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Le elezioni legislative anticipate in Perù, che avranno luogo il 26 gennaio, dovrebbero essere un appuntamento importante per decidere il futuro politico del Paese andino. Il ritorno alle urne è scaturito dalla decisione, presa dal presidente Martin Vizcarra nel mese di settembre, di sciogliere il Congresso dato che, a suo parere, l’organo ostacolava le sue riforme anti-corruzione.

Il Parlamento monocamerale uscente era dominato da Forza Popolare, un movimento di destra radicale capeggiato da Keiko Fujimori, figlia dell’ex Capo di Stato, dalle tendenze autoritarie, Alberto Fujimori. Le elezioni politiche del 2016, infatti, avevano visto Forza Popolare ottenere ben 73 scranni su 120 mentre Peruviani per il Cambio (Ppk), di cui è membro lo stesso Vizcarra e che ha tendenze liberali, si era fermato ad appena 18 seggi. Le contestuali consultazioni presidenziali avevano visto però prevalere, seppur di strettissima misura, Pedro Pablo Kuczynski, di Peruviani per il Cambio, sulla Fujimori. Kuczynski si era poi dimesso nel marzo del 2018 dopo il suo coinvolgimento in una serie di scandali e ciò aveva consentito al suo vice ,Vizcarra, di ascendere alla carica presidenziale.

Un mosaico complesso

L’80 per cento dei peruviani, secondo quanto riferito da un sondaggio, ha approvato lo scioglimento del Congresso e ciò potrebbe aver prevenuto lo scoppio di contestazioni di massa. Bisognerà però vedere chi emergerà vincitore dalle consultazioni e soprattutto se si riuscirà a formare una maggioranza politica coerente in seno all’organo legislativo. Circa un terzo degli elettori, secondo un’indagine demoscopica, avrebbe intenzione di invalidare il proprio voto esprimendo, in questo modo, la propria disillusione nei confronti del sistema politico e abbassando la soglia di sbarramento del 5 per cento. La disaffezione degli elettori emerge chiaramente dalle intenzioni di voto: il movimento centrista Azione Popolare, che dovrebbe piazzarsi al primo posto, riscuote appena l’11 per cento dei consensi ed è seguito da Forza Popolare, all’8 per cento e da altri schieramenti, come il centrista Partito Viola, racchiusi tra il 4 ed il 2 per cento delle preferenze politiche. Gli indecisi, invece, oscillerebbero tra il 14 ed il 37 per cento del campione.

Le prospettive

La fiducia dei cittadini peruviani nei confronti del Congresso risulta particolarmente bassa e si ferma ad appena l’8 per cento del totale. Secondo tre abitanti su quattro del Paese andino, inoltre, l’organo legislativo è l’istituzione più corrotta della nazione mentre il 59 per cento dei cittadini sarebbe in favore di una sua chiusura in “momenti difficili”. Il rischio è che, qualora le dinamiche interne non si sblocchino e la disaffezione continui a dilagare, il Perù possa venire contagiato dall’instabilità che grava su diversi Paesi della regione e che potrebbe travolgerne le istituzioni politiche e forse anche l’assetto democratico. Sullo sfondo, infine, ci sono anche le attività di ciò che resta di Sendero Luminoso, un gruppo ribelle maoista che, negli scorsi decenni, ha ingaggiato una lunga e sanguinosa guerra civile contro il governo centrale e che, seppur indebolito, potrebbe avvantaggiarsi delle incertezze di un sistema  in crisi per espandere la propria operatività e generare numerosi problemi interni.