Disoccupazione, corruzione, tensioni sociali interne ed economie deboli. È questo il contesto in cui la pandemia si inserisce nell’area probabilmente più povera d’Europa, i Balcani. A oggi il numero dei contagi accertati non è elevato, tuttavia il timore che questo possa cresce è tangibile in particolare tra le autorità e la stessa popolazione. Sono in molti a domandarsi come Paesi con sistemi sanitari più fragili possano far fronte al Covid-19 quando Stati meglio equipaggiati sono stati messi in crisi. La speranza è che le restrizioni alla vita sociale e la chiusura dei confini possano avere  avuto l’effetto di diluire il numero di contagi nel tempo.

Mancanza di personale e tagli alla sanità

La preoccupazione è legittima, se si tiene conto che nel rapporto del 2018 del Health Consumer Powerhouse tra i peggiori sistemi sanitari figurano proprio quelli dell’area geografica indicata. Fanalini di coda Romania e Albania. La situazione si avrebbe in Serbia, 20esima, dove ogni anno si riscontrano miglioramenti significativi. Non è un caso, quindi, che il 3 marzo 2020 il direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Hans Kluge, abbia affermato che la Serbia sia “ben preparata ad affrontare ogni tipo di pericolo o emergenza inerente alla salute, incluse le epidemie”. Tuttavia, nonostante le rassicurazioni, il Presidente della Repubblica Aleksandar Vucic ha riportato che avrebbe provveduto all’acquisto di altri 500 ventilatori (ai 1008 già presenti) e all’aumento dei posti letto per ospitare i malati di Covid-19. Ciò non toglie che in generale la situazione sia tutt’altro che ottimale. Come riportato da Afp e rilanciato su theInquirer, a preoccupare in particolare sono la mancanza di personale e di equipaggiamento sanitario e i pochi investimenti sulla sanità e sulla ricerca. Dalla Romania alla Nord Macedonia, passando per il Kosovo.

Dal Kosovo, per esempio, è partito l’allarme del Presidente del sindacato della sanità, Blerim Styla, che ha affermato come la situazione sia allarmante e ha stimato una mancanza di circa 5000 dottori. Ma non si tratta di un unicum, la stessa problematica si riscontra in pressoché tutti gli altri Paesi della regione. Le cause sono molteplici ma tra loro collegate: i bassi investimenti su questo settore che portano a numeri di assunzioni non sufficienti per coprire la richiesta nazionale, i bassi salari e le non ottimali condizioni di lavoro. Fattori che conducono molti dottori e infermieri a cercare la propria strada all’estero, specialmente in Germania.

Nel 2016, in Bosnia – Herzegovina sarebbero stati all’incirca 300 dottori altamente qualificati a lasciare il Paese. Lo Stato più giovane d’Europa, il Kosovo, ne avrebbe persi altrettanti solamente nel 2013. Negli ultimi anni la tendenza non è diminuita, come confermano i numerosi rapporti e articoli che ogni anno denunciano la fuga di cervelli da territori che avrebbe bisogno delle alte competenze che i giovani portano via con sé.

Ma se anni di denunce hanno sortito effetti poco significativi, il timore del Covid-19 ha messo in luce le debolezze dei vari sistemi sanitari nazionali.

Le possibili conseguenze economiche

Le possibili ripercussioni economiche dovute all’emergenza Covid-19 sono diventate tema di dibattito pressoché ovunque, dagli Stati Uniti d’America all’Europa e all’America Latina, passando da analisi apocalittiche a opinioni più sobrie ma che comunque mettono in risalto le difficoltà che le società vivranno una volta conclusa l’emergenza. I Balcani, che già in uno stato di normalità presentano un quadro grigio, non fanno eccezione.

Il timore maggiore è che gli sviluppi e i passi avanti compiuti negli ultimi anni possano sgretolarsi nel giro di pochi mesi, portando nuovamente l’area alla condizione post crisi economica del 2008-2009. A tal proposito, l’economista Valentin Tataru in uno studio sull’area pubblicato da ING Think ha evidenziato come i Paesi che vivono di turismo potrebbero subire maggiori contraccolpi, tra tutte la più a rischio sarebbe la Croazia. Inoltre, un quadro non meno incerto lo presenta la Romania, che attualmente è anche lo Stato con il più alto numero di contagi. Sono invece migliori le previsioni per la Serbia, benché siano già in molti i cittadini a porsi domande sul futuro. “Se la situazione inizialmente appariva tranquilla, ora stiamo vivendo le prime conseguenze delle misure adottate dal governo”, spiega Igor residente a Novi Sad, “molti miei coetanei si sono ritrovati senza lavoro, le grandi città si sono come svuotate e già adesso si assiste a un drastico calo degli affitti”.

Panorama forse più inquieto nel vicino Kosovo, dove la disoccupazione nel 2019 toccava il 30% – mentre quella giovanile superava il 50% – e risulta difficile comprendere come ne uscirà a emergenza conclusa. Al momento la chiusura delle attività legate alla ristorazione ha colpito le fasci più giovani ma anche altre categorie di lavoratori rischiano gravi ripercussioni. Per esempio i tassisti che già in tempi normali spesso non raggiungono i 300 euro al mese. “Sicuramente saranno le piccole aziende a soffrire maggiormente”, spiega Arjeta Berisha, direttrice di un centro italiano a Pristina, “ma dobbiamo andare avanti e sperare che tutto si concluda presto“.