p class="p1"><span style="font-size: 1rem;">Nel 2016, in Bosnia &#8211; Herzegovina sarebbero stati all&#8217;incirca 300 dottori altamente qualificati a lasciare il Paese. Lo Stato più giovane d’Europa, il Kosovo, ne </span><a style="background-color: #ffffff; font-size: 1rem;" href="https://www.equaltimes.org/care-drain-in-the-balkans#.Xn_-o9MzaRs">avrebbe persi altrettanti solamente nel 2013</a><span style="font-size: 1rem;">. Negli ultimi anni la tendenza non è diminuita, come confermano i numerosi rapporti e articoli che ogni anno denunciano la fuga di cervelli da territori che avrebbe bisogno delle alte competenze che i giovani portano via con sé.</span></p>
<p class="p1"><span style="font-size: 1rem;">Ma se anni di denunce hanno sortito effetti poco significativi, il timore del Covid-19 ha messo in luce le debolezze dei vari sistemi sanitari nazionali.</span></p>
<h2 class="p1">Le possibili conseguenze economiche</h2>
<p>Le possibili ripercussioni economiche dovute all&#8217;emergenza Covid-19 sono diventate tema di dibattito pressoché ovunque, dagli Stati Uniti d&#8217;America all&#8217;Europa e all&#8217;America Latina, passando da analisi apocalittiche a opinioni più sobrie ma che comunque mettono in risalto le difficoltà che le società vivranno una volta conclusa l&#8217;emergenza. I Balcani, che già in uno stato di normalità presentano un quadro grigio, non fanno eccezione.</p>
<p>Il timore maggiore è che gli sviluppi e i passi avanti compiuti negli ultimi anni possano sgretolarsi nel giro di pochi mesi, portando nuovamente l&#8217;area alla condizione post crisi economica del 2008-2009. A tal proposito, <a href="https://think.ing.com/articles/growth-in-the-balkans-from-zero-to-hero..and-back/">l&#8217;economista Valentin Tataru in uno studio</a> sull&#8217;area pubblicato da ING Think ha evidenziato come i Paesi che vivono di turismo potrebbero subire maggiori contraccolpi, tra tutte la più a rischio sarebbe la Croazia. Inoltre, <a href="https://it.insideover.com/societa/covid-19-la-romania-e-il-punto-debole-dei-balcani.html">un quadro non meno incerto lo presenta la Romania</a>, che attualmente è anche lo Stato con il più alto numero di contagi. Sono invece migliori le previsioni per la Serbia, benché siano già in molti i cittadini a porsi domande sul futuro. &#8220;Se la situazione inizialmente appariva tranquilla, ora stiamo vivendo le prime conseguenze delle misure adottate dal governo&#8221;, spiega Igor residente a Novi Sad, &#8220;molti miei coetanei si sono ritrovati senza lavoro, le grandi città si sono come svuotate e già adesso si assiste a un drastico calo degli affitti&#8221;.</p>
<p>Panorama forse più inquieto nel vicino Kosovo, dove la disoccupazione nel 2019 toccava il 30% &#8211; mentre quella giovanile superava il 50% &#8211; e risulta difficile comprendere come ne uscirà a emergenza conclusa. Al momento la chiusura delle attività legate alla ristorazione ha colpito le fasci più giovani ma anche altre categorie di lavoratori rischiano gravi ripercussioni. Per esempio i tassisti che già in tempi normali spesso non raggiungono i 300 euro al mese. &#8220;Sicuramente saranno le piccole aziende a soffrire maggiormente&#8221;, spiega Arjeta Berisha, direttrice di un centro italiano a Pristina, &#8220;ma dobbiamo andare avanti e sperare che tutto si concluda prest<strong>o</strong>&#8220;.</p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/societa/nei-balcani-emergono-le-fragilita-sanitarie-ed-economiche.html">Nei Balcani emergono le fragilità sanitarie ed economiche</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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		<title>Balcani inquinati</title>
		<link>https://it.insideover.com/ambiente/balcani-inquinati.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Feb 2020 14:55:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Inquinamento Serbia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-300x146.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-768x374.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-1024x499.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Disoccupazione, spopolamento, malcontento e ferite mai saturate. Sono questi alcuni dei problemi che uniscono pressoché tutti gli Stati della regione balcanica. In aggiunta, negli ultimi anni è emerso anche il tema dell’inquinamento ambientale, argomento sentito ben prima della comparsa di Greta Thunberg sulla scena pubblica. Nei Balcani, infatti, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite per &#8230; <a href="https://it.insideover.com/ambiente/balcani-inquinati.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="936" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Inquinamento Serbia (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-300x146.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-768x374.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/02/Inquinamento-Belgrado-La-Presse-e1581087319865-1024x499.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p class="p1"><span class="s1">Disoccupazione, spopolamento, malcontento e ferite mai saturate. Sono questi alcuni dei problemi che uniscono pressoché tutti gli Stati della regione balcanica. In aggiunta, negli ultimi anni è emerso anche il tema dell’<strong>inquinamento ambientale</strong>, argomento sentito ben prima della comparsa di Greta Thunberg sulla scena pubblica.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Nei Balcani, infatti, <a href="https://www.unenvironment.org/news-and-stories/press-release/air-pollution-responsible-one-five-premature-deaths-19-western">secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite per l’Ambiente</a> sono circa 5mila le persone che ogni anno muoiono per cause riconducibili all&#8217;inquinamento, principalmente quello aereo. La situazione più grave si riscontra in Serbia dove, stando alla <a href="https://gahp.net/fact-sheets/">Global Alliance for Health and Pollution</a>, si stimano 175 morti premature ogni 100mila abitanti. Una stima che pone il Paese al livello dell’India. A seguire la vicina Bosnia-Erzegovina (125 su 100mila abitanti). Ed è proprio in questi due Stati che si trovano le centrali più inquinanti per quanto riguarda la anidride solforosa (SO2), mentre il triste primato riguardate la PM10 è della centrale Kosova A, situata nella cittadina di Obilic, a qualche chilometro dalla capitale Pristina. Almeno stando a un’analisi condotta nel 2016 dal network ceco <strong>Bankwatch</strong> e pubblicata nel dicembre del 2019.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Oltre al sistema industriale ed energetico, gravi responsabilità sono da attribuire anche al riscaldamento domestico e al traffico urbano, quest’ultimo aggravato dal fatto che molto spesso i veicoli utilizzati hanno più di dieci anni.</span></p>
<p class="p1"><span style="font-size: 1rem;">Ma se il tema ambientale può non interessare, è bene sapere che le conseguenze dell’inquinamento si ripercuotono anche sui bilanci degli Stati, con un impatto spesso abbastanza rilevante. Sempre secondo la organizzazione Bankwatch, per esempio, in Croazia una percentuale tra l’8% e il 14% dell’intera spesa sanitaria è riconducibile all’inquinamento prodotto dalle centrali a carbone. Non solo, anche lo stesso sistema di produzione ne subisce gli effetti: si stimano più di 355mila giorni di lavoro persi. Un numero più comprensibile se si tiene di quello riguardante l’Unione europea che si situa intorno ai 612mila giorni. </span><span style="font-size: 1rem;">In ogni caso sulla questione i governi nazionali saranno chiamati a intervenire se effettivamente vorranno entrare nell’Unione europea, soprattutto tenendo conto che il Segretario Regionale del Consiglio di Cooperazione Regionale, <strong>Majlinda Bregu</strong>, <a href="https://europeanwesternbalkans.com/2019/10/18/bsf-environment-should-be-the-part-of-eu-accession-fundamentals/">ha posto l’attenzione sul considerare requisito fondamentale il tema ambientale</a> per il processo di integrazione europeo. E se oggi non lo è ancora, questo potrebbe cambiare in futuro.</span></p>
<h2 class="p1"><span class="s1">Nella Serbia che protesta per l’ambiente e la salute</span></h2>
<p class="p1"><span class="s1">Dalla capitale ai centri abitati più periferici ma vicini a impianti inquinanti, la popolazione serba è scesa più volte in piazza per manifestare il proprio malcontento nei confronti del governo e per rivendicare un diritto basilare: quello alla salute.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">A Bor, importante centro minerario e industriale nel nord-est della Serbia, sono state organizzate <a href="https://www.rferl.org/a/serbia-protest-environment-chinese-mining/30278530.html">decine di manifestazioni</a> per protestare contro la nuova compagnia cinese, la <strong>Zijing Mining</strong>, che ha rilevato il complesso minerario e di fusione presente a qualche chilometro di distanza. Secondo gli organizzatori, infatti, dal 2018, ovvero da quanto è avvenuto il passaggio di proprietà, la situazione si è aggravata, portando a una presenza di sostanze pericolose nell’aria anche duecento volte più alta rispetto agli anni precedenti. Accusa che la società cinese ha contestato in un comunicato stampa facendo sapere che la situazione era già grave prima dell’arrivo dei nuovi proprietari.</span></p>
<p class="p1"><span class="s1">Possibile, ciò che invece è certo è che il problema ambientale in Serbia è un dato di fatto ed è dimostrato anche dalle numerose manifestazioni organizzate a <strong>Belgrado</strong> di fronte agli edifici governativi, <a href="https://www.rferl.org/a/belgrade-protesters-demand-action-smog-serbia-balkan/30384138.html">come accaduto il 17 gennaio</a>. Critiche che sono state recepite dal primo ministro Brnabic e alle quali ha risposto che “la situazione non è peggiore rispetto gli anni precedenti” ma che sia percepita maggiormente “a causa della mancanza di neve e del vento Kosova”. </span></p>
<h3 class="p1"><span class="s1">Bosnia-Erzegovina: i casi di Sarajevo e Tuzla</span></h3>
<p>Non capita raramente di svegliarsi a <strong>Sarajevo</strong> e trovare la città coperta da una <a href="https://balkaninsight.com/2020/01/13/bosnian-capital-in-its-own-category-as-air-pollution-levels-soar-in-sarajevo/">densa foschia causata dall&#8217;inquinamento</a> che mette a repentaglio la salute di chi vi abita. La situazione, poi, si aggrava nei mesi invernali, quando la combinazione del fattore meteorologico, del riscaldamento domestico e del traffico urbano crea una miscela esplosiva: a tal punto che recentemente il governo bosniaco è stato costretto a prendere misure per ridurre le emissioni. Misure che, tuttavia, non pongono in discussione l&#8217;intero sistema industriale. Si tratta infatti dello stop alla circolazione delle automobili Euro 2 e del suggerimento a indossare le maschere di protezione, nonché di limitare il tempo all&#8217;aria aperta.</p>
<p>I provvedimenti non si possono considerare sufficienti. E a offrire un&#8217;idea della posizione del governo è il caso della centrale a carbone di <strong>Tuzla</strong>. Questa è stata oggetto di un finanziamento per il suo ampliamento da parte di una banca di sviluppo cinese, dimostrando che gli interessi economici precedono quelli salutari; benché comunque il settore in questione sta vivendo un momento di difficoltà, tanto che alcuni analisti ritengono che la chiusura dell&#8217;impianto sarà inevitabile. Al tempo stesso bisogna ricordare che <a href="https://bankwatch.org/beyond-coal/airpollution-balkans">le analisi condotte da Bankwatch</a> mostrano come a Tuzla il limite UE del Pm10 (e quello raccomandato dall&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanità) viene superato costantemente.</p>
<h3>Kosovo e la questione di Obiliq</h3>
<p>Il governo a trazione <strong>Vetevendosje</strong> dovrà inevitabilmente fare i conti con la questione dell&#8217;inquinamento ambientale che, per quanto il Kosovo non possieda un settore industriale paragonabile agli altri Stati balcanici, è una delle maggiori cause di morte nel Paese, come documentato <a href="https://kosovotwopointzero.com/en/kosovos-silent-assassin/">nel reportage di Arian Lumezi pubblicato sulla testata Kosovo 2.0</a>. Ma se tale &#8220;piaga&#8221; è condivisa con i propri vicini, non lo si può dire altrettanto per quanto riguarda la conoscenza che ne ha la società civile, sebbene alcuni movimenti verdi abbiano preso forma negli ultimi anni in particolare grazie all&#8217;attivismo dei giovani. Anche qui la fonte dell&#8217;inquinamento è riconducibile alle due centrali, Kosova A e Kosova B, situate nella città di <strong>Obiliq</strong>, distante qualche chilometro dalla capitale <strong>Pristina</strong> e che a causa del loro status &#8211; si tratta di impianti costruiti rispettivamente nel 1960 e nel 1980 &#8211; non solo inquinano in maniera considerevole ma non riescono a fare fronte alla richiesta energetica nazionale. Questa è, tra l&#8217;altro una delle ragioni per cui il precedente governo ha preso in considerazione il progetto di costruzione di una terza centrale (Kosova e Re), progetto che la Banca Mondiale ha deciso di non finanziare perché preoccupata per l&#8217;impatto ambientale.</p>
<p>A ciò si aggiungono le emissioni dei veicoli la cui età media risulta essere sopra i 18 anni, come riportato <a href="https://veturat.institutigap.org/">da un rapporto scritto dal Gap Institute</a>. In Kosovo, infatti, molte delle automobili circolanti sono di seconda mano e notevolmente inquinanti. Si parla di circa 1.7 milioni di CO2 emesse all&#8217;anno solamente dai mezzi di trasporto.</p>
<h3>Nord Macedonia: Skopje capitale inquinata</h3>
<p>Tra le capitali balcaniche <strong>Skopje</strong> &#8220;vanta&#8221; il triste primato di peggiore per qualità dell&#8217;aria nella regione. Mediamente il <a href="https://www.airvisual.com/world-air-quality-ranking">World Air Quality Index</a> (Indice mondiale della qualità dell&#8217;aria) della società svizzera <strong>AirVisual</strong> vede la capitale nordmacedone tra le dieci città più inquinate assieme a Calcutta (India), Lagore (Pakistan) e Kabul (Pakistan). La gravità è tale che, per esempio, secondo la Banca Mondiale l&#8217;impatto produttivo dell&#8217;inquinamento aereo è dello 0.13% del Pil nazionale.</p>
<p>Anche qui non sono mancate le manifestazioni di piazza, che in questo caso hanno coinvolto la fascia più giovane della popolazione. <a href="https://apnews.com/2fd6f2f66d1d7508ea4416c04f5cc048">Come avvenuto il 19 dicembre 2019</a>, quando centinaia di ragazzi &#8211; e non solo &#8211; hanno manifestato di fronte all&#8217;edificio principale del governo al grido di &#8220;We want to breathe&#8221; (Noi vogliamo respirare) e &#8220;No air no peace&#8221; (No aria no pace). La risposta del governo è giunta tardiva e sicuramente non può essere considerata sufficientemente adeguata. Ma la ragione può risiedere anche nell&#8217;importante <strong>appuntamento elettorale</strong>: le elezioni parlamentari anticipate al 12 aprile di quest&#8217;anno. Infatti al momento il governo si è limitato a raccomandare alle aziende di non far lavorare le donne in gravidanza e gli over 60, mentre alle ditte di costruzione di diminuire i lavori all&#8217;aperto, alla popolazione di non praticare attività all&#8217;aperto, mentre ha stabilito che i funzionari ridurranno della metà l&#8217;uso delle loro auto.</p>
<p>Ma sembra troppo poco per un Paese notevolmente inquinato e che aspira a entrare nell&#8217;Unione Europea in un futuro non troppo lontano.</p>
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		<title>Iohannis riconfermato presidente della Romania</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/iohannis-riconfermato-presidente-della-romania.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Lutman]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 Nov 2019 12:46:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Romania, elezioni (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>In Romania i sondaggi dei giorni scorsi non hanno sbagliato. La vittoria di Klaus Iohannis è giunta come pronosticata con un risultato netto, il presidente uscente ha ottenuto il 65% dei voti, contro il 35% di Viorica Dancila, diventando così il peggior risultato alle elezioni presidenziali per il Partito socialdemocratico (Psd). Il voto del 24 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/iohannis-riconfermato-presidente-della-romania.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Romania, elezioni (La Presse)" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2019/11/Klaus-Iohannis-presidente-della-Romania-La-Presse-1024x683.jpg 1024w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p>In Romania i sondaggi dei giorni scorsi non hanno sbagliato. La vittoria di <strong>Klaus Iohannis</strong> è giunta come pronosticata con <a href="https://romania.europalibera.org/a/rezultate-provizorii-iohannis-dancila/30289597.html">un risultato netto</a>, il presidente uscente ha ottenuto il<strong> 65% dei voti</strong>, contro il 35% di <strong>Viorica Dancila</strong>, diventando così il peggior risultato alle elezioni presidenziali per il Partito socialdemocratico (Psd).</p>
<p>Il voto del 24 novembre ha dimostrato da una parte la bocciatura popolare dei vari governi del Psd, che si sono succeduti in questi tre anni, e della figura politica Dancila, il cui governo è caduto ai primi di ottobre di quest&#8217;anno, dall&#8217;altra la conferma di Iohannis come esponente importante nella scena politica del Paese.</p>
<p>Ciò nonostante non tutto può essere visto positivamente, neppure dal candidato vincitore. A preoccupare e far riflettere, infatti, è la bassa affluenza: poco più del 50%, di gran lunga lontana da quella del 2014, che sfiorò il 65%. Cifra che, al di là di tutto e dei due schieramenti, in Romania è presente anche una fetta di popolazione che attualmente non si ritiene rappresentata da nessuno. Come ha fatto notare <a href="https://romania.europalibera.org/a/alegeri-prezidentiale-vot-masiv-diaspora-pnl-capitalizeaza-victoria/30289604.html">in un&#8217;intervista rilasciata a <em>Radio Free Europe</em></a> <strong>Ioan Stanomir</strong>, professore di scienze politiche di Bucarest, &#8220;Iohannis deve pensare al motivo per cui così tanti rumeni sono rimasti a casa e perché la sua campagna elettorale tra i due turni è stata criticata&#8221;.</p>
<h2>Le reazioni</h2>
<p>La vittoria di Iohannis e, di conseguenza, del <strong>Partito liberal nazionale</strong> (Pnl) non è giunta inaspettata. Sondaggi e opinionisti non mostravano alcun dubbio sul fatto che il presidente sarebbe stato riconfermato, l&#8217;unica variabile poteva essere il divario. Ma anche quest&#8217;ultimo è stato confermato dal voto. Il 65% è, in sostanza, una conferma al suo lavoro ma ancor di più un messaggio forte e chiaro di come la Romania abbia bisogno di un cambiamento rispetto agli ultimi anni, durante i quali a governare è stata semplicemente l&#8217;incertezza. Intanto Iohannis raccoglie l&#8217;esito favorevole e festeggia. E che la notte sia vissuta come una festa è confermata <a href="https://romania.europalibera.org/a/klaus-iohannis-discurs-la-c%C3%A2%C8%99tigarea-celui-de-al-doilea-mandat/30289567.html">dal messaggio che lancia dal quartiere generale del Pnl</a>.</p>
<p>&#8220;La Romania ha vinto, la Romania moderna, la Romania europea, la Romania normale&#8221;, ha affermato, dichiarando poi che sarà &#8220;il presidente di tutti i rumeni&#8221; e aggiungendo che infatti non ha nulla contro gli elettori del Psd. Diversa è la sua opinione nei confronti del partito rivale. &#8220;La guerra non è ancora stata vinta. Solo quando il Psd si troverà all&#8217;opposizione potremo fare ciò che i rumeni ci richiedono&#8221;. Parole che potrebbero diventare realtà nel 2020, quando si terranno le elezioni parlamentari, per quanto ancora non si sappia se verranno anticipate o si aspetterà la fine dell&#8217;attuale legislatura. Quest&#8217;ultima ipotesi <a href="https://www.libertatea.ro/stiri/dan-barna-il-felicita-pe-klaus-iohannis-astept-sa-fie-mai-implicat-decat-a-fost-in-primul-mandat-si-sa-inceapa-imediat-discutiile-pentru-anticipate-2812278">non sembra essere gradita dal leader dell&#8217;Unione Salvate la Romania</a> (Usr), <strong>Dan Barna</strong>, che al primo turno ha ottenuto il 15%. Pur anche lui festeggiando la sconfitta del Psd perché &#8220;la vittoria di oggi è la fine del regime di Dragnea e un inizio per il profondo cambiamento della Romania&#8221;, avverte che non andare a elezioni anticipatamente potrebbe favorire il Psd.</p>
<p>Nel quartier generale del <strong>Partito socialdemocratico</strong> il post-voto è vissuto in maniera più movimentato, scosso da critiche che provengono dall&#8217;esterno ma anche dall&#8217;interno, sintomo che la leadership di Viorica Dancila non è salutata positivamente. Anche quest&#8217;ultimo aspetto può senza dubbio aver influito sul voto del secondo turno. Tra i primi a commentare pubblicamente è stato il senatore <strong>Cristian Resmerita</strong> che su Facebook ha scritto che &#8220;questo risultato sia un peccato per il Psd e penso che in questo momento la nostra candidata debba fare un passo indietro affinché il partito possa avere una possibilità&#8221;. Nel frattempo la candidata del partito di centro-sinistra si è presentata alla stampa rilasciando una dichiarazione fulminea. Ha ringraziato gli elettori e tutti i collaboratori infine, a domanda posta da una giornalista, ha confermato la sconfitta. Dopo il 10 ottobre per Dancila si tratta di un&#8217;ulteriore sconfitta. Per il Psd, al contrario, è l&#8217;ennesima.</p>
<h2>Il futuro della Romania</h2>
<p>Nel frattempo la Romania deve guardare avanti. La riconferma di Iohannis favorisce inevitabilmente l&#8217;attuale governo guidato dal primo ministro <strong>Ludovic Orban</strong>, che però può contare su una maggioranza risicata, la cui crisi può essere sempre dietro l&#8217;angolo. Anche su questo punto Iohannis ha subito preso parola affermando che c&#8217;erano di allargare la maggioranza quanto più possibile, benché sia difficile riuscire pensare che questo possa avvenire. In particolare considerato che le elezioni parlamentari si terranno a breve. L&#8217;unico dubbio è sul quando. Se Dan Barna preme per andare al voto anticipatamente, il che potrebbe favorire il suo partito, al tempo stesso <a href="https://www.libertatea.ro/stiri/ludovic-orban-dupa-victoria-la-prezidentiale-vom-incerca-sa-pastram-majoritatea-ce-sanse-sunt-sa-se-organizeze-alegeri-anticipate-2812352">Ludovic Orban si mostra più cauto</a>, facendo riflettere sul fatto che un&#8217;altra crisi di governo sarebbe deleteria per il Paese.</p>
<p>In ogni caso, elezioni parlamentari a parte, un ruolo fondamentale verrà giocato anche dalle elezioni locali, che secondo Barna è il vero appuntamento elettorale per riuscire a contrastare il Psd e tutto ciò che simboleggia il partito. Per la Romania, al di là delle scelte che compieranno il presidente e il primo ministro, il 2020 sarà un anno rilevante.</p>
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