La fase finale del conflitto nel Tigray è terminata con la presa di Mekele, ora il governo federale è pronto a portare sul banco degli imputati i leader del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf). La fine delle operazioni militari, tuttavia, potrebbe non coincidere con la pacificazione della regione e il lancio di missili sul suolo eritreo sembra una conferma a questa ipotesi. Quanto è accaduto in Etiopia e gli strascichi che il conflitto potrebbe avere rischiano di avere ripercussioni nei Paesi in cui lo Stato etiope è coinvolto in mission di peacekeeping, soprattutto in Somalia, dove gioca un ruolo primario nella Missione dell’Unione Africana (Amisom).

L’Etiopia nelle operazioni di peacekeeping in Somalia e Sud Sudan

Attualmente l’Etiopia è coinvolta in due missioni di peacekeeping: in Somalia e in Sud Sudan. Quest’ultimo si trova in un perenne stato di sconvolgimento e i tre battaglioni forniti dal vicino etiope svolgono un ruolo importante ai fini della protezione dei civili e della costruzione della pace. Cionondimeno, il governo federale ha deciso di richiamare, quindi di sollevare dall’incarico, soldati di etnia tigrina, come dichiarato dal portavoce dalla missione Unmiss, Kirk Kroeker.

La situazione è ancora più complessa in Somalia, dove dal 2007 è partita la Missione dell’Unione Africana in Somalia (Amisom), che ha l’obiettivo di garantire la costruzione dello Stato e di ridurre il pericolo rappresentato da Al-Shabaab e altri gruppi terroristici. L’Etiopia vi partecipa con circa 19mila soldati, di cui 4mila in seno all’Amisom e 15mila a seguito di accordi bilaterali. Qui Addis Abeba ha ordinato il ritiro di parte delle truppe presenti – le fonti parlano di circa 3000 uomini -, disarmando tra le 200 e 300 militari di etnia tigrina. Il rischio è di fornire un pericoloso assist all’organizzazione terroristica islamica, in un momento molto delicato per il Paese. Ciò detto, bisogna ricordare che l’Etiopia in passato aveva giocato la carta del ritiro ma le circostanze era diverse. Nel 2016, per esempio, fu motivato come risposta allo stanziamento dei fondi dell’Ue alla missione, ritenuto non sufficiente. L’Ue, in ogni caso, è il principale sostenitore, avendo destinato circa 1.7 milioni di euro dal 2007 al 2018.

La ragione dietro il ritiro dei soldati tigrini

Secondo analisti e fonti diplomatiche, dietro il disarmo dei soldati si celerebbe il fattore etnico. Una fonte della sicurezza ha, infatti, chiesto a Reuters come fosse possibile andare in battaglia se alcuni degli uomini, tra le 200 e le 300 unità, non si trovano nelle condizioni di poter scendere in campo a causa della loro etnia. Le critiche hanno trovato una pronta risposta dal governo federale etiope che ha motivato il disarmo come conseguenza di una indagine interna per comprendere se all’interno dell’esercito vi siano infiltrazioni del Tplf, come comunicato dalla Task Force costituita dopo l’instaurazione dello Stato di Emergenza a causa del conflitto in Tigray. Sul caso, l’Unione Africana non si è ancora espressa, mostrando le debolezze dell’organizzazione di fronte a situazioni emergenziali. Simile copione si è avuto in Sud Sudan: da una parte l’ipotesi del richiamo a causa dell’etnia tigrina dei militari, dall’altra la negazione del governo federale.

Le ripercussioni nella lotta ad Al Shabaab

Addis Abeba già dal 2006 è alleata di ferro degli Usa nel corno d’Africa. Quando in quell’anno le corti islamiche hanno preso il controllo della capitale somala Mogadiscio, la Casa Bianca si è avvalsa della collaborazione dell’appoggio dell’Etiopia per rimuovere la minaccia islamista dalla Somalia. Oggi il pericolo principale sul fronte terrorismo è rappresentato da Al Shabaab, la formazione sorta proprio sulle ceneri delle corti islamiche. E anche se l’organizzazione non controlla territori e non ha costituito veri califfati, negli ultimi anni è apparsa tutt’altro che prossima alla sconfitta. Per questo da Washington, sempre con il supporto etiope, non si è mai abbandonata l’idea circa la presenza di truppe internazionali nel territorio somalo. Oltre ai soldati a stelle e strisce, a Mogadiscio e nelle altre regioni somale sono presenti i contingenti dell’Unione Africana nell’ambito della missione cosiddetta Amisom.

L’Etiopia prima del conflitto esploso il 4 novembre scorso, secondo i dati comunicati dalle forze armate di Addis Abeba, nell’ambito della missione Amisom aveva schierato in Somalia 4.395 militari. È il terzo contingente dopo quello di Uganda e Burundi. Ma è senza dubbio quello meglio equipaggiato e che ha più esperienza sul campo. L’apporto etiope nel contrasto ad Al Shabaab è, in poche parole, fondamentale. Le ultime dinamiche sembrerebbero far propendere verso un ridimensionamento dell’impegno di Addis Abeba in Somalia. Le conseguenze sono tutt’altro che prevedibili. In ballo non c’è soltanto il contrasto ad Al Shabaab, ma anche la stabilità dello strategico Paese africano.

Qui il 18 settembre scorso si è insediato un nuovo premier, si tratta di Mohamed Hussein Roble. A lui il compito di guidare la Somalia verso nuove elezioni all’inizio del 2021. Ma un ridimensionamento delle forze straniere sul campo potrebbe rendere tutto più complicato.

Anche Trump pensa a un ritiro dalla Somalia

Il possibile parziale ridispiegamento etiope è arrivato in un momento in cui, sempre a riguardo delle missioni internazionali in Somalia, anche dagli Stati Uniti non sono mancate voci di ritiri e disimpegni. Il 13 ottobre scorso Bloomberg ha reso nota la volontà del presidente uscente Donald Trump di porre fine alla missione Usa in Somalia. Un piano che avrebbe fatto storcere il naso ai vertici del commando Africom in cui sono inquadrati i soldati americani: “Le forze armate somale stanno facendo progressi – è il pensiero espresso sulla rivista Washington Examiner dal colonnello Chris Karms – ma la minaccia rappresentata da Shabaab richiede assistenza internazionale”.

Occorre però specificare che il piano di Trump rientra nella sua strategia di ridimensionamento della presenza Usa all’estero, soprattutto in medio oriente. Le dichiarazioni dello scorso 13 ottobre sono arrivate nel bel mezzo della campagna elettorale, lì dove la promessa di un ritiro dagli scenari più delicati ha rappresentato una delle carte giocate dal tycoon newyorkese per la riconferma. Non è però da escludere che, prima del passaggio di consegne con Biden del prossimo 20 gennaio, Trump decida di dar seguito a quella promessa. Replicando di fatto quando già visto in Afghanistan. A quel punto lo scenario somalo potrebbe subire drastici mutamenti.

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