Più silenziosa della rotta mediterranea ma altrettanto percorsa ogni anno, si tratta della cosiddetta rotta orientale che parte del Corno d’Africa e raggiunge l’Arabia Saudita.Dal 2017 secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) sono circa 400mila le persone che hanno intrapreso il viaggio, abbagliate dalla speranza di migliorare la propria condizione economica. Nell’ultimo anno, il 2019, in 140mila hanno attraverso il golfo di Aden o lo stretto di Bab el-Mandeb che separa Yemen e Gibuti, di questi una netta maggioranza è di nazionalità etiope (il 92%), mentre il 5% sono minori non accompagnati, la fascia più vulnerabile.

Il contesto etiope e le ragioni di chi parte

La pandemia sembra per il momento avere arrestato il flusso, a causa del rafforzamento dei controlli ai confini, al tempo stesso l’Oim tiene a precisare che, se da marzo gli arrivi sono diminuiti drasticamente, non è possibile fare una stima precisa di quanti migranti potrebbero giungere in Yemen. Al tempo stesso nel rapporto pubblicato in agosto si presume che circa 75mila persone affronteranno il viaggio durante l’anno; in ogni caso molto dipende da come evolverà la situazione in Etiopia, già in difficoltà prima della comparsa del Covid-19, visto che la Banca Mondiale classifica il Paese africano come uno degli Stati più poveri, dove lo stipendio medio annuale si attesta intorno a 665 euro. Sebbene negli ultimi anni l’economia etiope abbia sperimentato una crescita di gran lunga maggiore rispetto i propri vicini, gli ultimi eventi negativi rischiano di provocare una recessione che rischia di compromettere un settore, quello agricolo, che già non godeva di ottima salute e che impiega circa il 70% della manodopera. Questo, infatti, si trova a dover fare i conti con fenomeni che, da una parte si sono acuiti negli ultimi anni, come la siccità, e dall’altra che si sono presentati di recente, l’invasione delle locuste che ha sconvolto i raccolti dell’Africa centro-orientale. Ed è appunto dalle zone rurali e dalle periferie dei centri urbani da cui provengono la maggioranza di chi lascia irregolarmente l’Etiopia.

Senza un quadro del contesto etiope è difficile comprendere come mai molti giovani scelgano di intraprendere un viaggio che può risultare mortale e che, molto spesso, è ben differente dall’immaginario creatosi nella gioventù etiope. Sono gli stessi migranti intervistati da organizzazioni internazionali e giornalisti a invitare di non migrare e lasciare il proprio Paese. Almeno, non illegalmente. Cionondimeno, come spiega a InsideOver in via confidenziale un ricercatore di una Ong che opera in Etiopia, la via regolare risulta impraticabile e ben più costosa: secondo il Passport Index, infatti, il passaporto etiope è tra i più deboli e si colloca assieme a Libano, Eritrea e Libia. Al contrario l’alternativa irregolare richiede un piccolo investimento iniziale, che tuttavia può aumentare a seconda delle situazioni che si vengono a creare. Consapevoli del fenomeno, il business del traffico di migranti è cresciuto esponenzialmente, in particolare a partire dall’inizio della guerra civile in Yemen.

Il viaggio e le sue difficoltà

Per molti migrare non significa ricerca di un miglioramento della propria condizione economica, bensì l’unica strada che si prospetta di fronte ai loro occhi ed è vissuta come un vero fallimento. Al tempo stesso, stando ai rapporti dell’Oim, la decisione viene presa in maniera frettolosa che non tiene conto dei rischi che un migrante può correre durante il percorso: solo il 30% è a conoscenza della guerra che perdura in Yemen, mentre neppure il 50% è conscio dei potenziali pericoli della traversata. Chi vuole giungere in Arabia Saudita, infatti, deve necessariamente attraversare il golfo di Aden, partendo o da Bosaso (Somalia) oppure da Gibuti. Una traversata che può rivelarsi fatale, sia a causa delle precarie condizioni delle imbarcazioni su cui vengono ammassati sia a causa delle forze armate che in passato hanno ostacolato brutalmente l’arrivo dei migranti, come ha documentato Human Right Watch (Hrw).

Una volta giunti in Yemen, le difficoltà non diminuiscono: sia per chi decide di permanere nello Stato, che è una netta minoranza, sia per chi vuole raggiungere il regno saudita. I migranti si trovano in balìa dei loro aguzzini trafficanti, che sono l’unico riferimento e che sfruttano la loro condizione di vulnerabilità per trarre il massimo profitto da ognuno. Ai maltrattamenti e le violenze che subiscono, documentate da Oim e Hrw, si aggiunge il pregiudizio della popolazione nei confronti dei migranti, questi ultimi considerati portatori del virus che li porta a essere esclusi da qualsiasi tipo di assistenza, anche quella basilare. Ed è per questo motivo che in aprile di quest’anno le forze Houthi hanno fatto espelle celermente il campo di al-Ghar, situato a qualche chilometro dal confine. Secondo le testimonianze raccolte da Hrw, i migranti all’interno del campo sono stati espulsi e mandati verso il confine, uccidendo chi rimaneva e sparando a chi fuggiva. “Molte persone avevano già abbandonato il campo ma io sono rimasta ma dopo due ore, hanno iniziato a sparare. Ho visto due persone uccise”, ha raccontato una donna etiope che è riuscita a salvarsi. Al tempo stesso chi ha camminato si è trovato in mezzo al fuoco saudita e dei militari Houthi, rimanendo in una sorta di limbo infernale che può durare anche per mesi.

In Arabia Saudita: il sogno che si infrange e i centri della morte

Raggiungere l’Arabia Saudita non è sinonimo di salvezza. I migranti che vengono fermati dai soldati sauditi perdono ogni avere che possiedono, gli uomini vengono separati dalle donne per poi essere portati ad al-Dayer e in seguito nei centri di detenzione presenti a Jeddah e Jizan. Luoghi che chi è stato detenuto ha descritto come veri e propri centri della morte. Sul tema è intervenuto Hrw denunciando le precarie strutture dei centri: sovraffollati, come testimoniato dal rapporto pubblicato su The Middle East Eye, dove si parla di 16mila detenuti in una sola struttura senza un numero sufficiente di letti e coperte, mancanti delle basilari cure mediche. Alcuni hanno testimoniato di essere stati colpiti brutalmente per essersi lamentati della situazione in cui si trovavano. Parole che trovano conferma nelle immagini pubblicate nell’inchiesta portata avanti dal The Telegraph a fine agosto, il cui titolo non lascia spazio ad alcun dubbio: “Migranti africani ‘lasciati a morire’ negli infernali centri di detenzione Covid dell’Arabia Saudita”, nonché nell’ultimo rapporto pubblicato da Amnesty. Gli autori dell’inchiesta hanno riportato la brutalità con cui i migranti vengono trattati dalle guardie, vessati, colpiti e derisi come ha raccontato una delle persone raggiunta dal quotidiano britannico:

“Molti detenuti hanno istinti suicida o soffrono di disturbi mentali come conseguenza del vivere in questa maniera per cinque mesi. Le guardie ci prendono in giro dicendo ‘al tuo governo non interessa, cosa dovremmo fare con voi?”.

Ed è appunto sul governo etiope che bisogna richiamare l’attenzione, che se non connivente, al momento non si è mosso per venire incontro alle denunce e testimonianze dei detenuti. Al contrario, in seguito alla pubblicazione dell’inchiesta del The Telegraph, la testata Middle East Eye ha posto l’attenzione sulla minaccia da parte delle autorità etiopi di ripercussioni legali nei confronti di chi avrebbe continuato ad aumentare la consapevolezza delle condizioni dei centri di detenzione sui social media. Se non bastasse, oltre al pressoché silenzio nei confronti di come vivono migliaia di etiopi sul suolo saudita, sempre a distanza di qualche giorno il governo etiope ha tenuto a ringraziare la monarchia saudita per “accettare i migranti che entrare nel Paese”. Intanto l’Etiopia si avvicina al voto, rimandato al 2021 per via della pandemia in corso. Il tema della migrazione accompagnato alle tensioni sociali dell’ultimo recente all’interno dello Stato rischia di mettere in difficoltà il Primo ministro Abiy Ahmed, insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2019.

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