Disoccupazione, spopolamento, malcontento e ferite mai saturate. Sono questi alcuni dei problemi che uniscono pressoché tutti gli Stati della regione balcanica. In aggiunta, negli ultimi anni è emerso anche il tema dell’inquinamento ambientale, argomento sentito ben prima della comparsa di Greta Thunberg sulla scena pubblica.

Nei Balcani, infatti, secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite per l’Ambiente sono circa 5mila le persone che ogni anno muoiono per cause riconducibili all’inquinamento, principalmente quello aereo. La situazione più grave si riscontra in Serbia dove, stando alla Global Alliance for Health and Pollution, si stimano 175 morti premature ogni 100mila abitanti. Una stima che pone il Paese al livello dell’India. A seguire la vicina Bosnia-Erzegovina (125 su 100mila abitanti). Ed è proprio in questi due Stati che si trovano le centrali più inquinanti per quanto riguarda la anidride solforosa (SO2), mentre il triste primato riguardate la PM10 è della centrale Kosova A, situata nella cittadina di Obilic, a qualche chilometro dalla capitale Pristina. Almeno stando a un’analisi condotta nel 2016 dal network ceco Bankwatch e pubblicata nel dicembre del 2019.

Oltre al sistema industriale ed energetico, gravi responsabilità sono da attribuire anche al riscaldamento domestico e al traffico urbano, quest’ultimo aggravato dal fatto che molto spesso i veicoli utilizzati hanno più di dieci anni.

Ma se il tema ambientale può non interessare, è bene sapere che le conseguenze dell’inquinamento si ripercuotono anche sui bilanci degli Stati, con un impatto spesso abbastanza rilevante. Sempre secondo la organizzazione Bankwatch, per esempio, in Croazia una percentuale tra l’8% e il 14% dell’intera spesa sanitaria è riconducibile all’inquinamento prodotto dalle centrali a carbone. Non solo, anche lo stesso sistema di produzione ne subisce gli effetti: si stimano più di 355mila giorni di lavoro persi. Un numero più comprensibile se si tiene di quello riguardante l’Unione europea che si situa intorno ai 612mila giorni. In ogni caso sulla questione i governi nazionali saranno chiamati a intervenire se effettivamente vorranno entrare nell’Unione europea, soprattutto tenendo conto che il Segretario Regionale del Consiglio di Cooperazione Regionale, Majlinda Bregu, ha posto l’attenzione sul considerare requisito fondamentale il tema ambientale per il processo di integrazione europeo. E se oggi non lo è ancora, questo potrebbe cambiare in futuro.

Nella Serbia che protesta per l’ambiente e la salute

Dalla capitale ai centri abitati più periferici ma vicini a impianti inquinanti, la popolazione serba è scesa più volte in piazza per manifestare il proprio malcontento nei confronti del governo e per rivendicare un diritto basilare: quello alla salute.

A Bor, importante centro minerario e industriale nel nord-est della Serbia, sono state organizzate decine di manifestazioni per protestare contro la nuova compagnia cinese, la Zijing Mining, che ha rilevato il complesso minerario e di fusione presente a qualche chilometro di distanza. Secondo gli organizzatori, infatti, dal 2018, ovvero da quanto è avvenuto il passaggio di proprietà, la situazione si è aggravata, portando a una presenza di sostanze pericolose nell’aria anche duecento volte più alta rispetto agli anni precedenti. Accusa che la società cinese ha contestato in un comunicato stampa facendo sapere che la situazione era già grave prima dell’arrivo dei nuovi proprietari.

Possibile, ciò che invece è certo è che il problema ambientale in Serbia è un dato di fatto ed è dimostrato anche dalle numerose manifestazioni organizzate a Belgrado di fronte agli edifici governativi, come accaduto il 17 gennaio. Critiche che sono state recepite dal primo ministro Brnabic e alle quali ha risposto che “la situazione non è peggiore rispetto gli anni precedenti” ma che sia percepita maggiormente “a causa della mancanza di neve e del vento Kosova”.

Bosnia-Erzegovina: i casi di Sarajevo e Tuzla

Non capita raramente di svegliarsi a Sarajevo e trovare la città coperta da una densa foschia causata dall’inquinamento che mette a repentaglio la salute di chi vi abita. La situazione, poi, si aggrava nei mesi invernali, quando la combinazione del fattore meteorologico, del riscaldamento domestico e del traffico urbano crea una miscela esplosiva: a tal punto che recentemente il governo bosniaco è stato costretto a prendere misure per ridurre le emissioni. Misure che, tuttavia, non pongono in discussione l’intero sistema industriale. Si tratta infatti dello stop alla circolazione delle automobili Euro 2 e del suggerimento a indossare le maschere di protezione, nonché di limitare il tempo all’aria aperta.

I provvedimenti non si possono considerare sufficienti. E a offrire un’idea della posizione del governo è il caso della centrale a carbone di Tuzla. Questa è stata oggetto di un finanziamento per il suo ampliamento da parte di una banca di sviluppo cinese, dimostrando che gli interessi economici precedono quelli salutari; benché comunque il settore in questione sta vivendo un momento di difficoltà, tanto che alcuni analisti ritengono che la chiusura dell’impianto sarà inevitabile. Al tempo stesso bisogna ricordare che le analisi condotte da Bankwatch mostrano come a Tuzla il limite UE del Pm10 (e quello raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) viene superato costantemente.

Kosovo e la questione di Obiliq

Il governo a trazione Vetevendosje dovrà inevitabilmente fare i conti con la questione dell’inquinamento ambientale che, per quanto il Kosovo non possieda un settore industriale paragonabile agli altri Stati balcanici, è una delle maggiori cause di morte nel Paese, come documentato nel reportage di Arian Lumezi pubblicato sulla testata Kosovo 2.0. Ma se tale “piaga” è condivisa con i propri vicini, non lo si può dire altrettanto per quanto riguarda la conoscenza che ne ha la società civile, sebbene alcuni movimenti verdi abbiano preso forma negli ultimi anni in particolare grazie all’attivismo dei giovani. Anche qui la fonte dell’inquinamento è riconducibile alle due centrali, Kosova A e Kosova B, situate nella città di Obiliq, distante qualche chilometro dalla capitale Pristina e che a causa del loro status – si tratta di impianti costruiti rispettivamente nel 1960 e nel 1980 – non solo inquinano in maniera considerevole ma non riescono a fare fronte alla richiesta energetica nazionale. Questa è, tra l’altro una delle ragioni per cui il precedente governo ha preso in considerazione il progetto di costruzione di una terza centrale (Kosova e Re), progetto che la Banca Mondiale ha deciso di non finanziare perché preoccupata per l’impatto ambientale.

A ciò si aggiungono le emissioni dei veicoli la cui età media risulta essere sopra i 18 anni, come riportato da un rapporto scritto dal Gap Institute. In Kosovo, infatti, molte delle automobili circolanti sono di seconda mano e notevolmente inquinanti. Si parla di circa 1.7 milioni di CO2 emesse all’anno solamente dai mezzi di trasporto.

Nord Macedonia: Skopje capitale inquinata

Tra le capitali balcaniche Skopje “vanta” il triste primato di peggiore per qualità dell’aria nella regione. Mediamente il World Air Quality Index (Indice mondiale della qualità dell’aria) della società svizzera AirVisual vede la capitale nordmacedone tra le dieci città più inquinate assieme a Calcutta (India), Lagore (Pakistan) e Kabul (Pakistan). La gravità è tale che, per esempio, secondo la Banca Mondiale l’impatto produttivo dell’inquinamento aereo è dello 0.13% del Pil nazionale.

Anche qui non sono mancate le manifestazioni di piazza, che in questo caso hanno coinvolto la fascia più giovane della popolazione. Come avvenuto il 19 dicembre 2019, quando centinaia di ragazzi – e non solo – hanno manifestato di fronte all’edificio principale del governo al grido di “We want to breathe” (Noi vogliamo respirare) e “No air no peace” (No aria no pace). La risposta del governo è giunta tardiva e sicuramente non può essere considerata sufficientemente adeguata. Ma la ragione può risiedere anche nell’importante appuntamento elettorale: le elezioni parlamentari anticipate al 12 aprile di quest’anno. Infatti al momento il governo si è limitato a raccomandare alle aziende di non far lavorare le donne in gravidanza e gli over 60, mentre alle ditte di costruzione di diminuire i lavori all’aperto, alla popolazione di non praticare attività all’aperto, mentre ha stabilito che i funzionari ridurranno della metà l’uso delle loro auto.

Ma sembra troppo poco per un Paese notevolmente inquinato e che aspira a entrare nell’Unione Europea in un futuro non troppo lontano.