La guerra che si combatte in Etiopia dall’inizio del mese di novembre, potrebbe aprire scenari di non poco conto per l’Italia nei prossimi mesi. Quello che sta accadendo nella regione del Tigray potrebbe infatti dare luogo a un nuovo fronte migratorio verso il Mediterraneo, con un’importante incidenza della presenza di migranti su tutto il territorio nazionale.

Cosa sta accadendo in Etiopia

A distanza di appena due anni dalla fine dallo scontro tra Etiopia ed Eritrea, il Corno d’Africa è tornato ad essere, dalla prima settimana di novembre, teatro di conflitti. Tutto ha avuto inizio quando il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed, ha imposto l’intervento dei militari nelle regioni settentrionali del Tigray, zona confinante con l’Eritrea. La decisione è arrivata a seguito di un braccio di ferro tra il premier etiope e il Partito per la Liberazione del Tigray (Tplf).

Obiettivo di Abiy Ahmed è quello di far saltare l’attuale sistema costituzionale basato sul federalismo etnico, perché ritenuto un pericolo per l’unità nazionale, e sostituirlo con uno Stato centralizzato sotto la guida della capitale Addis Abeba. Si vorrebbe quindi dar luogo ad una specie di “Etiopianismo”, basato sulla lingua amarica e sulla religione cristiano-ortodossa. A difendere l’attuale organizzazione dello Stato è il Partito per la Liberazione del Tigray, il quale vuole preservare l’impostazione costituzionale. Il primo ministro Abeba dal canto suo, per raggiungere il proprio obiettivo, conta sull’appoggio di tutte le altre regioni etiopi. Il Tplf che rappresenta la popolazione tigrina, minoritaria nel contesto etnico etiope, è comunque molto organizzato visto che  il partito dal 1991 in poi ha egemonizzato la politica del Paese africano.

La fuga verso il Sudan

Quello che sta accadendo nel Corno d’Africa non poteva di certo non avere effetti sulla popolazione che, nel giro di pochi giorni, si è data alla fuga verso zone più tranquille. E così ecco che dalla parte settentrionale dell’Etiopia, per sottrarsi alla guerra, in migliaia hanno deciso di scappare nel Sudan. Sono più di 27mila i cittadini etiopi arrivati in poco tempo tra Kassala e Al-Qadarif. Un effetto che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati aveva previsto e per il quale aveva lanciato già un allarme a ridosso delle prime azioni politico-militari, chiedendo agli Stati vicini l’Etiopia di lasciare aperti i loro confini. Si tratta di una crisi umanitaria su vasta scala secondo l’Onu, dal momento che riguarda un’imponente fuga di profughi mai registrata nell’ultimo ventennio in questa parte nel Paese africano. La stima dei flussi è di circa 4mila persone al giorno con effetti non facili sul sistema di accoglienza.

Il ruolo del Sudan nei flussi migratori verso l’Europa

L’arrivo di migliaia di profughi dall’Etiopia potrebbe avere, a cascata, diversi risvolti molto negativi. In primis perché il Sudan è un Paese molto fragile che sta vivendo un delicato periodo di transizione. Nell’aprile del 2019 un colpo di Stato ha messo fine a trent’anni di potere del presidente Omar Bashir e nell’attuale fase la nuova governance sta traghettando Khartoum verso nuovi assetti sia in politica interna che in quella estera. Ma soprattutto, il Sudan è una base importante per tutti i movimenti migratori diretti dal corno d’Africa verso il Mediterraneo. È qui che ogni anno dall’Eritrea o dalla Somalia arrivano migliaia di migranti con l’obiettivo di raggiungere quanto prima le coste europee.

“Il Sudan per l’Africa orientale – ha dichiarato ad InsideOver ad ottobre una fonte dell’Oim – ha la stessa funzione del Niger per l’Africa occidentale: un ponte perfetto verso la Libia”. Khartoum è un centro nevralgico dove operano diverse organizzazioni criminali capeggiate da trafficanti di esseri umani. Gruppi ben radicati sul territorio e difficili da smantellare, in grado di sfruttare il macabro business prodotto sulla pelle di migliaia di persone attratte dalla possibilità di oltrepassare il Mediterraneo. Da Khartoum si diramano poi diversi corridoi migratori soprattutto verso la Libia. Da qui poi si salpa verso l’Italia.

Nuovo fronte aperto per l’Italia?

Chi fugge da un conflitto generalmente non ha come obiettivo quello di raggiungere l’Europa. Lo si può vedere ad esempio con il caso siriano: da quando nel Paese arabo è scoppiata la guerra civile, più di sei milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case. Gli ultimi dati delle Nazioni Unite, evidenziano come soltanto il 15% di loro è arrivato nel vecchio continente, la stragrande maggioranza è ospitata tra Turchia, Libano e Giordania. Chi sta scappando dal Tigray, potrebbe quindi decidere di aspettare la fine delle ostilità rimanendo in Sudan. Questo però non rende immune i Paesi europei di primo approdo dalla possibilità di veder aperto un nuovo fronte migratorio.

In primis perché i trafficanti operanti in Sudan potrebbero vedere nell’arrivo di rifugiati dal Tigray la possibilità di espandere i loro affari. In secondo luogo, ad emergere è anche l‘incognita sulla durata del conflitto esploso in Etiopia: se i combattimenti dovessero prolungarsi, allora la pressione sul Sudan potrebbe aumentare e molti rifugiati quindi premere per andare in Europa. Infine, occorre considerare che il Tigray è una regione che ospita centomila rifugiati eritrei. Come denunciato dall’Unhcr, la guerra in corso potrebbe portare molti di loro a scappare. E da anni la destinazione preferita dai migranti eritrei è proprio l’Italia. Ecco quindi che all’orizzonte si intravedono le possibilità di un nuovo aumento della pressione lungo le nostre coste.