Mentre tutto il mondo continua a seguire con interesse gli sviluppi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, il Corno d’Africa torna a infiammarsi dopo che, mercoledì 4 novembre, il Primo Ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed ha ordinato l’intervento militare nella regione settentrionale del Tigray, al confine con l’Eritrea. Lo stesso Abiy Ahmed che poco più di un anno fa riceveva il Premio Nobel per la Pace a seguito dell’accordo che metteva fine alla guerra con il vicino eritreo e che a Oslo affermava come “la guerra è la personificazione del diavolo”. Il rischio, paventato da analisti e diplomatici, è che l’operazione militare aggravi una situazione già di per sé poco stabile e conduca a un conflitto civile che avrebbe gravi ripercussioni per il Paese, minando in questo modo i risultati ottenuti in campo economico negli ultimi anni, e l’intera regione.

Abiy Ahmed e il Fronte di Liberazione del Tigray

Due fazioni e due visioni opposte per quanto riguarda ciò che deve essere l’Etiopia. Da una parte Abiy Ahmed e i suoi sostenitori, che propugnano lo smantellamento dell’attuale sistema costituzionale basato sul federalismo etnico, considerato dall’attuale Primo Ministro come pericolo per l’unità nazionale, e la creazione di uno Stato centralizzato e trainato dalla capitale Addis Abeba, basandosi su una sorta di “Etiopianismo“, un nazionalismo basato sulla lingua amarica e la religione cristiano-ortodossa. Dall’altra si oppongono il Fronte dei Liberazione del Tigray (Tplf), un’organizzazione politica di stampo marxista-leninista, e le forze federaliste presenti anche in altre regioni, che al contrario difendono l’attuale organizzazione dello Stato.

Al tempo stesso lo scontro tra le parti deve essere letto alla luce degli avvenimenti politici occorsi in Etiopia negli ultimi due anni. Fin dal 1991, infatti, il Tplf aveva giocato un ruolo di primo piano nel governo federale all’interno della coalizione del Fronte Democratico Rivoluzionario d’Etiopia (Eprdf); la situazione, però, è cambiata con la nomina a primo ministro di Abiy Ahmed nel 2018.

Se inizialmente il suo compito era semplicemente di guidare il Paese, attraverso una fase di transizione, verso una maggiore democratizzazione, nei fatti Ahmed ha assunto tratti sempre più autoritari ed è stato da più parti accusato di soffocare le voci che si opponevano al suo potere. Tra queste certamente i leader del Tplf, fin da subito estromessi dalle posizioni chiave dello Stato. Tuttavia il momento spartiacque è rappresentato dalla rinomina dell’Eprdf in Partito della Prosperità (Pp) avvenuto nel 2019. Quest’ultima è una formazione politica totalmente subordinata alla figura di Abiy Ahmed, al cui interno i gruppi etnici non vengono formalmente rappresentati e appare uno strumento per consolidare l’ideologia anti-federalista sopra menzionata.

Le elezioni posticipate e la contromossa in Tigray

A inasprire ulteriormente i rapporti tra maggioranza e opposizione è stata la decisione di posticipare le elezioni generali inizialmente programmate per l’agosto di quest’anno. Se ufficialmente la scelta è stata dettata da ragioni sanitarie, a causa della pandemia dovuta al Covid-19, le forze di opposizione ma anche analisti l’hanno ritenuta una scelta puramente politica. Come ha scritto il docente dell’Università di Kelle Awol Allo, “Abiy Ahmed riconosceva che il Partito della Prosperità non poteva vincere un’elezione competitiva 8 mesi dopo dalla sua istituzione”.

Al contrario nella regione del Tigray le elezioni si sono svolte ugualmente il 9 settembre, che hanno registrato la netta vittoria del Tplf e che sono state considerate illegittime da Abiy Ahmed. I leader del partito dell’etnia tigrina hanno fin da subito intrapreso una contesa verbale con il governo federale, affermando che non avrebbero collaborato e riconosciuto l’autorità dell’attuale Primo Ministro dal mese di ottobre. Conseguentemente, il governo federale ha risposto attraverso il taglio dei finanziamenti alla regione, una mossa che agli occhi del Tpfl è apparsa un verso e proprio atto di guerra.

L’annuncio dell’operazione militare e la possibilità di una guerra civile

Avvisaglie di possibili operazioni militari nella regione erano evidenti. Già il 2 novembre il presidente regionale tigrino, Debretsion Gebremichael, aveva dichiarato che le sue forze armate sarebbe state pronte a vincere un conflitto ritenuto imminente. Due giorni dopo Abiy Ahmed è apparso in televisione per annunciare che era stato impartito l’ordine per un azione militare nella regione del Tigray, a seguito di un attacco condotto dal Tplf contro un campo di difesa.

“È stata superata la linea rossa. L’ultima possibilità di salvare il Paese e il popolo è diventata l’ultima opzione” ha scritto Abiy Ahmed in un post su Facebook. Successivamente il Consiglio dei Ministri ha imposto lo stato di emergenza per la durata di sei mesi e bloccato le linee telefoniche e internet isolando la regione dal resto del Paese e del mondo. Quella che nelle intenzioni del primo ministro doveva essere un’operazione che si sarebbe conclusa celermente, sembra invece che non si risolverà in tempi brevi anche a causa degli armamenti e della forza militare che entrambe le parti possono mettere in campo.

“Il confronto militare tra il governo federale e il governo regionale del Tigray ha superato la soglia delle forze ordinarie”, ha spiegato il docente universitario Awol Allo a InsideOver, “quello che vediamo ora è un conflitto armato, o guerra civile, combattuto tra due eserciti ben organizzati che utilizzano aerei da combattimento, carri armati e missili”. Stando a fonti governative, dopo una settimana dall’inizio del conflitto si parlerebbe già di centinaia di vittime e di un’avanzata dell’esercito etiope, notizie che però devono essere ancora conferma al tempo stesso i leader della regione settentrionale hanno denunciato più di dieci attacchi aerei da parte del governo federale. Sebbene a causa della chiusura di internet e delle linee telefoniche risulti estremamente difficile verificare le comunicazioni fornite da entrambe le fazioni e avere un’idea chiara della situazione, secondo il professor Allo “affermare che sia in corso una guerra civile non è senza dubbio un’esagerazione”.

Il rischio di un’ulteriore crisi umanitaria

Il rischio che il conflitto armato nella regione del Tigrai possa protrarsi a lungo e possa infiammare altre aree del Paese non è da escludere e avrebbe delle ricadute ancora più gravi dello scenario che attori interni ed esterni stanno dipingendo in questi giorni. Al momento sono già centinaia i rifugiati che hanno varcato il confine con il Sudan per scappare dalla guerra e dalle sue conseguenze, tra questi le autorità sudanesi hanno registrato anche diversi soldati. Il numero, però, sembra essere destinato a crescere nelle prossime settimane se i due governi continueranno con le operazioni militari.

Ad accrescere la preoccupazione è la situazione già precaria all’interno del Tigrai, dove stando all’ultimo rapporto stilato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (Ocha) sarebbero circa 600mila persone a contare sull’assistenza alimentare. Anche qui, infatti, nell’ultimo periodo il Covid-19 e l’invasione di locuste hanno peggiorato le condizioni economiche, in particolare degli agricoltori, rendendo la vita precaria a larga parte della popolazione. Considerata la possibilità di un prolungarsi del conflitto armato, lo Stato sudanese in collaborazione con l’Onu ha predisposto un campo di accoglienza vicino al confine che almeno inizialmente può ospitare 20mila persone. Nel frattempo, martedì 10 novembre Moussa Faki Mahamat, presidente dell’Unione Africana ha invitato le parti a cessare il fuoco e “a rispettare i diritti umani e ad assicurare la protezione dei civili”, appello che al momento è rimasto inascoltato. Per conto dell’Unione europea ha parlato l’Alto rappresentante Josep Borrell che ha invitato di tutte le fazioni a “ridurre la tensione, eliminare il linguaggio aggressivo e astenersi dal dislocare forze armate con l’intento provocatorio”, ribadendo che il fallimento di limitare il conflitto rischierebbe “di destabilizzare il Paese così come tutta la regione”. 

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